mercoledì 10 giugno 2015

I fantasisti della scappatoia

Corriere della sera

di Michele Ainis


In Italia va così: norme dure come il ferro, interpretazioni al burro. Succede quando la politica aumenta le pene dei delitti, salvo poi scoprire che aumentano, in realtà, i prescritti. Succede con le regole del gioco democratico. Talvolta arcigne, spesso cervellotiche. E allora non resta che trovare una scappatoia legislativa al cappio della legge. Almeno in questo, noi italiani siamo professori. Come mostrano, adesso, tre vicende. Diverse una dall’altra, ma cucite con lo stesso filo. 

Primo: il caso De Luca. Nei suoi confronti la legge Severino è severissima: viene «sospeso di diritto». Dunque nessuno spazio per valutazioni di merito, per apprezzamenti discrezionali. Tanto che il presidente del Consiglio «accerta» la sospensione, mica la decide. Però l’accertamento è figlio d’una procedura bizantina: la cancelleria del tribunale comunica al prefetto, che comunica al premier, che comunica a se stesso (avendo l’ interim degli Affari regionali), dopo di che tutte queste comunicazioni vengono ricomunicate al prefetto, che le ricomunica al Consiglio regionale. Ergo, basterà un francobollo sbagliato per ritardare l’effetto sospensivo, permettendo a De Luca di nominare un viceré. E poi, da quando dovrebbe mai decorrere codesta sospensione? Dalla proclamazione dell’eletto, dissero lorsignori nel 2013 (caso Iorio). Dal suo insediamento, dicono adesso. Acrobazie interpretative, ma in Campania l’alternativa è la paralisi. È più folle la legge o la sua interpretazione?

Secondo: la riforma del Senato. L’articolo 2 del disegno di legge Boschi è già stato approvato in copia conforme dalle assemblee legislative, stabilendo che i senatori vengano eletti fra sindaci e consiglieri regionali. La minoranza pensa sia un obbrobrio, la maggioranza a quanto pare ci ripensa. Però il ripensamento getterebbe tutto il lavoro in un cestino. La procedura, infatti, vieta d’intervenire in terza lettura sulle parti non modificate; se vuoi farlo, devi cominciare daccapo. Da qui il colpo d’ingegno: si proceda per argomenti, anziché per parti modificate. Dunque il voto cui s’accinge il Senato non è vincolato dal voto della Camera. Interpretazione capziosa? E allora verrà in soccorso una preposizione: Palazzo Madama aveva scritto «nei», Montecitorio ha scritto «dai». La copia non è proprio conforme, sicché il Senato può stracciarla. Domanda: meglio un obbrobrio sostanziale o un obbrobrio procedurale? 

Terzo: la sentenza numero 70 della Consulta. Quella sulle pensioni, con un costo stimato in 18 miliardi. Il governo, viceversa, ha stanziato 2 miliardi, risarcendo le pensioni più basse, ma lasciando all’asciutto 650 mila pensionati. Poteva farlo? Dicono di sì, con argomenti che s’appoggiano sulla motivazione della sentenza costituzionale. Che però disegna un arzigogolo, dove c’è dentro tutto e il suo contrario. Sennonché il dispositivo è netto, e non distingue fra categorie di pensionati. Dal dispositivo, peraltro, derivano gli effetti vincolanti. A meno che quest’ultimo non rinvii espressamente alla motivazione, come succede di frequente. Non in questo caso, tuttavia. E allora, che diavolo avrebbe potuto inventarsi il nostro esecutivo? Quattrini non ne abbiamo, siamo ricchi soltanto di fantasia interpretativa. 

Morale della favola, anzi delle tre favole su cui sta favoleggiando la politica. Quando la legge, o il disegno di legge, o la sentenza fanno a cazzotti con la logica, diventa logica un’interpretazione illogica.

michele.ainis@uniroma3.it
10 giugno 2015 | 07:46

Google Maps, continua la «querelle» Juve-Napoli. Digiti «lavali» e compare il Vesuvio

Il Mattino




Google Maps «ci ricasca» e torna a far parlare di sé soprattutto per quel che riguarda il mondo dei tifosi italiani e la rivalità Juve-Napoli. Se infatti qualche giorno fa è emerso che digitando la frase "Vai a cagare" appare lo Juventus Stadium di Torino, covo bianconero, oggi la nuova "scoperta". Digitando la parola "Lavali" sul motore di ricerca delle mappe, compare il Vesuvio. Chiaro riferimento alle oltraggiose frasi - "Vesuvio, lavali col fuoco" - che si odono in molti stadi d'Italia, di cui i tifosi della Juve sembrano essere stati gli "inventori". Solo lo sfottò di un burole o un furbo hacker?

Il Parlamento europeo riconosce le “famiglie gay”

La Stampa

Approvato a larga maggioranza un rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa




Il Parlamento europeo riconosce l’esistenza di «famiglie gay». Lo fa con un testo non vincolante in cui affronta il problema dell’uguaglianza di genere nell’Unione. E’ il rapporto che ogni cinque anni il parlamento redige e approva per offrire linee di indirizzo complessivo per correggere le discriminazioni, nel mondo del lavoro, per ragioni di nazionalità, etnia, religioni, reddito, convinzioni e scelte sessuali. Approvato a larga maggioranza, il documento ammette che l’assemblea «prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia».

E’ un punto importante in una strategia di ampio respiro. L’Europarlamento afferma anche a necessità di specifiche per rafforzare i diritti delle donne disabili, migranti, appartenenti a minoranze etniche, delle donne Rom, delle donne anziane, delle madri single e dei Lgbt. A proposito della famiglia, raccomanda che in ogni ambito (compresi i risvolti in ambito lavorativo come congedi ecc.) «si tengano in considerazione fenomeni come le famiglie monoparentali e l’omogenitorialità Lgbt». Il messaggio è che tutti devono essere più uguali. Comunque, non si deve pagare la presunta «diversità».

In marzo, l’Europarlamento aveva già invitato l’Ue a procedere sulla strada d’una disciplina positiva per le unioni gay. In quell’occasione è stato approvata a gran maggioranza - 390 voti a favore, 151 contro e 97 astensioni - la relazione di Pier Antonio Panzeri (Pd) che «incoraggia le istituzioni e gli Stati a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili».

Tre anni fa era andata in modo analogo ed era stata la vera prima. Nel marzo 2012, per appena venti voti, il fronte popolare e i partiti della destra non erano riusciti a cancellare il punto 7 della risoluzione sulla «Parità dei diritti fra uomo e donna», testo che «si rammarica dell’adozione da parte di alcuni stati di definizioni restrittive di “famiglia” con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli». L’emendamento destinato a cancellarlo è stato in quell’occasione bocciato con 342 voti contrari a fronte di 322 favorevoli. Così è rimasto agli atti di Strasburgo anche il principio secondo cui la maggioranza, e dunque l’assemblea, ricordano che «il diritto va applicato senza discriminazione sulla base di sesso o orientamento sessuale, in conformità della Carta dei diritti fondamentali».

Il voto di ieri è un passo avanti che fa discutere. «Passaggi come questi devono essere di aiuto al governo e Matteo Renzi per un’approvazione rapida e completa del ddl Cirinnà sul riconoscimento delle Unioni Civili», commenta Daniele Viotti, eurodeputato del Pd. «Dopo Irlanda, da Parlamento Ue arriva altro importante riconoscimento famiglie gay. Italia esca dal Jurassic Park e riconosca diritti» scrive su Twitter il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova.

Negative le reazioni sul fronte popolare. Per il segretario nazionale Udc Lorenzo Cesa, si tratta di «un arretramento culturale grave dell’Europa che svilisce il valore della famiglia». 

Grazie signor giudice, il ladro subito libero, io costretta a pagare tre volte»

Il Mattino

PADOVA - Ecco il testo completo della lettera aperta scritta dalla commerciante padovana, Paola Giusto, derubata e danneggiata da una spaccata sabato notte.

 

 «Gentile Giudice,
sì gentile, che ha rilasciato dopo 10 ore Alberto Sarpato 37enne di Piove di Sacco (Pd) che sabato alle 2 di notte ha sfondato con un tombino di ghisa lanciato con forza la vetrina blindata del mio negozio. Grazie.

