martedì 26 maggio 2015

La Svizzera cerca i proprietari di 400 milioni di euro dimenticati sui conti

Corriere della sera
di Claudio Del Frate

Si trovano su depositi da oltre 50 anni privi di ogni movimentazione. Le autorità elevetiche cercano gli eredi pubblicando su internet i nomi

cd
La favola dello «zio d’America», alla cui scomparsa si associa il riemergere di un’eredita inaspettata dovrà essere forse aggiornata e rivista. Al posto del parente d’Oltreoceano, occorrerà fare spazio allo «zio svizzero»: nelle banche elvetiche ci sono infatti 400 milioni di franchi (qualcosa di meno, se il calcolo avviene in euro) , appartenenti a persone presumibilmente defunte, rimasti senza padrone e per i quali adesso il governo di Berna vorrebbe trovare i legittimi proprietari. L’appello, obbedendo al segno dei tempi, verrà diffuso quanto prima attraverso un apposito sito internet che riporterà i nomi dei titolari «scomparsi» di quel denaro.
Denaro «dormiente» e privacy
I 400 milioni fanno parte di migliaia di conti bancari cosiddetti «dormienti»: sotto questa definizione ricadono tutti quei «tesoretti» sui quali da almeno 50 anni non avviene nessuna movimentazione di denaro. Dunque si tratterebbe di soldi giacenti almeno dal 1965 e mai più toccati. Fino a oggi la rigida cultura della privacy bancaria elvetica aveva impedito di svelare i nomi dei titolari di quei conti.

cd
Viste però le dimensioni raggiunte dal fenomeno , il governo ha deciso di intervenire con una legge ad hoc per sbloccare quel denaro e rimetterlo a disposizione dei legittimi proprietari o dei loro eredi. La procedura scelta prevede l’apertura di un sito internet dedicato con tutti i nomi dei correntisti e con i riferimenti bancari: chi dovesse riconoscersi titolato a rientrarne in possesso presenterà una domanda che verrà esaminata dalle autorità. Eventuali soldi o beni che non venissero reclamati da nessuno entreranno a far parte del patrimonio dello Stato.
La «corsa all’oro» e l’ipotesi evasione
Facile immaginare, a questo punto, una sorta di «corsa all’oro» da parte di nipoti, cugini ed affini vari, magari privi di qualsiasi diritto ma che tentano il colpo della fortuna. Per evitare l’insinuarsi dei furbi i controlli saranno stringenti. Ma il vero rebus storico - finanziario è: a chi appartengono i conti «in sonno» e perché il denaro si trova parcheggiato in Svizzera da mezzo secolo senza che nessuno lo tocchi? A caldo si era pensato a una coda dei beni fatti arrivare in Svizzera da famiglie ebraiche perseguitate ai tempi della Shoah e lì rimasto dopo la morte dei proprietari nei lager nazisti.

Tale ipotesi è stata però esclusa da fonti elvetiche che hanno anche richiamato il fatto che il contenzioso tra le Comunità Ebraiche e la Svizzera si è chiuso con un risarcimento a nove zeri risalente all’inizio degli anni ‘90. Una parte - ma non molti - potrebbe appartenere a cittadini svizzeri rimasti privi di discendenti. Si fa strada dunque l’ipotesi - ma al momento puramente teorica -che su quei conti siano approdati soldi provenienti da esportazione illecita e la cui emersione rischia di mettere in imbarazzo eventuali eredi con il Fisco dei paesi d’origine.

26 maggio 2015 | 14:15

Tutti in guardia, torna il rischio “Millennium Bug”

La Stampa
francesco semprini

Un aggiustamento temporale potrebbe trasformare le 00:00 del 30 giugno 2015 nelle 23:59:60 mandando in tilt i sistemi informatici. Mercati finanziari in allerta

E’ cominciato il conto alla rovescia verso il nuovo “Millennium Bug”. E’ questo l’ultimo allarme che sta mettendo in difficoltà i mercati finanziari del Pianeta, il rischio di un curioso e singolare disallineamento spazio-temporale destinato, sembra, a mettere a dura prova i sistemi informatici che regolano gli scambi. Nella terminologia anglosassone viene chiamato “leap second”, un evento che si verifica una volta ogni tanti anni, quando l’orario in tutto il mondo subisce un aggiustamento di un secondo a causa del non perfetto allineamento tra il tempo e la rotazione della terra. 

