domenica 14 giugno 2015

La figlia di Gino Strada: "Profughi in casa mia? Non ci penso neppure"


Polemica della presidente di Emergency: "Pago le tasse e pretendo che lo Stato trovi una soluzione. Ospitare i profughi è gentilezza: io preferisco la giustizia"

Cecilia Strada non ha intenzione di ospitare i profughi in casa propria. E lo dice ad alta voce.

 

La presidente di Emergency e figlia di Gino risponde su Facebook a chi le chiede di ospitare i profughi in casa propria. "perché dovrei? vivo in una società e pago le tasse. pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. "Perché dovrei? - scrive la Strada - Vivo in una società e pago le tasse. Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male."

"Pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un'istruzione ai miei figli. Pago le tasse e non mi compro un'autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno. ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. creare - con le mie tasse - un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia."
La figlia di Gino Strada insomma sogna un mondo in cui tutto funziona e in cui i servizi siano garantiti dal pagamento delle tasse. Difficile darle torto, peccato che il difetto resti sempre lo stesso: la mancanza di realismo.

Gli immigrati, piaccia o non piaccia, in Italia continuano ad arrivare e ragionando come la Strada si rischia di giungere a conseguenze pericolose. Se scoppia un incendio e i pompieri non arrivano, chi aspetterebbe a piè fermo l'arrivo dei soccorsi senza fare nulla, perché tanto "ha pagato le tasse"?

La vera storia della Colonna spezzata e il mancato monumento a Caracciolo

Corriere del Mezzogiorno
di Carlo Knight

Un busto dell’ammiraglio si trova nel cortile della Biblioteca Universitaria. Forse una sorta di bozzetto preparatorio della grande statua che poi non fu realizzata

 A Napoli c’è un bel busto di Francesco Caracciolo di cui pochi conoscono l’esistenza. Si trova nel cortile della Biblioteca Universitaria, ed è stato eseguito nel 1862 dallo scultore Aniello Di Maria. Ovviamente l’autore non aveva, per motivi anagrafici, mai potuto vedere o conoscere l’Ammiraglio. Ma era stato ugualmente in grado di raffigurarne la fisonomia in maniera attendibile basandosi su un dipinto. Disponeva infatti del ritratto d’un fratello di Caracciolo a lui così somigliante che, trovandosi dopo 1799 a passare per Santa Lucia, «alcuni vecchi marinai lo presero per il loro ammiraglio redivivo» (B. Croce, Albo della Rivoluzione, p. VIII).

