martedì 9 giugno 2015

Renzi non aiuta i pensionati ma trova i soldi per i migranti

Eugenio Scalfari, dieci errori in dieci righe: il tragico editoriale di Barbapapà

Libero


Eugenio Scalfari, dieci errori in dieci righe: il tragico editoriale di Barbapapà
Eugenio Scalfari, dieci errori in dieci righe: il tragico editoriale di Barbapapà
Eugenio Scalfari non convince proprio come storico. In veste di risorgimentalista, su l'Espresso, riporta ItaliaOggi, non fa che cadere in pesanti strafalcioni. Per esempio. Cavour era "monarchico e laico, fede non ne aveva". Perché, allora, chiese (e ottenne) il viatico? "Le truppe regie invasero lo Stato pontificio per raggiungere Garibaldi che le aspettava a Teano". Peccato che l'invasione, invece, avvenne quando Garibaldi doveva ancora vincere al Volturno, altro che attendere a Teano (il celebre incontro avvenne quasi due mesi dopo l'invasione delle province pontificie).

Cavour poi "proclamò i referendum plebiscitari in Emilia, … e negli Abruzzi": invece il plebiscito nel Mezzogiorno si svolse non "negli Abruzzi" bensì nel regno delle Due Sicilie. Napoleone III era "alleato fin dal '57 del Piemonte": ma l'accordo di Plombières è del luglio 1858. Andiamo avanti? Allora, Scalfari cade in errore con Mazzini Garibaldi. Sbaglia date, confonde nomi e cognomi. Secondo lo "storico" i figli di Garibaldi fecero "imprese temerarie … e ci rimisero anche la pelle". Ma a morire non furono i figli, bensì i nipoti.

Renzi incentiva gli immigrati


Il premier risponde ai governatori offrendo soldi ai Comuni che ospitano i migranti. Un invito per gli scafisti

 Ma come, Renzi ha spiegato che non ci sono soldi per i pensionati e poi annuncia incentivi a quei comuni che accoglieranno migranti? Dove li prende? Esiste un nuovo tesoretto? Non è solo una questione economica, ma di rispetto nei confronti di tutti quegli italiani che denunciano l'imbarbarimento delle nostre città, o di coloro che senza una casa, si vedono regolarmente superare nell'assegnazione di un'abitazione dal profugo di turno.

Renzi e Alfano non solo non riescono ad arginare gli sbarchi, né a smistare parte degli arrivi agli altri Paesi europei, ma con quegli incentivi finanziano addirittura l'invasione. Non si rendono conto che questa è di fatto un'apertura delle frontiere: venite pure in Italia, ci sono comuni pronti ad accogliervi. Per non parlare del mercato degli schiavi. Evidentemente quanto sta accadendo a Roma e nel Cara di Mineo non ha insegnato nulla al governo.

Le inchieste della magistratura raccontano quanto sia facile e redditizio lucrare sull'accoglienza dei migranti. Il coinvolgimento di due partiti della maggioranza, Pd e Ncd, nelle inchieste rischia di alimentare ulteriori veleni su un eventuale conflitto di interessi. Nella migliore delle ipotesi è la conferma che questo governo è più sensibile ai problemi dei migranti che degli italiani.

E poi Renzi e compagni lanciano l'allarme Lega. Si sorprendono della rivolta del Nord. Alfano parla addirittura di odio nei confronti del Sud. Ma nessuno nega che sia il Meridione a sostenere il peso maggiore degli sbarchi. D'altra parte l'esodo dall'Africa e Medio Oriente approda sulle coste siciliane, calabresi e pugliesi.

È ovvio che siano lì i centri di accoglienza più soffocati. I dati ufficiali del Viminale, però, smentiscono la strumentalizzazione sull'egoismo del Nord. Basterebbe leggere quelli sulle strutture di permanenza temporanea: in Lombardia ne sono state aperte 262 contro le 110 della Sicilia e le 105 del Lazio.

La verità è che quello di Alfano è solo depistaggio. Considerata la sua manifesta incapacità non di risolvere, ma quantomeno di affrontare il problema immigrazione, il ministro preferisce speculare sull'antica rivalità Nord-Sud. Dimenticando di rappresentare la Repubblica italiana e non quella del Mezzogiorno. Dimenticando, soprattutto, le esigenze dei cittadini.

