giovedì 21 maggio 2015

Studente africano minorenne stacca il crocifisso dal muro e lo mette fuori dalla finestra

Ivan Francese - Gio, 21/05/2015 - 16:07

Scandalo a scuola a Vigevano: uno studente è stato sospeso per venti giorni. Non è chiaro se il gesto sia stato motivato dall'odio religioso. Il preside: "Massima severità"

Un gesto sgradevole, a metà tra la bravata e un brutto atto di disprezzo per i simboli religiosi della Fede altrui.

cd
A vigevano uno studente nordafricano minorenne è stato sospeso per venti giorni dopo aver rimosso il crocifisso appeso in aula e averlo appeso fuori dalla finetra. Un alunno dell'istituto "Caramuel" è stato così sanzionato dopo essersi presentato in classe con chiodi e martello per staccare il simbolo sacro dal muro e ricollocarlo fuori dalla finestra. "Abbiamo voluto dare un segnale forte - è l’unico commento del dirigente scolastico Matteo Loria - perché vogliamo che episodi del genere non abbiano più a ripetersi".

Sul caso è intervenuto anche l'ex vicesindaco di Milano Riccardo De Corato che ha deplorato l'accaduto biasimando il comportamento del giovane: "Ecco l'integrazione che il centrosinistra dice di vedere: uno studente nordafricano è stato sospeso da scuola perché ha staccato il crocefisso dal muro per appenderlo fuori dalla finestra. Questo è il rispetto che gli immigrati dimostrano per il nostro Paese, le nostre tradizioni e la nostra religione. Presenterò un'interrogazione in Regione."

Curiosamente, nello stesso istituto è stato sospeso per 40 giorni anche un altro studente, quindicenne, che ha iscritto un'insegnante, a sua insaputa, in un gruppo di WhatsApp in cui sarebbero avvenuti ripetuti scambi di materiale pedopornografico. Sull'accaduto è stata aperta un'indagine da parte della polizia.

Volevano stanza privata, immigrati musulmani rifiutano l'accoglienza

Ivan Francese - Gio, 21/05/2015 - 12:35

Polemica in Veneto: marito e moglie nordafricani rifiutano la struttura di accoglienza: "Vogliamo una stanza tutta per noi". E ottengono il trasferimento

cd
Volevano una stanza tutta per loro, ma nella struttura di accoglienza profughi non c'era modo di accontentare tutte le richieste dei singoli immigrati. Così una coppia di musulmani ha dovuto abbandonare il paese di Martellago, nel Veneziano, per dirigersi verso un altro centro di accoglienza, a Chioggia.
Come riferisce Il Gazzettino, era martedì sera quando a Martellago sono arrivati dieci profughi nigeriani, sistemati in un appartamento al pian terreno di una palazzina, affittato e arredato da un'associazione di volontariato.

Due ospiti musulmani, però, hanno rifiutato l'accoglienza, insistendo a non volere portare dentro le valigie, tanto da costringere gli operatori a sollecitare l'intervento delle forze dell'ordine, che sono dovute accorrere dalla Questura. Alla fine non c'è stato verso di convincere i due islamici, che hanno ottenuto il trasferimento a Chioggia. Gli altri otto invece sono rimasti a Martellago, dove ora pare che siano soddisfatti della propria sistemazione.

Formighini

La Stampa
massimo gramellini

La disavventura aeroportuale di colui che fu Formigoni sta deliziando senza tregua i sadici frequentatori della Rete. Nel video, ripreso a Fiumicino da un solerte passeggero, il senatore di Aviazione e Liberazione attinge alla sua esperienza di attaccabrighe televisivo per esprimere al funzionario Alitalia tutto il suo disappunto per il fatto che l’ultimo aereo per Milano abbia avuto l’ardire di non aspettarlo. 

Il commovente episodio rivela l’antichità del protagonista. Formigoni non si rende conto che, nell’era dei telefonini, nulla di pubblico può restare impunito, e infatti i giovani scafati alla Renzi parlano ormai tutti con la mano sulla bocca come i calciatori. Non si rende nemmeno conto di essersi sempre spacciato per cattolico presso i suoi incomprensibili elettori e inanella insulti da fare impallidire un cine-panettone. Poi non si rende conto che, nonostante da qualche tempo abbia attenuato le smargiassate in tv e le tonalità delle camicie, rimane uno dei simboli più detestati della Casta, per cui termina lo sproloquio con una sfumatura di arroganza: del genere «lei non sa chi ero io».

