venerdì 19 giugno 2015

Scarcerato Fabrizio Corona: “Non ci tornerò più”

La Stampa

Dopo 3 anni e 2 mesi in cella, affidamento ai servizi sociali alla comunità di don Mazzi


Dopo quasi due anni e mezzo di detenzione, Fabrizio Corona ha lasciato il carcere milanese di Opera per essere affidato, come stabilito dal giudice di sorveglianza, «temporaneamente» ad una delle comunità “Exodus” di don Antonio Mazzi, a Lonate Pozzolo (Varese). Un affidamento in prova ai servizi sociali che dovrà essere confermato da un collegio di giudici e che è stato concesso per una serie di ragioni, alcune tecnico-giuridiche, altre relative all’assenza di pericolosità sociale e al suo passato di tossicodipendenza.

“ORA SI RIPARTE”
«Sono felice e giuro che in carcere non ci tornerò più», ha gridato, lasciando la casa di reclusione, l’ormai ex «re dei paparazzi» che venne arrestato in Portogallo dopo una fuga durata alcuni giorni, quando era diventata definitiva la prima delle molte condanne a lui inflitte: si va dall’estorsione per i foto-ricatti fino alla bancarotta e alla corruzione di una guardia penitenziaria. «Ho attraversato la tempesta, ho lottato fino all’ultimo è stata dura ma era necessaria. Ora si riparte. #sipuede», ha scritto, dopo la scarcerazione, in un tweet. Lui che da tempo andava ripetendo, anche davanti ai giudici: «Sono cambiato, ma sto male in carcere, ho seri problemi psicologici, datemi un’opportunità». E quell’opportunità di mettersi in gioco gli è stata concessa dal giudice Giovanna De Rosa, che ha accolto l’istanza dei legali Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra.

LA DECISIONE DEL GIUDICE
Corona ha telefonato subito all’avvocato Chiesa, dicendogli: «Si rende conto che ora posso telefonarle?». E poi quando l’ha incontrato, l’ha abbracciato, baciato e ha urlato forte. Al difensore che gli ha detto subito «ora comportati bene», l’ex fotografo dei vip ha risposto: «In carcere non ci tornerò mai più». Anche l’avvocato era molto soddisfatto: «Sono contento per Fabrizio, è un bravo ragazzo». Il legale ha precisato che il giudice ha dichiarato «ammissibile» un’istanza di affidamento temporaneo che, in passato, era stata bocciata dalla Sorveglianza. La difesa, infatti, contestava soprattutto i 5 anni inflitti per il cosiddetto foto-ricatto all’ex attaccante juventino David Trezeguet: una pena per il reato di estorsione aggravata che non consentiva di chiedere una misura alternativa alla detenzione, come l’affidamento in prova. L’istanza, però, oggi è stata accolta «sulla base - come ha chiarito il legale - di una rilettura giuridica basata sul “favor rei” e che sarà utile a tanti altri detenuti nella condizione di Fabrizio».

LA TOSSICODIPENDENZA
Alla base del provvedimento, come è stato spiegato, ci sono gli anni di carcere che Corona ha già scontato, quasi tre considerando anche il “pre-sofferto”, la pena residua «che è di circa 5 anni», la «non riconosciuta pericolosità sociale», «la recuperabilità del soggetto attraverso l’affidamento in comunità», anche in vista di un percorso terapeutico data la sua tossicodipendenza. E poi le relazioni del carcere, «l’ultima della scorsa settimana - ha spiegato la difesa - che sottolineano come Fabrizio sia un detenuto modello, che sta affrontando un percorso ineccepibile». In comunità sconterà la pena residua, non sospesa, e si dovrà attenere ad una serie di prescrizioni: non potrà uscire ma potrà comunicare al telefono, anche se con alcune restrizioni.

 I legali di Corona, nei mesi scorsi, avevano depositato alla Sorveglianza anche una consulenza psichiatrica di parte, allegata ad un’istanza di detenzione domiciliare, nella quale si evidenziava che l’ex agente fotografico in carcere soffriva di stati d’ansia, psicosi, depressione e attacchi di panico. Un’istanza, però, che è ancora in fase di valutazione e non legata al provvedimento di oggi sul quale, comunque, secondo il legale, «hanno inciso anche valutazioni di tipo psico-diagnostico». Tra qualche mese l’affidamento in prova dovrà essere valutato dalla Sorveglianza che dovrà decidere se confermarlo e portarlo da «interinale» a «permanente».


Fabrizio Corona e don Mazzi non trasformino la redenzione in un reality show

gianluca nicoletti

Il pericolo che il pentimento del fotografo si trasformi in uno spettacolo è grande. Proprio perché il suo redentore è un prete consumato dai salotti televisivi

 Fabrizio Corona, uscito dal carcere dopo 3 anni e 2 mesi per motivi di salute, è tra i vip italiani quello che ha pagato in maniera più pesante i suoi conti con la giustizia. D’altronde è un uomo che si è sempre sforzato di lambire l’estremo in ogni sua manifestazione, così anche per la pena subita avrà avuto modo di capire che il suo motto «Corona non perdona» valeva anche nell’accezione speculare «A Corona non si perdona».