Vede Signor Giudice, nel mio negozio c'è dentro la mia vita, ed è questa che è stata violata. Ci sono i risparmi, accumulati con grandi sacrifici, per allestirlo, la fatica, l'abnegazione, la dedizione, la fantasia, le notti insonni a pensare soluzioni ed idee per continuare a restare "sul pezzo".

L'amore per le clienti, l'ascolto, la partecipazione, l'affetto, la sofferenza condivisa, le gioie, il coraggio e la caparbietà di resistere con tenacia nonostante questa crisi che ha decimato decine di attività. Prendo l'aggettivo coraggio, sì, perché ci vuole coraggio ad alzarsi tutte le mattine e affrontare la giornata, sperando di aver fatto le scelte giuste, che invitino le persone ad entrare e acquistare i prodotti. Non è solo questione di esperienza, ma di studio per capire il mercato, di inventiva, di immaginazione e di narrazione, perché Signor Giudice nel mio negozio l'acquisto dell'abito è il fine ultimo, prima c'è l'accoglienza e tutto quello che ho scritto sopra. Io vendo Paola.

In queste quattro mura ci sono, oltre alla merce esposta, i miei libri, le foto, i ricordi, il divanetto su cui ci si siede e ci si racconta la vita. E' un luogo di incontro, di scambio di idee, di cultura, dove si esce sentendosi rassicurate e belle con l'abito e l'accessorio nuovo, ma dove anche si è stretto un nuovo legame, di complicità e confidenza. Quindi non una semplice rivendita, ma luogo pulsante di vita.

Ed è questa vita che quest'uomo infido ha violato e sporcato con il suo sangue infetto.
Ecco Signor Giudice, io sono condannata a pagare un'altra volta, la terza, lui è libero di distruggere, magari ancora il mio negozio, un'altra volta, altre volte. Mentre io continuerò a pagare».

Paola Giusto

Padova

mercoledì 10 giugno 2015 - 07:18   Ultimo agg.: 09:34

Migranti, folklore e dibattiti utili

Corriere della sera

di Ernesto Galli della Loggia

 Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato proprio un federalista doc, uno dei capi di quei leghisti che da anni ci fanno una testa così sui mitici «territori», sulle loro esigenze e sui loro diritti inalienabili, a farci sapere che in realtà quanto sopra vale sì per i «territori», ma solo a un patto: che si tratti dei «territori» dove comandano loro? Il chiarimento - davvero istruttivo - lo si deve al presidente della Lombardia, Roberto Maroni. Il quale, irritatissimo perché alcuni sindaci della stessa Lombardia avevano osato contro il suo avviso dichiararsi disponibili ad accogliere un certo numero di immigrati, non ha trovato di meglio che minacciarli all’istante di togliere ai loro Comuni i contributi regionali. Come un qualunque prefetto dell’Italietta centralista del tempo che fu.

Guai però se questo folklore del federalismo italiota ci servisse per mettere la sordina sulla questione ogni giorno più grave che rappresenta l’immigrazione incontrollata che al ritmo di mille-duemila persone al giorno si rovescia attraverso il Mediterraneo sulle nostre coste. Mentre altre centinaia e centinaia di migliaia, lo sappiamo, attendono sull’altra riva. Si tratta di un fenomeno di carattere epocale. È qualcosa che lasciato a se stesso costituisce un pericolo per aspetti decisivi della nostra vita, come collettività statale e nazionale.Esso ad esempio mette in contrasto le varie parti geografiche del Paese schierando, come già si vede oggi, l’una contro l’altra .

A vvelena le relazioni tra i diversi strati sociali della popolazione, dal momento che è solo su quelli meno abbienti che ricadono in maniera assolutamente sproporzionata i costi di ogni tipo del fenomeno. Nell’esistenza quotidiana di milioni di nostri concittadini, spesso in quella dei più deboli ed anziani, diffonde poi (ed è inutile obiettare che si sbagliano: anche perché più di una volta, invece, non si sbagliano per nulla) disagi, insicurezze, paure, che si traducono in pericolosi riflessi di tipo securitario fuori misura; rischia infine di alimentare posizioni ideologiche dai contenuti aggressivi e radicali in grado di modificare gravemente il nostro quadro politico.

L’immigrazione insomma è l’opposto della normale amministrazione, è potenzialmente un terremoto. E come tale va trattata: non può essere affrontata solo con le categorie della benevolenza umanitaria (a cui pure nessuno di noi intende sottrarsi), così come non si può pensare di affidarne la gestione a una flottiglia della Marina e alla debole guida del ministro Alfano. Va trattata tendenzialmente come una vera e propria emergenza nazionale, e tutto il governo, a cominciare dal presidente Renzi, deve metterla ai primi posti delle sue priorità, muovendosi in modo adeguato. Innanzi tutto nei confronti dell’Europa: e cioè seguendo finalmente una linea decisa, molto decisa, anche fino alla durezza (scelga Renzi quale, purché ne scelga davvero una).

E quindi all’interno, chiamando tutto il Paese (non solo le forze politiche) ad una sorta di grande consultazione collettiva, ad una presa d’atto della nostra situazione storica, ad una discussione sul nostro futuro, per stabilire insieme il da farsi: a cominciare - questa la prima proposta che personalmente mi sentirei di fare - da una nuova, non più rinviabile, legge sulla cittadinanza. È in ballo il destino dell’Italia: il presidente del Consiglio ci dica che cosa pensa .

Che cosa continuiamo a sbagliare nell’accoglienza dei migranti

La Stampa
 niccolò zancan

Se questo è un gatto

La Stampa


Sama è partita dal Sudan per raggiungere suo padre a Crotone. Nella borsa ha infilato pochi stracci e una gatta di dieci mesi, Lola. L’impresa è parsa da subito disperata. Nella storia recente della migrazioni solo due animali hanno varcato illesi il Mediterraneo: una capretta e un felino anziano. Ma nessuno è mai riuscito a sbarcare a Lampedusa. La ragazza ha praticato quattro fori nella borsa e nascosto la cucciola a trafficanti e doganieri, tirandola fuori soltanto la notte nel deserto libico per brevi passeggiate sotto il cielo stellato. Poi la traversata, il barcone, la paura, il rimorchiatore inglese che le porta in salvo a Lampedusa.

E la gatta che mette la testa fuori dalla borsa e viene smascherata. La ragazza urla che non vuole scendere senza di lei, mentre la borsa ondeggia tra le mani di un soldato che sta per buttarla a mare. Ma siamo in Italia e scatta l’Operazione Gatto. Il sindaco si precipita sul molo, e dietro il sindaco il medico, e dietro il medico i volontari, i carabinieri, gli animalisti, i semplici cittadini: giù le mani da Lola, è già diventata patrimonio nazionale. Dopo l’inevitabile quarantena, potrà ricongiungersi alla sua umana di riferimento.

Una storiella marginale, persino stucchevole, che farà dire a qualcuno che in questa parte di mondo siamo più affezionati alle bestie che alle persone. Eppure, agli occhi di molti, l’odissea della gatta Lola ha semplicemente umanizzato i migranti. Una ragazza sudanese che scappa col suo animale domestico non è più una clandestina, ma una come noi. Chissà se Maroni ha un gatto.

Fedez, le contraddizioni di un rapper Dai centri sociali al successo

Corriere della sera

Le critiche alla tv e la partecipazione a un talent o gli attacchi ai ritrovi modaioli (dove poi va) «Sì sono incoerente, lo era anche Caravaggio»

 

 

 Diversamente rapper. In questa autodefinizione sta il personaggio Fedez. E anche la difficoltà nell’inquadrarlo. L’anomalia di Fedez non è solo musicale. Sono la sua provenienza, il suo modo di comunicare, il suo approccio alla carriera e al successo che vanno letti con chiavi diverse da quelle che siamo abituati ad utilizzare. Duro e puro, ma anche pieno di contraddizioni. Nelle rime Fedez prende di mira la Milano coca-sushi e modelle, i locali fighetti e poi te lo ritrovi nel privé del Just Cavalli teatro dell’incidente dell’altra sera. Non risparmia critiche taglienti alla televisione italiana ed eccolo giudice di «X Factor».