In sostanza alla mezzanotte del meridiano di Greenwich, il 30 giugno 2015, questa è la data prevista per il “leap second”, potrebbe scattare l’ora 23:59:60 anzichè le 0:00:00. In sostanza si aggiungerebbe un secondo alla giornata che segna il giro di boa dell’anno in corso, e questo rischia, secondo diversi osservatori, di mandare in tilt, o quanto meno di mettere in difficoltà i terminali, in particolare quelli dei mercati automatizzati, qualora non fossero opportunamente impostati e programmati. In sostanza un rischio simile a quello passato alla storia come “Millennium Bug” e che molto paventavano alla fine del 1999, con l’entrata del nuovo millennio e lo stravolgimento dei datari di tutto il mondo. Tanto che il “leap second” è stato ribattezzato “il cugino del Y2K” (Year Two Thousand). 

Ed ecco che le Borse di tutto il Pianeta stanno escogitando un modo per porsi al riparo da ogni eventuale rischio, specie perché tra molti operatori del settore è ancora vivo il ricordo del flash crash” del 6 maggio 2010, ovvero del “glitch” che ha mandato nel pallone i sistemi automatizzati e che ha causato il crollo più veloce della storia del Dow Jones, pari a quasi mille punti in 36 minuti. «Non abbiamo grandi preoccupazioni, ma come autorità di vigilanza dobbiamo assicurare che i mercati siano preparati», spiega un portavoce della Us Commodity Futures Trading Commission, l’authority di Borsa che ha chiesto ai gestori dei mercati finanziari di presentare un piano di prevenzione. Ecco allora che il Chicago Mercantile Exchange Globex Electronic Market aprirà le contrattazioni più tardi per evitare la fatidica mezzanotte del Meridiano Zero.

Il New York Stock Exchange, invece, chiuderà le contrattazioni del dopo-mercato mezz’ora prima. Più radicale la scelta del London Stock Exchange, che rimarrà chiuso tutto il giorno, così come le Borse di India, Hong Kong, Brasile, e quelle di molte capitali finanziarie europee. Il Japan Exchange Group invece ha deciso di sfidare il “second leap” lasciando regolarmente aperti i mercati di azioni, opzioni e future, questo però non vuol dire che saranno prese opportune misure preventive. Il Giappone contrasterà il “cugino” del Millennium Bug con un processo che si chiama “dilution”, diluizione ovvero, il secondo in più del 30 giugno sarà diluito nei secondi immediatamente precedenti l’ora X.

Simile metodo verrà adottato da altri mercati dell’estremo oriente, come Corea e Australia, che diluiranno nei secondi successivi all’ora X, mentre Singapore diluirà il giorno successivo. Da mesi, del resto, le società che partecipano alla gestione delle Borse stanno mettendo a punto software in grado di offrire una “protezione” nel caso si manifesti qualsiasi conseguenza del second leap, mentre altre puntano sul rallentamento degli scambi. Perchè come il “Millennium Bug”, sebbene prevalga una pragmatica certezza, in molti è presente il timore di un nuovo “glitch” che potrebbe causare a partire dal 30 giugno “giornate molto costose”. 

Ex br firma per vittime dei terroristi I parenti si ribellano: tolga il nome

Corriere della sera

di Fabrizio Caccia

Raimondo Etro, arrestato per via Fani, sottoscrive la petizione per intitolare una via ai poliziotti Mea e Ollanu uccisi nel 1979 dalle Brigate Rosse in piazza Nicosia a Roma

Sperava, lo confessa, di passare inosservato. Di confondersi in mezzo ad altri cento nomi. Quando un mese fa Raimondo Etro, 58 anni, romano, ex terrorista delle Brigate Rosse, già condannato a 20 anni e 6 mesi per il sequestro di Aldo Moro, ha letto su internet la petizione lanciata da Giuseppe Messina, poliziotto in pensione, d’impeto ha deciso di firmarla. Petizione al ministro dell’Interno Angelino Alfano per chiedere di dedicare una via, una piazza o una caserma alla memoria del brigadiere Antonio Mea e dell’agente Pierino Ollanu, trucidati da un commando delle Br il 3 maggio 1979 in piazza Nicosia, a Roma, durante l’assalto alla sede regionale della Dc.

