mercoledì 20 maggio 2015

Il Solitario di Windows compie 25 anni

La Stampa

Microsoft lo festeggia con due tornei: uno rivolto ai suoi dipendenti e un altro, che inizierà i primi di giugno, aperto a tutti. Ma se volete potete giocare anche subito con noi



Croce per i datori di lavoro e delizia, ma in alcuni casi anche droga, per chi passa la giornata davanti al pc e ha bisogno di qualche pausa per allentare lo stress. Solitaire, il popolarissimo solitario di carte di Microsoft, compie 25 anni. E la compagnia di Redmond ha deciso di festeggiarlo lanciando un paio di tornei: uno rivolto ai suoi dipendenti e un altro, che inizierà i primi di giugno, aperto a chiunque voglia cimentarsi con la versione classica Klondike e le altre varianti FreeCell, Spider, TriPeaks e Pyramid.

Il Solitario ha fatto la sua prima comparsa sul sistema operativo Windows 3.0: era il 1990 e gli utenti del pc, a differenza dei pochissimi che usavano i computer della Apple, non erano abituati all’interfaccia grafica e all’uso del mouse. Proprio per questo Microsoft pensò di equipaggiare i personal computer con il gioco, in grado di far familiarizzare le persone con il click, il doppio click e il drag&drop, che in Solitaire serviva per trascinare le carte sul tappeto verde.

Da strumento pedagogico, il Solitario è presto diventato una moda e una mania, soprattutto negli uffici, dove questo gioco e i suoi simili sono stati spesso incolpati di cali di produttività. Clamoroso è il caso del sindaco di New York Michael Bloomberg, che nel 2006 licenziò un dipendente comunale sorpreso a giocare con il passatempo di Microsoft. Dieci anni prima, nel 1996, la psicologa americana Maressa Orzack aveva aperto la prima clinica al mondo per la dipendenza cronica da pc dopo aver vissuto personalmente una dipendenza dal Solitario.

Dal sui debutto, un quarto di secolo fa, Solitaire ha equipaggiato tutte le versioni di Windows fino alla numero 8, su cui il gioco non è preinstallato ma può comunque essere scaricato. Il programmatore di Microsoft Chris Sells alcuni anni fa definì Solitaire come l’applicazione di Windows più usata nel mondo. Un’affermazione forte, considerando la concorrenza di prodotti come Word ed Excel, Internet Explorer e Outlook.

Un successo planetario, inatteso e sorprendente innanzi tutto per Wes Cherry. Fu lui a ideare Solitaire, nel 1989, da stagista nella società di Bill Gates. L’invenzione però non gli ha portato alcun beneficio economico: come egli stesso ha dichiarato, all’epoca non concordò un pagamento per i diritti d’utilizzo. Avesse pattuito il compenso di un penny per ogni copia di Solitaire distribuita da Microsoft, oggi potrebbe contare su una discreta fortuna. 

I diritti strabici di "Repubblica" Indignata, ma non con Scalfari

Renato Farina - Mar, 19/05/2015 - 16:53

Si aspetta un atto di rinuncia simbolica, ma anche molto pratica, di due grandi firme di Repubblica . Mollino subito i loro diritti acquisiti. Visto che ormai, secondo il Verbo del loro quotidiano, sono un delitto contro i giovani, rinuncino a questa arma letale contro il progresso, e diano un esempio di virtù civiche.

cd
O abbiano il coraggio di dire: me ne frego, però in pubblico.

Parliamo di Eugenio Scalfari e Corrado Augias. Il primo è il fondatore del quotidiano; la domenica dona al popolo un'omelia in stile francescano, densa di precetti salutistici per l'anima, specie quella degli altri. Il secondo tiene la rubrica quotidiana di posta coi lettori, in cui enuncia vigorosi precetti di morale «de sinistra». Oggi il pulpito su cui salgono con intensità ascetica, ospita un altro predicatore.