L’accusa di essere passato dalla parte del nemico non lo lascia indifferente. «Vengo dal mondo dei centri sociali e sono orgoglioso di dire che sono stato in corso Como (la zona dei locali modaioli milanesi ndr) per la prima volta due anni fa. Ed era per lavoro». La comunità hip hop non perdona il successo. «È commerciale» detto di un rapper è come un bollino d’infamia per i fan duri e puri. E nei commenti sotto i video di YouTube le tifoserie si scatenano con insulti. La chiude con una battuta. «Ti odiano non quando ti vendi ma quando ti iniziano a comprare».

Successo visto come tradimento, quindi, ma successo che storicamente è l’obiettivo di qualsiasi rapper. La musica come mezzo di riscatto sociale. E allora ecco diamanti, i macchinoni, l’esagerazione che a partire dalla old school americana diventano un modo per dire ce l’ho fatta, per certificare l’uscita dal ghetto. Anzi, c’è chi se la tira prima ancora di essere arrivato. Forse questo dovrebbe valere meno per chi arriva dai centri sociali dove il sistema è qualcosa da sgretolare più che da scalare. «All’inizio l’imborghesimento mi ha spaventato», ha detto il rapper. «Poi ho capito che devo prendere l’arte per l’arte e il lavoro per il lavoro. Devi portare il tuo mondo dentro un contesto senza svilire la tua dignità». E così la contraddizione, almeno a parole, è risolta.

Però siamo a un passo dall’incoerenza. Anche qui Fedez ha trovato il modo di uscirne. Rivendicandola come qualità del vero artista. Con addirittura la benedizione di Francesco De Gregori, il Principe del cantautorato, che per il suo concerto gli ha regalato una testimonianza video sul tema. Fedez usa anche Caravaggio come scudo. «Chi più incoerente di uno che prendeva soldi dalla Chiesa e usava delle prostitute come modello per dipingere la Madonna?», dice. «L’apoteosi di quel che si suole definire “sputare nel piatto in cui si mangia”. Ogni grande artista è incoerente, ogni grande artista prima o poi sputa nel piatto in cui mangia». 

 Le contraddizioni del 25enne sono tutte sotto la luce del sole però. Nel mondo della canzone sono tanti quelli che prestano la musica o l’immagine a un marchio. Raro che qualcuno lo ammetta. Si fa, si incassa, ma non si dice. Fedez invece racconta il come e, senza pudori, anche il quanto del sistema. Da comunicatore senza freni (ma con le mani ben fisse sul volante tranne quella volta che sul caso NoExpo è finito vittima dei suoi stessi tweet un po’ troppo confusi) ha anche un rapporto elettrico con la politica. Chiedere a Giovanardi, Salvini o Gasparri. 

Sta con Grillo e i 5 Stelle, attacca la «casta», se la prende con chi resta attaccato alla poltrona. «Qualcuno pensa che la politica mi sfrutti. Magari è vero il contrario...». Duro sì, anche puro? «Candidato mai. Non voglio essere un esempio di onestà e senso civico. È il sistema che renderebbe corruttibile anche me», dice con assoluto candore. E che dire delle rime taglienti di «Alfonso Signorini (Eroe nazionale)», hit da 8 milioni di clic su YouTube sui vizi e vizietti del nostro Paese? Il giornalista ne esce come una caricatura. Però nel video della canzone chi c’è? Signorini in persona, con tanto di tutina rosa. 

Il cortocircuito è completo quando vedi Fedez e la fidanzata sulla copertina di «Chi» dopo aver ascoltato «L’amore Eternit» in cui lui si immagina che lei preferisca «stare sotto le coperte e non sopra le copertine».

Di sicuro Fedez ha capito le contraddizioni dello star system. E le sfrutta. O ci sguazza.

Perché Instagram cambia aspetto?

La Stampa
valerio mariani

Un restyling discreto con foto più grandi che prepara il terreno alla pubblicità.

 

Novità in casa Instagram. L'app fondata da Kevin Systrom e Mike Krieger nel 2010 e comprata da Facebook nel 2012 per circa un miliardo di dollari tra contanti e azioni, rifà il look alla versione per pc, quella a cui lavorarono inizialmente i due sviluppatori, e alla app mobile. Il nuovo disegno dei profili per pc prevede foto più grandi distribuite su file da tre e non da cinque come ora. Le altre, piccole, modifiche – come la riduzione della cornice nella app mobile – hanno tutte l'obiettivo comune di visualizzare ancora meglio le foto postate dall'utente.

La nuova interfaccia – decisamente più pulita e, come detto, se possibile ancora più focalizzata sulle foto - sarà visibile anche nelle liste di foto accomunate dallo stesso hashtag e i profili saranno aggiornati lentamente per completarsi entro la fine della settimana. La novità può essere interpretata nel modo più semplice, ovvero giustificando un restyling fisiologico dopo cinque anni di “app che vince non si cambia” e tre di controllo discreto di Facebook.  

L'acquisizione fortemente voluta da Zuckerberg, infatti, ha sempre avuto il sapore di una soppressione di un concorrente, secondo la vecchia tecnica delle newco della bolla degli anni Duemila, più che di un acquisto seguito da una precisa visione. Ma potrebbe esserci un ulteriore motivo recondito? Instagram a marzo 2015 (dati Statista.com) è una piattaforma social con 300 milioni di utenti attivi che si posiziona al decimo posto della classifica generale, dopo Facebook, Whatsapp, Facebook Messenger, Linkedin, Skype e Google+ tra gli altri e prima di Twitter, per esempio.  

Carolyn Everson, vicepresidente del marketing in Facebook, intervenendo a una conferenza tecnica organizzata dalla società di consulenza JPMorgan ci viene in aiuto chiarendo le differenze tra Instagram e Facebook: su Instagram le persone seguono veramente le loro passioni e i loro interessi, e non è raro che si seguano anche persone che non si conoscono, un po' come Twitter.

Per questo, attenzione a non sottovalutare il social network che, rispetto al Re incontrastato ha due caratteristiche fondamentali. In primo luogo, il motivo spiegato dalla manager determina un valore di marketing molto più alto per il singolo profilo perché le informazioni che si possono dedurre dalla sua attività e da quali profili segue sono molto più profonde di quelle di un profilo Facebook, dove tutto è molto più “dispersivo”.

Il secondo motivo per cui nessuno, tantomeno il padrone Facebook, dovrebbe sottovalutare Instagram è la diffusione tra i Millennials ma soprattutto tra la generazione Z, quella successiva dei nati dalla metà degli anni '90 in poi, ovvero i consumatori del prossimo futuro. Instagram, inoltre, si è rivelata una piattaforma indipendente dalla lingua, un limite per Twitter, e fortemente “democratica” visto che dà una maggiore importanza alle foto rispetto al testo, anche se, come nota chiunque la usi, la lunghezza media dei commenti è cresciuta, al netto degli hashtag.  

Infine, su Instagram la scoperta di nuovi profili da seguire è molto più immediata, proprio perché basata sulle immagini, rispetto a Twitter, per esempio, decretando questo social uno di quelli in cui si spende più tempo (circa 20 minuti al giorno secondo i dati Facebook). Se al restyling grafico della piattaforma aggiungiamo la notizia recente, un po' passata in sordina, della apertura a forme non ben definite di pubblicità previste per fine anno, i conti tornano: foto più grandi, pubblicità più visibili. Insomma, Facebook non ha messo in soffitta il suo acquisto, anzi. Magari ci scappa uno spin off.

Per il tribunale di Roma i campi rom sono “discriminatori”

La Stampa
giulia merlo

Condanna per la costruzione di un insediamento in periferia voluta dalla giunta Alemanno. Potrebbe aprire le porte a nuovi ricorsi

Il tribunale civile di Roma ha riconosciuto «il carattere discriminatorio» del campo rom di Roma, aperto dalla Giunta Alemanno in zona La Barbuta, nella periferia della Capitale, per ospitare circa 600 persone sgomberate da altri campi. I giudici hanno condannato il Campidoglio, imponendo che gli «effetti discriminatori» vengano immediatamente interrotti e dunque che le persone che vivono nel campo vengano spostate in un luogo idoneo.  

