lunedì 15 giugno 2015

Il ritorno della carta d'identità elettronica: dopo 18 anni il governo ci riprova

Il Mattino
di Luca Cifoni

 


La prima legge che parlava di carta di identità elettronica è del 15 maggio 1997 e fa parte del cosiddetto pacchetto Bassanini sulla semplificazione amministrativa.

Diciotto anni e svariati governi dopo, il recentissimo decreto in materia di enti locali si propone - come spiega il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi - «la definitiva implementazione della nuova carta di identità elettronica». E stanzia per questa finalità e per l’ampliamento dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente un po’ di soldi, circa 60 milioni per il 2015.

I precedenti non incoraggerebbero a sperare che questa sia davvero la svolta finale in una vicenda in cui si sono susseguiti regimi sperimentali infiniti, scontri tra società pubbliche, cambi di strategia in nome della revisione della spesa. Attualmente le card elettroniche distribuite sarebbero 4 milioni, in circa 20 Comuni (ma sulle cifre non c’è certezza). La procedura di rilascio è lunga, può durare anche mesi; c’è poi un costo aggiuntivo di 20 euro a carico del cittadino, rispetto al documento tradizionale.

Il corrispettivo di tutto ciò dovrebbe essere la possibilità di disporre, insieme al documento di identità, di uno strumento in grado di accedere ad una serie di servizi della pubblica amministrazione. Ma questa prospettiva è rimasta finora in larghissima parte teorica: non è cambiato molto da quando nel 2001 fu emessa la prima carta sperimentale. Dopo di allora, per un decennio, ci sono stati vari annunci da parte di diversi governi e un po’ di buona volontà di alcuni Comuni, ma nessun progresso significativo.

Fino a che nel 2012 l’esecutivo guidato da Monti ha pensato che l’operazione era troppo costosa ed ha deciso di rimpiazzarla con qualcos’altro. Dall’acronimo Cie (che sta appunto per carta di identità elettronica) che si è passato a un più ostico Ddu, ovvero documento digitale unificato. L’idea era di riunire in un solo supporto la tessera sanitaria, gestita dal ministero dell’Economia, che contiene anche il codice fiscale, ed appunto la carta di identità. Anche questo progetto non ha fatto molta strada e la distribuzione ai cittadini in realtà non è nemmeno iniziata.

Così ora il decreto enti locali approvato giovedì dal governo (ma ancora non pubblicato sulla Gazzetta ufficiale) dovrà portare al suo «superamento»: si tornerebbe quindi indietro alla vecchia idea di una carta di identità a se stante. Il testo precisa che un decreto del ministero dell’Interno, di concerto con quello della Pubblica amministrazione e dell’Economia, dovrà fissare «le caratteristiche tecniche, le modalità di produzione, di emissione, di rilascio della carta d’identità elettronica, nonché di tenuta del relativo archivio informatizzato». Insomma si ricomincia più o meno da zero, anche se nel frattempo potranno ancora essere emesse le card in uso finora. Lo stesso decreto provvede ad ampliare l’Anpr (Anagrafe nazionale della popolazione residente) attribuendogli anche l’informatizzazione dei registri di stato civile tenuti dai Comuni e delle liste di leva.

Intanto però al centro della strategia digitale del governo c’è ancora un’altra sigla, quella dello Spid, il sistema pubblico di identità digitale. Ovvero le credenziali che dovrebbero permettere al cittadino di accedere ai servizi pubblici oggi fruibili con password e pin diversi (Inps, Agenzia delle Entrate e così via). Entro quest’anno dovrebbero essere rilasciati 3 milioni di Spid. E se il processo andrà avanti, l’idea di una carta d’identità di plastica che consenta anche l’accesso ai servizi potrebbe rivelarsi obsoleta.