Ecco, soprattutto non si rende conto che ormai non è più nessuno. Lo dimostra la reazione dell’Alitalia (da lui definita, con linguaggio da Crociato, compagnia «italo-araba») che con malcelato fastidio ha emesso un breve comunicato per sbugiardare Formighini come fosse un insetto molesto ma in fondo innocuo. Se fosse stato ancora Formigoni, gli avrebbero regalato un aereo o almeno una divisa da steward.

Vietnam, Nixon tentò di sabotare i colloqui di pace

Raffaello Binelli - Gio, 21/05/2015 - 16:15

Nel 1968 il repubblicano voleva evitare a tutti i costi che l'accordo di pace portasse un vantaggio politico ai democratici

cd
Forse la storia andrà riscritta. Richard Nixon, infatti, avrebbe tentato di sabotare i colloqui di pace in Vietnam. Si tratta di qualcosa di più di un sospetto: il dettaglio, di non poco conto, emerge dalle carte segrete del presidente del Watergate, trovate negli scaffali della sua biblioteca presidenziale e ora rese pubbliche.

Ma cosa dimostrerebbero i documenti? Prima delle presidenziali del 1968 il candidato repubblicano aveva un obiettivo ben preciso: negare al suo avversario democratico, Hubert Humphrey, il vantaggio politico di un accordo in Vietnam, che sarebbe stato visto come un successo del presidente uscente, il democratico Lyndon Johnson. E proprio per questo motivo bisognava fare di tutto per scongiurare l'accordo.

In un memo scritto a Nixon dal suo assistente personale si scopre ora che un emissario dei repubblicani parlava regolarmente col governo sud vietnamita invitandolo a rinviare ogni velleità di accordo col Vietnam del Nord. Con Nixon alla Casa Bianca - era la promessa - avrebbero potuto strappare un’intesa molto migliore.

Mogli, fratelli e cugini: il vitalizio è di famiglia

Gian Maria De Francesco Giuseppe Marino - Gio, 21/05/2015 - 08:14

La suocera di Veltroni, la figlia di Cossutta, il parente stretto di Crocetta. Va avanti l'inchiesta del "Giornale" sui vitalizi

cd
Roma - «Aggiungi un posto a tavola ché c'è un parente in più, se sposti un po' la seggiola stai comodo anche tu». Garinei e Giovannini forse l'avrebbero scritta in questo modo se avessero saputo che, con il passare degli anni, Palazzo Madama (e anche la Camera) si sarebbe trasformato in un buen retiro per fratelli, cugini, figli e suocere. Perché il potere ha anche un tratto ereditario e, pur essendo l'Italia una repubblica, c'è sempre qualche cinghia di trasmissione che consente di estendere ai consanguinei (biologici o acquisiti) qualche benefit.

Scorrendo l'elenco dei vitalizi erogati dal Senato, infatti, si scopre che dal 1992 al 2001 ha transitato sui banchi di Palazzo Madama Franca D'Alessandro Prisco. Si tratta della suocera di Walter Veltroni. Ex assessore nelle giunte comuniste del Comune di Roma con i sindaci Argan, Petroselli e Vetere, Franca D'Alessandro, moglie di Massimo Prisco, direttore della federazione statali della Cgil, compì il grande salto sulla scena nazionale. Nei quattordici anni trascorsi dal termine della propria esperienza al Senato, ha accumulato circa 770mila euro di vitalizi a fronte di una contribuzione di 238mila euro per uno sbilancio complessivo di 531mila euro circa.

Una cifra leggermente inferiore a quella di Salvatore Crocetta (-586mila di «buco» previdenziale), fratello dell'attuale governatore siculo Rosario. Salvatore è un comunista vero e, dopo la Bolognina, se ne va con Rifondazione. Ma per quanto abbia avuto i suoi cinque minuti di visibilità con tre legislature da senatore, è a Rosario che è riuscito il colpo grosso di fare il sindaco del paese natio, Gela, e poi il potentissimo presidente (tra un rimpasto e l'altro) della Regione Sicilia.

Ecco, la Sicilia appunto. Una terra nella quale i valori familiari sono sempre al primo posto. Basta spostarsi dalla siracusana Gela alla catanese Paternò per incontrare un'altra famiglia importante: quella dei La Russa. Tutti conoscono il simpaticissimo e focoso Ignazio, avvocato fondatore di An, ex ministro della Difesa con il Pdl e oggi difensore dei valori della Destra in Fratelli d'Italia. Un po' meno noto al grande pubblico è il fatto che la famiglia La Russa abbia la politica nel sangue. Il padre di Ignazio era senatore dell'Msi, il fratello è stato invece senatore della Dc prima e del Ccd di Casini poi. Dal '96 non è più parlamentare e così lo sbilancio della posizione è salito a circa 700mila euro.