La sentenza ha definito il campo rom una «soluzione abitativa di grandi dimensioni diretta esclusivamente a persone appartenenti a una stessa etnia e realizzata in modo da ostacolare l’effettiva convivenza con la popolazione locale». Il riferimento è allo specifico campo, definito «villaggio abitativo», de La Barbuta, ma è possibile che il verdetto diventi il grimaldello per far dichiarare fuori legge tutti i campi della Capitale.

Le reazioni dei ricorrenti
Il ricorso è stato presentato dalle associazioni «21 luglio», che si occupa dei diritti umani di rom e sinti in Italia, e Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione. «Il Tribunale ha confermato l’ illegittimità delle politiche abitative adottate dal governo centrale e da alcune amministrazioni locali nei confronti dei cittadini rom, riaffermando la necessità di superare non solo i campi, ma anche qualsiasi altra politica abitativa finalizzata alla marginalizzazione e ghettizzazione», ha scritto l’Asgi in un comunicato. «Il rischio, in mancanza di un percorso di collaborazione del Comune, è una pioggia di cause per ciascun capo rom e per ciascun rom che ci vive», ha commentato l’avvocato dell’associazione «21 luglio».

I numeri dei rom a Roma
I rom residenti a Roma oggi sono circa 10 mila, distribuiti nei 7 campi rom «regolari», tra cui quello de La Barbuta, e in moltissimi insediamenti abusivi sparsi nelle periferie della Capitale. Secondo le stime dell’associazione «21 luglio», il Comune ha speso nel 2014 oltre 8 milioni di euro per il funzionamento di questi centri di raccolta. Il «Piano Nomadi» promosso dalla Giunta guidata Gianni Alemanno nel 2009 ha avuto un costo complessivo di circa 60 milioni di euro.

Scoperto il sangue dei dinosauri

Corriere della sera

Alcuni globuli rossi su tessuti rinvenuti attaccati alle ossa. La scoperta di un team (in cui c’è un italiano) permette di ricostruire l’aspetto dei giganteschi rettili 

 Non siamo ancora arrivati a Jurassic Park ma poco ci manca. Sono stati infatti identificati residui di materiale organico In alcune ossa di dinosauri risalenti a settantacinque milioni di anni fa: cellule di tessuti e tracce di quelli che sembrano essere globuli rossi. La straordinaria scoperta, effettuata da ricercatori dell’Imperial College di Londra, fornisce preziosissimi indizi per risalire al reale aspetto e alle abitudini dei giganteschi rettili che in un passato molto remoto hanno dominato la Terra: lo studio di eventuali resti di cellule ematiche potrebbe infatti aiutare gli scienziati a capire quando i dinosauri hanno sviluppato un metabolismo simile a quello degli uccelli, in altre parole in che modo si sono evoluti in animali a sangue caldo e quale è stata la loro genealogia.

Un pezzo d’unghia
Il team di ricercatori capitanati da Segio Bertazzo e Susannah Maidment ha individuato piccole parti di tessuti molli nei reperti ossei di otto esemplari di dinosauri, ritrovati nei primi decenni dello scorso secolo e risalenti al Cretaceo, il periodo che nella cronologia delle ere geologiche segue il Giurassico. Anche se le ossa non erano in perfetto stato di preservazione, anzi, e a prima vista non mostrassero segni evidenti di strutture tissutali, accurate analisi al microscopio elettronico hanno rivelato invece la presenza di cellule quasi del tutto identiche a eritrociti (i globuli rossi), oltre a fibre di collagene e residui di altre proteine di tessuto connettivo. Finora qualche traccia di materia organica era stata osservata solo in rarissimi campioni fossili ottimamente conservati, ma con identificazione 

controversa: secondo alcuni esperti non sarebbero residui di natura biologica in quanto le molecole che compongono le proteine decadono in tempi relativamente brevi e comunque non possono durare oltre quattro milioni di anni. Ma i risultati delle analisi effettuate dai ricercatori d’oltremanica e riportati su Nature Communications sembrano fugare ogni dubbio. Anche perché hanno esaminato vari campioni provenienti da diverse ossa di differenti fossili, tutti custoditi al Natural History Museum della capitale inglese: un pezzo d’unghia dell’artiglio appartenente a un esemplare non ben definito di teropode (cioè della famiglia del Tirannosauro Rex), frammenti di tibia e costole di cinque adrosauridi (erbivori col becco d’anatra e una lunga protuberanza a mo’ di elmo sul cranio), di un casmosauro (altro erbivoro ma dotato di lunghe corna) e di un ceratopside (famiglia del Triceratopo).
Le analisi
Gli studiosi si sono avvalsi di uno stuolo di apparecchiature all’avanguardia: prima hanno visionato le ossa con dettagli micrometrici tramite un microscopio elettronico a scansione per rilevare e localizzare nei frammenti la presenza di tessuti molli, poi con uno strumento che spara fasci di ioni hanno praticato micro incisioni per osservarne la struttura interna. Hanno così scovato molecole di amminoacidi (le basi delle proteine) e catene proteiche avvolte in filamenti a tripla elica, come nelle fibre di collagene, la principale proteina che costituisce il tessuto connettivo. “Poiché ogni gruppo di animali ha una sua propria struttura di collagene, future analisi ci potranno dire come le varie specie di dinosauri erano imparentate tra loro” spiega Susannah Maidment. 

Infine i piccoli pezzi di tessuto sono stati sottoposti ad analisi con uno spettrometro di massa, comparandoli con un campione di sangue prelevato da un emù (dato che si ritiene che gli uccelli discendano proprio dai dinosauri). Risultato: i frammenti fossili hanno mostrato similarità con i globuli rossi dell’uccello australiano. Alla fine la domanda sorge quindi spontanea: sono state rinvenute anche tracce di Dna? «Non è possibile trovarlo o estrarlo da questo tipo di campioni», dice Segio Bertazzo «però la nostra scoperta ha implicazioni allo stesso modo importantissime: ora sappiamo che con adeguate tecniche siamo in grado di rivelare la presenza di cellule vecchie di 

decine di milioni di anni nei resti fossili degli scheletri di dinosauri; il che non solo ci consente di conoscere meglio la fisiologia di queste creature, ma anche il loro comportamento e permette di tracciare una precisa linea di discendenza tra le varie specie». Proprio per il fatto che il team è riuscito a osservare strutture organiche in ossa che giacevano da quasi cento anni nelle teche di un museo, si suppone ora che anche in altri reperti sparsi per il mondo si possa trovare qualcosa di simile o addirittura di più dettagliato. E che potrebbe riservare altre eclatanti sorprese.

10 giugno 2015 | 09:51

Montesano, 70 anni di grasse risate

Gabriele Lazzano

Intervista Cult. ENRICO MONTESANO. I 70 anni di un genio che non si prende sul serio. I colleghi, la politica, da cui è scappato. I Maestri.   

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Ci racconta un episodio OFF degli inizi della sua carriera?
Scusi, scusi, scusi… e che vor di’ OFF?

Un aneddoto che ricorda con particolare piacere dei suoi inizi…
Ah, certo… Carina come domanda, originale… Ve possino! Vi ho fatto uno dei miei primi personaggi, che diceva sempre “che vor di’”. Vuole sapere qualche cosa che è avvenuta… come si può dire… al di fuori delle normali interviste e cronache?

La cosa più strana, che non ha mai raccontato in nessuna intervista, relativa ai suoi inizi.
E mo’ ve la vengo a raccontà a voi?

Mi faccia fare uno scoop…
Una cosa carina che mi viene in mente risale a quando venni a Milano per mio debutto su Rai Uno… Una volta c’erano dei dirigenti molto attenti che andavano nei teatrini: mi videro Castellano e Pipolo al vecchio Bagaglino – che ai tempi era ancora agli esordi, nella cantina e non al Salone Margherita, quando c’era una certa libertà e facevo una mia satira che non era né di destra né di sinistra – e mi chiamarono. Lì ho conosciuto Pino Caruso e per risparmiare prenotavamo insieme il vagone letto: dopo lo spettacolo prendevamo il treno per Milano alla stazione Tiburtina e arrivavamo alla mattina, col nebbiun, perché nel 1968 Milano gh’avea la nebia, non è come adesso… Un altro episodio curioso è successo in una libreria di Milano, quasi vent’anni fa: un signore mi guarda e dice: “Questo è romano ma lavora, eh!”, perché aveva visto “Bravo!”. Quella era una Milano ancora molto milanese… sono andato bene?

