sabato 6 giugno 2015

I migranti, paradosso italiano

Corriere della sera

di Aldo Cazzullo


Immaginate di essere Cameron, il premier britannico, che ha il referendum sull’Europa a breve. O Rajoy, il suo collega spagnolo, che ha le elezioni a novembre. Oppure Hollande, bocciato nei sondaggi da 8 francesi su 10; o il suo primo ministro Valls, che ogni volta non sa se ritroverà la poltrona. O sua maestà Merkel, che tra tante debolezze rischia il delirio di onnipotenza. Vi è appena arrivata dall’Italia l’ennesima richiesta di aiuto sull’immigrazione: navi da impiegare nel Mediterraneo, quote di africani e siriani da accogliere, denari da spendere. E nello stesso momento vi è arrivata la rassegna stampa con le notizie dalla capitale italiana sulla banda bipartisan — destra e sinistra in società — che dall’immigrazione trae la sua ricchezza.

Le intercettazioni tradotte dal romanesco perdono un po’ di virulenza linguistica, ma il quadro è chiaro: la politica dell’accoglienza in Italia è in mano (anche) ad avanzi di galera, che si fanno pagare due euro al giorno preferibilmente in nero per ogni migrante, che possono scendere a un euro se i migranti sono almeno cento; tanto le cifre variano a piacimento, perché di nessuno viene registrata l’identità; non sono persone, sono numeri su cui speculare. Che figura ci facciamo? Quale Paese è un Paese che finisce sui giornali del mondo con notizie così? Con quale credibilità possiamo chiedere soccorso all’Europa? Come non capire che in questo modo forniamo un alibi perfetto agli egoismi delle altre nazioni?

Intendiamoci: l’Europa non ha la coscienza pulita. Di fatto i Paesi confinanti con l’Italia hanno sospeso gli accordi di Schengen, e gli stranieri sbarcati a Lampedusa e in Puglia vengono bloccati a Ventimiglia e al Brennero; per tacere della nuova emergenza, i profughi in arrivo sulla frontiera orientale. Di fronte a un evento destinato a segnare la nostra epoca, la risposta europea è fiacca e meschina.
Cameron offre navi per salvare i naufraghi — che vanno salvati sempre, s’intende — purché finiscano tutti in Italia. Hollande e Valls ricordano il vecchio Arafat, che all’estero parlava di pace in inglese e a casa rinfocolava le folle in arabo: quando vengono in Italia si profondono in assicurazioni e promesse, subito dimenticate al rientro in patria. Il governo fa bene a protestare e a insistere: sull’immigrazione si gioca popolarità e credibilità. Ma vicende come quelle di «Mafia Capitale» indeboliscono l’intero Paese. Nessuno scandalo potrà far dimenticare l’umanità degli abitanti di Lampedusa, il gran lavoro dei marinai e degli altri uomini in divisa, la generosità dei volontari, la mobilitazione del mondo cattolico. Ma non basta limitarsi a dire che chi ha sbagliato deve finire in galera. È un sistema politico che dev’essere rifondato, all’insegna della legalità e dell’efficienza.

Fino a quando l’Italia sarà la terra della corruzione e dell’impunità del male, sarà sempre l’anello debole dell’Europa. Per contare qualcosa nella comunità internazionale non bastano la fantasia, l’estro, la bellezza, il genio; occorre anche un po’ di onestà. Gli altri europei non sono meno corrotti di noi per natura (come dimostra la penosa vicenda Fifa); sono soltanto più rigorosi con la corruzione. E non mancheranno di rinfacciarcelo.

6 giugno 2015 | 08:33

Tarek Aziz, quando un cristiano era dirigente del governo iracheno

Corriere della sera

di Lorenzo Cremonesi

Il criterio di promozione sociale nel regime di Saddam Hussein era la fedeltà alla sua persona e al Paese: 11 anni fa nessuna differenza di credo o etnia. Tutto è cambiato

 «Ah già, c’era anche lui!». La morte in cella di Tarek Aziz ci fa ricordare all’improvviso quanto sia tutto sommato vicino, ma in realtà remoto, il tempo in cui un cittadino cristiano poteva sedere tra i dirigenti del governo iracheno. Sono trascorsi soltanto undici anni. È però un’era totalmente diversa. Quella di allora fu un’era in cui la dittatura baathista puniva con il pugno di ferro chiunque fomentasse le guerre di religione. Non che sotto la cenere non covassero gli antichi scontri tra sciiti, sunniti e curdi che oggi lacerano a morte il Paese, tutt’altro. 

E i clan sunniti nella regione di Tikrit, terra natale di Saddam, erano comunque favoriti tra la Nomenklatura di Bagdad. Ma formalmente non c’erano differenze di credo o etnia. Il criterio di promozione sociale nel regime di Saddam Hussein era la fedeltà alla sua persona e al Paese. Prova tra le tante ne fu appunto la carriera politica del caldeo Aziz, baathista fedele della prima ora. A fine marzo 2003, quando ancora le truppe di invasione anglo-americane stavano combattendo nel deserto, si diffuse la voce che lui fosse in fuga su un convoglio d’auto verso le linee americane. Era falso. E lui venne di persona all’Hotel Palestine per incontrare i giornalisti stranieri rimasti e assicurare che sarebbe rimasto a combattere sulle barricate «sino alla fine».

Del resto lo aveva ripetuto più volte anche durante un’intervista al Corriere della Sera la mattina del 12 febbraio 2003, appena prima di partire alla volta del Vaticano e incontrare il Papa. Aveva in mano il suo eterno sigaro, appariva teso, stanco, ma anche determinato. Sapeva che il terreno per le soluzioni diplomatiche della crisi stava prosciugandosi. La guerra sarebbe scoppiata poco più di un mese dopo. Se la prese con degli americani, fece capire che avrebbe apprezzato una mediazione vaticana, anche se ammise che non ne aveva vista alcuna di concreta sul terreno. Ripeté che l’Iraq non possedeva alcuna arma non convenzionale di distruzione di massa. Si chiese come mai l’allora premier Berlusconi aveva scelto di sostenere la politica di Bush e invece non la condanna dell’intervento bellico «come Francia, Belgio e Germania». 

E disse a chiare lettere che, se messo con le spalle al muro, anche lui avrebbe personalmente imbracciato il fucile. Dopo l’esecuzione di Saddam, si pensò che la sua sarebbe arrivata presto. Ma si preferì prendere tempo. Il Paese intanto stava scivolando nel caos della guerra civile interna e l’orrore delle conquiste di Isis. E la sorte di Tarek Aziz venne come sospesa, fu lasciata scivolare nell’oblio. Oggi la sua figura ci ricorda che in verità non tutti i sunniti sono fondamentalisti e i baathisti una volta avevano cristiani nei loro ranghi e persino al vertice. Ciò significa che in realtà i settori della popolazione irachena che sostengono Isis hanno al loro interno profonde differenze. E non tutti i sunniti concordano con la persecuzione dei cristiani. 

6 giugno 2015 | 08:32