Tocca ad Antonio Penati, il quale nell'articolo di fondo si lancia in una acrobatica difesa di Renzi. Ritiene giusta la sua decisione di non restituire il malloppo ai pensionati, se non in modica quantità. Penati agita la frusta contro i vecchi, che sacrificano come agnelli i giovani sull'altare dei Diritti Acquisiti.Scrive: «Da più di vent'anni gli interessi dei giovani, di chi lavora, degli imprenditori, sono sacrificati sull'altare dei Diritti Acquisiti. E ogni volta che un governo cerca di contenere la spesa pensionistica, basta invocare i Diritti Acquisiti. E si blocca tutto. Così ha fatto la recente sentenza della Corte costituzionale, dichiarando illegittimo il blocco temporaneo dell'indicizzazione».

Sul tema ha scritto parole definitive su queste colonne Piero Ostellino. Lo ha fatto citando il principio su cui si regge il contratto sociale che fonda lo Stato: «Pacta sunt servanda». Per cui non ci dilunghiamo sul punto. Oltretutto le sentenze, ci pare, anche quelle che si ritengono sbagliate, vanno eseguite. E così avrebbe dovuto fare Renzi. Altro che diritti acquisiti: fanno più male ai giovani, al loro senso della giustizia, i diritti carpiti da parte dei potenti a chi non è in condizione di ribellarsi, com'è la grandissima parte dei pensionati, che non contano niente. Altro che gerontocrazia. Più che altro sperimentano i gerontocomi.

Quel reddito cadenzato è atteso ed è l'unica certezza: sarà pure un diritto acquisito, ma è pure l'unico che hanno, trattarlo come una mostruosità è un vero schifo. Così come è molto comodo rinunciare unilateralmente a un dovere acquisito da parte dello Stato, se vuole essere fedele alla sua essenza.
 Che c'entrano Scalfari e Augias? Se hanno un minimo di coscienza, fischieranno loro le orecchie, così fini nel captare i dolori dell'umanità. E molleranno l'osso per coerenza civica con la morale della casa madre. Essi godono infatti di un meraviglioso Diritto Acquisito, maiuscolo, maiuscolissimo, come vuole Antonio Penati. Duemiladuecento euro al mese di vitalizio parlamentare. Chiedo: avete letto Penati? Non vi fa schifo affamare i giovani?

Il fondatore gode del guiderdone da circa quarant'anni, l'addetto alla posta della casa lo munge come sua personale quota latte da sedici anni. Si noti. Durante il periodo in cui hanno svolto il ruolo da deputato Scalfari, tra il 1968 e il 1972, e da europarlamentare Augias, tra il 1994 e il 1999, hanno anche accumulato, pagati dall'istituto della loro categoria, l'Inpgi, i contributi per rendere più pingue la loro pensione da giornalisti. (Gli unici a non aver usufruito del privilegio risultano essere Gianni Letta e il nostro Paolo Guzzanti).

Secondo Franco Bechis di Libero , Scalfari ha incassato negli anni un assegnone superiore ai 908mila euro. Per Augias l'aritmetica parla di un diritto acquisito che finora gli ha fruttato 360mila euro circa. Interrogato sulla faccenda da Daria Bignardi ha risposto, a proposito di queste elargizioni di Pantalone: «Fanno comodo». Si ravveda, o almeno adotti un paio di pensionati poveri. E non scelga Scalfari, per favore.

Pd, Alessandra Moretti: "Gli anziani ospitino gli immigrati nelle loro case"

Mario Valenza - Mar, 19/05/2015 - 17:55

Il piano anti-immigrati della Moretti in Veneto: "Potrebbero ospitarli i pensionati". Ma a casa sua non li vuole


"Un anziano che vive da solo potrebbe ospitare un profugo, così arrotonda la pensione con 35 euro al giorno". Alessandra Moretti spalanca le porte dei pensionati agli immigrati.
cd
Durante il suo tour elettorale in vista delle Regionali del 31 maggio, la candidata democratica, in un'intervista a "AlterEgo" con David Parenzo per Corriere.tv, parla di immigrazione: "Ospitare un profugo a casa mia mi pare paradossale, ma un pensionato che ha un assegno esiguo potrebbe arrotondare ospitando un profugo a casa sua. Circa 35 euro al giorno sono una buona cifra per chi ospita nella propria casa un immigrato".