Benissimo!
Devo sforzarmi di trovare una storia ancora più OFF?

A parte che ci ha ricordato che ci hanno tolto anche la nebbia a Milano, quella che ci ha raccontato andava benissimo!
Ma guarda che allora mi dicevano: “Ma questo chi è?” e stavo in un alberghetto, sul davanzale c’era veramente la fuliggine! Un motivo d’imbarazzo per noi era chi se spogliava per primo tra me e Caruso: eravamo insieme in questo vagone letto, chi dormiva sopra e chi dormiva sotto, chi si spogliava, e girate de qua e girate de là, “Ma che, te stai a guardà?”, gli dicevo io… c’erano questo romano e questo siciliano, come degli emigranti un po’ più di lusso, che andavano a laurà a Milan. Però, insomma, Milan l’è un gran Milan. E ci è andata bene, perché quella è stata la mia città padre.

Enrico, lei ha detto: “satira né di destra, né di sinistra”. Allora. la domanda forzata è cosa pensa della satira di Crozza?
Ecco, questa è una domanda OFF! Diciamo che Crozza è il primo comico serio, serissimo! Ballantini di Striscia è straordinario, però trovo Crozza bravo e simpatico quando fa le imitazioni. Invece, quando fa i suoi monologhi è il comico più serio al mondo.

… Ma è un complimento dire a un comico che è serio?
Non lo so, bisogna vedere come lo si prende. Insomma, certe volte la sua è una satira un po’ stiracchiata. Credo che bisognerebbe essere un po’ più liberi quando si fa la satira e non cercare la captatio benevolentiae di nessuna parte.

Andando a ritroso nella sua carriera, posso chiederle qual è il ricordo più bello che ha di Alighiero Noschese?
Beh, Alighiero è stupendo… Quando eravamo ai vecchi stabilimenti di Dino De Laurentiis sulla Pontina, siccome in quel momento non c’erano altre produzioni, avevano assegnato a lui il camerino di Sophia Loren e a me quello di Peter O’ Toole, che erano grandi come due appartamenti. E il corridoio con tutti gli altri camerini era vuoto, e lui faceva la voce di Totò o Tina Pica, e io gli rispondevo o come Tina Pica, o come Totò.  Mi faceva: “Contessina carissima, come pensa che sia andata la giornata?”, e io rispondevo: “Ah, caro conte, benissimo”. 

Poi andavamo via insieme, c’era l’autista con la Mercedes, un modello degli anni ’50, color crema, meravigliosa. L’autista era perfino più basso della Mercedes, usava dei cuscini per guidare, ma era stupendo: Armando, che teneva la macchina come un gioiello e ci accompagnava. Spesso gli facevo compagnia mentre Alighiero si cambiava. Aveva sempre con sé la terra benedetta e la medaglietta di Santa Lucia Posillipo, e le baciava. Questo rito molto di devozione, ma anche molto napoletano, mi affascinava. Mi sono divertito con Alighiero, lui mi chiedeva spesso che ne pensassi di Chiaretta, sua figlia. Che poi è diventata una brava e grande attrice. A me piace molto, Chiara Noschese.

Lei è un grande protagonista della commedia all’italiana, però d’autore…
Posso dire una cosa OFF?

Certo.
Quando mi presentavo a Ettore Scola, gli dicevo: “Che, non mi fai fare una cosa con te? Io sono er comico de mezzo”, perché sopra di me c’erano, scusate se è poco, i campioni del mondo dei pesi massimi: Tognazzi, Manfredi, Sordi, Gassman… Non so se hai capito noi chi avevamo sopra la testa, a parte Mastroianni. Prima di loro c’erano Totò e De Sica. Bisognava fare di tutto per assomigliare a loro, per essere un minimo accettati. Loro non ci cagavano di pezza – come direbbe Tognazzi, mi perdoni l’eufemismo… o come diceva Gassman, la semantica dell’eufemismo – questo ci ha spinti a fare di meglio. Poi sono arrivati Verdone, Benigni, Troisi… ma loro erano i nipoti, noi invece eravamo i figli. Adesso però… non lo so che succede…

Esattamente qui volevo arrivare. La comicità che è iniziata con il filone De Sica figlio, lei come la vive? Cosa ne pensa, da comico?
Non credo che rimarrà nella storia. Credo che rimarrà nella storia De Sica padre. Christian è un ragazzo simpaticissimo, è una persona educata, carina, ma non credo che i cinepanettoni rimarranno nella storia. Io mi sono rifiutato di farli, e per questo poi mi son fermato. Noi cercavamo di fare delle belle commedie, ovviamente era un sogno arrivare ad avere una sceneggiatura di Age & Scarpelli, quando mai avrebbero scritto per noi? Poi però alla fine già Benvenuti e De Bernardi ci scrissero delle sceneggiature e cercammo di fare delle cose buone. Ho fatto dei film con Giorgio Capitani, con Sergio Corbucci, ma fu una scalata lenta perché i nostri predecessori erano molto severi. Cosa che non siamo stati noi con questi qui. Ora c’è una carrettata di commedie che non capisco. Ecco, a parte la genialità di di Troisi e Benigni, per il resto…

Lei al cinema ci va?
Io sono un membro della Academy del Donatello, avendo vinto più di un premio tra cui una statuetta come regista esordiente. Vedo tutti i film, anche in streaming sulla rete, perché abbiamo questa possibilità come giurati. Ho visto un po’ di commedie, ma adesso non mi posso esprimere, non voglio influenzare gli altri: sono in uscita le cinquine del David… io li vedo, sì, cerco di vederli. Ci sono tanti registi esordienti, tante storielline, e io a volte alla fine mi dico: “Ma perché hanno fatto ‘sto film?”

Mi aspettavo una risposta così…
Con Pasqualino Festa Campanile, il mio maestro, o Sergio Corbucci, facevamo pomeriggi interi a discutere quando si doveva fare un film per Cecchi Gori, per babbo Mario, o per Aurelio e Luigi De Laurentiis… Luigi riprendeva suo figlio: “Aurelio, ma che dici?”… Aurelio, che adesso è the big president… e Pasqualino mi diceva: “Ma il personaggio qual è? I film si fanno coi personaggi!”, invece Corbucci faceva: “Senti ma la storia qual è? Ah, sì… uno paralitico che incontra uno cieco…”. Lui non ha voluto fare quel film, poi lo fecero, mi pare, Pozzetto e quell’altro attore… che si offenderà, perché non mi viene in mente al volo… Corbucci lo criticava molto, questo film. Questo per dire come si discuteva sulle storie.

Lei ha mai pensato: “Questo film forse non lo avrei dovuto fare”? C’è un film che si è pentito di aver fatto?
Qualche volta mi volevo rifiutare di fare certi film, e poi ero costretto a farli sennò mi avrebbero detto peste e corna… Ma tanto le hanno dette lo stesso! Perché in Italia se uno cerca di fare il serio e di fare le cose bene, se non è il momento e non ha la persona giusta davanti, come dice Borges, “per ignoranza o per invidia”, si dice che è un rompipalle e un pignolo. Comunque non posso dirti i titoli, perché quelli li ho cancellati proprio dalla memoria. Ma sicuramente due o tre film non dovevo farli, erano proprio brutti. Non mi hanno giovato, io quelli che ricordo sono  “Aragoste a colazione”, “Il ladrone”, “Il conte Tacchia”, “Febbre da cavallo”, erano commedie divertenti…

De “Il conte Tacchia” ricordo benissimo la canzoncina…
Faremo un concerto con l’orchestra della Magna Grecia e le musiche del maestro Armando Trovajoli, e canterò pure quella…

Dove lo farà? Che meraviglia…
L’Orchestra della Magna Grecia per statuto fa per prima cosa concerti lì in Puglia e Lucania, fra Potenza e Taranto, Bari…

A Piazza Pulita, lei ha detto di aver votato il Movimento 5 Stelle perché Grillo, a differenza di Letta e di Renzi, ha visto la buca davanti a casa sua… alle prossime Europee voterà ancora Grillo? (leggi le interviste di Pippo Baudo e Enzo Iacchetti su Beppe Grillo)
Confesso che ho dato i miei due euro per le primarie, che considero una cosa giusta, per  la votazione di Renzi. Cosa che, se ci fossero le primarie di Forza Italia, farei ugualmente. Sono un cittadino libero e vorrei che ci fosse più libertà e democrazia. Quindi sono libero di dare due euro e dire: “Guardate, questo giovane di Forza Italia può aiutare il nostro paese, questo giovane del PD è più onesto e scende meno a compromessi, come i giovani dei 5 Stelle in quel momento”. 

