lunedì 18 maggio 2015

India, è morta Aruna Shanbaug: era in coma da 42 anni dopo uno stupro

Corriere della sera

L’infermiera era stata aggredita nel 1973 e da allora era in stato vegetativo in un ospedale di Mumbai. È deceduta, per una polmonite, a 66 anni

cd
Aruna Shanbaug era stata stuprata e ridotta in fine di vita quando aveva 25 anni. Dopo l’aggressione non si era più svegliata dal coma. Uno stato vegetativo durato 42 anni. Adesso Aruna è morta in un ospedale di Mumbai, dopo le complicazioni dovute a una polmonite. All’età di 66 anni. Il suo caso era stato negli scorsi anni al centro di un dibattito sul diritto all’eutanasia, ma la «dolce morte» era stata rigettata dalla Corte suprema indiana.
Lo stupro nel 1973
Il cervello di Aruna aveva smesso di funzionare il 27 novembre 1973 quando fu aggredita da un giovane inserviente che era con lei nel turno di notte nell’ospedale dove aveva iniziato il suo apprendistato. L’assalto provocò dei danni irreversibili al sistema cerebrale dell’allora 25enne infermiera. Per immobilizzarla, l’uomo la legò al letto con un collare per cani, provocando uno strangolamento che le impedì il flusso del sangue alla testa. Fu trovata il mattino dopo, 10 ore dopo lo stupro, in un lago di sangue.

Da allora la donna era rimasta in un letto dello stesso ospedale in cui aveva subito l’aggressione, il Kem di Mumbai. Come ha raccontato la scrittrice Pinki Virani nel libro «Aruna’s Story», pubblicato nel 1998, lo stupro di Aruna si era rivelato anche un clamoroso caso di malagiustizia. Infatti la polizia registrò l’incidente come un tentato omicidio a scopo di rapina nascondendo il particolare della violenza per evitare lo scandalo perché Aruna si doveva sposare a breve con un giovane medico. Dopo sei anni di carcere, il suo stupratore Sohanlal B. Walmiki, uscì dalla prigione e oggi, secondo i media indiani, ha trovato lavoro in un ospedale di New Delhi dopo aver cambiato nome.
La richiesta di eutanasia
Nel 2011 la Corte suprema indiana non autorizzò l’eutanasia passiva per Aruna nonostante una precedente decisione della Corte rendesse possibile l’interruzione o l’omissione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza di una persona. La richiesta di eutanasia passiva era infatti stata fatta - dopo una battaglia durata 29 anni - dalla scrittrice Pinki Virani e la Corte stabilì che la sua decisione non si applicava al caso Shanbaug, poiché Virani non aveva alcun legame di parentela con la paziente né la conosceva a sufficienza da poter richiedere l’interruzione dei trattamenti. Come raccontò Pinki ai giudici per motivare il suo ricorso, la donna «non parla e non sente. È uno scheletro senza cervello e non ci sono miglioramenti nelle sue condizioni». Ma secondo il personale medico dell’ospedale la paziente era «parzialmente cosciente» e rispondeva delle espressioni del viso.
I funerali
I funerali di Aruna si sono svolti a Mumbai e hanno visto la partecipazione di un’enorme folla di infermiere e medici. Ci sono stati anche attimi di tensione quando alcuni familiari, ricomparsi dopo tanto tempo, volevano celebrare il rito funebre escludendo il personale dell’ospedale. «Aruna era parte della mia famiglia nel mio cuore», ha detto ola scrittrice Virani, aggiungendo di non sentirsi «triste» perché «per fortuna» la morte dell’infermiera è finalmente arrivata.

18 maggio 2015 | 19:39

Google, sfida Amazon ed eBay con il tasto “compra”

Corriere della sera
di M.Ser.

Per il Wall Street Journal Big G starebbe per lanciarsi nel ecommerce con una nuova funzione che sarà presto introdotta su mobile

cd
Google sfidai due giganti dell’eCommerce, Amazon ed eBay con un pulsante “acquista” che comparirà insieme ai risultati delle ricerche, con l’intento di trasformare il motore di ricerca più usato al mondo nel negozio online potenzialmente più grande. È quanto scrive il Wall Street Journal, secondo cui quello che chiama il “buy button” dovrebbe arrivare già nelle prossime settimane per i dispositivi mobili negli Usa. Ma non solo, in questo modo Google mira a trasformare i suoi miliardi di utenti in acquirenti.
Come funziona
Secondo il WSJ, il nuovo tasto per gli acquisti dovrebbe comparire assieme ai risultati delle ricerche sponsorizzate, suggerite a pagamento da Google, in testa alla pagina e sotto l’etichetta Shop on Google. Il buy button non dovrebbe invece comparire in presenza di risultati senza inserzioni a pagamento. Una volta cliccato sul tasto per comprare, l’utente verrebbe trasferito ad un’altra pagina di Google, fortemente personalizzata sul venditore, dove potrà scegliere misure, taglie, colori e quantità, completando l’acquisto.