Ora starà a lui non rappresentare l’eccesso anche nella fase della redenzione; il fatto che l’onere di raddrizzarlo sia compito di don Mazzi, un prete spremuto fino all’ ultima goccia dal tritacarne dei media, potrebbe indurre entrambi a trasformare in un evento televisivo quello che per ogni comune mortale è un percorso di reinserimento nella società regolamentata.

Il pericolo per Corona sarà quello del reality costruito sul suo pentimento, per cui non potrebbe avere sostegno più efficace di don Mazzi, che dai tempi in cui sgambettava nella tv domenicale con Giucas Casella, Giampiero Galeazzi e Mara Venier non ha ancora imparato a resistere alla tentazione del demone televisivo, che sta alle costole di preti da salotto e suore canterine molto più di quanto i vecchi diavolacci di una volta cercavano di sedurre con cornucopie e bellezze discinte gli austeri padri del deserto.

«La magistratura è scivolata su una banalità. Io sono incazzato» ha dichiarato don Mazzi a un settimanale di gossip, che non è certo il bollettino salesiano. Sembra però che la sua arrabbiatura sia servita allo scopo di consegnare alla sua comunità il pacchetto Corona, con annessi e connessi. Soprattutto dopo che gli era sfuggita l’occasione di far piantare pomodori a Berlusconi, come da sua precedente dichiarata intenzione.

A questo punto come sarà gestito il reinserimento del fotografo dei vip nella società? Saranno distribuiti dei numeretti per disciplinare la fila delle troupe tv, che già saranno partite alla volta dei cancelli della comunità Exodus? Saranno rilasciate dichiarazioni dirette del reprobo, a patto che al suo fianco sia sempre presente il suo nuovo padre spirituale? Parlerà direttamente don Mazzi per lui?
Sono previsioni maligne, ma necessarie a sgomberare il campo da ogni possibile illazione sull’uscita di Corona dal carcere per entrare nuovamente nel grande circo dei freaks nella parte dell’ uomo tatuato.

La migliore maniera per condividere tutti il suo sollievo da una pena, sicuramente dolorosa, sarà che di lui non si senta più parlare almeno per un po’. Anche don Mazzi, se ci riesce, non dica più nulla e operi cristianamente sulla pecorella smarrita, come sicuramente farebbe ogni buon prete anonimo e celibe da ogni vincolo da telecamera.

Solo i porci lasciano spazzatura in strada". La rivolta a Milano contro gli immigrati

Torna la Guerra fredda sulla Luna: i dubbi della Russia sullo sbarco Usa

La Stampa


Mosca chiede un’indagine sui reperti smarriti e alimenta i complottismi


La Russia vuole aprire un’indagine per scoprire se gli americani hanno davvero mandato uomini sulla Luna con le missioni Apollo. Vladimir Markin, influente portavoce del Comitato Investigativo del governo russo, ha pubblicato un editoriale sulla Izvestija (tradotto in inglese sul Moscow Times perché non sfuggisse a nessuno), nel quale afferma che un’inchiesta potrebbe «rivelare nuovi retroscena su questi storici viaggi spaziali».

Filmati distrutti
In particolare, Markin pensa che si potrebbe capire meglio per quale ragione la Nasa abbia distrutto i preziosi filmati originali del primo allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin avvenuto nel luglio del 1969, giustificando la decisione con la necessità di contenere i costi. I russi vorrebbero anche sapere che fine abbiano fatto le pietre lunari portate sulla Terra nel corso di svariate missioni e delle quali non si hanno più notizie. Usando una figura retorica per affermare quello che nega, Markin ha scritto: «Non vogliamo sostenere che gli americani non siano andati sulla Luna e che abbiano semplicemente girato un film sulla missione. Ma tutti questi manufatti scientifici - o forse culturali - fanno parte del patrimonio dell’umanità e la loro scomparsa senza lasciare traccia è una perdita per tutti noi. Un’indagine potrebbe rivelare che cosa è accaduto».

Gli errori della Nasa
La Nasa aveva ammesso nel 2006 di non essere più in grado di rintracciare gli storici nastri girati nel 1969 durante la missione dell’Apollo 11 e un’inchiesta interna aveva appurato che erano stati cancellati con altre 200 mila registrazioni, per potere riutilizzare le cassette e risparmiare sul budget. È vero che probabilmente anche alla Nasa lavorano dei cretini, ma in tutto il mondo la spiegazione candidamente fornita dal centro di Houston era sembrata incredibile e sconcertante. L’ente spaziale americano si era difeso affermando di avere comunque rielaborato le immagini di emittenti televisive come la Cbs, e di averne ricavato filmati persino più nitidi dell’originale. I russi sospettano forse che l’operazione sia servita a togliere di mezzo registrazioni che avrebbero potuto rivelare particolari imbarazzanti se osservate con le tecnologie disponibili oggi.

Le rocce lunari sulle quali Vladimir Markin chiede di fare chiarezza hanno avuto una sorte altrettanto strana. Nel 1973, il presidente Richard Nixon decise di donarne piccoli pezzi chiusi nel plexiglass a decine di Stati nel mondo, ma 180 di questi reperti sono spariti. Alcuni sono stati ritrovati, altri sono risultati essere rocce terrestri, come quella custodita al museo di Amsterdam, cui era stata donata proprio da Armstrong e Aldrin.