Qui ci vogliono etichettare per forza, mi sono preso degli improperi sulla rete perché a Piazza Pulita ho detto quelle cose. Perché i trinariciuti, come diceva Guareschi, non vedono al di là del loro naso. Io sono un cittadino libero, due cose non posso cambiare: la mamma e la squadra del cuore. Per il resto, dubito ergo sum. Quindi io dubito di te, e alle amministrative mi esprimo in un modo, alle politiche mi esprimo in un altro, alle Europee forse in un altro ancora. È finita l’adesione ideale. Non si sono resi conto che è finita la Guerra Fredda, è caduto il Muro di Berlino, e il più grande partito capitalista del mondo è quello comunista cinese.

Secondo lei il Movimento 5 Stelle è efficace? Che cosa ha prodotto?
Beppe Grillo è un attore, quando vede la gente che batte le mani e ride, si gasa e gli sale l’adrenalina e sta un poco esagerando. Dovrebbe stare attento a quello che dice: “Io faccio quattro comizi, tre gratis e uno a pagamento” e vabbé, in quello a pagamento puoi dire quello che ti pare, però sei anche un capo politico quindi attento. Perché se la dico io una battuta a teatro posso pure smaronare e rimane lì tra millecinquecento persone, anche se posso dì ‘na cosa OFF. Una volta ho detto una battuta su Maria De Filippi, gliel’hanno riferita e mo’ me odia e nun me chiama mai!

Qual era la battuta?
Era su una moglie coi baffi, o qualcosa del genere. Che era milite esente. Allora, siccome le cose riportate sono sempre peggio, in Italia c’è l’ostracismo: “Ah, tu hai detto una battuta contro di me? E io non ti chiamo più”. Fazio mi chiamava, i primi tempi, e io gli dicevo: “Fabio, io non ho né un film né un libro, devo venire a Milano gratis? Vengo la prossima volta”, poi quando ho avuto il libro mi è stato risposto: “No, non venivi prima e non vieni neanche adesso”.  Perché questa è l’Italia del rancore, del risentimento, se la legano al dito e c’è l’ostracismo. Non è un atteggiamento molto intelligente…

Forse Fazio avrebbe preferito averla per parlare di politica…
Ma se mi chiama, io ci vado volentieri. Però non è che mi metto a tappetino, come tante volte fa lui… e questo è OFF, questo è proprio OFF! Madonna, che ho detto, adesso mi sono fatto un altro nemico…

Vuole chiedere scusa alla De Filippi approfittando di questa intervista?
Voglio chiedere scusa a Maria, che trovo un genio della televisione commerciale, e chiedere scusa a Fabio perché è un amico ed è un intervistatore… meno bravo di me, però, io so’ più bravo de lui.

Prima di chiedergli scusa, facciamolo arrabbiare, visto che sentirà questa intervista…
Ma no, siccome lui è uno intelligente, se il temperamento non sovrasta l’intelligenza io me la cavo. Se il temperamento sovrasta, io so’ fottuto! E infatti, fino a adesso ha sovrastato il temperamento. Perché anche di quelli che stanno intorno: “Ah, lo hai chiamato e non ha voluto venì, quello stronzo!”… ecco, noi siamo Capuleti e Montecchi, amico mio, bianchi e neri, Guelfi e Ghibellini, non cambierà mai ‘sto paese, ostrega.

Lei è sempre stato politicamente attivo, però si è dimesso dal gruppo socialista europeo senza maturare la pensione, questa cosa è singolare…
Nel mio prossimo spettacolo speciale per voi, delle serate live, racconterò la mia esperienza al Parlamento Europeo.

E com’è stata?
È stata… Inutile. Positiva, perché ha dimostrato l’inutilità del Parlamento e dei parlamentari europei. I corridoi erano pieni di gente che faceva finta di lavorare, camminava velocemente su e giù con dei fogli in mano. Poi c’era un tavolo, noi eravamo in verde e in azzurro i francesi, tutto tradotto nelle varie lingue. Ho lavorato due anni a una direttiva che poi la commissione ha portato in consiglio, e il consiglio l’ha bocciata, quindi abbiamo lavorato due anni inutilmente! Mi alzavo la mattina alle cinque per essere là, e poi non potevo andare quando c’era la sessione plenaria se stavo girando una fiction, e il partito lo sapeva, però qualcuno rosicava e diceva: “Ma quand’è che se ne va ‘sto Montesano?”. 

E io me ne sono andato alla prima dei non eletti: sono stato due anni, ma bisognava stare lì due anni e mezzo per maturare la pensione. Sono contento perché non gravo sulle tasche dei miei concittadini. Però si eleggeva un altro, che non ha fatto una mazza e non ha portato centomila voti come ho fatto io. Perché io ci credevo, volevo difendere il mio paese, allora quando l’aula è vuota e si parla di un treno con le scorie atomiche che gira per l’Europa, non c’è nessuno. Quando si parla del vino, l’aula è piena e allora mi si chiede che dobbiamo fare, ma io non ho letto niente sul vino! Io sto seguendo “TV sans frontière”… questa è OFF: mi hanno messo nella commissione trasporti marittimi! 

Ma io faccio l’attore! Là già c’erano Augias e Barzanti, quindi ci fu la cosa curiosa che l’Italia nella commissione cultura aveva tre membri. E poi, il parlamentare europeo non conta un piffero, perché non decide nulla. La commissione parla con qualcuno dei capigruppo e poi riferisce al consiglio, arriva il ministro e dice di no. E basta. Abbiamo due sedi, una a Strasburgo e una a Bruxelles: la cassetta dei miei documenti viaggiava avanti e indietro, avevamo un telefono a disposizione per chiamare tutto il mondo: ma a chi devi telefonà? Io non telefonavo a nessuno, ogni tanto chiamavo mia moglie e le dicevo: c’ho ‘sto telefono, non so a chi telefonà… 

Ma la cosa che mi sconvolgeva erano le assistenti parlamentari: quelle finlandesi, quelle irlandesi, buzzicone, quelle altre bone, quelle spagnole, quelle greche, che giravano per il parlamento… Poi però devi fare una cosa, e ti dicono: “Devi andare alla ventiduesima ripartizione”, che è un ufficio di tecnici che non cambiano mai, son sempre loro: noi facciamo le elezioni europee, ma sono i dipartimenti che comandano. Come nei nostri comuni gli uffici tecnici, le ripartizioni: se anche cambia l’assessore che gli frega? Quello è stato utile per capire l’inutilità del Parlamento Europeo, io ero deputato dal popolo italiano a rappresentarlo e non contavo una mazza. 

Alzavo solo la mano per votare. Che ci andavo a fare, per muovere la mano? Poi quando finalmente ho preso la parola… “Sbrigate, Montesano, hai la parola! Hai un minuto!”, peggio dell’esame di Maturità Classica. Oddio! Mi ero preparato il discorso col cronometro: “Egregio signor presidente, io non ci tengo né ci tesi mai, come diceva Petrolini…” i traduttori si son bloccati e si son messi a ridere, perché non capivano come dovevano tradurre ‘sta frase in fiammingo, in greco… L’Europa è un gran casino. Bellissimo, spirito straordinario, Altiero Spinelli,Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi… bello, i popoli d’Europa devono essere uniti, idealmente è bellissimo, ma praticamente? Ce dicono quanto dev’esser lunga la banana? Ognuno la banana sua ce l’ha lunga quanto gli pare!

