giovedì 14 maggio 2015

Boldrini vuole più profughi: "20mila sono troppo pochi"

Matteo Carnieletto - Gio, 14/05/2015 - 11:20

Il presidente della Camera sulle nuove proposte per la gestione dell'emergenza immigrazione: "Allo studio una proposta per far diventare la ripartizione di immigrati obbligatoria"

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"La quota di rifugiati da accogliere prevista dal nuovo piano della Commissione Europea è di circa 20 mila persone, da dividere su 28 Stati, quindi una cifra molto bassa, soprattutto se si pensa che in tutto il mondo i rifugiati sono 50 milioni che l'85% di essi è ospitato dai Paesi del sud del mondo".

Secondo il presidente della Camera, quindi, il numero dei disperati che assaltano le nostre coste è ancora irrosorio (anche se i centri di prima accoglienza sono ormai pieni e gli alberghi vengono stipati di immigrati).

Per ora, prosegue Boldrini, "alcuni Paesi non sono convinti del sistema di distribuzione delle quote, fanno un po’ fatica ad accettarle ma fino alla fine del 2015 tutto si svolgerà su base volontaria. Poi, è allo studio una proposta per far diventare la ripartizione obbligatoria, ma sarà sempre il consiglio europeo a prendere la decisione". Come dire: tra un po', se l'Europa lo deciderà, tutti gli Stati saranno costretti a fare spazio agli immigrati, anche se sono contrari. Non c'è scampo: è l'Europa che vi ordina di accogliere gli immigrati. E voi non avete via di scampo.


Boldrini: "Gli immigrati? Non sono una minaccia"

Francesco Curridori - Mer, 15/04/2015 - 00:15

La Boldrini: "Non possiamo pensare di essere autosufficienti e autarchici e considerare la migrazione una minaccia"

"L'immigrazione é la diretta conseguenza della globalizzazione. Il mercato del lavoro è legato alla migrazione umana".

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Così Laura Boldrini, presidente della Camera, nel corso della presentazione del suo libro "Lo sguardo lontano" è intervenuta nel dibattito sull'immigrazione dopo l'ultima tragedia in mare. Presenti in sala anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella e l'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. "Non possiamo pensare di essere autosufficienti e autarchici e considerare la migrazione una minaccia. C'è chi vuole questo ma è in una dimensione fuori dal tempo", ha detto la Boldrini aprendo di nuovo un terreno di scontro con il leader della Lega Matteo Salvini.

"La migrazione - ha proseguito la presidente - è fattore strutturale che va dove c'è domanda. Gli immigrati che vengono da noi non hanno scelto di venire per motivi economici ma scappano dalle guerre". Nel suo intervento che sembrava più simile a una lezione universitaria la Boldrini ha spiegato che "Quelli che vogliono lavorare vanno nel Golfo dove vivono in situazioni al limite dell'accettabile. Non possiamo confondere le persone che fuggono da regimi dittatoriali dalla Siria, dall'Irak e dalla Somalia con chi, invece, viene a minacciarci creando confusione e speculando su questo".

E infine un plauso a Matteo Renzi :"Ha fatto bene il presidente del Consiglio a dire che è inaccettabile la strumentalizzazione che viene fatta collegandola al terrorismo perché questo ha un ritorno di consenso". "Si chiede - ha concluso la presidente - alle Regioni di fare una valutazione delle disponibilità per una situazione d'emergenza anche se è un po' bizzarro chiamare emergenza un fenomeno che si ripete ogni anno... Mi preoccupa molto, invece, la deriva del dibattito pubblico". Al termine della sua invettiva la Presidente si è concessa ad amici e conoscenti e, tra baci e abbracci, ha firmato parecchie dediche come se fosse una star.


La Kyenge come la Boldrini: "Gli immigrati sono partigiani"

Mario Valenza - Lun, 27/04/2015 - 12:56

La tesi della presidente della Camera raccoglie qualche consenso da parte di Cecile Kyenge

"Gli immigrati sono i nuovi partigiani". Le parole di Laura Boldrini hanno creato non poche polemiche nel giorno della Liberazione.