La guardia ride alle spalle del dittatore Kim Jong Un: scatta l'allarme

Il Mattino



L'ufficiale ride di gusto alle spalle di Kim Jong Un. E la preoccupazione che possa trattarsi di una leggerezza che potrebbe pagare cara sorge immediata. Il dittatore della Nord Corea è noto per il suo temperamento poco malleabile e la sua scarsa autoironia. Sul contesto in cui è stata scattata la foto, salvo che si tratta evidentemente di una visita di Jong Un a un orto, non si sa niente. L'uomo in divisa, insomma, potrebbe anche ridere per compiacere il sovrano. I timori, tuttavia, sono leciti e un certo gusto per l'ironia macabra fa il resto: «L'ufficiale avrà i giorni contati per la sua "mancanza di rispetto"?», si interrogano i vari siti che hanno pubblicato la foto. D'altronde di recente è stata data la notizia di un alto funzionario militare che sarebbe stato giustiziato per essersi addormentato durante un discorso pubblico di Kim Jong Un.

lunedì 15 giugno 2015 - 09:04   Ultimo agg.: 10:43

Debito di 8 centesimi del Comune Arriva la cartella esattoriale

Corriere della sera
di Gilberto Bazoli

Sorpresa a Casale Cremasco per un arretrato non versato di luce e acqua con l’Autorità per l’Energia. Il sindaco: «Assurdo, ma pagheremo»

 

 Quando è arrivata per posta, il sindaco non voleva credere ai suoi occhi. La lettera intimava al Comune di Casale Cremasco, piccolo paese nel Cremonese, di saldare un debito di 8 centesimi di euro per una vecchia fattura di luce e acqua. Mittente della missiva, datata 10 giugno 2015, con l’intimazione di pagamento, è la Ccse, ovvero la Cassa conguaglio settore elettrico, l’ente pubblico esattore dell’Autorità per l’energia, il gas, l’acqua (Aegsi) che si occupa della riscossione delle tariffe. Come spiegano in municipio, la cifra in questione risale al 2013 e «si riferisce al periodo in cui al servizio di energia e gas si univa anche quello per le fognature e la depurazione. Il nostro contributo era, ovviamente, esiguo ed è rimasto in sospeso anche perché la normativa prevede che il saldo scatti al raggiungimento di una quota minima di 2 euro».

Nel documento (numero di protocollo 6386) si «ordina di provvedere al pagamento entro e non oltre 30 giorni dal ricevimento della presente». In caso contrario, «si avvisa che si provvederà - si legge nella lettera - al recupero coattivo del credito e si procederà alla conseguente iscrizione a ruolo, nonché all’avvio del procedimento sanzionatorio». Insomma, lo spettro della cartella esattoriale. Presto il postino recapiterà in Comune una seconda lettera perché con la prima si informa «che, con successiva comunicazione, verranno altresì richiesti gli interessi di mora». «È assurdo, ma ovviamente pagheremo», dice il sindaco, Antonio Grassi, che poi ironizza: «Devo solo riunire un team di consulenti per evitare conseguenze. Faremo di tutto per trovare al più presto i “centesimi” necessari».

Stazione Centrale, chiudono i negozi nell’area accanto ai profughi

Corriere della sera

di Alessandra Coppola Maurizio Giannattasio

 

Saloni, scuole e tende per gestire i migranti. Maroni attacca Pisapia: stia zitto

 In 1.220 hanno dormito nei centri di accoglienza (tra cui l’ex scuola di via Betti e cento tende in più a Bresso) e ieri mattina un’altra settantina di siriani sono arrivati in Centrale, in gran parte donne e bambini, ospitati nelle strutture di plexiglass che saranno chiuse alla mezzanotte di mercoledì. A quel punto smistamento e accoglienza verranno affidati temporaneamente agli spazi di Sos Exodus di don Mazzi fino a quando non sarà reso agibile lo spazio del dopolavoro ferroviario nel sottopasso di via Tonale. 