Già nel 1969 l’allora Unione Sovietica aveva dubitato che la missione sulla Luna si fosse effettivamente svolta, e Mosca aveva sostenuto che gli Stati Uniti non disponevano ancora della tecnologia necessaria a un’impresa così complessa. All’epoca, le insinuazioni dei sovietici erano sembrate solo frutto dell’invidia e di un clima da guerra fredda che si respira nuovamente oggi, dopo le sanzioni seguite alla crisi ucraina.

La ragione per la quale i sospetti di Mosca si riaffacciano dopo 46 anni è spiegata dallo stesso Markin alla conclusione del suo intervento, quando afferma che gli Stati Uniti non hanno il diritto di indagare sullo scandalo della Fifa, che sta pesantemente coinvolgendo anche Vladimir Putin e la Russia. Se insistono - è l’implicita minaccia - Mosca potrebbe fare rivelazioni imbarazzanti. La Nasa si è stancata da tempo di rispondere alle fantasiose teorie cospirative sulle missioni Apollo, ma i cospirazionisti da ieri hanno un nuovo alleato. 

Pc e cellulari aziendali controllati: come funziona il Grande Fratello e cosa cambia col Jobs Act

La Stampa


I dipendenti vanno avvisati: multa per chi viola le regole. Leggere posta elettronica e Sms continua a essere vietato, e la telecamera si usa solo per ragioni di sicurezza. Ma si possono tracciare gli spostamenti


Cosa prevedono le nuove norme sul controllo a distanza?
Con l’entrata in vigore delle nuove norme le aziende potranno controllare computer, smartphone e telefoni cellulari assegnati per ragioni di lavoro ai dipendenti senza il via libera delle organizzazioni sindacali.

Quali tutele vengono riconosciute ai lavoratori?  
Innanzitutto il rispetto delle norme generali sulla privacy, che non possono ovviamente essere violate. Quindi è fatto obbligo alle imprese di informare dettagliatamente i propri dipendenti delle caratteristiche dei vari apparecchi, la possibilità di effettuare controlli anche a distanza, compresa la geolocalizzazione, e di fissare eventuali limiti al loro utilizzo.

E cosa rischiano invece?
In caso di violazione delle norme fissate dalle aziende i dipendenti sono ovviamente passibili di sanzioni disciplinari.

Come possono fare le aziende con i dati ricavati dai controlli?
Questi dati possono essere utilizzati per «ogni fine connesso al rapporto di lavoro, purché sia data al lavoratore adeguata informazione».

Cosa prevedono le norme sulla privacy?  
In questo campo le norme stilate dal Garante derivano direttamente dallo Statuto dei lavoratori che vietava tassativamente i controlli a distanza (art. 4) indagini sulle opinioni dei dipendenti (art. 8) per individuarne orientamento politico, sindacale, religioso, stato di salute, ecc. Alla luce delle correzioni introdotte col Jobs act è però possibile che in futuro alcune delle norme generali vadano riviste.

E’ possibile controllare le mail dei dipendenti?  
I datori di lavoro non possono controllare la posta elettronica e la navigazione in Internet dei dipendenti, se non in casi eccezionali. In base alle disposizione del Garante della privacy che risalgono al 2007 spetta al datore di lavoro definire le modalità d’uso di tali strumenti sempre tenendo conto dei diritti dei lavoratori e della disciplina in tema di relazioni sindacali. L’Autorità prescrive innanzitutto di informare in modo dettagliato i lavoratori sulle modalità di utilizzo di Internet e della posta elettronica e sulla possibilità che vengano effettuati controlli. E vieta la lettura e la registrazione sistematica delle e-mail così come il monitoraggio sistematico delle pagine web visualizzate suggerendo di individuare preventivamente i siti considerati correlati o meno con la prestazione lavorativa e l’utilizzo di filtri che prevengano l’accesso a determinati siti o il download di file video o musicali.

Un lavoratore può essere geolocalizzato?  
Sì, ma solo dietro precise garanzie, ha già sancito il Garante della privacy lo scorso novembre autorizzando in questo senso due società telefoniche che intendevano utilizzare una apposita applicazione installata sugli smartphone per migliorare gestione e tempestività degli interventi tecnici. Come? Configurando il sistema in modo tale che sullo schermo dello smartphone compaia sempre, ben visibile, un’icona che indica ai dipendenti che la funzione di localizzazione è attiva. E impedendo l’accesso ad altri dati come sms, mail e traffico telefonico.

Che uso si può fare delle telecamere?  
Si possono utilizzare solo ai fini organizzativi o per ragioni di sicurezza, non per il controllo delle presenze. Ma rispetto alla normativa anche in questo caso non serve più l’accordo coi sindacati.

Quando entreranno in vigore le nuove regole?  
Tra qualche mese, dopo che il governo avrà acquisto il parere del Parlamento.