Non è un caso isolato. Prendiamo, ad esempio, Francesco Covello. Calabrese di Castrovillari, moroteo, ha seguito tutto il cursus honorum : consigliere comunale, assessore provinciale, consigliere regionale, amministratore unico delle Ferrovie della Calabria e, infine, senatore (-659mila euro). Poteva uscire di scena come un uomo qualunque? Certo che no! La figlia Stefania oggi è parlamentare Pd ed è componente della segreteria del partito di Matteo Renzi con delega ai fondi europei. Non è l'unica figlia d'arte: è accaduto a Maura Cossutta, figlia del rigoroso filosovietico Armando (-27.400 euro). È successo anche a Balda Di Vittorio, figlia del leader storico della Cgil e scomparsa all'inizio di quest'anno.

La citazione non è casuale. Laddove il nome non sia garanzia di successo e di continuità della tradizione, spesso è venuto in soccorso proprio il ruolo svolto nella rappresentanza degli interessi delle «masse operaie». Il sindacato ha così traslato a Palazzo Madama figure importanti. L'ultimo in ordine di tempo è stato Franco Marini, ex numero uno della Cisl che, avendo terminato l'esperienza due anni fa, è ancora in attivo per quanto riguarda la posizione contributiva. In passivo (-256mila euro), invece, è già Antonio Pizzinato, il successore di Luciano Lama alla guida del sindacato di Via Po: un comunista duro e puro, educato a Mosca.

In passivo anche Giorgio Benvenuto (-192mila euro) che con lo stesso Lama e Pierre Carniti (-378mila euro, la sua scheda è stata pubblicata lunedì) faceva tremare governi e Confindustria tra gli anni '70 e '80. Talvolta vale pure il processo inverso: un brand è talmente forte che lo si può anche declinare in politica. Ne sa qualcosa Luigi Biscardi (-531mila euro), al Senato dal 1992 al 2001 con il Pds-Ds. È il fratello del famosissimo Aldo, quello del Processo del lunedì . Entrambi avevano il cuore a sinistra da giovani. L'Aldo nazionale passò da Paese Sera al Tg3 in un sol colpo. Anche il partito aveva bisogno di uno sgub .

Brindisi, arrestato il prete pedofilo smascherato dalle Iene. “Il vescovo disse di non denunciarlo”

La Stampa

Don Giampiero Peschiulli, 73 anni, avrebbe molestato ragazzini fin dal 2002

cd
Abusi sessuali su minorenni compiuti approfittando «dell’autorità morale e religiosa connessa all’essere il parroco». È l’accusa contestata a don Giampiero Peschiulli, 73 anni, originario di Carbonia ma residente da anni a Brindisi, arrestato e posto ai domiciliari dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare richiesta dal pm Giuseppe De Nozza e disposta dal gip Tea Verderosa. Il sacerdote prestava la sua opera in una chiesetta del centro città, la parrocchia Santa Lucia.

Dagli atti emergono anni di molestie nei confronti di ragazzini, anche minori di quattordici anni, rimasti nel silenzio fino alla denuncia anonima giunta nella redazione della trasmissione televisiva le Iene e alla visita dell’inviato Giulio Golia, nel settembre dello scorso anno e alla messa in onda di un filmato che fece scoppiare il caso del cosiddetto «prete pomicione». 

Tre attori, due dei quali avevano finto di essere minorenni, si erano recati a trovarlo, in chiesa, ed erano stati fatti oggetto di attenzioni particolari. Poi l’incursione di Golia e la reazione del sacerdote che si era barricato all’interno del luogo sacro e aveva chiamato i carabinieri. 

Iniziarono così le indagini: con l’acquisizione di commenti postati su Facebook da persone che facevano intendere di sapere, con l’avvio di intercettazioni telefoniche e con l’ascolto di presunte vittime di molestie e dei famigliari. Qualcuno ha raccontato di aver subito nel lontano 2002 atti sessuali da parte di Peschiulli, secondo un copione sempre predefinito: carezze, baci, palpeggiamenti.