Adesso va di moda la foto con la banana…
Esatto, dopo il fatto del giocatore del Basilea…

La cosa curiosa è che lei rinuncia alla pensione da parlamentare e abbiamo tanti personaggi dello spettacolo della televisione anni ’90 che invece hanno fatto della politica un lavoro, come ad esempio Iva Zanicchi e tanti altri…
Forse è perché ancora si illudono. Io poi mi sono allontanato dalla politica perché sono rimasto un po’ deluso. Quando ero consigliere comunale, mi riconoscevano a Roma, e mi fermavano e io dicevo a tutti “Vediamo che possiamo fare, dammi il numero”. Come attore e personaggio conosciuto andavo dall’assessore facendo una prassi non regolare, d’accordo, mi avvicinavo al banco degli assessori e dicevo “Onorevole, faccia la trafila” – me stava per partire un vaffa, quel giorno, però essendo una donna non gliel’ho detto – questa è un’altra cosa OFF, cioè ma cos’è ‘sta roba? Ma che state a fa’? State lì anni e cosa fate? Poi andate in televisione e ci dite che cosa dobbiamo fare, ma se stiamo in questa situazione i responsabili siete voi! E allora la tentazione di dire che devono andare tutti a casa mi viene anche a me.

Le viene spontanea…
Un pochino. Però capisco anche che per le nostre sorti ogni mattina mi sveglio e dico: “Caro Gesù, aiutalo tu. Si chiama Renzi, vedi un po’”, come avrei fatto per qualsiasi altro presidente del consiglio. Non si può fare una guerra ogni anno e mezzo-due. La gente vuole essere curata negli ospedali, non vuole aspettare sei mesi, ci sono le buche, l’Italia frana, le scuole crollano… e noi stiamo ancora a parlare? Capisci la politica delle cose reali? Io faccio l’attore, l’attore è colui che agisce. 

Posso andare in un parlamento dove non si agisce o si agisce solo per il tornaconto personale? Io ho rifiutato tutto. Forse posso fare un po’ più di politica parlando con voi, nel senso aulico del termine, la Politica con la P maiuscola… abbiamo avuto troppe delusioni, così ho deciso che continuavo a fare un altro mestiere. Posso farlo facendo uno spettacolo. D’altronde io prima di Grillo li facevo gli spettacoli comizio, e non a caso, sennò non avrei preso 8400 preferenze al Comune di Roma e 120 000 preferenze alle Europee.

Ma perché lei si è dichiarato contrario ai sovvenzionamenti dello Stato per il cinema?
Questo è un paese dove ognuno pensa solo al proprio figlio, io capisco che bisogna voler bene ai figli, ma non mi metti tuo figlio che non è capace a fare il chirurgo o a dirigere un ufficio delle poste, che poi si fanno i casini. Ognuno ha un figlio, un parente, un amico… io ho fatto una domanda, una volta, per una sovvenzione e mi hanno detto che non avevo i requisiti. Forse non avevo sufficienti amici. Ma tutti questi soldi, per esempio si finanziano dei film che non escono mai. Chi li vede? Sono soldi buttati. Però quelli hanno i requisiti. Allora io ho proposto di fare una cosa dove non entra l’arbitrio personale o l’amicizia o la raccomandazione: abbattiamo tutti gli oneri sociali e tutte le tasse che gravano sul mondo della cultura, così l’aiutiamo, è uguale per tutti. 

Se assumo un ballerino sono costretto a dargli la paga sindacale, ma sopra ce ne metto altrettanto. C’è l’IVA, l’IRAP… Facciamo che non voglio soldi, agevolatemi al massimo. Un teatro è diventato un problema: questo nun se po’ fa’, quello nun se po’ fa’, lì ce stà l’ambulanza e i vigili del fuoco, e sul costo dei biglietti ci sono tremila balzelli… è diventato un ministero, il teatro. La burocrazia sta distruggendo il mondo della cultura e dello spettacolo. Io devo andare a questuare, fare un chilo e mezzo di documenti e la prima volta che mi presento mi danno 10-15 mila euro. Che ci faccio? Niente. Agevolami, non farmi pagare tutti questi oneri sociali e queste tasse. Così però si perde un po’ di potere. Se io tengo i cordoni della borsa, ho potere.

Possiamo confermare quel luogo comune che poi forse luogo comune non è che vuole il cinema in mano alla sinistra? Il cinema è di sinistra?
Una volta mi disse un deputato molto simpatico che conoscevo che dopo la guerra la DC e i centri popolari si beccarono le poste e l’amministrazione statale, alla sinistra lasciarono la cultura perché non gli interessava. Adesso allora non possiamo certo rimproverare la sinistra per avere questa egemonia nel mondo del cinema e della cultura. Però d’altronde il mondo dello spettacolo è un po’ più progressista. Io per esempio sono un anarchico e mi prendono di petto quelli di sinistra e quelli di destra. Anche perché trovo obsoleta questa distinzione. Quale destra? Quale sinistra? Ragazzi, siamo nel 2014. Io dividerei tra quelli di sopra e quelli di sotto.

Tra chi fa bene e chi ruba, come ha detto una volta…
Bravo, tra chi lavora in modo onesto e serio ed è fesso, perché la logica di oggi è questa, e chi fa il paraculo e sfrutta la massa. Ormai cos’è di destra e di sinistra? È una distinzione obsoleta, c’è chi vuol fare le cose e chi non le vuol fare. Su questo ha ragione Renzi. Smettiamola di fare i gufi, sempre. Difficile, eh?

Lei è un grandissimo tifoso della Lazio…
Ahi ahi ahi…

Cosa ne pensa di quello che sta succedendo negli stadi?
Grazie, questa è una domanda OFF, ma neanche troppo. Mi piace, perché alla fine l’atteggiamento del nostro presidente, tanto vituperato, alla fine risulta abbastanza giusto dopo i fatti della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Perché in tutte le curve ci sono quei personaggi, nessuna esclusa. E i tifosi non vengono più allo stadio perché tutti ci siamo detti che se devono venirci quei personaggi come quel signore lì, Gennaro ‘a Carogna, è meglio che non vengano.

Ma il campionato lo fermiamo o no? Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
Io farei come hanno fatto altre nazioni, che avevano questo problema: prendiamo esempio da quello che c’è di buono, dalla Spagna e dall’Inghilterra, soprattutto. Cos’hanno fatto loro per risolvere il problema? Mi meravigliano le facce stupite di questi, che si guardano senza sapere che fare. Sono vent’anni e anche più che c’è questo problema, state lì a scaldare la poltrona e a rendere i vostri emolumenti molto alti, come dimostrano le inchieste di Report?

Quindi le società hanno una buona dose di responsabilità in tutto questo…
Non tanto le società, perché poi la società sta fra due fuochi, quanto le autorità del calcio: la federazione, il CONI… gente che prende soldi dallo Stato. Fate poche leggi, ma che siano più chiare possibili!

9 maggio 2014

Quando Beirut era la Svizzera dorata

Corriere della sera

 di Antonio Ferrari, ricerca iconografica Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

 

Chi ha avuto la fortuna di conoscere Beirut non solo adesso, ma anche dieci, venti o trent’anni fa, può immaginare come si vivesse nella capitale libanese fino alla metà degli anni ’70, cioè fino a quando il Libano fu sconvolto dalla guerra civile. Può immaginarlo perchè tutto parla di quell’incredibile passato di pace, benessere diffuso, convivenza politica e religiosa, ma anche di dolce vita, di divertimento e di eccessi.

Già negli anni ’30 un delizioso albergo, costruito in riva al mare, sulla baia di San Giorgio, di cui porta il nome (naturalmente in francese), ospitava re, prìncipi, emiri, sceicchi, presidenti, attori, attrici, registi, miliardari annoiati o in fuga da guai giudiziari, capi-mafia, ex criminali nazisti e famosi agenti segreti. Qui soggiornò a lungo, facendo arditi slalom tra frequentazioni a rischio e abbondanti consumazioni alcoliche Kim Philby, spia britannica dell’MI6, che passò segreti delicatissimi e “sensibili” all’allora Unione Sovietica.

Oggi l’hotel Saint George, assediato da polemiche, rivendicazioni e divieti che si sono materializzati dopo la strage di San Valentino nel 2005, con l’assassinio dell’ex premier Rafic Hariri, è come un vecchio e prestigioso monumento ferito e umiliato, sul quale sono ancora visibili i segni della terribile esplosione del 14 febbraio di 10 anni fa. Una intricata vicenda di interessi condominiali, legati alla società Solidere, cui si deve la ricostruzione del centro storico di Beirut e che fu creata appunto da Hariri, ha costretto l’hotel a una paralisi totale, mentre è accessibile e frequentabile la marina e la piscina. Proprio come accadeva nel secolo scorso.

