martedì 2 giugno 2015

Usa, dal 1962 pensioni a 130 ex nazisti Il dossier: molti stavano nelle Ss

Corriere della sera

Rapporto dell’ente di controllo dopo un’inchiesta giornalistica della Ap. Assegni previdenziali concessi sino a pochi mesi fa. In 100 mila avrebbero mentito su generalità

 Alti ufficiali tedeschi arresi dopo la liberazione di Parigi

 Oltre venti milioni di dollari spesi dal governo degli Stati Uniti per provvedere ad assistenza di tipo previdenziale di oltre 130 persone sospettate di essere criminali nazisti riusciti comunque a passare indisturbati tra le maglie della burocrazia americana installandosi nel Paese, alcuni da diversi decenni. Lo rivela un rapporto che verrà diffuso a giorni e di cui l’Associated Press ha preso visione.

Verifiche su attività previdenziali
Si è giunti a tali conclusioni proprio in seguito ad un’inchiesta dell’Ap che ha innescato le verifiche dell’ente di controllo sulle attività previdenziali con la comparazione di informazioni provenienti da più fonti e da diverse agenzie federali americane, per arrivare a tracciare una «mappa» dai tratti inaspettati con una «utenza» oltre le aspettative di persone che si sospetta abbiano fatto parte delle SS, che si siano macchiati di crimini nazisti o che comunque abbiano partecipato o alle atrocità commesse dal Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale: tutti nella lista degli individui che ricevono o hanno ricevuto sussidi e benefit negli Stati Uniti dal febbraio 1962 e fino al gennaio 2015 quando è entrata in vigore il «No Social Security for Nazis Act», testo che ha posto fine al pagamento della pensione per quattro specifici casi.
Documento senza precedenti
Si tratta quindi di un documento senza precedenti, che non indica nomi e cognomi, ma svela la dimensione di una realtà non così lontana nel tempo ma che spesso sfugge all’osservazione, come l’arrivo negli Stati Uniti di migliaia di ex nazisti - fino a 10mila secondo alcuni calcoli - con diversi tra loro che avevano mentito sulla provenienza e alcuni che erano così anche riusciti ad ottenere la nazionalità americana.
Autorità Usa impreparate
Del resto le autorità americane non erano attrezzate, almeno non in un primo momento: risale solo al 1979 la creazione di una «unità speciale anti-nazista’» nell’ambito del dipartimento di Giustizia. Non è tutto: vi è anche il sospetto che proprio l’«incentivo» previdenziale sia stato in alcune occasioni utilizzato di fatto per espellere, senza sollevare troppa polvere, alcuni degli individui sospettati di essersi macchiati di quei crimini di guerra, offrendo in sostanza la possibilità di mantenere i «sussidi» se lasciavano volontariamente il Paese -o se riuscivano a fuggire- prima di essere espulsi.
Il sospetto: incentivi per lasciare gli Usa
Il dipartimento di Giustizia respinge l’ipotesi di questa «prassi», restano tuttavia le cifre che risultano di certo sproporzionate rispetto alla entità del fenomeno così come fino ad ora è stato percepito. Secondo i documenti analizzati, fino al marzo 1999 erano stati 28 i sospetti criminali nazisti che avevano usufruito in totale di 1,5 milioni di dollari in assistenza previdenziale dopo essere stati rimossi dal suolo americano. Da allora la Ap calcola che la somma è cresciuta in maniera sostanziale .

Gli ebrei romani (e i carabinieri) a caccia della biblioteca trafugata

Corriere della sera
di Paolo Conti

Nel 1943 la razzia nazista per documentare la «civiltà scomparsa». Perse le tracce di 7 mila volumi. Il sospetto che siano ancora tutti insieme, forse nell’Est

 ROMA - «I o sono convinta che lo straordinario tesoro costituito dalla biblioteca della nostra Comunità non sia andato distrutto. E che sia ancora chiuso in chissà quale deposito. Ora il nostro compito è rintracciarlo. Ci vorrà tempo. Ci vorranno energie umane ed economiche. Ma ci riusciremo». 