Insomma la Moretti a casa sua non vuole nessuno, ma in quelle dei pensionati invece spedirebbe i profughi. La candidata potrebbe dare l'esempio ospitandone uno a casa sua, ma a quanto pare preferisce indirizzarli da qualche altra parte. E probabilmente sul piano immigrazione per la Regione Veneto la Moretti si gioca la partita decisiva per il voto di fine maggio. Luca Zaia, governatore uscente del Veneto e candidato del Carroccio, ha già fatto sapere che non vuole altri immigrati sul territorio. La Moretti invece li vuole nelle case dei pensionati.

Eataly nella bufera: in vendita prodotti scaduti da diversi mesi

Ivan Francese - Mar, 19/05/2015 - 15:55

Le scuse della responsabile sviluppo: "Non capiamo come sia successo, facciamo controlli maniacali". Ma non sarebbe la prima volta che succede

cd
Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Eataly, la catena di supermercati supercostosi ideata di Oscar Farinetti. Posti dove la qualità del prodotto è di casa, dove insieme al cibo il cliente acquista una filosofia, un'esperienza, un'emozione.
Peccato che, molto prosaicamente, tra gli scaffali del tempio del cibo radical-chic siano stasti infilati anche prodotti scaduti da tempo, in un caso anche da sei mesi.

 È successo a Genova, dove un cronista del Fatto Quotidiano ha trovato nel negozio di Eataly diverse bottiglie di olio scadute addirittura il 28 novembre 2014. Come non bastasse, a pochi metri di distanza facevano bella mostra di sé alcune bottiglie di birra scadute il 12 maggio. In grave imbarazzo, Eataly ha tentato di metterci una pezza: "Non capiamo come sia successo, i nostri prodotti subiscono controlli maniacali - spiega la responsabile Sviluppo Italia Michela Quaranta - Vigileremo ancora più attentamente". Al netto delle scuse, però, la domanda rimane: in quanti hanno acquistato e consumato prodotti scaduti?

Mistero. E il caso non è isolato: a Bari, poco prima di Natale, un cliente aveva trovato nel locale negozio di Eataly una bottiglia d'olio pugliese scaduta da una decina di giorni. E se errare è umano, perseverare...

Il pugno duro del sindaco di Nizza: “Non voglio migranti qui e dico no alle quote della Ue”

La Stampa
leonardo martinelli

Il primo cittadino dell’Ump è inflessibile: «Non diventeremo un’altra Calais»

cd
Non era mai capitato che Christian Estrosi, sindaco di Nizza, uno dei fedelissimi di Nicolas Sarkozy, si ritrovasse d’accordo con Manuel Valls, il premier francese, socialista. Destra e sinistra insieme. Ci voleva il dramma dei migranti. « Sono d’accordo con il primo ministro quando si oppone alle quote di immigrati che l’Europa vuole imporre a ogni paese e anche alla Francia ». Estrosi, 59 anni, uno dei politici dell’Ump, il partito neogollista, più popolari, adorato nella sua città, sta affrontando l’aumento massiccio di clandestini che arrivano dal vicino confine con l’Italia.

Come state gestendo l’emergenza?
«Facciamo di tutto perché i migranti non rimangano qui. La mia Nizza non è mai diventata come Calais, la città del Nord, dove si ammassano i migranti che vogliono passare in Inghilterra. E non lo diventerà».

Cosa fate nel concreto?
«Da anni abbiamo predisposto un sistema di videocamere per controllare la sicurezza. Poi ho firmato decreti di vario tipo, per proibire i bivacchi per strada. Appena provano a stendere materassi per terra, le guardie municipali intervengono. Proibito fare elemosina a Nizza. In ogni caso la maggior parte di questi immigrati vogliono solo una cosa: prendere un treno per raggiungere un paese dell’Europa del Nord. Qui neanche ci vogliono restare. E non ci devono restare».

Che cosa prova nei confronti di questa gente?
«Tanta pena, sono povere persone infelici, umanamente capisco la loro disperazione. Ma qui non possono rimanere. Neanche in Francia in generale. Non abbiamo i mezzi per accoglierli. La disoccupazione è ancora molto alta. E poi siamo stati anche troppo generosi».