 Il busto di Caracciolo

L’immagine che in questa pagina pubblichiamo dimostra come Di Maria sia riuscito a dare al volto di Caracciolo un’espressione davvero splendida. Il viso dell’uomo di mare è carico d’intelligenza e determinazione, ma le sue labbra trasmettono anche un insospettato messaggio di sensualità. Di Maria sembra aver voluto evidenziare un lato della personalità di Caracciolo che non conoscevamo, e che forse meriterebbe d’essere approfondito. La prossimità delle date consente d’ipotizzare che il busto sia nato come una sorta di bozzetto preparatorio della grande statua di Francesco Caracciolo che Giuseppe Fiorelli nel 1867 decise di far sorgere a piazza Vittoria. Esattamente nel posto dove oggi si trova la «colonna spezzata».
Mancanza di fondi
Purtroppo la statua non fu realizzata. I soldi bastarono solo a costruire la base del monumento. Trentadue anni dopo però, nel primo centenario della Rivoluzione Napoletana, Benedetto Croce ripartì all’attacco e tentò nuovamente di «elevare sulla base già eretta da molti anni al principio della via Caracciolo una statua del prode e sventurato Ammiraglio». Ancora una volta però fu impossibile reperire i fondi. E a quel punto si accese un dibattito, destinato a durare quindici anni, su cosa fare dell’ormai inutile parallelepipedo che praticamente ingombrava il passaggio. Qualcuno parlò di dedicarlo ai morti della battaglia di Lissa, ma ciò avrebbe richiesto l’aggiunta d’una costosa scultura bronzea.
La Colonna spezzata
E finalmente nel 1914 si optò per una soluzione attraente e poco dispendiosa. Quella di prelevare dai depositi del Museo Archeologico una colonna antica e sistemarla sulla base di piazza Vittoria, dedicandola «a tutti coloro che la vita hanno offerta alla Patria sul mare». Il trasferimento del pesantissimo reperto avvenne il 21 aprile, in coincidenza con le celebrazioni del Natale di Roma. Un cronista del Mattino informò i lettori che il fusto marmoreo aveva «un peso di duecento quintali» e che per trasportarlo erano stati necessari sedici cavalli.
La vera storia
Il soprintendente Vittorio Spinazzola con un volo pindarico del suo discorso inaugurale elogiò «la colonna superba che tornava in quel momento al sole dai portici dei teatri greci in cui piacque agli imperatori romani sedere, ed al grande artista tra essi Nerone Claudio cantare i cori degli Atridi, e vestire e cingersi del manto e della corona d’oro a lui decretati da questi greci cittadini». Purtroppo Spinazzola era male informato. Nel 1921 Giuseppe Ceci rivelò sulla rivista Napoli Nobilissima la vera storia della colonna, che non aveva mai avuto la ventura d’ascoltare la voce di Nerone. Era stata semplicemente scoperta agli inizi del XVII secolo vicino al Duomo, nel corso d’uno scavo diretto a rinforzare le fondamenta del campanile.
Tra problemi e blocchi
Essa aveva poi subìto varie vicissitudini. L’arcivescovo Ascanio Filomarino l’aveva promessa ai Deputati del Tesoro di San Gennaro al fine di piazzarci sopra una statua del Santo Patrono. Il successore di Filomarino, il cardinale Inico Caracciolo, cancellato l’impegno, l’aveva invece regalata al viceré Pietro d’Aragona. E questi nel 1670 aveva accolto una richiesta dei frati Teatini che volevano erigere sulla piazza antistante la loro chiesa una statua di San Gaetano. A quel punto però un certo Agostino Pisani, proprietario d’un palazzo adiacente alla chiesa, aveva mandato tutto all’aria. Pisani sosteneva che la pesante statua di San Gaetano e la colonna destinata a reggerla «sarebbero cadute alla prima scossa di terremoto, trascinando nella rovina la sua casa e ammazzandolo insieme coi suoi fratelli». Il tribunale gli aveva dato ragione. I lavori erano stati bloccati. Allora i Teatini, per sfogare la rabbia, avevano riseppellito la colonna. L’antico fusto di «marmo cipollazzo ondato di verde» era così tornato a dormire un altro paio di secoli sotto terra, a poca distanza dalla porta piccola di San Paolo Maggiore finché, riscoperto nel 1859, dopo un’ulteriore sosta nei depositi del Museo Nazionale, era finito a piazza Vittoria.
Una scelta controversa
La decisione di erigere il «monumento ai caduti del mare» provocò l’abbandono del progettato monumento a Francesco Caracciolo. L’ammiraglio, dopo aver perso la statua, ottenne però che col suo nome fosse battezzata la più bella via panoramica di Napoli. Mai egli avrebbe immaginato che un giorno un’amministrazione comunale avrebbe osato cambiare nome alla strada, attribuendole il banalissimo appellativo di «lungomare». I nomi delle strade segnati sulle lapidi contano poco. I nomi veri sono quelli che tutti i giorni utilizza la gente. La scelta del Comune sembra purtroppo aver incontrato il gusto del pubblico. La maggioranza dei napoletani ormai usa il termine «lungomare» al posto di «via Caracciolo». Ancora una volta, senza rendercene conto, stiamo cancellando un pezzo dell’affascinante memoria storica della nostra città.