Uno dei cubi è stato adibito a spazio per i bambini, punto di registrazione e di distribuzione di materiale igienico (dal dentifricio ai rasoi al sapone), l’altro a sala d’attesa. Quello in mezzo, già occupato da un negozio, è stato chiuso dagli stessi esercenti fino a mercoledì. Stesso discorso per i negozi di fronte. Individuato un nuovo caso sospetto di malaria. 

 Giornata di visite in Stazione Centrale. Il sindaco, Giuliano Pisapia, il questore, Luigi Savina, ma anche tanti milanesi che hanno voluto portare il loro aiuto ai migranti. Sul posto fissi gli assessori Marco Granelli e Pierfrancesco Majorino. Ma anche giornata di polemiche che non sembrano destinate a placarsi. 

Apre le danze il governatore Roberto Maroni, ospite dell’Annunziata. «La risposta di Pisapia (“Allora li ospita lei a Sky” rivolta a una cronista che gli diceva che il problema dei profughi si era semplicemente spostato dal mezzanino all’atrio della Centrale, ndr ) ricorda quella di Pillitteri ai tranvieri: è stata una reazione sbagliata. Evidentemente la sinistra si è innervosita perché ho svelato il tentativo di nascondere i problemi. Mi viene da piangere quando la sinistra minimizza sulla scabbia, una malattia grave che, per gli animali, si chiama rogna». 

 Ma se da un lato la polemica con Pisapia continua, Maroni abbassa i toni contro il governo: «Mi ha chiamato il presidente del Consiglio per dirmi che ci vuole incontrare per parlare dell’emergenza immigrazione. Il governo dovrebbe proporre campi profughi in Libia con i caschi blu per fermare le partenze e creare un corridoio umanitario. Sono pronto a confrontarmi con Palazzo Chigi - ha ribadito - purché si trovino soluzioni eque e ragionevoli». 

La replica di Pisapia arriva a stretto giro di posta: «Dalla Regione, sulla questione migranti, è mancata non solo la presenza ma è mancato anche, quantomeno, il silenzio. Perché quando si sbraita e si fanno proposte assurde che non hanno nessuna possibilità, ci si contraddice con se stessi rispetto al passato, quando si era ministro degli Interni e alla fine non si dà neppure un contributo. Questo non aiuta perché crea ancora più paura. 

Invece bisogna rassicurare, ma chiaramente avendo la massima preoccupazione di tutelare la salute innanzitutto, ma anche la sicurezza di tutti». Aggiunge: «Sta tornando la normalità alla Centrale e insieme è stata potenziata l’assistenza a chi, in fuga da inenarrabili orrori, è in transito per Milano». «Maroni non può darci lezioni - attacca il vicesegretario pd, Lorenzo Guerini - Fu lui da ministro a proporre e a far realizzare un piano di ripartizione dei migranti delle regioni italiane». 

Sulla Centrale è intervenuto anche il questore Luigi Savina: «È chiaramente una situazione d’attesa che durerà qualche giorno, ma mi sembra fortemente mitigata e dignitosa». Analoga considerazione dal prefetto Francesco Paolo Tronca: «La situazione allo stato è del tutto tranquilla, dopo che è stato interdetto l’accesso e la permanenza nei mezzanini».

15 giugno 2015 | 08:38


Gli insegnanti che diventano (falsi) invalidi per scalare le graduatorie

Corriere della sera 
Antonio Crispino /Corriere TV

 Si fanno assumere nelle scuole del Nord (dove ci sono più posti). Ma una volta immessi in ruolo ottengono il trasferimento vicino casa in Sicilia grazie alla legge 104 per malattie inesistenti


  Da Agrigento si era trasferita a Milano per insegnare. C’erano più posti disponibili per l’immissione in ruolo. Era sana come un pesce. Poi qualcosa dev’essere successo perché appena assunta l’insegnante è diventata invalida e quindi beneficiaria della legge 104. Legge che, tra gli altri diritti, consente di scegliere la sede di lavoro con priorità sugli altri. E in questo caso quale poteva essere la sede preferita? Agrigento. Detto, fatto. Nemmeno il tempo di accasarsi a Milano e nel giro di un anno l’insegnante ha ottenuto l’immissione in ruolo e il posto di lavoro vicino casa. È solo uno dei casi scoperti dalla Digos di Agrigento.