(Redazione La Stampa) 

Compagni evasori. Così i circoli Arci non pagano le tasse


 La metà dei bar dei circoli vende cibo e bibite a chi non ha la tessera. In questo modo evade le tasse, facendo concorrenza sleale


“Lotta contro il fascismo comunque esso si manifesti”: è il principio scritto negli statuti dei circoli Arci di tutta Italia. A quanto pare, però, l'Arci preferisce combattere le tasse e gli scontrini.Che non emette. L’associazionismo di sinistra, un po’ radical-chic e un po’ antagonista, infatti, durante sue “iniziative di socializzazione” evade le tasse. Tanto a nessuno verrà mai in mente di andare a sindacare l’opera di un circolo Arci, di chiedere per quale motivo vende cibo e bevande anche a chi non è socio, facendo concorrenza sleale ai commercianti della zona, senza emettere scontrini e senza pagare le gabelle che i normali imprenditori sono costretti a versare. La sinistra italiana predica bene e razzola male: si accanisce contro i commercianti e poi truffa quotidianamente lo Stato.

Com’è noto, molti dei circoli ricreativi “che si riconoscono nei valori della democrazia e della resistenza” accompagnano le loro iniziative con l'apertura di bar. Nel farlo, però, più della metà si lascia andare ad infrazioni che trasformano il piccolo esercizio riservato ai soci in una attività imprenditoriale (molto) remunerativa. Una ricca fonte di finanziamento illecita.

Sono più di 12 le tipologie di infrazioni che i bar dei circoli Arci commettono ogni giorno. Infrazioni che, visti gli enormi vantaggi fiscali di cui possono godere in termini di aliquote fiscali, concessione degli edifici ed orari di apertura, significano un vantaggio sugli altri esercizi commerciali che può diventare enorme. Da concorrenza sleale. Non è difficile dimostrare quanto detto. Basta entrare - come abbiamo fatto - in un qualsiasi circolo che abbia un bar, e chiedere da bere. Se non si ha la tessera, la risposta del barista dovrebbe essere: “Ci dispiace, ma non possiamo darle nulla”. Questo non accade mai, e così i circoli si intascano migliaia di euro senza emettere nemmeno un scontrino.

Israele: anche 400 mila anni fa si respirava inquinamento

Corriere della sera
di Francesco Battistini

 La scoperta di quattro denti di una specie umana mette in discussione molte teorie che si ritenevano consolidate. Per esempio che fossero solo cacciatori

I denti ritrovati nella grotta di di Kessem a Rosh Haayin (I. Hershkovitz/Università di Tel Aviv) 

GERUSALEMME – Quattro denti preistorici. Con la placca, il tartaro, le carie. Appartenevano a un uomo o a una donna di 400 mila anni fa. Sono usciti assieme ad altri nove da un pertugio nel cuore d’Israele, la grotta di Kessem a Rosh Haayin, crocevia d’autostrade fra Tel Aviv e i Territori palestinesi. «In una capsula del tempo perfettamente conservata», dicono gli archeologi, trecento metri quadrati e dieci sotto terra, i denti sono rimasti sigillati per duecentomila anni. E una volta scoperti, nel 2000, hanno cominciato a darci risposte sorprendenti su chi siamo e chi fummo.

Tracce di vegetali e fumi
La prima: non è vero che a quei tempi, nel Paleolitico Inferiore, gli uomini fossero solo quei cacciatori e quei carnivori che s’è sempre detto, perché i vegetariani non hanno inventato nulla e su quei denti sono stati trovati pure semi e tracce di radici. La seconda: altro che moderna industrializzazione, anche i primi ominidi pagavano il prezzo del progresso e avevano a che fare con l’inquinamento, perché nella grotta – come svelano alcune particelle di carbone – erano già costretti a convivere col fuoco e a respirarne i fumi. Non solo: «La scoperta di denti tanto vecchi», dice il professor Avi Gopher dell’Università di Tel Aviv, uno dei capi dello scavo, «è la prova dell’esistenza di specie che probabilmente fecero da progenitori degli umani. Tutto questo mette in discussione l’opinione accettata che l’origine dell’Homo sapiens fosse nell’Africa orientale».
Abitudini alimentari
Vegetariano e inquinato? Le nevrosi dell’antico ominide non sembrano tante diverse da quelle dell’uomo moderno. «Sorpresa», semplifica un po’ il giornale israeliano Yedioth Ahronot, riprendendo la ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Quaternary International, «l’uomo preistorico preferiva le verdure alla carne». «E doveva già pensare allo smog», scrive Haaretz. L’équipe di Tel Aviv, che ha lavorato con colleghi americani, australiani e spagnoli, in realtà riferisce la presenza nel tartaro di amidi e acidi grassi, aggiornando le abitudini alimentari dell’epoca: «Sappiamo che allora mangiavano gli animali», spiega il paleontologo israeliano Ran Barkai, «e ne sfruttavano ogni parte. Li cacciavano, li macellavano, li arrostivano, ne usavano le ossa. Ma ora abbiamo le prove che nella loro dieta c’era anche una piccola parte di vegetali».
Il primo caso di inquinamento
Quanto ai fumi, i problemi erano davvero già simili ai nostri: «Le particelle di carbone», continua Barkai, «documentano il primo caso d’inquinamento umano del pianeta. Io vivo vicino a una centrale elettrica e ad aziende chimiche: da un lato dipendo dalla loro tecnologia, dall’altro respiro l’inquinamento che producono. Il progresso ha un prezzo. E questo è quel che abbiamo trovato anche nella grotta di Kessem. Chi ci viveva non aveva soltanto il beneficio del fuoco, potendo cuocere il cibo al coperto: doveva anche controllarne gli effetti. E conviverci».