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Ma la tesi della presidente della Camera raccoglie qualche consenso da parte di Cecile Kyenge. L'ex ministro nel suo blog sull'HuffingtonPost afferma: "Nel giorno della Liberazione non scordiamo chi deve essere ancora liberato". Il riferimento è agli immigrati. E così anche la Kynege si avventura in un paragone che fa discutere: "Giorgio Marincola aveva 22 anni quando è morto in Val di Fiemme nell'ultima strage commessa dai nazisti prima di lasciare l'Italia, nel 1945. Giorgio era nato nella Somalia italiana, figlio di una donna somala e di un maresciallo maggiore italiano.

Partigiano nero, come tanti altri poco conosciuti in tutto il Paese, ha dato la vita per liberare l'Italia dal nazi-fascismo, per una pace che l'Europa ancora mantiene, dopo 70 anni da allora. Ho pensato a lui quando alcuni giorni fa, nella mia visita al centro di accoglienza di Taranto, si è avvicinato a me un gruppo di profughi somali. Il volto è segnato dalle lacrime. Raccontano il viaggio che hanno compiuto per raggiungere le nostre coste. Alla ricerca della pace. Il villaggio da cui sono partiti su cui la barbarie di Al Shabab (gruppo estremista islamista somalo) si è abbattuta, trucidando gli abitanti. Il viaggio, le sevizie, le torture degli schiavisti".

E ancora: "I corpi sono segnati dalle cicatrici della frusta. Gli occhi sono quelli di chi ha visto un orrore impossibile da dimenticare. Un braccio spezzato da un trafficante. Ogni incontro, ogni storia mi segna nel profondo, rafforzandomi sempre più nelle mie convinzioni: non esiste ragion di Stato di fronte alla tortura o alla morte". Infine parla dell'Europa: "Manca ancora, e serve, una Mare Nostrum Europea. Manca una 'Europa Nostra' a presidio umanitario nel cuore del Mediterraneo, con due obiettivi: search and rescue (ricerca e salvataggio) e distruzione degli strumenti e mezzi dei trafficanti di morte.

Due obiettivi che si possono e devono tenere l'uno con l'altro. Se l'Europa farà tutto quanto necessario per salvare vite umane, avrà anche la piena legittimità per fare tutto quanto utile per fermare i trafficanti".

Profugo ospitato da una famiglia stupra la figlia di 6 anni della coppia

Corriere della sera

L’uomo, un senegalese di 27 anni, era a giorni a casa degli amici provenienti dallo stesso Paese.
Salvini: «Castrazione chimica, poi espulsione e galera»

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CASALECCHIO — Èstata violentata da un amico dei genitori, ospite in casa per qualche giorno a Casalecchio. Vittima delle molestie sessuali è una bambina di sei anni, figlia di una coppia senegalese che vive in Italia da tempo. Domenica pomeriggio i genitori hanno notato che l’uomo, un senegalese di 27 anni, si era appartato nella stanza della figlia e i genitori sono insospettiti. Quando sono intervenuti la bambina ha raccontato in lacrime quello che era successo poco prima: il 27enne dopo averla palpeggiata nelle parti intime si era anche masturbato di fronte alla bambina. I genitori hanno avvertito i carabinieri che hanno arrestato l’uomo e l’hanno salvato dal linciaggio del padre. Il 27enne, in Italia dal 2011 con lo status di profugo, è accusato di violenza sessuale su minore.

SALVINI: «CASTRAZIONE CHIMICA» — Il leader della Lega Nord ha scritto su Facebook: «A Casalecchio un profugo senegalese di 27 anni ha violentato una bimba di 6 anni, figlia di una coppia dello stesso Paese che ospitava questo infame da qualche giorno. Prima Castrazione chimica, poi espulsione e galera, ma a casa sua! Chissà se Renzi, Alfano e Boldrini faranno qualcosa.».