La Sicilia è la regione che negli ultimi 5 anni ha fatto registrare il maggiore incremento di invalidità personali (+64,43%) e permessi per assistere parenti malati (+56,19%). All’interno dei dati regionali si scoprono anomalie che riguardano il pubblico impiego. Nel comparto scuola ad Agrigento e provincia lavorano 6139 persone tra docenti e personale di segreteria. Al 30% di questi è stato riconosciuto un handicap o un familiare disabile da assistere.

Già nel 2013 la Procura agrigentina aveva scoperto un’organizzazione criminale per pilotare i trasferimenti degli insegnanti nelle scuole utilizzando patologie inventate. A capo c’erano un baby pensionato (46 anni) e un bidello di un istituto alberghiero. Gli indagati furono 101, tra cui medici specialisti, impiegati Inps, membri delle commissioni mediche, un consulente della Procura, un ex assessore provinciale etc. Alcuni dei quali arrestati e poi scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. A distanza di quasi due anni da quella inchiesta sembra non essere cambiato quasi nulla. Quel sistema è praticamente ancora in piedi.

Spulciando l’ultimo elenco disponibile dei trasferimenti nella scuola dell’infanzia si notano tanti neo immessi in ruolo (quasi tutti nelle scuole del Nord) che poco dopo hanno ottenuto il trasferimento vicino casa grazie alla precedenza prevista dal contratto collettivo nazionale integrativo. Ed è sufficiente un handicap del 67%, anche cumulabile con varie patologie. Il risultato è che docenti con un punteggio molto basso (in un caso addirittura pari a 0), ottengono la precedenza su altri con più anni di servizio. E a restare in coda sono anche coloro che magari non hanno una difficoltà personale ma un parente gravemente malato da assistere. Alcuni di questi si sono riuniti in un’associazione dal nome indicativo: «Insegnanti in movimento».

Ci sono casi con figli autistici, affetti da malattie neurodegenerative o altri gravi handicap che richiedono un’assistenza continua. Da anni sono costretti a lavorare anche a 200 km da casa perché puntualmente scavalcati dagli assegnatari della legge 104 personale (L. 104 art. 21). Il picco si registra tra il personale A.T.A (amministrativo) con 506 casi su 1754 impiegati. Ma nella scuola dell’infanzia appena due anni fa si contavano 327 fruitori di questo beneficio su un totale di 928 insegnanti, uno su tre (oggi sceso al 27,51%). «Se fossero percentuali nella media ce ne faremmo una ragione. La beffa è che sappiamo per certo che molti di quelli che ci scavalcano non hanno alcun tipo di malattia, stanno bene. La verità è che il punteggio non vale più ad Agrigento» commenta sconsolata Adele Licata Tissi. Da dieci anni in attesa di un trasferimento per stare più vicina al figlio autistico.

La certezza di graduatorie «dopate» gliel’ha data proprio l’inchiesta a cui accennavamo prima. «Esistevano due procacciatori di clienti - dice il procuratore capo di Agrigento Renato Di Natale -. Erano persone che si informavano sulle situazioni familiari degli insegnanti e andavano a proporre certificati di invalidità a chi aveva bisogno di scalare le graduatorie. Una volta concordato il prezzo potevano contare su una rete di medici, funzionari, addetti ai lavori che per pochi euro (da 300 a 500 euro, ndr) attestavano il falso o addirittura manomettevano gli esami clinici pur di raggiungere la percentuale minima di invalidità indicata dalla legge». Alcuni dati su tutti: ad Agrigento il numero di invalidi (suddiviso tra scuole dell’infanzia, primaria, primo grado e personale non docente) è 81. A Favara, comune della provincia con appena 30mila abitanti, sono 83. Nel solo istituto «Manzoni» di Raffadali ce ne sono 27 di cui 14 collaboratori scolastici. È il parziale più alto di tutto il comprensorio. E sono rilevazioni successive al 2013, anno dello scandalo scoperchiato dalla Procura.