La vendita sarà però fatta dalle parti terze e non dalla società di Mountain View che resterà intermediario. E proprio questo cambiamento di ruolo di Google - che finora era semplicemente un provider di indirizzi di contenuti su Internet - sarebbe alla base delle maggiori preoccupazioni di alcune grandi aziende che al momento possono contare su Google come preziosa fonte di traffico online e non vorrebbero vederlo trasformato in un gigantesco sito commerciale (che tiene per se i dati degli utenti). A seguire questa strada in questi mesi sarebbe anche Facebook che di recente ha annunciato l’introduzione di una serie di servizi business sulla piattaforma Messenger.
I concorrenti
La rivoluzione eCommerce del gigante di Mountain View è destinata a partire dagli smartphone (e tablet) sempre più diffusi (in dieci Paesi tra cui Usa e Giappone hanno ormai numericamente superato i pc come piattaforme di ricerca online). Gli spazi ridotti degli schermi consentono però di mostrare meno pubblicità che sui pc e sono quindi, per ora, meno remunerativi per Google, che ha pensato a questa contromossa. E le procedure per l’acquisto online, senza una app dedicata, con un piccolo schermo touch sono certamente laboriose. Per questo Google, secondo le fonti citate dal WSJ, intende offrire una vasta gamma di metodi di pagamento online, facendo inserire i dati all’utente una sola volta e passando poi al venditore solo il risultato della transazione, cioè il denaro.

E per distinguersi ulteriormente da Amazon ed eBay, alle società venditrici Google intenderebbe applicare lo stesso modello attuale di pagamenti per la pubblicità e non trattenere una percentuale di quanto incassano. Amazon ha oltre due milioni di venditori sul suo negozio online ma molti dei grandi retailer non vogliono utilizzarlo proprio per evitare quel metodo di pagamento. E anche eBay ha avuto problemi simili. Le potenzialità, quindi, di un sistema come quello di Google sono davvero notevoli, tanto da poter cambiare radicalmente il modo con cui facciamo i nostri acquisti online.

18 maggio 2015 | 09:46

Usa, hacker viola computer di un aereo in volo, l’Fbi indaga

Corriere della sera
di Marta Serafini

Chris Roberts sarebbe riuscito a prendere il controllo di un aereo tra le 15 e le 20 volte in tre anni sfruttando le falle del Wi Fi a bordo e dei programmi di intrattenimento

cd
L’attenzione dell’Fbi si era concentrata su di lui lo scorso aprile dopo un tweet in cui Chris Roberts lasciava intendere di aver hackerato il sistema di un aereo di un volo della United Airlines in servizio da Chicago. Alla fine della scaletta, al suo arrivo a Syracyuse, Roberts aveva trovato l’Fbi. Dopo un’accurata perquisizione l’uomo era risultato in possesso di un computer e di una chiavetta Usb. Ma non solo, i sistemi di intrattenimento del posto da lui occupato risultavano manomessi.
Climb
In prima battuta la sua storia aveva suscitato molti dubbi. Impossibile secondo tanti “bucare” il sistema di sicurezza di un aereo. Ora però la Cnn, che cita documenti di una Corte federale, rivela come in realtà siano state aperte delle indagini su quest’episodio. Roberts avrebbe spiegato di aver hackerato i sistemi di un aereo tra le 15 e le 20 volte tra il 2011 e il 2014. In un’ occasione l’esperto di cybersicurezza sarebbe riuscito a prendere il controllo del motore di un aereo su cui viaggiava dando al computer di bordo il comando “Clb”, ovvero “climb”, cioè prendere quota.

cd

Il comando è stato eseguito da uno dei motori del velivolo e di conseguenza l’aereo «si è spostato lateralmente durante uno di questi voli», riporta sempre il documento. Roberts ha detto di essere a conoscenza di “falle” nei sistemi informatici di tre modelli Boeing e di un modello Airbus. Inoltre, l’esperto ha hackerato i sistemi di intrattenimento di bordo prodotti dalle compagnie Thales e Panasonic. Lo scorso aprile un rapporto degli investigatori del Government Accountability Office, un’agenzia del governo federale americano, spiegava che centinaia di aerei di linea in tutto il mondo sono a rischio hacker, soprattutto quelli di ultima generazione, poiché i loro computer possono essere violati o messi fuori uso attraverso la rete wi-fi dedicata ai passeggeri.