14 maggio 2015

Cane veglia anziano padrone deceduto, poi muore di fame

La Stampa

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Non lo ha mai abbandonato, fino alla fine, ed è morta con lui nello stesso letto. È la commovente storia di Penelope, una femmina di Pinscher nano di 10 anni, trovata ieri accanto al corpo senza vita di un pensionato 82enne di Imola, nel Bolognese. Da alcuni giorni i vicini non vedevano l’anziano e il suo cagnolino così, preoccupati, hanno deciso di avvertire due parenti dell’uomo. Entrati nell’appartamento, la triste notizia: entrambi erano sul letto, ormai senza vita.

Dagli accertamenti effettuati dai carabinieri, intervenuti per un sopralluogo, l’uomo sarebbe deceduto per cause naturali e Penelope lo avrebbe vegliato per giorni senza abbaiare, fino a morire anche lei, probabilmente di fame.

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L’Australia condanna a morte i cani di Johnny Depp
La Stampa
fulvio cerutti

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Johnny Depp finisce nei guai in Australia. Le autorità sanitarie di quarantena hanno ordinato alla star di Hollywood di portar via dal paese i suoi cani Pistol e Boo entro sabato o saranno soppressi. Il grande continente prevede, per evitare la diffusione di malattie nel suo territorio, che gli animali possano entrare solo con un permesso e seguendo un periodo di quarantena di almeno 10 giorni.

Il ministro dell’Agricoltura australiano Barnaby Joyce ha accusato oggi l’attore di aver fatto entrare illegalmente i suoi Yorkshire terrier a bordo del suo jet privato il 21 aprile scorso, quando è tornato in Australia per continuare le riprese del quinto capitolo della serie “Pirati dei Caraibi”, presso gli studi di Gold Coast.

Non è solo un invito, ma un vero e proprio ordine che il dipartimento dell’Agricoltura ha dato ieri a Depp e alla moglie Amber Heard consentendo loro 72 ore per dimostrare di aver rispettato le regole o per far tornare negli Stati Uniti i due quattrozampe. Pena l’eutanasia per i due incolpevoli pelosi. 
«Se la gente pensa che sia una decisione dura - ha commentato il ministro Joyce a una tv locale -, allora vi dirò che cosa è davvero duro: lo è se abbassiamo la guardia e se la rabbia arrivasse nel nostro continente».

E ancora, in un’altra intervista, Joyce non si mostra influenzato dalla celebrità di Deep: «Il processo per far entrare gli animali è semplice: si ottiene un permesso, li si porta in quarantena e poi sono liberi. Se si inizia a fare eccezioni per le stelle del cinema, anche fossero gli uomini più sexy al mondo, allora perché non dovremmo chiudere un occhio per tutti?».

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Se sei gay ti taglio la gola. Nessun bianco può farci niente"

Sergio Rame - Gio, 14/05/2015 - 08:46

Le politiche anti gay sono popolari in diversi Paesi africani. Il presidente del Gambia: "Se ti becchiamo, nessuno ti vedrà mai più". E il vice presidente del Kenya: "Non c'è posto per i gay nel nostro paese"

"Non c'è posto per i gay in Kenya". A sostenerlo è stato il vice presidente William Ruto, nel corso di una funzione religiosa in una chiesa vicino a Nairobi.

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"Non permetteremo l'omosessualità nella nostra società perché viola i nostri principi religiosi e culturali", ha affermato di fronte alla congregazione ricordando il sostegno ai "leader religiosi per difendere la nostra fede". Agli omosessuali non va certo meglio in Gambia. Qui il presidente Yahya Jammeh, che ha conquistato il potere col golpe militare del 1994, ha minacciato di "tagliare la testa" a tutti i gay che vivono nel paese.

La minaccia di Jammeh, pronunciata durante un discorso ai giovani a Farafeni, è la diretta replica alle critiche dell'Occidente ai crimini contro gli omosessuali. Come ricorda l'Huffington Post, nel dicembre del 2014 l’Unione Europea ha tagliato i fondi destinati al Gambia proprio a causa delle violazioni dei diritti umani. Eppure, secondo quanto riportato da Vice, Jammeh sarebbe tornato a calcare la mano contro gli omosessuali: "Se lo fai (in Gambia), ti taglierò la gola. Se sei un uomo e vuoi sposare un altro uomo in questo paese e ti becchiamo, nessuno ti vedrà mai più. E nessun bianco può farci niente". Già nel febbraio del 2014 aveva tuonato contro i gay definendoli "parassiti" e promettendo di combatterli "nello stesso modo in cui si combattono i moscerini portatori di malaria, se non peggio".