Trascurando il loro bisogno di sicurezza. Ignorando le loro paure. Caro Alfano, qui l'unico che odia è proprio lei. Odia gli italiani.

Ue, slitta la redistribuzione: i clandestini restano in Italia


Al consiglio Affari interni di martedì non saranno prese decisioni formali sui ricollocamenti intra-Ue dei profughi. Nette divisioni sulla ripartizione obbligatoria proposta dalla Commissione. Ora Renzi rischia di non liberarsi nemmeno di un immigrato

 Ora Matteo Renzi rischia di rimanere da solo a gestire l'invasione di clandestini che continuano a sbarcare sulle coste italiane. Anche l'aiutino ventilatogli dall'Unione europea rischia ora di evaporare. Non è, infatti, così certo che l'Italia riuscirà ad allontanare, nei prossimi due anni, 24mila profughi. 
Gli altri Stati del Vecchio Continente non sono in vena di carità e non intendono sottoscrivere il programma di redistribuzione. A Bruxelles c'è qualcuno che frena. Siamo lontani dalle dichiarazioni caritatevoli delle scorse settimane. Ora che l'emergenza è diventata all'ordine del giorno, si sfilano uno dopo l'altro dall'accordo. A finire nel mirino sono i ricollocamenti all'interno dei confini europei di 40mila richiedenti protezione internazionale.

Di questi 24mila verrebbero dall’Italia, mentre gli altri 16mila dalla Grecia. Secondo fonti vicine al Consiglio europeo, al prossimo consiglio Affari interni di martedì non dovrebbero essere prese decisioni formali. Le fonti hanno, infatti, evidenziato nette divisioni sul meccanismo basato su una chiave di ripartizione obbligatoria, proposto dalla Commissione europea. Un ok politico è atteso dal summit dei leader del 25 e 26 giugno, ma la chiusura del dossier slitta al semestre europeo di presidenza lussemburghese, al via da luglio.

I 240 anni del water, l'oggetto più rivoluzionario della storia

Francesco: non vivete inseguendo le rivelazioni dei veggenti

La Stampa
Domenico Agasso jr

Il Papa a Santa Marta: non annacquare l'identità cristiana in una religione «soft»; attenzione alla mondanità di chi «allarga la coscienza» così tanto da permettere l’ingresso di tutto

 Una ragazza in preghiera

Ha invitato a non rincorrere coloro che «dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio», perchè «questa non è identità cristiana». Ha esortato a non «annacquare» la fede in una religione «soft». Quindi, ha ribadito che un altro rischio per la testimonianza dei fedeli di Gesù è la mondanità di chi «allarga la coscienza» così tanto da permettere l’ingresso di tutto. Sono passaggi dell’omelia mattutina di papa Francesco a Casa Santa Marta, sintetizzata da Radio Vaticana.

Il Pontefice ha svolto la sua predica muovendo dalle parole di San Paolo ai Corinzi, ai quali parla dell'identità dei discepoli di Gesù. È vero, ha detto, che «per arrivare a questa identità cristiana», Dio «ci ha fatto fare un lungo cammino di storia» fino a quando inviò suo Figlio. «Anche noi - ha evidenziato - dobbiamo fare nella nostra vita un lungo cammino, perché questa identità cristiana sia forte» così da poterne dare «testimonianza».

«È vero, c’è il peccato – ha detto - e il peccato ci fa cadere, ma noi abbiamo la forza del Signore per alzarci e andare con la nostra identità. Ma io direi anche che il peccato è parte della nostra identità: siamo peccatori, ma peccatori con la fede in Gesù Cristo. E non è soltanto una fede di conoscenza, no. È una fede che è un dono di Dio e che è entrata in noi da Dio. È Dio stesso che ci conferma in Cristo. E ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la caparra, il pegno dello Spirito nei nostri cuori. È Dio che ci dà questo dono dell’identità».



Fondamentale, ha aggiunto, «è essere fedele a quest'identità cristiana e lasciare che lo Spirito Santo, che è proprio la garanzia, il pegno nel nostro cuore, ci porti avanti nella vita».

I cristiani non sono persone che vanno «dietro a una filosofia», ha avvertito, «siamo unti» e con la «garanzia dello Spirito». «È un'identità bella - ha sottolineato - che si fa vedere nella testimonianza. Per questo Gesù ci parla della testimonianza come il linguaggio della nostra identità cristiana». E questo anche se l'identità cristiana, giacché «siamo peccatori, è tentata, viene tentata; le tentazioni vengono sempre» e l'identità «può indebolirsi e può perdersi».