In che senso ?
«Tre mesi dopo il suo arrivo in Francia, un clandestino comincia ad avere diritto a una copertura al 100% delle sue spese mediche, che la maggior parte dei contribuenti francesi non ha. Ma le sembra normale? Poi, in ogni caso, non è la strada da percorrere. Questa gente va aiutata nei paesi di origine. E alla fine su questo tipo di solidarietà l’Europa e la Francia stanno già facendo tanto».

Se un numero crescente di immigrati sta arrivando in Costa Azzurra negli ultimi giorni, secondo lei è colpa delle forze dell’ordine italiane che li fanno passare?
«È colpa dell’Europa che non fa bene il suo lavoro di coordinamento. Non ce l’ho con gli italiani».

Ritorniamo a Valls e alle quote. Allora, siete sulla stessa lunghezza d’onda?
«Sì, assolutamente. Nei giorni scorsi siamo andati insieme al confine con l’Italia. Sono d’accordo con lui, mi oppongo alle quote che vuole introdurre l’Europa. Anche se poi il premier aggiunge che sarebbe favorevole a una ripartizione dei richiedenti il diritto d’asilo, se non di tutti i nuovi immigrati che stanno arrivando. Sono poco chiari al governo, come al solito. Contraddittori».

Sul diritto d’asilo esiste un progetto di legge adesso dibattuto al Senato, che dovrebbe rendere la normativa più severa in Francia. Lei è d’accordo?
«Certamente. E voglio che si scenda da 24 mesi a sei in media perché queste persone abbiano una risposta. Ogni mese in più di attesa costa alla Francia 15,1 milioni di euro».

Alla fine dell’anno si presenterà come candidato alle elezioni per il posto di presidente della regione Provenza-Costa Azzurra, dove il Front National ha sempre più consensi. Come candidata dell’Fn dovrebbe farsi avanti Marion Maréchal Le Pen, la nipote di Jean-Marie. Non è che sta adeguando il suo discorso sull’immigrazione su quello del Front National?
«Non adeguo le mie idee su quelle di nessuno, tanto meno su quelle dei Le Pen. Ci mancherebbe altro. Poi la Maréchal Le Pen è ancora indecisa. Che già è un atteggiamento strano».

L’Ump è pieno di politici usciti dalle « grandes écoles » francesi. Lei, invece, non ha neanche la maturità ed è un ex campione di motociclismo. Però è molto popolare, spesso molto di più di questi suoi colleghi superdiplomati...
«La ricetta per fare bene la politica è semplice : bisogna credere in quello che si fa. E amare gli altri. Quando vado in giro per Nizza, io ascolto la gente, anche quella che non mi ha votato. La rispetto. Io amo la gente. Tutto lì».

Figli di FN

La Stampa
massimo gramellini

Centoventimila euro di multe. Anche a prenderne una al giorno, quanti anni di coscienzioso menefreghismo ci vogliono per metterle insieme? E quale sorgente inesauribile di punti zampillava dalla patente di chi ha continuato, sbadato e imperterrito, a collezionare contravvenzioni? Qui si narrano le gesta dei figli neanche più giovanissimi del presidente delle Ferrovie Nord (FN) di Milano, a cui il babbo aveva dato in uso due auto blu decisamente indisciplinate. Uno dei tanti agi che il satrapo dei pendolari divideva con i suoi cari. Dai telefoni all’abbigliamento, dalla pay-tv alle scommesse sportive. Possibile che nessuno si fosse accorto di niente?

Cercheranno di farcelo credere, ma sarà ben esistito un ragioniere che saldava gli estratti conto, un revisore addetto ai controlli, un amministratore che per mestiere avrebbe dovuto dare uno sguardo ai bilanci e invece soffriva di temporanea cecità. Esistevano, ovviamente. Però nessuno ha parlato perché nessuno si è stupito né tantomeno scandalizzato. Perché a tutti appare scontato che, in questa sorta di neofeudalesimo, sopra gli accampamenti dei miserabili si ergano i castelli dei signorotti a cui tutto è concesso e dovuto, compresa la libertà di usare le cose degli altri come proprie e di trasformare il potere da responsabilità a privilegio.