La storia
Alessandra Di Castro, raffinata antiquaria romana (l’attività di famiglia risale al 1878 e il suo negozio affaccia su piazza di Spagna), storica dell’arte, dirige da due anni il Museo ebraico di Roma. Ovvero il luogo che testimonia le radici della Comunità degli ebrei romani, radicata a Roma prima ancora della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, che nel 1943 subisce l’atroce rastrellamento del 16 ottobre: 1.259 deportati nei campi di sterminio. Ne torneranno appena 16, di cui una sola donna. E nessun bambino.
Il sequestro
La ferita mortale inferta alla Comunità ebraica dai nazisti nel 1943 non è solo umana, solo di sangue e di vite. Il 30 settembre negli uffici della Comunità si presentano due ufficiali nazisti che analizzano e mettono sotto sequestro sia i 7 mila pezzi storici della biblioteca della Comunità sia il fondo del Collegio rabbinico italiano.



L’unità speciale


Non sono ufficiali qualsiasi: sono Pohl e Grunewald, studiosi di filologia semitica, membri dell’Err, l’ Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg , unità speciale incaricata di saccheggiare materiale di interesse culturale e politico nei Paesi occupati. Forse già conoscono l’importanza di quella miniera di sapere. Devono collaborare a uno dei folli progetti del regime nazista, la futura documentazione di una «civiltà scomparsa», quella ebraica destinata a perire con la Endlösung der Judenfrage , la Soluzione finale della questione ebraica, ovvero la Shoah. Il 14 ottobre arrivano i facchini della ditta di trasporti Otto e Rosoni per un primo carico dei libri, che si conclude il 23 dicembre. Il fondo del Collegio rabbinico riappare fortunosamente nel 1949, grazie alla Missione Italiana per le Restituzioni diretta dal quel formidabile intellettuale-detective che fu Rodolfo Siviero. Dei 7 mila volumi della Comunità chiusi in due vagoni partiti da Roma si perdono le tracce. Ne restano solo 25, tra cui un magnifico codice di T orà e Haftarot del XVI secolo. Erano chiusi in una cassaforte e oggi sono gelosamente protetti nel Museo ebraico.
La biblioteca
Cosa conteneva la biblioteca? Lo sa bene la studiosa Serena Di Nepi, storica moderna a La Sapienza, autrice del saggio Sopravvivere al Ghetto , edito da Viella: «Un patrimonio unico, messo insieme nel primo Novecento quando vennero riunite le diverse raccolte delle antiche Cinque Scole con la costruzione del Tempio maggiore. Manoscritti miniati romani del XIII secolo, incunaboli, edizioni veneziane cinquecentesche, almeno il 25% della produzione totale dei famosi stampatori Soncino, volumi arrivati a Roma dalla Spagna e scampati ai roghi dell’Inquisizione spagnola prima e poi di quella romana, Talmud e testi cabalistici, edizioni del primo ‘500 provenienti dalla Istanbul musulmana e risalenti all’unico periodo in cui fu permesso nella città di stampare testi ebraici». Manca un catalogo per una ragione storica legata all’atavico timore della Comunità ebraica romana di certificare i beni librari: risale al 1553, quando Paolo III Farnese ordinò il rogo delle copie del Talmud e di tutti i libri in ebraico.
La commissione
Nel 2002 il governo italiano istituì una Commissione speciale per il recupero che svolse una minuziosa e preziosissima indagine, stabilendo contatti con studiosi di mezzo mondo ma senza approdare a risultati. Nel 2009 il documento conclusivo raccomandava il proseguimento delle indagini e delle ricerche. Così ha deciso di fare oggi il Museo ebraico di Roma. Domenica 25 gennaio Alessandra Di Castro annuncerà al Jewish Heritage Museum di New York, durante una giornata di studi organizzata dal Primo Levi Center, la ripresa delle ricerche in collaborazione col Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale.
Le casse chiuse
Dice Alessandra Di Castro: «Intendiamo coinvolgere centri di studi, università, collezionisti privati. Abbiamo segnalazioni di volumi conservati in due importanti università americane, che potrebbero essere romani. Così come dobbiamo approfondire voci su intere casse ancora chiuse nell’area ex sovietica, tra Kiev, Minsk e Mosca. Non sappiamo dove arrivarono i due vagoni partiti da Roma con i nostri libri. Ma non è da escludere che siano finiti nelle mani degli allora sovietici quando liberarono i territori occupati dai nazisti. Il materiale può essere riconoscibile sia per il timbro della nostra Comunità sia per l’abitudine tipicamente ebraica di annotare a mano i volumi, lungo gli anni e i secoli».
La caccia
Scrive nella sua relazione Serena Di Nepi: «Con l’eccezione di due volumi “sospetti” conservati al Jewish Theological Center di New York e di un volume clamorosamente ricomparso ad Amsterdam nel 2006, nessun altro volume è emerso né in collezioni pubbliche o private né sul mercato librario. Ciò induce a credere che la biblioteca si trovi da qualche parte, ancora tutta insieme e probabilmente nelle mani di qualcuno che ne intuisce il valore». 