Il Papa ha messo in guardia da due vie pericolose: «Prima quella del passare dalla testimonianza alle idee, annacquare la testimonianza. “Eh sì, sono cristiano. Il cristianesimo è questo, una bella idea. Io prego Dio”. E così, dal Cristo concreto, perché l'identità cristiana è concreta - lo leggiamo nelle Beatitudini; questa concretezza è anche in Matteo 25: l'identità cristiana è concreta - passiamo a questa religione un po' soft, sull'aria e sulla strada degli gnostici. Dietro c'è lo scandalo. Questa identità cristiana è scandalosa. E la tentazione è: “No, no, senza scandalo”».

«La croce - ha precisato - è uno scandalo» e quindi c'è chi cerca Dio «con queste spiritualità cristiane un po' eteree», gli «gnostici moderni». Poi, ha avvertito, ci sono «quelli che sempre hanno bisogno di novità dell'identità cristiana» e hanno «dimenticato che sono stati scelti, unti» che «hanno la garanzia dello Spirito» e cercano: «”Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?” Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L'ultima parola di Dio si chiama “Gesù” e niente di più».

Un'altra strada per fare passi indietro nell'identità cristiana, ha aggiunto, è la mondanità: «Allargare tanto la coscienza che lì c'entra tutto. “Sì, noi siamo cristiani, ma questo sì...” Non solo moralmente, ma anche umanamente. La mondanità è umana. E così il sale perde il sapore. E vediamo comunità cristiane, anche cristiani, che si dicono cristiani, ma non possono e non sanno dare testimonianza di Gesù Cristo. E così la identità va indietro, indietro e si perde, e questo nominalismo mondano che noi vediamo tutti i giorni. Nella storia di salvezza Dio, con la sua pazienza di Padre, ci ha portato dall’ambiguità alla certezza, alla concretezza dell’incarnazione e la morte redentrice del suo Figlio. Questa è la nostra identità».

San Paolo, ha aggiunto in conclusione, si vanta del Figlio di Dio «fatto uomo e morto per obbedienza», «questa è l’identità ed è lì la testimonianza»; è una grazia che «dobbiamo chiedere al Signore: che sempre ci dia questo regalo, questo dono di un’identità che non cerca di adattarsi alle cose» fino «a perdere il sapore del sale».

Con iOS 9 sarà più facile passare da Android a iPhone

La Stampa


Un’app permetterà di copiare tutti i dati e suggerirà anche le app equivalenti. Così a Cupertino hanno scelto di non ignorare più la concorrenza di Google ma affrontarla, anche con l’ironia
 

Quello di ieri è stato un keynote pieno di richiami a Google, che proprio nel Moscone Center di San Francisco aveva tenuto qualche giorno fa la sua conferenza degli sviluppatori . A Google si riferiva ad esempio Craig Federighi, Senior Vice President di Software Engineering, parlando di Foto, della privacy, del fatto che Apple non ha bisogno di scavare nella mail personali per rendere Siri più intelligente.

Su iOS9 si è dilungato parecchio, anche se alla fine, oltre a Siri, le novità più interessanti sono due: il multitasking avanzato su iPad e una nuova modalità di risparmio batteria che dovrebbe permettere di allungare l’autonomia di un iPhone anche di tre ore. Entrambe queste funzioni esistono su apparecchi Android da parecchio tempo.

Anche Google News esiste da tempo, sia come sito che come app, e News di Apple, in arrivo col nuovo sistema operativo, è un attacco diretto a Flipboard prima, e poi - di nuovo - a Google.

Ma né Federighi né gli altri ospiti saliti sul palco della WWDC hanno parlato di Move to iOS, quella che potrebbe essere la seconda app Android sviluppata a Cupertino (la prima sarà Apple Music, a quanto pare). L’ordine di arrivo non è fondamentale, perché alla fine entrambe le app, e in generale l’atteggiamento di Apple, indicano un cambiamento di traiettoria: non si fa più finta che il concorrente non esista, ma lo si affronta. Anche a viso aperto, come ha fatto di recente Tim Cook, che di Apple è il Ceo, nel suo intervento a difesa della privacy. Non ha mai nominato l’azienda di Mountain View, ma ha lasciato chiaramente intendere che quello era l’obiettivo del suo attacco, insieme a Facebook .