In Kenya tira la stessa aria. "Non c'è spazio per l'omosessualità in questo Paese, ve lo posso assicurare", ha messo in chiaro Ruto all'indomani dell'arrivo in Kenya del segretario di Stato americano, John Kerry, in visita per discutere di sicurezza e terrorismo ma anche di promozione dei diritti umani. Il vice presidente del Kenya, sotto processo davanti al Tribunale penale internazionale all'Aja per crimini contro l'umanità, è stato attaccato dal noto scrittore omosessuale Binyavanga Wainaina, che su Twitter ha messo in guardia da quello che si sta dimostrando "l'uomo più pericoloso in Africa".

Le politiche anti gay sono popolari in diversi Paesi africani. Sono 36 quelli che vietano per legge l'omosessualità e in quattro si rischia la pena capitale. In Uganda il Parlamento ha tentato di introdurre la condanna a morte per i gay, la normativa è stata bloccata ma i deputati del partito di maggioranza sono decisi a farla passare.

Plagiate, plagiate: qualcosa resterà

Luigi Mascheroni, firma de Il Giornale


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Iniziamo dalla categoria più avvezza al plagio. Ambrose Bierce nel suo Dizionario del diavolo definì il plagio come l’azione di “Riprendere concetti o stile da un altro scrittore che non si è mai assolutamente letto”. Un aforisma che si attaglia perfettamente ai giornalisti, specie nell’era del Crtl+c/Ctrl+v, i quali – tanto per citare Karl Kraus – cercano di spiegare agli altri quello che non sanno loro.

Il caso più famoso fu quello di Jayson Blair, giovane reporter di punta del “New York Times”, a un passo dal Pulitzer prima che si scoprisse, nel 2003, che i suoi reportage in giro per l’America (per inciso, splendidi) erano tutti un po’ copiati, un po’ fabbricati a tavolino. Si dimostrò impietosamente che la penna più brillante d’America scriveva i reportage restando a casa, aggiungendo particolari inesistenti, in- ventandosi le fonti e scopiazzando qua e là i pezzi dei colleghi “sul campo”. La cosa provocò il suo licenziamento “per frodi giornalistiche”.

E c’è il caso di Fareed Zakaria, tra i più autorevoli analisti politici americani, commentatore del “Times”, editorialista di punta della Cnn, vero guru dei nuovi scenari strategici del terzo millennio, vicino all’amministrazione Obama. Nell’agosto 2012 i facts-checker del sito conservatore “NewBusters“ denunciarono la scopiazzatura in un suo pezzo di un passaggio da un articolo della storica Jill Lepore dedicato allo stesso argomento apparso sul “New Yorker” mesi prima. Scandalo, polemiche, mea culpa pubblico, sospensione di tutte le collaborazioni giornalistiche. Uno dei più influenti opinionisti americani impallinato dai cecchini dell’infrazione etica per un paragrafo copiato! Se i facts-checker fossero operativi anche in Italia, ci sarebbe un giro di valzer di direttori di testata ogni quindici giorni.

Prendiamo per esempio: “Repubblica”, anzi “Ri-pubblica”. Negli ultimi anni molte firme del quotidiano democratico- progressista, in evidente contraddizione morale con l’assunto legalitar-chic della linea editoriale, sono scivolate sull’accusa di plagio… Umberto Galimberti, Corrado Augias, Vittorio Zucconi, Federico Rampini, e l’intellettuale di punta della testata, Roberto Saviano.