Centoventimila euro. Qualcuno mi spieghi con quale animo stamattina migliaia di italiani andranno a pagare la loro piccola multa dolorosa e solitaria, consapevoli che in Italia a fare il proprio dovere non si passa per onesti, ma per falliti. 

Retata contro gli hacker di Expo in tre Regioni

La Stampa

Perquisizioni e arresti contro i responsabili degli attacchi ai siti istituzionali dell’Esposizione Universale rivendicati da Anonymous

cd
La Polizia di Stato sta eseguendo a Torino, Sondrio, Livorno e Pisa perquisizioni e arresti nei confronti di un’organizzazione di hacker responsabile di attacchi contro sistemi informatici di infrastrutture nazionali e siti istituzionali: l’ultimo bersaglio i sistemi informatici di Expo 2015.

All’opera gli agenti della Polizia postale e delle comunicazioni del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic), nell’ambito dell’operazione denominata “Unmask” coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma. 

Fermate dalla Polizia, dice all’Adnkronos il responsabile del Cnaipic Ivano Gabrielli, «due persone che cercavamo da tempo, di spessore internazionale» accusate di essere all’origine di «una serie di campagne di intervento via web, anche sotto le insegne di «Anonymous». Tra queste, l’iniziativa “Antimilitarist 2” e le incursioni contro il sito e la biglietteria di Expo 2015». I due sono sospettati di essere tra i responsabili «dell’oscuramento di diversi portali web istituzionali, tra cui alcuni ministeri, e dell’estrazione di dati sensibili. Sono state effettuate diverse perquisizioni, ora vedremo i riscontri». 

Su Mad Men la vera storia dello spot di Coca Cola

La Stampa
paolo mastrolilli

Torna alla ribalta l’immagine della prima pubblicità della celebre bibita, e in America tutti ne parlano. Il motivo? È ricomparsa nell’ultima puntata della serie televisiva americana “Mad Men”.

cd
Chiunque fosse vivo negli anni Settanta se lo ricorda: lo spot pubblicitario della Coca Cola, in cui decine di giovani di tutte le razze cantavano “in perfetta armonia”, spiegando come condividere una bottiglietta di soda poteva cambiare il mondo. Quell’immagine è tornata adesso alla ribalta, e tutti ne parlano, perché è ricomparsa nell’ultima puntata della serie televisiva americana “Mad Men”. Quindi i media sono corsi a scoprire e rivelare i misteri di uno degli spot più famosi e fortunati di sempre.

Nell’ultima puntata di “Mad Men” (smetta di leggere qui chi non l’ha vista e non vuole farsi rovinare il finale), Don Draper ha una illuminazione. E’ seduto all’aperto durante una sessione di meditazione, e sorride. Poco dopo scattano le immagini del famoso spot. In sostanza si intuisce che il grande pubblicitario sta superando le sue crisi esistenziali che lo hanno ridotto in solitudine, e vede il futuro. Quel sorriso nasce dal fatto di aver immaginato il famoso spot della Coca Cola, in cui persone di razze diverse cantando di un mondo in armonia, che lo porterà a chiudere l’esperienza degli anni sessanta ed entrare trionfalmente nella nuova decade.

Questo ha attirato l’attenzione sulla vera storia di quello spot, che i media americani hanno riscoperto. Il video era stato pensato da Bill Backer della McCann Erickson, dopo che l’aereo su cui volava era stato costretto ad uno scalo imprevisto in Irlanda. I passeggeri si erano molto arrabbiati, anche perché l’aeroporto era piccolo e non in grado di ospitarli, ma poi si erano riconciliati scambiandosi delle bottiglie di Coca Cola calda. Una lampadina si era accesa nella testa di Bill, che sopra un tovagliolino di carta si era appuntato l’idea: voglio offrire al mondo una Coca Cola. Lo spot era stato girato su una collina vicino Roma, al prezzo esorbitante per l’epoca di 250.000 dollari, ed era diventato un successo istantaneo.