Apple Music per Android coglie un’opportunità di mercato, là dove sarebbe stato controproducente limitare il nuovo servizio di streaming a pagamento al 18 per cento degli smartphone mondiali, ignorando il 78 per cento che usa il sistema operativo di Google. Move to iOS, però va oltre: serve per passare da un telefono Android a un iPhone in maniera veloce e indolore, copiando tutta la musica, i libri le foto, i messaggi i documenti.

Finora per questo esistevano solo app di terze parti, di qualità non sempre eccelsa: per il passaggio in senso inverso, invece, le possibilità erano parecchie: Sony, ad esempio, ha sviluppato un kit, abbinando a un’app un cavo per collegare i due apparecchi e copiare più velocemente i dati dall’iPhone a un nuovo smartphone Xperia. Funziona bene e suggerisce anche le app equivalenti da scaricare su Android: proprio come Move to iOS, che installa immediatamente quelle gratuite, e con le altre compila una lista su App Store.

Per Apple queste prime app Android sono anche l’occasione di mostrare a chi ha scelto la concorrenza i vantaggi di convertirsi al regno della Mela: dovranno essere semplici da usare, ben disegnate, affidabili e veloci. E se il software non bastasse, c’è sempre l’ironia; alla fine del trasferimento dati, Move to iOS conferma che il processo è andato a buon fine, aggiungendo un suggerimento: “Puoi riciclare gratuitamente questo telefono Android presso un Apple Store”. 

Mafia Capitale, i soldi delle coop per pagare gli stipendi ai dipendenti Pd

Corriere della sera

I salari del settembre 2014 elargiti grazie ai fondi di Buzzi. Il capo della 29 giugno: «Pecoraro prese un milione». La replica: «Solo fango»

Una parte degli stipendi dei dipendenti del Partito democratico di settembre 2014 sarebbero stati pagati con i soldi di Salvatore Buzzi. È l’ultima clamorosa circostanza emersa dagli atti dell’inchiesta dei magistrati romani affidata ai carabinieri del Ros sugli affari gestiti dal gruppo guidato dallo stesso Buzzi e da Massimo Carminati. Fra l’imprenditore delle cooperative sociali e il Pd il rapporto aveva già compiuto un salto di qualità. E questo consentì al «cassiere» Carlo Cotticelli di chiedere un versamento di almeno 6-7 mila euro per provare a colmare il «buco» nelle casse. Non è l’unico. 

Nuove indagini sono in corso anche sul capogruppo del Pd alla Regione Lazio, Marco Vincenzi, indicato come il «tramite» per ottenere lo sblocco dei fondi più consistente da dirottare verso il Campidoglio, in particolare per questi Dipartimenti dove c’erano funzionari a libro paga. I magistrati stanno verificando la fondatezza delle accuse contenute in alcune conversazioni intercettate, compresa quella durante la quale Buzzi afferma: «Il prefetto Pecoraro è corrotto! Ha preso un milione di euro da Cerroni lo tiene per le palle, e lui stava nella cordata con la Polverini per i napoletani...». Il riferimento è al proprietario della discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni, che l’ex prefetto di Roma ribadisce però di aver sempre osteggiato: «È solo fango, contro Cerroni ho emesso una interdittiva. E sono stato tra i primi a ostacolare il suo monopolio».
La ricevuta del Pd
È il 9 settembre scorso, Buzzi parla con i suoi collaboratori di un incontro con Lionello Cosentino, all’epoca segretario del Pd romano, e poi «fa riferimento alla richiesta di 6-7.000 euro avanzata da Cotticelli e alla consuetudine sistematica del “primo di ogni mese” di pagare stipendi a pubblici ufficiali». L’incontro è documentato dalle «cimici» degli investigatori che annotano: «Cotticelli spiegava che erano in estrema difficoltà, in quanto non erano riusciti a pagare gli stipendi di agosto e non sapevano cosa fare, quindi chiedeva a Buzzi se poteva aiutarli. Buzzi dava il suo assenso dicendo che avrebbe fatto un assegno, poi chiedeva a Cotticelli che tipo di ricevuta gli avrebbe lasciato, al che quest’ultimo rispondeva: “Ti lascio una ricevuta come Partito democratico di Roma”. Buzzi gli spiegava che la ricevuta serviva per metterla in contabilità, quindi dava disposizione di elargire subito l’importo richiesto da Cotticelli. Poi disponeva la compilazione di un assegno di 7.000 euro, tratto da un conto della “29 giugno” intestato a “Pd di Roma”».
I soldi di Vincenzi
Il gruppo punta al Campidoglio, ma tratta anche con i consiglieri della Regione Lazio. Se Luca Gramazio è stato arrestato con l’accusa di essere organico all’associazione, interlocutore privilegiato sembra essere il capogruppo pd Vincenzi. Scrivono i carabinieri del Ros: «L’11 luglio 2014, mentre era in corso la definizione della gara relativa alla pulizia delle spiagge di Ostia, emergeva che lo stanziamento iniziale da 1,2 milioni di euro era aumentato di 600 mila euro, fino a 1,8 milioni, ottenuto attraverso l’intervento di Vincenzi: “il milione e due di Gramazio, che deve andare sui Municipi, sta diventando... è diventato un milione e otto perché seicento ce li ha messi pure Vincenzi”». I pedinamenti documentano gli incontri tra i due, i rapporti cordiali e frequenti. 