Omar Sharif con alcune fan al Casino di Beirut nel 1970 (Afp) Omar Sharif con alcune ammiratrici al Casino du Liban nel 1970 (Afp)

Tra gli affezionati clienti del Saint George, negli anni ’60 e ’70, vi erano le star del jet set internazionale. Mentre in piscina scendeva Omar Sharif, onusto di gloria dopo “Il dottor Zhivago”, si abbronzava la splendida Brigitte Bardot, o si riposava Peter O’Toole, in una pausa del film “Lawrence d’Arabia”, girato nella vicina Giordania, c’era anche un giovanotto italiano.

Era fuggito in Libano dopo il disastroso fallimento del Cotonificio Vallesusa: trenta stabilimenti e 15.000 dipendenti. Appunto il ragionier Felice Riva, rampollo di belle speranze e di bella presenza, che aveva ereditato l’azienda dal padre Giulio, protagonista del primo grande scandalo milanese del dopoguerra. Persino più noto e chiacchierato di Marcello dell’Utri, la cui parentesi libanese, all’hotel Phoenicia Intercontinental, l’anno scorso è durata davvero poco.

Felice Riva era così potente che riuscì a conquistare, dopo Andrea Rizzoli, la presidenza del Milan. Poi, dopo il crack, riparò a Beirut dedicandosi ai piaceri dell’agiatezza fino al 1982, quando decise di tornare a casa, con l’aiuto delle nostre autorità diplomatiche. La vita, a Beirut, all’inizio degli anni ’80, non risplendeva più. Tutto aveva cominciato a guastarsi con l’arrivo di decine di migliaia di palestinesi, cacciati dal regno di Giordania con qualche seria ragione.

Tramavano infatti, forse con il tacito favore di Israele, per cacciare dal trono di Amman re Hussein e per insediarvi appunto uno Stato palestinese. A Beirut, Arafat e i suoi furono accolti con simpatia e solidarietà, e anche grazie a calcoli interessati. L’Olp aveva infatti trasferito nelle banche di Beirut un’enorme quantità di denaro. Ma subito dopo, a metà degli anni ’70, cominciarono le frizioni, gli scontri, incidenti sempre più gravi. In realtà i palestinesi avevano creato uno Stato nello Stato, prima imbarazzando e poi mettendo in crisi il governo della Repubblica dei cedri.

Arafat a Beirut il 2 agosto 1982  (AP Photo/Mourad Raouf) Arafat a Beirut il 2 agosto 1982 (AP Photo/Mourad Raouf)

La guerra esplose fragorosa e sanguinosa. I grandi alberghi del litorale furono devastati. Nella partita erano entrati israeliani e siriani. Nel 1982, la strage di Sabra e Chatila, compiuta dai falangisti cristiano-maroniti mentre i soldati israeliani di Sharon voltavano la testa dall’altra parte, segnò un punto di svolta. Eppure, nonostante il conflitto,la lira libanese era sempre più forte, appunto grazie ai soldi dei palestinesi. Insomma, il Libano, per alcuni aspetti, era rimasto patria del bengodi anche durante la guerra. Più o meno come accadeva quando il Paese era soprannominato

“La Svizzera del Medio Oriente”. L’Italia, che avrebbe raccolto consensi e meriti per la presenza del suo contingente militare di pace, guidato dal generale Franco Angioni, aveva nel frattempo pagato un alto prezzo alle ambiguità dei gruppi estremisti palestinesi. Due nostri giornalisti, Italo Toni e Graziella De Palo, che stavano indagando sui campi paramilitari nei quali furono ospitati anche brigatisti rossi, pagarono probabilmente con la vita la loro più che legittima curiosità. Uscirono dall’albergo ai primi di marzo del 1980. Di loro non si è più saputo nulla. Eppure, nonostante queste dolorose vicende, vi era anche chi, soprattutto nella Beirut cristiana, al di là della linea verde che tagliava in due la capitale, continuava a vivere come nel passato.

E’ quindi doveroso chiedere aiuto alla moviola, perchè prima della guerra civile si viveva davvero sotto una pioggia di manna. Tra i frequentatori c’era anche un giovanissimo e godereccio Osama bin Laden. Allora si divertiva, nuotando negli eccessi, grazie al denaro della sua ricca famiglia; poi si trasferì in Afghanistan per aiutare i mujiahidin contro gli occupanti dell’Armata rossa sovietica; infine, vinta quella guerra, rivolse le armi contro gli Stati Uniti che lo avevano aiutato, e pianificò gli attentati alle Torri Gemelle nel 2001.

Non è l’unica storia di ordinaria follia, alimentata dal mito del denaro facile, e dal conseguente contagio. Allora, prima del devastante conflitto che è durato 15 anni e ha provocato 150.000 morti, guadagnavano tutti, perchè i ricchi spendevano e i meno fortunati (o meno abbienti) potevano sedersi alle tavole imbandite. Le mance erano generose, e la distribuzione cominciava all’aeroporto internazionale, dove atterravano e decollavano aerei ogni dieci minuti.

I ristoranti erano il massimo dell’offerta di qualità, e il conto era sempre salato, per la gioia di proprietari, come l’italiana Anna del “Quo Vadis”, che serviva ostriche fresche, appena arrivate da Parigi, e champagne. E poi come i proprietari della “Cave du roi”, dove tra un drink e l’altro si aspettava pigramente l’alba, mentre il cantante italiano Joe Diverio, con la sua voce inimitabile, ti regalava le ali per sognare. Quando Diverio ha lasciato il Libano, la sua canzone “Beirut addio”, ben più fremente di una semplice dichiarazione d’amore, è diventato un must. Sui social network, sono migliaia i suoi estimatori.

Diverio è un testimone degli anni della guerra civile. Aveva aperto il suo ristorante “Isolabella” al piano ammezzato dell’hotel Cavalier, sull’Hamra, ben più modesto del Commodore. In quest’ultimo scendevano i giornalisti americani. I meno pretenziosi reporter italiani e francesi avevano invece adottato il primo, più modesto, ma caloroso. Naturalmente Diverio, dopo aver servito spaghetti alla carbonara e una fetta di carne, ti offriva l’emozione serale cantandoti, negli anni della guerra, la “Margherita” di Cocciante.

Noi inviati avevamo un brano musicale prediletto. Era “Che sarà”, la canzone che fu portata a Sanremo da Josè Feliciano e dai Ricchi e Poveri. “….Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato….”. L’attacco del pezzo era diventato, per noi giornalisti, la visione di un villaggio sopra l’aeroporto di Beirut, che si chiama Souk el Gharb, e che fu a lungo difeso dall’eroico (allora) generale Michel Aoun, nemico giurato dell’onnivora Siria. Oggi Aoun, candidato alla presidenza della Repubblica libanese, è sostenuto dalle forze cristiane ultra-filo-siriane e dall’Hezbollah filo iraniano. Così va il Libano e così va il mondo.

L’atmosfera di quegli anni e il loro indelebile ricordo ci porta naturalmente ai locali che sono riusciti a resistere all’oblio, come la straordinaria “Spaghetteria italiana”, dove continuano a farsi vedere leader politici famosi, come il capo dei drusi, presidente del partito socialista progressista, e deputato Walid Jumblatt. Un uomo, Jumblatt, che ha una dote assai rara: dice sempre quello che pensa, soprattutto quando i suoi pensieri sono scomodi. Poi c’è il prestigioso Casinò du Liban, e pochi chilometri più a nord di Jounieh, sull’antichissimo porto di Byblos, ecco un ristorante sul mare che fa fatto la storia libanese.

Lo gestiva un personaggio straordinario, di nome Pepe. Oggi la gestione è passata al figlio. E’ un posto incantato e continua a splendere. Lo hanno frequentato Marlon Brando, altre celebrità del cinema internazionale, e persino due presidenti della Repubblica francese.
Beirut insomma è sempre viva, fresca, iperattiva. Continua a raccontare la sua storia fatta di personaggi, locali e grandi alberghi. Beirut divora la vita anche oggi, con la voracità del presente, però intingendola nella nostalgia del passato.

aferrari@corriere.it