E poi l’invito a «non frequentare le ragazzine». Altri, tra cui due genitori, hanno anche specificato d’essersi rivolti «con insistenza» al vescovo dell’epoca, Rocco Talucci che aveva «espresso meraviglia - emerge dalle indagini - sul fatto che i giovani avessero parlato delle molestie ricevute in casa, aveva invitato le vittime a non denunciare la vicenda e a non parlarne con altri». Nelle conversazioni con la perpetua, poi, Peschiulli aveva fatto più volte riferimento a Talucci e alla Chiesa di Brindisi, facendo intendere che vi fossero altri «scandali». «Se deve parlare don Giampiero - si legge tra le conversazioni - quanti dovrebbero togliersi il colletto».

La personalità del sacerdote viene comunque tratteggiata dai magistrati come «invasiva nella sfera sessuale delle persone offese» e per rafforzare tale tesi sono riportate negli atti conversazioni con uomini stranieri chiamati per fissare incontri a pagamento. «Non ho mai smesso di servire messa per la mia fede» hanno raccontato le vittime, pur rappresentando il disagio che avevano già in qualche modo fatto emergere a scuola ma che non era stato tradotto in denunce alle forze dell’ordine. «Non riuscivo più a dormire la notte» dice ai carabinieri uno dei due chierichetti. «Non riuscivo neanche più a guardare in faccia i miei genitori».

«Sincera partecipazione alla sofferenza di chi ha subito azioni riprovevoli» viene espressa dall’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons.Domenico Caliandro: «Ove accertati fatti del genere la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene».

Dopo la bufera televisiva, don Giampiero si era dimesso da parroco ma non aveva lasciato l’abito talare. Si era trasferito a Terracina (Latina) dove continuava a concelebrare messa e avere, scrivono i magistrati, rapporti con i fedeli tra cui con bambini e ragazzi. Da qui le esigenze cautelari, che trovano fondamento sul pericolo di reiterazione delle condotte. 

Chiudere i siti pirata non ha effetti sulla pirateria

La Stampa
andrea nepori

La fine di Kino.to, uno dei più grandi siti tedeschi di streaming video illegale, fu salutata nel 2011 come una grande vittoria delle forze dell’ordine. Ma secondo la Commissione Europea non è andata proprio così

cd
Chiudere i grandi siti di streaming video e di condivisione di torrent illegali non ha alcun effetto a lungo termine sulla pirateria dei contenuti protetti da copyright. È quanto emerge da uno studio condotto dal Joint Research Center della Commissione Europea, che tira le somme a quattro anni di distanza dall’operazione di polizia che portò alla chiusura di Kino.to e all’arresto di 13 componenti dell’organizzazione in Germania, Francia, Spagna e Olanda.

“Attraverso l’analisi dei dati individuali sul flusso di clic,” scrivono i ricercatori del Joint Reasearch Center, “abbiamo scoperto che la chiusura ha portato ad un significativo ma breve declino nei livelli di pirateria. L’esistenza di fonti alternative di consumo illecito, assieme alla crescita rapida di nuove piattaforme, ha portato il mercato dello streaming ad una veloce ripresa.”

Nei primi mesi si è registrato un calo del 30% nel consumo di contenuti illegali, ma a fronte della chiusura del servizio illegale sono nati almeno altri 22 servizi analoghi capaci di soddisfare l’ingente domanda e di colmare il vuoto lasciato da Kino.to. 

Soltanto il 2,5% degli utenti, continuano i ricercatori, si è affidato a servizi legali di streaming video a pagamento. È lo stesso effetto osservato spesso anche a seguito di operazioni anti-droga: il risultato della repressione non è un abbattimento del comportamento illegale ma una frammentazione dei servizi che lo assecondano e lo favoriscono. 

Il problema è tanto di natura legale, quanto di natura economica. Ed è questo l’aspetto che interessa di più alla Commissione Europea. La lotta alla pirateria è costosa. Il già grande dispendio di risorse necessarie per condurre l’operazione internazionale che nel 2011 condusse alla chiusura di Kino.to oggi non sarebbe più sufficiente ad ottenere gli stessi effetti, proprio a causa dell’atomizzazione causata dall’operazione stessa. 

Vale davvero la pena, quindi, di spendere tempo e denaro in questo tipo di lotta? O forse le stesse risorse sarebbero impiegate meglio per incentivare l’offerta legale di contenuti? Le stesse domande se le pone anche la Commissione. La rimozione dei confini virtuali imposti dal cosiddetto geo-blocking (la limitazione della fruizione dei contenuti online su base nazionale) è uno dei punti chiave della strategia europea per il Mercato Unico Digitale.