Interrogato dai media americani, però. Backer ha deluso tutti: “Io non ero Don Draper. Ho smesso di guardare “Mad Men” dopo i primi due anni, perché non mi riconoscevo minimamente nei suoi personaggi e nei valori dello show. I miei peccati, ammesso che ne abbia commessi, li ho dimenticati”:

Richieste di residenza in attesa da anni, un’italiana guida la protesta contro l’Australia

La Stampa
marina freri

Ilaria De Fusco, trentacinque anni, ha aperto un gruppo su Facebook per raccogliere le storie di chi come lei aspetta ancora una risposta, nonostante i 15 mila dollari versati

cd
Nelle stanze del Dipartimento dell’Immigrazione australiana ci sono migliaia di richieste di residenza permanente che prendono polvere e scoloriscono. Con loro, invecchiano anche i lavoratori stranieri qualificati che le hanno inoltrate ormai anni fa, pagando anche quindici mila dollari per far sì che con l’aiuto di professionisti dell’immigrazione quei faldoni fossero prontamente valutati. 

Ma un sistema introdotto nel 2009, che aggiudica un ordine di priorità alle richieste pervenute a discrezione del Ministro dell’Immigrazione, ha spinto le loro pratiche in coda, lasciandoli in un limbo che dura, per molti, da anni. Tra le carte che attendono di essere sfogliate ci sono anche quelle per la richiesta di residenza di Ilaria De Fusco, trentacinque anni, marketing manager per uno studio commercialista a Sydney.

Nata a Milano, Ilaria ha però passato oltre un terzo della sua vita in Australia dove si è trasferita quindici anni fa e dove ha iniziato e completato gli studi universitari. «È un problema perché non posso pianificare la mia vita. Se vogliamo comprare una casa, ci sono dei problemi per il mutuo. Se volessimo mettere su famiglia, non avremmo accesso agli stessi incentivi di un residente pur pagando le stesse tasse», ha raccontato a La Stampa. «Ma ci sono problemi addirittura per un telefonino con contratto, devo comprare per forza una prepagata».

Il sistema d’immigrazione australiano premia chi ha competenze di cui il mercato del lavoro necessita. Altri, pur avendo un profilo professionale definito ma che non rientra sulla lista d’occupazioni maggiormente richieste, possono andare in contro ad anni d’attesa.Lavorano in regola e pagano le tasse, ma non possono fare progetti a lungo termine perché potrebbero essere invitati a lasciare il paese nel giro di ventotto giorni, nel caso in cui arrivi una risposta negativa. 

La storia di Ilaria rimbalza sui media australiani da quando è stato notato un gruppo da lei attivato su Facebook per cercare di raccogliere le storie di altri nella sua stessa situazione e sollecitare il governo ad occuparsi dei loro casi. «Come me, ci sono lavoratori inglesi, indiani e del Bangladesh. Ogni volta che dobbiamo uscire dal paese dobbiamo richiedere un permesso e pagare. La situazione diventa tragica in casi d’emergenza», spiega. «All’Italia ci penso, ma dopo quindici anni qui, dopo aver speso 15mila dollari solo per il visto senza contare quanto ho pagato per l’università, non me ne vado senza risposte». Tuttavia, la risposta ufficiale del ministero dell’immigrazione, che La Stampa ha potuto visionare, a una lettera inviata da Ilaria rimane però vaga.

«Capisco che l’attesa per l’esito di un visto crei un senso di frustrazione, ma il governo australiano è obbligato a seguire un ordine di priorità stabilito dal Ministro», scrive un portavoce dell’assistente ministro all’immigrazione Michaelia Cash. Il funzionario conclude poi allegando informazioni su come Ilaria potrebbe, se volesse, provare a rifare tutto da capo chiedendo un nuovo visto. «È giusto?» chiede Ilaria. La risposta, si teme, tarderà ad arrivare. 