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Quello di Umberto Galimberti è forse il caso più eclatante che riportiamo a futuro monito. Francesco Bucci, ironia della sorte un (ex) ammiratore del professore, che per anni non si è perso un articolo del proprio filosofo di riferimento a un certo punto, colto dal dubbio di aver già sentito troppe volte quelle cose, scopre che i lavori di Galimberti sono costruiti utilizzando pezzi di scritti precedenti, suoi o altrui. Non hanno consequenzialità, i vari pezzi talvolta si contraddicono l’un con l’altro. Ripete esattamente le stesse parole in conferenze, convegni e occasioni diverse. E poi ha sicuramente un archivio tematico, nel quale pesca a seconda delle occasioni. Aggiunge qualche riga per cucire insieme i pezzi e apporta alcune modifiche. Di originale rimane pochissimo, quasi nulla. Sembra un enorme lavoro di copiatura o, quando va bene, di parafrasi: di Heidegger, di Jung…

E i suoi lavori, assemblati con materiale più volte riciclato, non hanno più alcun senso. Il saggio I miti del nostro tempo (2009), dimostra Bucci, dati e statistiche alla mano, è costituito al 75% da un “riciclaggio” di suoi scritti precedenti, alcuni dei quali risalenti persino agli anni Ottanta, e per il restante 25% da intere frasi e paragrafi, quasi identici agli originali, senza virgolette e senza citare la fonte, presi da: Günther Anders, Benjamin Barber, Roland Barthes, Jean Baudril- lard, Amy Chua, Chris Hedges, James Hillman, Martha C. Nussbaum, Muhammad Yunus… Un taglia&incolla furioso, compulsivo e particolarmente redditizio in termini economici, vista la frequenza delle uscite editoriali e delle comparsate televisive del professore-serial copier.

Ma tralasciando i giornalisti, nel mondo sono stati beccati a copiare i politici, i comici, i compositori, gli sceneggiatori, i drammaturghi… e ovviamente i letterati la cui cleptomania risale ai tempi dei tempi. Tra citazioni, traduzioni, cover, pastiche, rimandi consapevoli e inconsapevoli, gli scrittori non hanno mai smesso di rubarsi l’un l’altro, versi, frasi, titoli, ambientazioni: da David Foster Wallace a Shakespeare, da Borges (campione del plagio/finzione) a Scurati, passando per Raymond Carver, Dumas, Camus, Leopardi (che prese a prestito la locuzione “passero solitario” da un oscuro madrigalista), D’Annunzio, Montale, Umberto Eco, perfino Melania Mazzucco (che riutilizzò, così senza colpo ferire, interi passi testuali nientepopodimeno che di Guerra e Pace, sostenendo che li aveva introiettati da bambina).

Ah, a proposito, anche questo mio articolo è praticamente copiato pari pari da un gustoso saggio appena uscito di Luigi Mascheroni Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web (Aragno, pagg. 270, euro 20), una acribiosa, sapida enumerazione, fitta fitta di note e rimandi, di tutti quelli che hanno copiato nella storia della letteratura, alcuni con esiti geniali, altri ridicoli.

Adesso gli immigranti spendono i nostri soldi nelle sale da gioco

Sonia Bedeschi - Gio, 14/05/2015 - 10:50

Per fare i soldi facili i profughi spendono gli aiuti dello Stato italiano nelle sale scommesse, in gratta e vinci e giocate su internet

Basate entrate in una sala scommesse per trovarli. Nella provincia di Cremona in questi giorni stanno aumentando le segnalazioni sulla presenza di profughi aiutati dallo Stato nelle sale dove si punta.

Avete capito bene, gli extracee tentano la fortuna utilizzando quei due o tre euro al giorno che ricevono per le puntate: scommesse di calcio, gratta e vinci e quando capita anche qualche giocata sui siti internet che emulano le attrazioni di un casino'. A Cremona per esempio, un bel numero di migranti arrivati negli ultimi mesi dall'Africa, dopo aver affrontato il "viaggio della morte" in condizioni disperate e disumane, non ha resistito alla tentazione del gioco.