Sarà una coincidenza ma entrambi i presunti «capi» del sistema abitano nei comuni con il numero più elevato di beneficiari di 104, Favara e Raffadali. Per capire il calibro di questi soggetti occorre parlarci. Incontriamo uno di loro, Daniele Rampello. In paese tutti conoscono la sua abitazione: «… Ah, la villa con piscina», esclamano. In un contesto di case modeste, la sua spicca da lontano ed è facile individuarla. Al citofono non risponde ma quando si accorge della nostra telecamera è lui a venirci a cercare a bordo di un fuoristrada. La descrizione che fa di sé è quella di un benefattore dal cuore d’oro. «Aiutavo gli altri, gli davo una mano… Mi portavano le carte e gli davo dei consigli...», dice. Poi cade in una serie di contraddizioni. Prima sostiene che gli incassi erano frutto di regalie elargite «...di loro spontanea volontà». Un minuto dopo ammette che «… prima ancora di iniziare facevamo un patto» che veniva rispettato «una volta ottenuto il beneficio».

Sarebbe da considerare «una regalia» anche la pensione che un falso invalido gli consegnava integralmente a mesi alterni. In un passaggio successivo dell’intervista afferma con estrema disinvoltura di essersi avvalso di medici legali. «Peccato che questi medici erano tutti nelle commissioni Asp, Inps o impiegati all’Asl» commenta il vice questore Carlo Mossuto. Rampello nomi non ne fa ma a più riprese ci invita ad andare «da altri che si occupano di questi affari a livelli molto più grandi. Dovreste andare verso Favara. A me in fondo contestano solo sette o otto pratiche». A Favara, appunto, c’è Antonio Alaimo. È un bidello di una scuola alberghiera ma anche consigliere comunale. Appena scarcerato fu reintegrato nell’assemblea cittadina. E in quell’occasione dichiarò: «Voglio riappropriarmi della carica di consigliere comunale per dare il mio contributo contro la disoccupazione». Dopo pochi giorni qualcuno deve avergli fatto cambiare idea e si è dimesso.

Ma che ci siano altre persone coinvolte in questo giro di affari e truffe lo sanno bene sia in Procura che in Questura. Lo conferma chiaramente il vice questore Mossuto: «La vastità del fenomeno non è assolutamente quella che ha svelato l’indagine, si tratta di un malaffare molto più ampio. Abbiamo dovuto chiudere l’inchiesta a causa dei tempi tecnici da rispettare ma tra noi ci dicevamo: qui non la finiamo più. Ogni giorno scoprivamo nuove persone coinvolte». Gli fa eco il Procuratore Di Natale: «La scuola è il caso più eclatante ma è un fenomeno estremamente diffuso, almeno in Sicilia». L’attenzione ora è su altri comparti della pubblica amministrazione dove già sono state registrate diverse incongruità. Intanto una commissione medica sta procedendo alla verifica di tutte le posizioni. Dei 15 convocati fino ad ora solo tre sono stati riconosciuti realmente invalidi.

Secondo gli investigatori sarebbero circa 1500 le pratiche da revisionare prendendo in considerazione solo gli ultimi due anni. L’Ufficio scolastico regionale ha disposto l’annullamento di alcuni trasferimenti. L’ultimo decreto è del 5 giugno scorso. Tra le situazioni affrontate c’è quella di Mariella Traversa che aveva ottenuto il trasferimento proprio a Raffadali. Annullato «per insussistenza della precedenza prevista dal contratto collettivo», ossia perché non è stata riscontrata alcuna malattia. Il marito era impiegato all’Inps dove presentò la richiesta di invalidità. È stato spostato altrove anche lui. Tutto questo a danno anche di chi in famiglia ha davvero un caso grave di disabilità, ai quali la legge riconosce sì una precedenza (L. 104 art. 33) ma minore rispetto a quella che ottiene un insegnante invalido (L. 104 art. 21).