Se in Africa smartphone e Web fanno correre l’economia

La Stampa
beniamino pagliaro

Entro il 2025 avranno accesso a Internet 5 miliardi di persone. Il Pil della maggioranza dei Paesi subsahariani salirà del 3%

cd
C’è un’altra storia da raccontare quando pensiamo all’Africa, all’Asia, alla superata idea del «resto del mondo» che non è più lontano ma sembra ancora complicato. Milioni di giovani africani sognano l’Europa, centinaia di migliaia partono, migliaia muoiono nel Mediterraneo. Ma c’è dell’altro. È la storia di un’opportunità. Due fattori promettono uno sviluppo esponenziale: la crescita demografica e il digitale. Internet è una verità, e la storia da raccontare è quella del prossimo miliardo di persone che sarà online.

Oggi la popolazione connessa è di oltre tre miliardi di persone: nel 2025 sarà di cinque miliardi, secondo le stime presentate a Londra alla prima conferenza organizzata in Europa dal sito web di informazione economica Quartz. L’arrivo della tecnologia è dirompente come potrebbe essere nella vecchia Europa, ma senza le sovrastrutture e gli interessi delle vecchie industrie da difendere. Si coltiva su terreni fertili. In Africa oggi meno di una persona su dieci ha accesso a una linea telefonica fissa, ma otto su dieci hanno un telefono cellulare, e il 30% degli utenti usa il telefono per fare pagamenti. Il cambiamento è veloce. Quattro su cinque delle maggiori economie al mondo tra dieci anni saranno in Asia, e il prodotto interno lordo di 30 su 45 Stati africani cresce più del 3%.



Mercati a confronto
Le società diventano informate partendo quasi da zero, e non sempre il salto è consapevole. Una ricerca condotta in Indonesia ha rivelato un problema di percezione: molti usano Facebook e pensano di usare Internet. Oppure pensano che Facebook sia Internet. Può essere la dimostrazione del successo del progetto Internet.org lanciato nel 2013 dal fondatore del social media, Mark Zuckerberg, per portare la Rete nelle parti non connesse del mondo. Spiegare il potenziale di uno smartphone è però fondamentale, ha ricordato ieri il direttore esecutivo di Mozilla, Mark Surman. Definire le funzioni di un dispositivo è il punto chiave: oggi un telefono può essere considerato banalmente una piccola televisione o invece un potente ufficio mobile.

C’è anche, ovviamente, la questione dei monopoli. Oggi negli Stati Uniti i dispositivi sono quasi equamente divisi tra i sistemi operativi di Google, Apple e pochi altri. Ma in India Google Android ha il 91% del mercato. Non tutti i Paesi corrono ugualmente: se in India nei prossimi tre anni dovrebbero essere comprati 700 milioni di smartphone, in Cina il mercato è più avanti, e quasi saturo. Le imprese digitali vivono sulla scalabilità: i margini arrivano dai grandi numeri e dal software. Ma dalle diversità locali si può anche imparare. Per servire i clienti di Nairobi, in Kenya, Uber ha inserito nell’app un navigatore che riconosce la posizione delle persone anche in luoghi che non hanno il civilizzato numero civico. L’innovazione è stata poi utile anche per gli utenti occidentali.

Il digital divide
Il digital che divide c’è ancora. Oggi in Africa ha accesso a Internet il 26,5% della popolazione: in futuro la differenza per gli utenti sarà principalmente sul video. Chi avrà una connessione 3G o superiore potrà guardare contenuti video, gli altri dovranno aspettare. L’espansione dovrà però anche calmierare il prezzo della Rete per l’utente: oggi nelle Filippine una connessione dati può costare il 10% dello stipendio medio. Ma il pubblico cresce, e infatti la sola pubblicità per mobile nei Paesi emergenti raggiungerà i 330 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, secondo le stime della società di analisi Jana. Il mondo corre, e il paradosso è che la parte più sviluppata guarda il cambiamento con un po’ di malcelata ansia. Ma la connessione è già in corso, e questa volta è ancora più veloce.