Volpina persa e ritrovata: ma i padroni non la vogliono più perchè nel frattempo...

Il Mattino

 

Le parole da usare in casi come questo ci sarebbero eccome. Ma non servirebbero comunque a rendere giustizia alla cagnolina della foto.

Già, perché questa volpinetta si era smarrita - almeno così hanno raccontato i proprietari - e grazie al chip è stata ritrovata. Lieto fine, penserete...Niente affatto. Visto che la famiglia non l'ha più voluta. Motivo: abbiamo preso un altro cane!

E così dopo nove anni, Pallina viene messa alla porta. E ceduta con passaggio di chip ad una onlus di volontari che si occupa di trovarle una vera e degna famiglia.

Dolcissima, brava con tutti, sana, sterlizzata e vaccinata, taglia piccola. Si affida in tutt'Italia.

Per lei chiamate il 3476686666

L’interminabile rinascita di Detroit

Corriere della sera
di Andrea Marinelli


Detroit è una città sospesa, perennemente divisa fra i racconti di una crisi che ne ha svuotato le case e le promesse di rinascita, che si ripetono perpetue nella speranza di vedere riemergere la grande metropoli industriale del primo Novecento americano. Seduta sulle sponde dell’omonimo fiume che la separa dal Canada, da cui soffia sempre una brezza gelida, la città del Michigan ha vissuto due vite opposte, passando in breve tempo dall’essere una terra d’avanguardie e innovazione al declino inarrestabile, e si è portata appresso la narrativa del risorgimento che l’ha incastrata negli ultimi decenni.

Già leggendo il necrologio di Henry Ford II – nipote di Henry, uno dei padri del capitalismo americano, morto di polmonite a 70 anni il 29 settembre 1987 – si scopre un uomo che aveva passato  la parte finale della vita a cercare di ricostruire la sua città in declino: dall’inizio degli anni Settanta aveva provato a rianimare l’economia locale, arrivando a realizzare sulle rive del Detroit River un mastodontico complesso di sette grattacieli inaugurato nel 1977, a cui aveva dato il nome di Renaissance Center.

Il Renaissance Center di Detroit, voluto da Henry Ford II (foto di Jeff Kowalsky)
Da allora sono passati circa quarant’anni, e la ripresa di Detroit è stata annunciata decine di volte. Eppure, nonostante i profeti della rinascita, le abitazioni hanno continuato a svuotarsi. In mezzo secolo la città ha visto fuggire due terzi della sua popolazione – quelli che potevano permettersi un trasferimento nei bianchi sobborghi benestanti – e nei quartieri derelitti sono rimasti quasi esclusivamente i disperati, per lo più afroamericani. Oggi la città trabocca di case in rovina prossime al crollo e di lotti abbandonati, ha infrastrutture scadenti e un sistema scolastico inadeguato, oltre a un altissimo tasso di criminalità.

Nonostante abbia sempre deluso le aspettative e sia arrivata due anni fa a dichiarare bancarotta, Detroit sta provando ancora a superare la sua reputazione decadente. Ricominciare non è facile, ma in città si respira la voglia di lasciarsi conquistare dall’epica tutta americana del derelitto che, dopo essere caduto, rinasce. Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immese praterie del Midwest, si sta rianimando, l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese, nelle case si riaccendono le luci, grazie anche alla comunità creativa che a Detroit ha trovato un luogo economico dove poter vivere e lavorare.

«La Motown sta tornando in pista?», si chiedeva ancora una volta, all’inizio di giugno, un editoriale del New York Times. «In questi giorni – scriveva Joe Nocera, giornalista finanziario del quotidiano newyorkese – passando del tempo in città si resta colpiti dal fervore dell’attività imprenditoriale». Nel suo articolo, Nocera racconta l’ennesima possibile rinascita della città dell’auto attraverso la storia di Tom Kartsotis, il ricco cofondatore di Fossil che vive a Dallas e che con la città del Michigan non ha nessun legame, ma che, quando all’inizio del 2011 decise di fondare una piccola azienda che realizzasse costosi orologi di alta qualità prodotti in America, scelse Detroit come sede: una città, scrive Nocera, «che una volta era rinomata per la qualità della sua manifattura, ma che negli ultimi tempi ha bisogno di tutto l’aiuto possibile».

Pubblicità di Shinola, da Life del 19 settembre 1960

Qualche anno prima, durante un meeting del venture capital di Kartsotis, Bedrock Manufacturing, qualcuno se ne era uscito con la frase «you don’t know shit from Shinola», un’espressione che aveva cominciato a diffondersi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e che si utilizzava per apostrofare persone ritenute poco intelligenti. Letteralmente significava “non distingui la merda dalla Shinola”, una marca di lucido da scarpe di colore marrone, fondata nel 1907 e che aveva cessato definitivamente la produzione nel 1960.