L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano 
L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano 
L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano
Raimondo Etro non c’era e non sparò in via Fani, il 16 marzo 1978. Ma lo stesso, nei mesi precedenti, partecipò attivamente alla preparazione del sequestro Moro, incaricato da Prospero Gallinari di realizzare una cartina millimetrica della chiesa di Santa Chiara ai Giuochi Delfici, dove il presidente della Dc era solito andare a pregare la mattina presto. Lui svolse con cura quel lavoro, guadagnandosi la fiducia del parroco. Poi però le Br cambiarono il piano ed Etro fu mandato, un mese prima della strage, in piazza Stresa con il compito di segnalare via radio il passaggio delle auto di Moro e della scorta a Mario Moretti, che attendeva in via Fani.
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta 
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta
È con grave imbarazzo, raggiunto al telefono, che si mette a spiegare la sua decisione di firmare la petizione: «Io ho rotto coi compagni e col mio passato - dice Etro -. Ho cambiato il modo di vedere le cose, sono diventato amico di tanti poliziotti. Lo so che è impossibile, per chi si è armato e ha bruciato delle vite, capire ancora oggi il male fatto. Non esiste pentimento, dissociazione o altro per comprendere il danno arrecato a madri, padri, mogli, figli che semplicemente vivevano la loro vita. Attaccati, feriti, uccisi nella pretesa di costruire una società più giusta. Io ora so che non esiste una società più giusta costruita sulla violenza. Tutti quelli che ci hanno provato hanno fallito, hanno creato solo morte e distruzione. Il discorso, però, si allargherebbe. L’unica cosa che resta è il dolore».
Giuseppe Messina vive oggi a Francofonte (Siracusa), ma nel maggio ‘79 era a Roma, in servizio al I Distretto di Polizia, nel Centro Storico, ed era un collega, anzi un amico, di Antonio Mea e Pierino Ollanu. Anche lui era nella «Squadra Delta 19», la pattuglia antirapina in borghese pronta a intervenire in caso d’allarme. «Potevo esserci io quella mattina», sospira. E come lui, pure Tonino Rizzo, altro ex collega, ha lanciato la petizione su Facebook per intitolare una via ai due poliziotti: 800 adesioni in 10 giorni tra cui quella di Vanessa Mea, figlia del brigadiere.

Così, ora, fanno tutti una smorfia d’orrore, quando sanno della firma lasciata da Etro: «Oh mamma mia - esclama Angela Ollanu, sorella di Piero, morto a 25 anni -. La tolga subito quella firma. Non fu lui a premere il grilletto, d’accordo, ma in quanto terrorista, pur semplice palo di un’altra strage, ha fatto soffrire anch’egli tanta gente. E noi non possiamo dimenticare, non possiamo perdonare...». La signora Ollanu aveva appena 18 anni nel maggio 1979 e portava in grembo un bimbo a cui avrebbe dato il nome di Piero. Dopo 36 anni e altrettanti anniversari celebrati in piazza Nicosia con le autorità, è tuttora in attesa che venga intitolata da qualche parte d’Italia una strada ai due martiri del 3 maggio 1979. «Ho chiesto a sindaci, prefetti, capi della polizia - conclude sconsolata -. Nessuno che mai mi abbia dato ascolto».

26 maggio 2015 | 08:36

Quell'italiano impazzito tra "apericena" e "sapevatelo"

Luigi Mascheroni - Mar, 26/05/2015 - 08:30

Detto questo , ce lo facciamo un apericena ? #maancheno . Io (tra parentesi) mangio solo bio. Ma l'italiano è davvero impazzito? Forse no. La lingua madre tutto sommato sta bene.
 
cd
Le distorsioni, i neologismi, i modi di dire, il «parlato» che trasborda nella scrittura, sono tutti elementi che fortificano la lingua, la rendono viva, mentre un eccesso di correttezza la mummifica. Semmai sono i figli della lingua madre che stanno male. I nuovi gatekeeper del pensiero, gli influencer che comandano la Rete, i trend setter della moda, della musica, del giornalismo, della tv, dei salotti cool , e soprattutto i loro afasici fan, analfabeti social di ritorno diventati ostaggi di parole che usano senza criterio, finendo con l'esserne usati. Tanto da non dire più niente .