Forse la strada più facile per raccattare subito qualche soldo, che, in caso di vincita, andrebbe nelle mani dei prossimi trafficanti per raggiungere il nord Europa. Certamente non si parla di grosse puntate, di grandi vincite, ma quello che pesa come un macigno e' l'aspetto morale. Pensare che i soldi dati dallo Stato italiano finiscano in gratta e vinci o sale da gioco fa male, perché anche se si tratta di pochi spiccioli per immigrato, a fare la quantità e' la somma di profughi arrivati e in arrivo.
Derubati di tutto dai trafficanti cercano disperatamente soldi nell'immediato per raggiungere altri paesi come Germania, Francia, Inghilterra, e come sempre in questi casi si prova a intraprendere la strada più facile e veloce. Perché loro, questo e' bene ricordarlo, non hanno nessuna intenzione di rimanere in Italia, ma nel frattempo i nostri aiuti continuano.

Tra le mille polemiche che accompagnano l’accoglienza dei richiedenti asilo, con un numero crescente di cremonesi alle prese, ormai da anni, con una crisi nera, vedere anche soltanto un euro di quelli messi a disposizione dei richiedenti asilo finire nel gioco lascia l’amaro in bocca. Ironia della sorte, ora la tendenza a varcare la soglia delle sale scommesse si e' consolidata, in particolare tra i migranti più giovani. Il via e vai non è passato inosservato ad alcuni frequentatori abituali delle sale scommesse che si sono subito scatenati con le segnalazioni.

Chissà se don Antonio Pezzetti, responsabile della Casa dell’Accoglienza che ospita i migranti fornendo aiuti e assistenza 24 ore su 24 riuscirà a fermare questa dipendenza da gioco che sta prendendo piede. Le raccomandazioni del sacerdote non mancano ma in questi casi servirebbero provvedimenti più incisivi.

Se l'amore di Kyra per il padrone morto fa cambiare le leggi

Gianpaolo Iacobini - Gio, 14/05/2015 - 08:27

Va tutti i giorni in riva al mare dove passeggiava col suo Leo Il paese si mobilita per aggirare il divieto ai cani sulle spiagge

Il suo padrone muore e lei - una cagnolona dallo sguardo dolce - ogni giorno va in spiaggia a cercarlo, sui passi delle lunghe camminate insieme. E per quell'amore che vince la morte gli uomini si riscoprono umani, le leggi cambiano.Non passa giornata in cui, al pomeriggio, Kyra non si faccia vedere. Che ci sia il sole o tiri vento tra le nuvole, e poi magari piove, poco conta. Il suo muso spunta tra le dune di Falconara Marittima anche adesso che il suo compagno non c'è più, ucciso da un infarto. Era il 19 aprile: l'operaio in pensione Leo Mangiaterra ebbe la forza di alzare la cornetta e gridare aiuto, ma non bastò.

E quando i medici del 118 entrarono nell'appartamento facendosi strada col lavoro d'ascia dei pompieri, lo trovarono senza vita, vegliato dal suo meticcio lupo dal pelo fulvo adottato otto anni prima in un canile. Un uomo e un cane, un'ombra sola. Specie nelle passeggiate pomeridiane in riva all'Adriatico, che puntualmente si concludevano con una sosta all'ombra degli alberi del club nautico.

E dopo che Leo se n'è andato, Kyra ha continuato a sgambettare sul bagnasciuga, aspettando di vederlo apparire all'orizzonte e chinarsi per stringerla al petto. Come Hachiko, l'esemplare di Akita che al trapasso del professore universitario che lo aveva preso con sé, al tempo del Giappone stretto tra le due guerre mondiali per dieci anni alla stessa ora non mancò mai l'appuntamento alla stazione di Shibuya col treno che solitamente riportava a casa l'amico scomparso, poi rivissuto al cinema col volto di Richard Gere.

Storie belle come fiabe, e perciò piene di mostri. Rimasta sola, Kyra ha trovato un'anima gemella in Massimo Leti, istruttore di windsurf che l'ha salvata dal rientro altrimenti inevitabile in canile, nell'attesa che qualcuno le schiuda - di nuovo e per sempre - le porte di una famiglia. Ma la burocrazia, drago sputafuoco che incenerisce speranze e buoni propositi, ha provato ad annerire la perla più rara: la corsa sull'arenile sulle tracce di Leo. «Dal 15 maggio al 15 settembre - ha lanciato l'allarme il presidente del club nautico, Guido Armeni - per i cani c'è il divieto di frequentare la spiaggia.