Quelli che incontriamo ci chiedono di non coprire i volti dei figli «perché - dicono - non sono loro a doversi nascondere». Sui volti c’è rabbia, disperazione e rassegnazione. Le difficoltà nell’assistere i figli sono evidenti. Ci raccontano di una signora, madre di un ragazzo tetraplegico che non riusciva ad accedere ai benefici di legge. «Alla fine si è stancata e si è rivolta al sistema. Ha risolto il suo problema in un mese». Chiediamo a una coppia di genitori - lei è insegnante - se gli è mai venuta la tentazione di fare la stessa cosa. «Vedo ogni giorno mio figlio sulla sedia a rotelle e poi incontro per strada docenti che evidentemente stanno bene ma risultano malati. Chi prende la 104 in questo modo non sa cosa significa davvero essere in queste condizioni, io farei di tutto per non averla».

Missione Rosetta: sulla cometa si è risvegliato il lander Philae

Corriere della sera

Ha inviato i primi dati dopo essere stato per sette mesi «ibernato» in quanto finito in una zona d’ombra dove le batterie solari non potevano ricaricarsi


  Il piccolo lander Philae, della missione Rosetta, si è svegliato dall’ibernazione nella quale si trovava da 7 mesi e ha inviato i primi dati dalla cometa sulla quale era atterrato in novembre, la 67P/Churyumov-Gerasimenko. Lo rendono noto l’Agenzia spaziale europea e l’Agenzia spaziale italiana.


Segnali dalla cometa alla sonda
La sonda Rosetta, che orbita a circa 20 chilometri dalla cometa, ha ricevuto la scorsa notte un breve segnale di circa 40 secondi da Philae. Segnale che dimostrerebbe l’attivazione delle batterie del lander e soprattutto la sua “sopravvivenza” alle condizioni climatiche e ambientali. Lo scorso 12 novembre, infatti, il robot si era posato sulla superficie della cometa ed era rimasto operativo per quasi 57 ore, inviando dati. Poi, era finito in una zona oscura del corpo celeste, dove non poteva ricaricare le batterie solari,ed era quindi entrato in ibernazione. Infatti per funzionare ha bisogno di una temperatura da meno 45 gradi in su. Ora la cometa è più vicina al Sole e Philae si è “risvegliato”. Il lander si prepara nuovamente a perforare la superficie della cometa.


La soddisfazione dell’Agenzia spaziale italiana
«Possiamo confermare che l’avventura di Philae continua!», ha detto il presidente dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), Roberto Battiston, nel commentare l’arrivo dei primi dati inviati dal lander Philae. «Questo risveglio non era sicuro, dato il modo con cui Philae è atterrato sulla cometa 67/P, la poca di luce che raggiunge i pannelli solari, la bassissima temperatura ambientale in cui deve operare. È una notizia straordinaria, che oltre a farci sognare, ci riempie d’orgoglio per l’affidabilità delle tecnologie utilizzate per la realizzazione del lander, molte di marca italiana».

Gli intellettuali: «Il Giardino dei Giusti rispetti il Monte Stella»

Corriere della sera
di Paola D’Amico 

 Da Settis a Bertelli, 30 firme contro l’ipotesi ampliamento


 Trenta firme ed è già virale il documento-appello al sindaco per il Monte Stella. Firmano storici dell’arte e dell’architettura, urbanisti, intellettuali. La Soprintendenza s’era già espressa confermando «l’invasività» del progetto di ampliamento del Giardino dei Giusti presentato, con percorsi, stanze della meditazione, muri dei nomi. Ma ora alla protesta nata dal basso, che da due mesi scuote il quartiere, s’è aggiunta quella dei rappresentanti del mondo della cultura. Non è un no contro il Giardino dei Giusti. Anzi. «È motivo d’orgoglio per Milano e per l’Italia che esista al Monte Stella il Giardino dei Giusti. 