Ecco. Riflettendo su questo niente , Luca Mastrantonio - in un pamphlet Pazzesco! (Marsilio, pagg. 216, euro 17) costruito come un «Dizionario ragionato dell'italiano esagerato» - ci dice molto. Ci dice come gli insegnamenti di alcuni cattivi maestri (la pubblicità, il Web, la tv, i personaggi pubblici con più follower) abbiano forgiato una nuova lingua, un cafonal-italiano 2.0, facendo passare nell'uso comune parole talmente iconiche da non aver alcun senso, parole vuote che fanno da rumore di fondo alle nostre conversazioni quotidiane. Reali o virtuali che siano.

Eccole le espressioni più inutilmente abusate nella nostra società dei selfie , in rigoroso ordine alfabetico, da «addicted» a «zombi». In tutto sono un centinaio. C'è «Adoro!», il superlativo radical chic del like di Facebook: un modo per dire chi siamo, più che ciò che ci piace. C'è l'ircocervo grammaticale «carinissimo», superlativo di un diminutivo che fa il paio con l'altrettanto folle tentativo linguistico di suddividere l'indivisibile atomo nell'insopportabile attimino ... C'è l'ormai depotenziato insulto «fascista», accusa politica bipartisan che sopravvive alla Storia e resiste alla (analisi) logica: se si può dare a tutti del «fascista» significa che gli antifascisti non esistono più...

C'è «femminicidio», abuso metaforico delle neofemministe sgrammaticate che commettono due errori in una parola: equiparano senza ragione l'omi cidio alla violenza psicologica o comunque non letale; e discriminano con un cortocircuito politicamente ipercorretto il sesso della vittima: stanno dicendo che è più grave uccidere una donna di un uomo? C'è «geniale», che si usa per tutto, e quindi non vale più niente. C'è «hashtag», che si applica a tutto, e ormai non evidenzia più nulla (ma #staisereno lo stesso). C'è «hipster», che è un ossimoro anglosassone molto di tendenza: indica un «giovane vecchio» che è già fuori moda. C'è «lobby», parola di per sé neutra usata (per randellare presunti criminali) da quelli che si sentono esclusi. C'è «milf», acronimo porno soft che rende desiderabili le quarantenni, invidiosissime le teen , e insopportabili i giovani Holden digitali.

C'è, appunto, «pazzesco», termine che dovrebbe indicare qualcosa di anormale e straordinario, eppure è straordinariamente diffuso e normalmente usato: non comunica più alcuno stupore, è solo un intercalare comunicativo. Pazzesco vuole dire «che brutto», oppure «che bello»... dipende. Da cosa? Boh. E poi c'è «sexting» (una cosa sessualmente sicura ma socialmente pericolosa), «start up» (il mondo è tutto una start up, dalla pizzeria che stanno aprendo sotto casa alla Silicon Valley), «storytelling» (che, come ha insegnato per primo Alessandro Baricco, nella vita e soprattutto nella politica è tutto)... insomma qui dentro c'è «Tanta roba». Tutto quello che serve per un buon manuale di autodifesa dalle parole che ci usano, perché le usiamo senza conoscerle.

Un libro utile, quindi? «Assolutamente». Che, peraltro, è un fortunatissimo avverbio di non specificazione usato in funzione sia affermativa sia negativa. «Sei d'accordo?» «Assolutamente». «Ma assolutamente sì o assolutamente no?». Bisognerebbe chiederlo a Fedro, del Grande Fratello. Catalogo della neo-lingua della società post-orwelliana dei «bimbominkia» e dei «troll» - un mix fra new inglesorum e il dig italiano - il saggio di Mastrantonio ci dice, per non essere out , cosa è meglio non dire. Affinché il prossimo passaggio non sia riscrivere un classico della letteratura solo con gli emoticon, o un film di culto con i segni grafici. Cosa, peraltro, che qualcuno tenta già di fare. «Sapevatelo».

Diecimila sedi dello Stato La spesa pubblica che ci soffoca

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

Inefficienze, enti che si moltiplicano e paradossi nel racconto del commissario alla revisione della spesa

«Ma se io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare , semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui.

Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa...

Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido.

Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri.

Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...

Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni...

Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo.

La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico.

Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi.

Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche».

Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione...». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef .

26 maggio 2015 | 07:24