22 gennaio 2015 | 08:26





Ebrei venduti ai nazisti a Roma, da 1500 a 5000 lire ai delatori

Corriere della sera
di MANUELA PELATI

Un’indagine promossa dalla Comunità romana sui fatti del 1943 ha permesso di ricostruire la blacklist dei traditori e il tariffario pagato dalle Ss



La Comunità ebraica ha ricostruito la lista delle persone che vendettero gli ebrei ai nazifascisti dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 a Roma. Ma, hanno assicurato, la blacklist non verrà mai resa nota. E nelle loro ricerche hanno riportato anche le tariffe applicate dalle Ss per gli ebrei catturati e poi deportati nei campi di concentramento: 5.000 mila lire per gli uomini, 3.000 per le donne e 1.500 per i bambini. Dopo il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento del quartiere ebraico romano, durante il quale 1.022 ebrei furono deportati, per lo più anziani, donne e bambini, partì un’ulteriore «caccia» a gli ebrei uomini e giovani, per lo più tra i 20 e i 35 anni. Il totale di questi deportati fu di 747, che sommati al primo rastrellamento fanno 1.769 persone sul totale delle 8.000 vittime complessive in tutta Italia.


Lo studio
L’indagine «Dopo il 16 ottobre 1093. Gli ebrei a Roma: occupazione, resistenza, accoglienza e delazioni (1943-44)» è stata effettuata per comprendere le dinamiche delle deportazioni e come molti ebrei riuscirono a fuggire alla «caccia all’uomo». Uno studio curato da Silvia Haia Antonucci e Claudio Procaccia con la collaborazione dello storico Amedeo Osti Guerrazzi e del demografo Daniele Spizzichino che ha interrogato un campione di ebrei presenti all’epoca. Curata anche dall’intero staff del Dipartimento Cultura della Comunità Ebraica di Roma, l’indagine nasce da una proposta del presidente della Fondazione Museo della Shoah, Leone Paserman, che ha finanziato la ricerca. Tra qualche mese lo studio che si è avvalso dei documenti dell’Archivio Storico della Comunità romana e del «Libro della memoria» di Liliana Picciotti, sarà pubblicato in un libro.
I trucchi dei delatori
Dei 747 deportati dai nazifascisti che occupavano Roma guidati da Kappler, uno su due è stato «venduto» da delatori. La caccia era rivolta principalmente agli adulti maschi che erano anche i più esposti perché costretti a muoversi per trovare il modo di sostentare la famiglia, mentre le donne e i bambini rimanevano nascosti. E se le cinquemila lire equivalgono più o meno a cinquemila euro di oggi, la guerra che aveva portato distruzione e fame favoriva la necessità di procacciarsi soldi. Alcuni si fingevano avvocati e di fronte a un ebreo arrestato offrivano la tutela cercando di fare da tramite con i familiari per poi «vendere» anche questi ultimi. Qualcuno si fingeva partigiano per avvicinare chi - rischiando due volte - si era schierato con la Resistenza.
Il ruolo del Vaticano
Molti i delatori tra i vicini di casa e tra chi conosceva gli ebrei per lavoro. L’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre era nel caos e a Roma il rastrellamento del 16 ottobre non era stato evitato. Nella capitale la chiesa di Pio XII aveva tentato una (controversa) mediazione che non aveva impedito la deportazione ma a pochi giorni dal rastrellamento, aveva inviato la direttiva di aiutare i perseguitati a tutti gli istituto religiosi. «L’ 85% degli ebrei romani si salva grazie all’aiuto di cittadini privati e all’accoglienza di istituti religiosi» afferma Claudio Procaccia. 

«Tra i privati che poi sono quelli che hanno rischiato di più nel nascondere gli ebrei, per la maggior parte non c’era scambio di denaro. Negli istituti religiosi, invece, uno su due pagava un affitto». E nella comunità ebraica «che a Roma annoverava da 12 a 13.000 ebrei, c’era chi aveva fatto perdere le tracce o perché era scappato o perché aveva cambiato cognome. E poi c’erano quelli che si erano convertiti al cattolicesimo per salvarsi e si erano battezzati: circa il 10 % della comunità».

2 giugno 2015 | 08:41