martaserafini
18 maggio 2015 | 10:20

Ungheria, minacce di morte e una taglia sul gay italiano

La Stampa
tonia mastrobuoni

Andrea perseguitato dai neonazisti: offende i cristiani

cd
«Lavora qui il frocio italiano che ha insozzato la nostra bandiera?». L’immagine trema, il video su Youtube è girato di nascosto, la telecamera è all’altezza dei fianchi. Lui è Gyorgy Gyula Zagyva, un ex parlamentare di Jobbik, il partito xenofobo, antisemita e ultra nazionalista ungherese. L’interlocutore, il capo della sicurezza di una multinazionale americana. Zagvya lo incalza, rivolge insulti irripetibili e omofobi all’«italiano». Continua a chiedere di vedere il «dipendente che offende il popolo cristiano». È l’estate del 2014 e il calvario di Andrea Giuliano è appena cominciato.

Nelle stesse ore, sulle pagine Facebook di organizzazioni neonaziste come quella dei «Motociclisti dal sentimento nazionale» continuano ad arrivare migliaia di messaggi di insulti contro il ligure di 33 anni. Tra di essi «zingaro italiano, puoi correre, ma non ti puoi nascondere», alate riflessioni tipo «mica sarà un caso che abiti nel quartiere ebraico?». Ma anche le prime minacce di morte: «Vedrete che presto passerà a miglior vita». E c’è persino chi suggerisce come: «Ti inchioderemo il pene alla porta di casa». La colpa di Andrea: essere attivista gay in un Paese in cui il partito di estrema destra ormai raccoglie i favori di un ungherese su tre. E aver fatto umorismo sul club ultranazionalista di amanti delle dure ruote.

I «Motociclisti dal sentimento nazionale», guidati da un ex militante di Jobbik, Sandor Jeszenszky, hanno come emblema la bandiera della «Grande Ungheria», quella cancellata dalla storia quasi un secolo fa. Quella dei nostalgici ultra nazionalisti. Quella, per dire, che ingloba anche Trieste. Il loro motto, tanto per non lasciare dubbi sull’atteggiamento nei confronti degli ebrei è «Dai gas!». Peccato che il capo, Jeszenszky, sia stato fotografato anni fa in un locale di lap dance, mentre si esibiva in performance porno con un costume di paillettes - dettagli trascurabili di una solida biografia da persecutore di gay e infedeli e minoranze.

In ogni caso, alla parata per l’orgoglio omosessuale di Budapest dell’anno scorso, Andrea è su un carro e tiene in mano una parodia della bandiera dei motociclisti: al posto della moto stilizzata che la orna, c’è un fallo. È satira, ma per lui è la fine, la sua condanna. Sul sito nel club neonazi compaiono quasi subito la sua foto, il suo indirizzo di casa e quello del suo datore di lavoro. Cominciano a ricoprirlo di insulti e a mandare migliaia di mail al suo capo, chiedendo che licenzi l’italiano, reo di «infangare il Paese e la religione cristiana». Non solo. 

Quando Andrea torna a casa, trova due energumeni che lo stanno aspettando. Lui riesce a scappare, ma da allora cambia casa dieci volte, vive da amici, modifica il suo indirizzo di residenza tre volte, limita i suoi contatti a chi conosce, evita i vicini sul pianerottolo. Non ha pace. E le minacce, nel tempo, peggiorano. Ad un certo punto sul sito di Jeszenszky appare una taglia: 10mila dollari per chi lo ammazza. Una condanna a morte. 

Abbiamo incontrato Andrea in città, in un’associazione di attivisti per i diritti civili, «Aurora». In questi giorni è di nuovo agitato in vista di un’udienza in tribunale che è stata fissata a giugno: è finito perfino sotto processo. Il capo del club dei motociclisti lo ha querelato. Un po’ curioso, il concetto di diffamazione per un’associazione di estrema destra che esibisce cartine dell’Ungheria imperiale e slogan razzisti e antisemiti: «La mia domanda è - sostiene - come ho fatto a infangare il “buon nome” di un’associazione che promuove iniziative dal titolo “Dai gas” che passano provocatoriamente davanti alla sinagoga? E poi: è possibile infangare il “buon nome” di un’associazione che mi ha minacciato di morte?».

Il processo che Andrea ha chiesto contro i suoi persecutori è invece fermo. Il suo avvocato gli ha detto che se resterà bloccato per un altro anno e mezzo, potrà ricorrere alla Corte di Strasburgo. Ma per lui non è una consolazione. «La domanda, ancora una volta, è semplice: è legale quello che hanno fatto loro? No. È legale, quello che ho fatto io? Sì». Già, in uno stato di diritto. Ma l’Ungheria lo è ancora?