Negli anni Cinquanta, però, la Shinola aveva raggiunto l’apice della notorietà proprio grazie a quell’espressione entrata a far parte della cultura popolare e utilizzata in numerosi film e canzoni, da Steve Martin (che la usa nella commedia “Lo Straccione” del 1979) a Dolly Parton (che ha intitolato “Shinola” un brano del 2008), fino a “Basic Instinct”: nel celebre film del 1992 il detective Gus si rivolge al dottor Lamott dicendo «most times I can’t tell shit from Shinola, Doc». Il più delle volte, dottore, non riconosco la merda dalla Shinola.

Durante il meeting di Bedrock Manufacturing, la battuta aveva presto lasciato spazio alle origini della frase e a una seria discussione su quel vecchio brand, che Kartsotis e i suoi soci arrivarono a considerare un simbolo della manifattura americana, e che decisero di rifondare. A spingerli verso Detroit, scrive Nocera, fu soprattutto un impulso filantropico, ma a distanza di quattro anni la rinata Shinola è una florida iniziativa imprenditoriale, con otto negozi e 375 dipendenti, che realizza orologi – nel 2015 l’azienda prevede di vendere fra 150 e 180 mila pezzi, che costano fra 500 e 1.200 dollari – biciclette e prodotti in pelle. Nella mente di Kartsotis, Detroit, come Shinola, era l’incarnazione della vecchia America arrembante e industriale, dell’orgoglio patriottico, dei prodotti “Made in USA”.


Proprio negli anni in cui il lucido da scarpe Shinola raggiungeva l’apice della popolarità diventando un riferimento culturale americano, la città di Detroit toccava il punto più alto della propria storia. Da quando il vecchio Henry Ford aveva fondato l’omonima casa automobilistica nel 1903, la città del Michigan si era in pochi anni trasformata nella capitale dell’industria dell’auto. Al Chicago Auto Show del 1900 era presente solamente una vettura prodotta a Detroit – la Oldsmobile ideata dal pionere Ransom Olds –, mentre nel resto del Midwest fiorivano piccole aziende che provavano a disegnare un futuro senza carrozze né cavalli.

Nel ventennio successivo, invece, l’industria si concentrò in Michigan, e in particolare a Detroit, dove furono avviate 125 aziende automobilistiche, fra cui i tre colossi – Ford, General Motors e Chrysler, l’azienda salvata da Fiat, con la quale si è fusa nel 2014 dando vita a Fca – che contribuirono a rendere Detroit la Motown, la città dell’auto.L’eccitazione dei ruggenti anni Venti affogò però nella crisi del 1929, con la Grande Depressione che per prima intaccò la produzione e colpì gli operai: il salario annuale passò dai 1.600 dollari del 1929 ai 1.000 del 1933, portando nel 1935 alla creazione della United Auto Workers, il potente sindacato dei colletti blu.

In quegli anni i colossi automobilistici cominciarono a spostare gli impianti nelle cittadine dei sobborghi per prevenire gli scioperi e provare nuove tecnologie produttive, finché lo scoppio della Grande Guerra rese Detroit il principale produttore dell’«arsenale della democrazia», come lo definì il presidente Franklin Delano Roosevelt in un discorso radiofonico nel dicembre del 1940: su invito del governo americano, infatti, le aziende automobilistiche sospesero le proprie attività regolari e cominciarono a produrre carri armati, aerei e munizioni destinati alle potenze alleate.

Gli operai di Detroit non bastavano però a sostenere i ritmi della guerra. In quegli anni arrivarono in città migliaia di lavoratori, fra cui molti afroamericani degli Stati del Sud: oltre 600 mila persone si ritrovarono a lavorare nelle fabbriche cittadine per costruire il grande armamento necessario a fermare le potenze dell’Asse – Germania, Giappone e Italia –, mentre la popolazione del Michigan aumentava, di pari passo con le tensioni razziali: uno dei casi più celebri si verificò nel giugno del 1943, quando 25 mila operai della Packard Motors si rifiutarono di lavorare insieme a tre afroamericani ed entrarono in sciopero. L’episodio arroventò il clima in città, e tre settimane dopo contribuì a far esplodere scontri cruenti che costarono la vita a 34 persone. Nel 1950, intanto, Detroit raggiunse, come molte città industriali americane, il proprio apice, con 1,86 milioni di abitanti e oltre 200 mila opera


 
Il calo della popolazione dagli anni ’50 a oggi. (Infografica IBTimes)

Oggi Detroit sembra una vecchia villa aristocratica messa a soqquadro dai ladri. In 65 anni ha perso oltre un milione di abitanti – fra il 2000 e il 2010 la popolazione è calata del 25 per cento e oggi i residenti sono circa 700 mila, con meno di 20 mila operai – senza riuscire a opporsi al passaggio del tempo né alla crisi dell’industria. È una città che giace ora abbandonata come l’immondizia trascinata dal vento ai piedi delle recensioni metalliche che separano le sue case dal nulla: sono circa 40 mila gli edifici abbandonati e 114 mila i lotti vacanti, oltre 200 chilometri quadrati di erbacce ingiallite e bruciate dal gelo. Nelle strade ormai troppo grandi non ci sono ingorghi, ma solo vecchie Camaro e Dodge arrugginite che si sorpassano rombando.