Cyber antiquariato per salvare il pianeta Internet dalla distruzione

La Stampa
gianluca nicoletti

L' ipotesi fantasiosa di una paradossale decrescita felice delle protesi informatiche. Di fronte alla minaccia del tracollo della rete  per assurdo dovremo  riesumare i vecchi computer e software che consumavano molto meno



Internet sta per scoppiare? Non so se la questione sia posta correttamente in questi termini, ma anche senza avere il necessario bagaglio di competenze tecnologiche viene da pensare che potrebbe accadere che un giorno anche il sovraccarico di dati digitali potrebbe creare dei problemi di spazio. Siamo sempre più connessi e sempre più avidi di scaricare, fruire e condividere immagini musica e filmati, anche se immaginiamo che si tratti di prodotti leggerissimi, soprattutto paragonandoli ai supporti fisici che precedentemente usavamo per contenerli e conservarli, hanno comunque il loro bel “peso digitale”. 

E’ difficile valutarne l’entità in maniera empirica, ma ognuno di noi può immaginare che per ogni file di gattino scherzoso che vediamo in Facebook occorrono macchine per produrlo, macchine per rendercelo fruibile, macchine per trasferirlo, macchine per conservarlo. Questo comporta energia elettrica per alimentare i server, per raffreddarli, per mantenere l’infrastruttura. Quindi edifici che contengano le server farm, cavi che trasferiscano i dati ecc. 

Alla fine la transumanza digitale dall’ atomo al bit, che esattamente venti anni fa profetizzò Negroponte nel suo “Being Digital”, non era certo un viaggio senza ritorno. Soltanto ora cominciamo a sentire i primi scricchiolii che provoca l’immane pesantezza dell’ombra digitale che ogni giorno si allarga di più, grazie alla nostra incessante attività di accarezzamento di protesi elettroniche. Presto dovremo cominciare a preoccuparci del suo incombere,  molto di più di quanto ci abbia appassionato il buco nell’ozono.

Per questo motivo si sono dati convegno alla Royal Society di Londra un gruppo d’insigni ricercatori, proprio per capire come porsi di fronte al problema dello spazio della rete che non è infinito. Poche settimane prima un gruppo di ricerca dell’università di Aston aveva addirittura  previsto che Internet sarebbe tracollato nel 2023. Dall’incontro alla Royal Society sono emerse alcune delle possibili criticità.

Uno dei relatori, l’ingegnere Jean-René Essiambre, ha presentato una ricerca in cui dimostra che tra cinque anni le attuali fibre ottiche saranno sottodimensionati per il volume di dati che potrebbero trasportare.Soprattutto è la consuetudine sempre crescente per i servizi in streaming che sta facendo aumentare il traffico, le infrastrutture per poter canalizzare la valanga di dati in transito devono aumentare concretamente i cavi, naturalmente sono allo studio sistemi per aumentare la portata delle stesse fibre ottiche che al momento sono spremute al massimo della loro portata. 

L’indispensabile potenziamento strutturale comporterà che il costo delle connessioni non potrà che aumentare, quindi sembrerebbe sempre più utopico il futuro di una grande e potente internet aperta e gratuita per tutti, considerata un diritto inalienabile per ogni essere umana pari a quello di essere libero di pensare di essere nutrito, di avere un’istruzione.

Nessuno ci dice ancora apertamente che anche le risorse di internet andranno usate con parsimonia, ma non è del tutto peregrino immaginare un possibile nuovo movimento cyber ambientalista per la salvaguardia dell’ambiente digitale.In nome di una nuova declinazione di decrescita felice potrebbe essere considerata molto politicamente corretta la pratica del retrocomputing, che per assurdo potrebbe sostenere la necessità di riesumare le vecchie macchine ante bug, quelle che usavamo nel passato millennio. L’archeologia informatica riporterebbe quindi  anche in vita quegli antichi sistemi operativi, che consumavano di gran lunga  meno dati digitali degli attuali.
 
Di certo sarebbe una svolta minimal quanto tristerrima di tutto il mercato dei prodotti digitali. Il video ce lo dovremo dimenticare, al massimo qualche gif animata, ci dovremo accontentare di musica in streaming via RealAudio 1.0. In nome del nuovo credo eco vintage questo testo andrebbe quindi scritto nel mitico WordStar, che usavo alla fine degli anni 80, per chiuderlo e salvarlo avrei dovuto fare Ctrl+K X, ma almeno tutto quanta la pagina avrebbe un peso digitale minore di una parola scritta  in Word 2013 e l’apocalisse d’ internet sarebbe per lo meno posticipata.