Qui le siamo tutti affezionati. Chiediamo al Comune e agli enti competenti di concedere una proroga per consentire a Kyra di rimanere con noi». Detto fatto: il sindaco Goffredo Brandoni, vestiti i panni del principe azzurro 2.0, si è precipitato al circolo per verificare di persona la situazione. Tornato a Palazzo di città, ha preso carta e penna per convincere l'Autorità Portuale anconetana a rilasciare un permesso speciale che tenesse lontani multe e accalappiacani, spiegando che «in un momento in cui le istituzioni non riescono a dare risposta a tanti drammatici problemi, non possono venire meno persino la sensibilità, i sentimenti, la vicinanza».

Per una volta, non c'è stato bisogno di spronare i destrieri ad avanzare per incrociar le spade. Ieri mattina da Ancona, con la celerità riservata agli affari urgenti, sotto forma di nulla osta a firma del presidente Rodolfo Giampieri è arrivata la risposta: Kyra potrà continuare a correre sul litorale abbaiando al cielo perché non le porti via il ricordo di Leo. Verrà presto qualcun altro a prenderne il posto, «ma perché non sia strappata alle piste sabbiose a lei care faremo in modo che possa essere qualcuno di Falconara», promette Brandoni, chiudendo col lieto fine la favola vera del cagnolone che dimostrò al mondo il teorema di Victor Hugo: «Se guardi negli occhi il tuo cane, non potrai più dubitare che abbia un'anima».

Il ministro dell’Interno britannico: potremmo non far rientrare a casa le tre spose dell’Isis se volessero farlo

Corriere della sera

La titolare del dicastero Theresa May: «Valuteremo la riammissione caso per caso e comunque dovranno prima rendersi conto di ciò che hanno fatto»

cd
Potrebbero essere fuggite, ma forse non potranno più tornare a casa, in Gran Bretagna. Le tre adolescenti che hanno sposato jihadisti dello Stato islamico sarebbero forse scappate dalle mani degli islamisti a cui si erano consegnate volontariamente. Lo ha riferito una fonte di Mosul, città irachena conquistata dai jihadisti, dove le tre 16enni sono ora oggetto di una «approfondita caccia» da parte dei militanti islamisti. Tuttavia anche se la fuga dovesse riuscire, il ritorno a casa potrebbe essere loro precluso. Il ministro dell’Interno Britannico Theresa May ha infatti dichiarato in un’intervista tv che «Il ministero valuterà la possibilità della riammissione caso per caso e comunque i ragazzi e le ragazze che sono fuggiti dovranno prima capire che razza di sbaglio hanno fatto».
Ipotesi
La notizia della scomparsa delle ragazzine non è attualmente verificabile in modo indipendente, ed è stata pubblicata sulla pagina Facebook di Musul Eye, blogger iracheno, anonimo e contrario allo Stato islamico. Il 2 maggio scriveva: «Tre ragazze straniere, britanniche, sposate a militanti Isil (Isis, ndr), dichiarate disperse. L’Isil lo ha annunciato a tutti i suoi posti di blocco per trovarle. Si ritiene siano scappate». In seguito aggiungeva: «L’ultima informazione su di loro è che sono ancora in fuga, ma ancora a Mossul, l’Isil le sta cercando dappertutto e non le ha ancora trovate. Sono britanniche, non immigrate, e sono molto giovani, di circa 16 anni».

 L’ipotesi dunque è che si tratti delle tre scolare della Bethnal Green Academy scomparse dalle loro case di Londra a febbraio e fuggite in Turchia, prima di entrare in Siria.

Ma lo stesso blogger non può confermare questa ipotesi come spiega sempre su Facebook.
Sono 600 i britannici che dal Regno Unito sono partiti per Siria e Iraq per unirsi ai miliziani come foreign fighters.