La contropartita all’interessamento del politico potrebbe essere indicata in uno scambio di sms: «Sottoscrizione effettuata sensibilizzazione in corso. In bocca al lupo Salvatore Buzzi». E Vincenzi rispondeva: «Grazie». Altre verifiche riguardano i contatti per l’affidamento dell’appalto del Recup, il centro unico di prenotazione, per il quale avrebbe avuto un ruolo il capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti, Maurizio Venafro, finito nel registro degli indagati. Su questo «Buzzi sottolineava l’esistenza di accordi politici, sottintendendo un interessamento di Marroni per una cooperativa concorrente», riferendosi a Umberto Marroni deputato del Pd ed ex capogruppo d’opposizione durante la giunta Alemanno.
«Montino è ottimo»
Quando parlano dei finanziamenti da dirottare verso i Municipi, Buzzi e i suoi collaboratori elencano i «preferiti». Nel luglio 2014 «dopo aver ricordato ai presenti “il Municipio de Gramazio è Ostia”, Buzzi ripeteva un concetto già precedentemente espresso: “cioè noi potemo anda’ dove c... ce conviene a noi... l’ideale pe’ noi sarebbero ‘sti Municipi qua, però se questi so qualcosa a Ostia . E il collaboratore Michele Nacamulli affermava: “sterino sarebbe ottimo” quindi faceva notare come “Carlo”, in passato, avesse dato due volte buca a “Montino”. Buzzi rispondeva: “ma vacce te, vacce se c’hai rapporto!”, ricordando tuttavia l’ottimo rapporto che lui aveva con un assessore». Il riferimento è al sindaco di Fiumicino Esterino Montino esponente del Pd romano e vicegovernatore con Piero Marrazzo.

Il maDelucato

La Stampa


De Luca, l’Impresentabile della Campania, si è presentato ai nuovi sudditi con l’annuncio pirotecnico di un mega-condono. Ottantamila immobili abusivi, praticamente una città. Ottantamila catapecchie cresciute in barba alle leggi che grazie al pagamento di una sanatoria diventeranno per magia dei castelli incantati. Se gli obbrobri edilizi esistono, e abbatterli tutti è impossibile, allora tanto vale regolarizzarli, a esclusione di quelli costruiti in luoghi protetti o che appartengono a chi già possiede un altro immobile. L’Impresentabile lo chiama pragmatismo. Totò gli risponderebbe: ma mi faccia il piacere. Il condono sanerà case precarie e improvvisate, senza allacci né protezioni, e anche il più scalcinato dei camorristi potrà intestarle a un prestanome ed eludere così il risibile divieto deluchista. Tanto, al sopraggiungere della prima frana che seppellirà gli abusi condonati, De Luca guiderà l’immancabile corteo di piagnoni che lamenteranno la solitudine del Sud e la mancata tutela del territorio.

Il Partito Democratico era nato per difendere le ragioni dell’ambiente e il rispetto delle regole. Nella nuova versione pratica e maneggevole, il Partito Delucratico pare invece deciso a sostituire i cittadini in regola con i costruttori abusivi. Non c’è dubbio che questa scelta gli abbia portato molti voti e che vincere le elezioni sia meglio che perderle. Se però per vincerle devi diventare qualcos’altro, e quel qualcos’altro ti fa anche un po’ schifo? È il grande dilemma del renzismo.