Qui il richiamo alla memoria ben si sposa con la serenità del luogo e con la storia e lo spirito da cui ha avuto origine il Monte Stella: un sacrario civile costituito dalle macerie della città devastata dai bombardamenti». Così lo ha pensato il progettista, Piero Bottoni (la cui madre Carolina Levi era ebrea e visse la deportazione della sorella Maria a Ravensbruck) lo ha pensato come oasi di pace, monito contro l’orrore della guerra. Per questo c’è allarme per un progetto che «sotto la definizione fallace di riqualificazione rischia di compromettere questi valori che ben si integrano con la bellissima iniziativa del Giardino dei Giusti».
Alberi e cippi
Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, che di Bottoni furono allievi e che sono i custodi dell’Archivio omonimo, hanno detto che l’impatto del nuovo intervento «sarebbe violento, verrebbero costruiti muri, totem, pareti metalliche e un anfiteatro tradendo la natura stessa del Giardino fatto di alberi e cippi, togliendo armonia al suo inserimento nel contesto e aprendo la strada a usi impropri e a un possibile degrado».

Firmano l’appello gli urbanisti Meneghetti, Mioni, Berdini, Brenna, Gibelli, e ancora Gardella, e i professori di Composizione architettonica del Politecnico Vitale, Bonaretti, Fosso e Bordogna. Prendono posizione con Giuliana Parabiago, direttrice di Vogue e portavoce del comitato Abitanti Amici del Qt8, la scrittrice Erminia dell’Oro e Vivian Lamarque. Fanno sentire la loro voce Carlo Bertelli, Piero Bevilacqua, Salvatore Settis e il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena. Il messaggio sia chiaro: si difende il Monte Stella e il Giardino dei Giusti che qualcuno a suo tempo ha voluto com’è oggi, «non una foresta di muri», ma cippi e alberi.

«Pensare che qualcuno voglia lasciare “un segno” stravolgendo il paesaggio è inaccettabile», conclude il verde Enrico Fedrighini.

Un bimbo riceve una lettera dal suo Beagle volato nel “paradiso dei cani”

La Stampa


Luke aveva scritto un messaggio al suo cagnolino morto e un misterioso postino gli risponde



Per Luke,da Moe.

Il beagle Moe, 13 anni, è volato nel «paradiso dei cani» ad aprile, lasciando con il cuore spezzato il suo padroncino Luke, di tre anni.

La mamma, per aiutare il bimbo ad affrontare la perdita, ha deciso di scrivere delle lettere dedicate dal piccolo al suo cagnolino. Le missive venivano poi indirizzate a «Moe Westbrook, Paradiso dei Cani, Nuvola 1» e lasciate nella cassetta delle lettere perchè il postino le prendesse.

Mamma Mary ogni notte usciva per recuperarle, ma un paio di settimane fa se ne è dimenticata e il postino ha effettivamente raccolto anche la lettera per Moe. «Ho immaginato che la prendesse e la buttasse, oppure che ridesse di noi». Invece, poco tempo dopo, in casa Westbrook è arrivato uno strano messaggio, con scritto «da Moe» all’indirizzo del mittente.

La lettera diceva: «Sono nel paradiso dei cani. Gioco tutto il giorno e sono felice. Grazie perchè sei mio amico. Ti voglio bene Luke».

Una sorpresa splendida per la famiglia e soprattutto per il piccolo Luke. «La gentilezza di questo postino sconosciuto mi ha sconvolto. Ricevere questo messaggio mi ha ricordato che le persone sono buone e quando grande può essere un piccolo gesto». 

Abbandonato per un divano nuovo, un gatto non vuole mangiare

La Stampa



Tiger Tim è un dolce gattone dal pelo arancione che si è ritrovato, da un giorno all’altro, sbattuto fuori di casa dal suo proprietario. Il motivo, per quanto futile, è l’acquisto di un nuovo divano.