13 maggio 2015 | 15:22

Romanzo Kiminale

La Stampa
massimo gramellini

In tutti noi affezionati frequentatori del pisolino postprandiale le notizie provenienti dalla Corea del Nord suscitano un moto istintivo di solidarietà e orrore. Il dittatore locale Kim Jong-un avrebbe fatto uccidere a cannonate il ministro della Difesa, colpevole di essersi addormentato durante una parata. L’abbiocco digestivo, pratica assai diffusa in molti uffici pubblici non solo coreani, è stato considerato dal compagno Kim un «atto di slealtà» nonché una «grave mancanza di rispetto» nei suoi confronti. E’ probabile che il giovane despota, già segnalatosi alle cronache per l’uccisione a freddo dello zio, avesse curato personalmente le coreografie della cerimonia. Che abbia interpretato gli sbadigli del ministro come una critica larvata? 

La sproporzione tra la colpa e la pena appartiene al grottesco di ogni dittatura e si rimane sempre sconvolti nel vedere fino a che punto di abiezione possono ridursi gli esseri umani, sia nel comandare sia nel servire. La biografia di Kim contiene due aspetti particolarmente inquietanti (oltre al terzo: ha la bomba atomica). Il primo è la subalternità dell’educazione ai geni e all’ambiente. Quell’uomo è stato allevato nei più costosi collegi svizzeri, ma gli è bastato ereditare il potere per ripetere le gesta feroci dei suoi avi. Il secondo è l’amicizia con Salvini e Razzi, concordi nel definire la Corea di Kim «una Svizzera asiatica». Fossi in quei due statisti, mi precipiterei dal dittatore a chiedere delucidazioni su un delitto che allunga un’ombra sulla loro perspicacia in politica estera. Ma ci andrei a stomaco vuoto. Per non correre il rischio di appisolarmi.

Non uccidete le «vacche sacre» della ’ndrangheta”

La Stampa


cd
È stata avviata una petizione on line per dire no alla decisione con cui il prefetto di Reggio Calabria, Claudio Sammartino, ha disposto nei giorni scorsi l’abbattimento delle cosiddette «vacche sacre», i bovini di proprietà di affiliati alla ’ndrangheta che vagano liberamente provocando danni alle colture agricole e rappresentando anche un pericolo per la circolazione stradale e ferroviaria.

A promuovere la petizione è stato il sito «Firmiamo.it», che chiede, in un comunicato, «se davvero il crudele sterminio degli animali sia l’unica strada. Le vittime di questa mattanza legalizzata sono dei bovini, spesso di proprietà di affiliati della ’ndrangheta. Preso atto che il problema deve essere risolto, la petizione propone il sequestro degli animali e la loro riallocazione in nuove location dove possano continuare a vivere».

«Uccidere è una soluzione - si afferma nel testo della petizione - facile e veloce di un Paese che non sa governarsi. Organizzarsi e preservare la vita di questi animali sarebbe invece la risposta di un Paese intelligente e democratico verso tutti, animali compresi. Se le povere vacche sono lasciate pascolare senza controlli, di chi è la colpa? Dell’uomo o dell’animale? E se la colpa è dell’uomo, perché deve essere l’animale a farne la spese, addirittura con la vita?». 

twitter@fulviocerutti

Usa, laureato dopo 75 anni di studi

La Stampa

Anthony Brutto, 94 anni, è il più anziano della West Virginia University

cd
Quando si è iscritto per la prima volta all’università non era ancora scoppiata la Seconda guerra mondiale. Era il 1939 e Anthony Brutto era un giovane studente della West Virginia University. Domenica scorsa, all’età di 94 anni, Anthony ha finalmente conseguito la laurea diventando così il laureando più anziano nella storia della West Virginia University. 

In questi 75 anni Anthony ha dovuto interrompere gli studi più volte. Prima, nel 1942, per servire gli Stati Uniti d’America nei corpi dell’aeronautica militare (erano gli anni della Seconda guerra mondiale). Poi, dopo aver ripreso a frequentare la West Virginia University nel 1946, per dedicarsi alla moglie malata.

Da qualche anno Anthony Brutto era un operatore di commercio in pensione e aveva finalmente il tempo per rimettersi sui libri. «Finire l’università per me era molto importante», ha raccontato ai giornalisti. Domenica gli è stata consegnata la «Regents Bachelor of Arts degree», una laurea istituita dalla West Virginia University per gli studenti fuori corso. Novantenni inclusi.