Mobbing, la Cassazione mette paletti alle cause di risarcimento: "Devono coesistere 7 requisiti"

Libero

In Italia si stima ci siano oltre di un milione di persone mobbizzate al lavoro, sottoposte cioè  a comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte dei colleghi o dei superiori. La vittima si vede emarginata, calunniata, criticata: gli vengono affidati compiti dequalificanti, o viene spostata da un ufficio all’altro, o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. Ma non tutte le angherie patite in ufficio possono essere "risarcite".

Lo ha detto chiaro e tondo la Corte di Cassazione con una sentenza, la numero 10037/2015, che specifica le condizioni in base alle quali il lavoratore può ritenersi davvero vittima di mobbing. I giudici della suprema corte hanno individudato delle linee guida con sette parametri con cui il dipendente deve provare di essere stato danneggiato sul posto di lavoro: ambiente, durata, frequenza, tipo di azioni ostili, dislivello tra antagonisti, andamento per fasi successive, intento persecutorio. Perché si configuri il mobbing devono ricorrere tutti e sette, non uno di meno. Cosa non sempre facile considerato che l'onere della prova sta in capo al lavoratore.

Eccoli.

1) Luogo di lavoro. Le vessazioni devono avvenire sul luogo di lavoro.
2) Durata del mobbing. I contrasti e le persecuzioni “lavorative” devono avvenire in un congruo periodo di tempo.
3) La frequenza delle attività vessatorie. Le persecuzioni devono essere molteplici e continuative.
4) Tipo di comportamenti. Le azioni “da mobbing” devono rientrare in almeno due delle categorie di azioni ostili riconosciute: attacco alla possibilità di comunicare; isolamento sistematico; cambiamento delle mansioni lavorative; attacchi alla reputazione; minacce o comportamenti violenti.
5) dislivello tra persecutore e mobbizzato. Bisogna provare l’inferiorità, a livello lavorativo, del soggetto sottoposto a mobbing.
6) Andamento per fasi successive. Devono ricorrere alcune tra le seguenti condizioni: conflitto mirato, inizio del mobbing, sintomi psicosomatici, errori e abusi, aggravamento dello stato di salute; esclusione dal mondo del lavoro, e così via.
7) Intento persecutorio. Va provato che dietro il mobbing ci sia un disegno vessatorio coerente.

Non taggare i compagni: le regole social(iste) del Partito Comunista

La Stampa
francesco zaffarano

Il movimento di Rizzo pubblica il decalogo di comportamento su Facebook e Twitter



«La natura dei social network spinge oggettivamente all’individualismo e alle peggiori performance di protagonismo». A guardare certi profili Facebook o Instagram dove i fatti propri regnano fastidiosamente sovrani, c’è quasi da essere d’accordo con l’assunto che apre il documento con le regole social del Partito Comunista, un Manifesto (la maiuscola in questo caso è d’obbligo) che detta la policy degli iscritti allo schieramento guidato da Marco Rizzo.

Ma a parte il principio di base, le linee guida che muovono dalle «ispirazioni della dottrina leninista dell’organizzazione» sono a dir poco grottesche. A cominciare dal divieto assoluto di pubblicare sui propri profili Facebook e Twitter: «considerazioni e analisi politiche generali autonome».

Sui social ogni tanto si condividono opinioni, tra una foto al mare e una del pranzo in famiglia, ma il Partito Comunista è inamovibile: «È vietato taggare (sic!) altri membri del Partito sempre su questioni politiche, storiche, filosofiche e culturali». Al massimo un selfie durante il Congresso ma senza strafare. Intanto scordatevi i mari di bandiere rosse che sventolavano per Berlinguer: per non dare troppo nell’occhio è anche « fatto assoluto divieto ad usare bandiere o simboli del Partito nell’immagine del proprio account personale ».

Niente opinioni, niente immagini e niente interazione. Cosa resta, quindi, ai compagni 2.0? Le regole social(iste) sono benevole e hanno pensato a tutto: «È auspicabile che i membri del Partito e del CC promuovano, condividano e tagghino i post (qualunque cosa questo significhi, ndr) degli organi nazionali». Ma occhio, perché «la pubblicazione di fotografie e filmati di manifestazioni del Partito devono esser improntate alla massima efficacia propagandistica e consapevolezza politica dell’evento». Va bene che siamo su Facebook, ma non si può mica svaccare.