Probabilmente il suo ex amico umano avrà pensato che l’abbinamento gatto-divano nuovo fosse troppo rischioso, così ha deciso di sbarazzarsi del micio, che ha vissuto con lui da quando aveva solo tre mesi. Qualche giorno fa Tim è stato riconsegnato al rifugio New York City Animal Care and Control (Acc). Da lì, dove era già stato messo nella lista per l’eutanasia, l’associazione Magnificat Cat Rescue lo ha salvato, trovandogli un’amorevole casa adottiva.

Ora però il micio, che in un colpo solo ha perso casa e famiglia, si trova in uno stato di confusione e profonda tristezza e le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno. Per il momento, di spostarlo nella casa nuova, non se ne parla proprio. Tiger Tim dovrà rimanere nella clinica veterinaria in cui è ricoverato. «Si rifiuta di mangiare, si rifiuta di bere», hanno scritto lunedì, preoccupati, i volontari sulla pagina Facebook dell’associazione. «Da giorni stiamo cercando di forzarlo a mangiare per tenerlo in vita ma ha perso già un chilo e mezzo del suo peso».

Purtroppo non è finita qui. Gli ultimi esami del sangue su Tiger Tim hanno mostrato un livello di leucociti molto alto, troppo per essere normale. E’ probabile che l’organismo del povero micio sia stato colpito da un’infezione. Ora Magnificat Cat Rescue ha avviato una raccolta fondi online per coprire i costi delle cure. Sarà una difficile battaglia, quella per restituire a Tiger Tim la salute e l’amore, ma i volontari sono certi che presto il dolce gattone arancione troverà qualcuno che lo ami più di un mobile.

Bolletta scaduta? Si può pagare a rate

La Stampa



L’autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha riconosciuto la possibilità per gli utenti di chiedere la rateizzazione del pagamento addebitato in bolletta anche dopo la scadenza prevista, allungando in tal modo i termini a disposizione per procedere al pagamento. Con la delibera n. 258/2015/R/COM del 29 maggio l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha rafforzato le garanzie per i clienti che non provvedono regolarmente al pagamento delle bollette relative alla fornitura di energia elettrica e gas.

Con il comunicato stampa pubblicato sul sito internet dall’Autorità, viene chiarito che «il provvedimento si inquadra in un processo di modifiche del mercato retail che prevede anche interventi ritenuti prioritari sulle modalità per incentivare la fatturazione su consumi effettivi o autoletture». Viene dunque riconosciuta la possibilità di chiedere la rateizzazione dell’importo addebitato anche dopo la scadenza prevista per il pagamento.

Nel dettaglio, i clienti serviti in regime di tutela potranno chiedere il pagamento a rate fino a 10 giorni dopo la scadenza del termine fissato dalla fattura (facoltà precedentemente riconosciuta solo fino alla scadenza), cioè entro 30 giorni dalla sua emissione.

La rateizzazione deve essere obbligatoriamente offerta al cliente in alcuni casi di fatturazione a conguaglio o di addebito di consumi non registrati dal contatore per anomalie non imputabili al cliente. Inoltre, la comunicazione di messa in mora diviene obbligatoria per tutte le fatture, anche per quelle scadute durante una precedente procedura di messa in mora.

Tale adempimento diviene, per il fornitore, condizione necessaria per la richiesta di sospensione della fornitura, così come egli dovrà necessariamente rispondere ad eventuali reclami scritti del cliente. Ove tali prescrizioni procedurali non vengano rispettate, scattano indennizzi automatici a favore del cliente nella misura di 30 euro se la fornitura è sospesa per morosità senza invio della comunicazione di costituzione in mora da parte del fornitore oppure se egli, pur avendo osservato le formalità richieste, non ha rispettato le tempistiche indicate dall’Autorità.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Tutti sanno che in Italia non si rischia nulla»