Ai bellissimi palazzi gotici e art déco del centro, edifici all’avanguardia nell’epoca d’oro della città, replicano chiese vuote e case abbandonate con le finestre rotte, a cui la notte vengono rubati i mattoni fino a lasciarle crollare e che sono le protagoniste del ruin porn, l’arte di immortalare edifici in rovina amata dai turisti e detestata dagli abitanti.Il declino, sostengono in città, è cominciato il 23 luglio 1967, quando la polizia fece irruzione alle prime luci dell’alba in un locale notturno della Dodicesima strada che vendeva alcolici senza avere la licenza ed era aperto oltre l’orario di chiusura. Gli agenti pensavano di trovare all’interno non più di una ventina di persone, ma ce n’erano almeno ottanta che festeggiavano il ritorno di un veterano dalla guerra del Vietnam.

Mentre gli avventori venivano arrestati, fuori dal bar cominciò a radunarsi una piccola folla: il locale era frequentato prevalentemente da afroamericani e l’intervento dei poliziotti, che al tempo erano tutti bianchi, fece scoppiare una rivolta. Alcuni cominciarono a saccheggiare un negozio di vestiti poco distante, e in poche ore gli scontri si allargarono a tutta la città. In quattro giorni si contarono 43 morti, 467 feriti e 7.200 arresti. Furono distrutti oltre 2.000 edifici e, per fermare l’insurrezione, il governatore George Romney fu costretto a inviare la Guardia Nazionale e il presidente Lyndon B. Johnson l’esercito.

Le rivolte del 1967 (The Life Picture Collection/Getty Images)

 Il 1967 è considerato la linea di confine che separa il benessere dal crollo di Detroit. In quei mesi turbolenti persino la scena musicale, una delle avanguardie della città, cominciava ad affondare: all’inizio dell’anno Berry Gordy – il fondatore della Motown Records, la più celebre casa discografica afroamericana che aveva giocato un ruolo fondamentale nei propositi di integrazione razziale – si trovava costretto a risolvere i dissidi interni alle Supremes, fra Diana Ross e Florence Ballard. I contrasti fra musicisti, le liti e le invidie portarono all’implosione della casa discografica, che nel 1972 abbandonò gli uffici di West Grand Boulevard e fuggì a Los Angeles.

 
Fra il 1940 e il 2010 la maggior parte dei bianchi sono fuggiti verso i sobborghi, mentre in città rimanevano le famiglie povere e afroamericane. (Infografica Al Jazeera America)

Gli immobili intanto cominciavano a perdere valore, e disfarsene diventava sempre più difficile, mentre la classe media abbandonava per paura la città preferendo i più tranquilli sobborghi, dove poteva dare ai figli un’istruzione migliore tenendoli al tempo stesso lontano dai pericoli. Detroit affondava, colpita dalle cicliche crisi dell’industria automobilistica – nel 1973/74, nel 1979 e l’ultima nel 2008 –, dalla decadenza urbana, dal crimine e dalle tensioni razziali che erano sempre più vigorose, con i bianchi che lasciavano il centro e le famiglie afroamericane che restavano in città, divenendo sempre più povere. Fra il 1990 e il 2013 Detroit ha dimezzato il numero dei dipendenti comunali per riuscire a sopravvivere, eppure il 23 luglio 2013 è diventata la più grande città americana a dichiarare bancarotta, con un buco da 18 miliardi e un destino incerto affidato all’emergency manager Kevyn Orr.

La città era senza risorse: i tempi di intervento della polizia dopo una chiamata di emergenza erano di 58 minuti, gli agenti erano 2.300, due ambulanze su tre erano fuori servizio e il 40 per cento dell’illuminazione stradale non funzionava. Solo nel 2013 in città erano stati commessi 333 omicidi – di cui ne sono stati risolti solamente quattro su dieci – e 1.161 sparatorie: Detroit aveva uno dei tassi di crimini violenti pro capite più alto d’America. Secondo i dati dell’US Census, inoltre, fra il 2007 e il 2011 oltre un terzo della popolazione viveva al di sotto della soglia di poverta. La bancarotta è terminata a mezzanotte dell’11 dicembre 2014, quando il governatore repubblicano Rick Snyder ha dichiarato la fine dello stato di insolvenza. Eppure in città le cose non sembravano troppo diverse rispetto a un anno e mezzo prima.

Dan Gilbert sulla copertina di Forbes del 20 ottobre 2014
La storia di Shinola rappresenta secondo Nocera il rilancio e il possibile futuro della città del Michigan. «Se sembra chiaro che aziende come questa sono la soluzione per Detroit, non è così sicuro che possa funzionare per l’intera industria manifatturiera americana», scrive. Oggi le piccole imprese sembrano essere la via d’uscita per una città bisognosa di abitanti, prima ancora che di posti di lavoro. A puntarci è anche Dan Gilbert, l’uomo più ricco di Detroit e 117esimo d’America, che secondo Forbes ha un patrimonio di 4,8 miliardi di dollari. A 53 anni, Gilbert – che è il fondatore di Quicken Loans, principale erogatore di mutui online del Paese – «sta finanziando», come spiega la rivista finanziaria, «la ripresa di Detroit, la città manifesto di tutto quello che è andato male nell’America urbana» ed è per questo considerato da molti il salvatore della Motown.

Negli ultimi cinque anni, il miliardario – che è anche il proprietario dei Cleveland Cavs di Lebron James, di quattro casinò e di altre 110 aziende – ha speso oltre 1,3 miliardi di dollari per comprare settanta edifici in città, alcuni dei quali destinati a diventare uffici per piccole imprese. In una delle sue sale conferenza Gilbert ha un grande plastico che raffigura il centro cittadino in miniatura, i cui edifici si illuminano man mano che li acquista. All’interno di quei palazzi ha trasferito i suoi 12 mila dipendenti e ha persuaso altre grandi aziende, a cominciare da Twitter e Microsoft, a spostarsi verso il centro: in poco tempo ha trovato oltre 140 inquilini, molti dei quali sono startup o piccoli imprenditori che lui stesso aveva finanziato.

Gli edifici di proprietà di Dan Gilbert nel centro di Detroit


Nel 2009, quando General Motors e Chrysler dichiararono bancarotta, 48 fra gli edifici più grandi della città erano vuoti e nel centro di Detroit lavoravano appena 78 mila persone. Oggi 31 di quei palazzi sono occupati o sono in ristrutturazione ed entro l’anno prossimo, per lo più grazie a Gilbert, circa 100.000 persone dovrebbero avere un impiego downtown, dove persino lo stilista John Varvatos – nato nel 1955 a Detroit, dove vivono ancora i suoi fratelli – ha aperto un negozio, il suo primo nel Midwest.

In quella terra una volta deserta Gilbert ha intravisto non solo la possibilità di salvare la propria città e di acquistare palazzi a basso costo, ma soprattutto ha intuito l’opportunità di ricostruire, come spiega Forbes, «una metropoli autentica, stimolante ed economica che sappia attrarre giovani impiegati istruiti e tecnologicamente esperti, quelli desiderati da ogni datore di lavoro americano, competendo con luoghi più affascinanti come Manhattan o Palo Alto». Il miliardario sta lavorando per rendere Detroit una metà ambita per studenti e neolaureati, e il piano sembra funzionare: la scorsa estate le sue aziende hanno ricevuto 22 mila domande di stage da tutti gli Stati Uniti per 1.300 posti.

Recentemente David Laitin, professore di scienze politiche a Stanford, e Marc Jahr, ex presidente della New York City Housing Development Corporation, hanno proposto di ripopolare Detroit offrendo asilo politico ai profughi siriani in fuga dalla guerra civile. «Immaginate che questi due disastri, uno sociale e uno umanitario, siano uniti per produrre qualcosa di positivo», hanno scritto in un editoriale apparso a maggio sul New York Times. «I rifugiati siriani sarebbero la comunità ideale, dal momento che gli arabi americani sono già una presenza vivace e affermata nell’area metropolitana di Detroit».


Un espediente simile per attrare nuovi abitanti in città lo ha escogitato il governatore del Michigan Snyder, che a gennaio 2014 ha lanciato un programma per rivitalizzare Detroit attraverso l’infusione annuale di 50.000 immigrati, e ha creato il Michigan Office for New Americans. «Secondo noi, sia lavorando con le comunità di immigrati già esistenti che attirandone di nuovi si porteranno benefici a Detroit», spiega al Corriere della Sera il direttore dell’ufficio Bing Goei, che citando uno studio della Wayne State University sostiene come la forza lavoro arabo americana guadagni 7,7 miliardi di dollari nelle quattro contee dell’area metropolitana di Detroit, e abbia generato 544 milioni di introiti fiscali negli ultimi anni, mentre il potere d’acquisto della comunità latina e asiatica del Michigan nel 2014 è stato rispettivamente di 9,8 miliardi di dollari e di 11,8 miliardi.

«Anche per questo riteniamo che gli immigrati – i rifugiati arrivano in Michigan soprattutto dal Medio Oriente, in particolare da Iraq e Siria, mentre gli altri, quelli che si trasferiscono per motivi familiari o di lavoro, da tutto il mondo – possano dare un valido contributo alla rivitalizzazione della città di Detroit».Il Michigan Office for New Americans, spiegano il direttore Goei e la sua vice Karen Phillippi, è stato istituito per stimolare l’economia locale e «si concentra prevalentemente in quattro aree principali: il talento, l’imprenditoria, l’agricoltura e la creazione di un ambiente accogliente». Per quanto riguarda il primo punto, l’ufficio assiste gli immigrati qualificati, istruiti e in possesso di visto nel trovare lavoro.

«Sono tutti laureati, alcuni hanno anche un master, e molti sono specializzati nel settore tecnologico», affermano. «Visto che gli immigrati si sono dimostrati negli anni abili imprenditori, stiamo valutando l’idea di ricostruire i vari quartieri fondandoli sulle piccole imprese: fra il 1995 e il 2005, per esempio, un terzo di tutte le nuove startup tecnologiche del Michigan erano formate da immigrati, mentre fra il 2006 e il 2010 in più di 30 mila sono diventati titolari di nuove imprese».Sul fronte agricolo, invece, il Michigan ha bisogno di almeno 49 mila lavoratori stagionali ogni anno, ma non ha abbastanza forza lavoro locale. «In tutti gli Stati Uniti, il 77 per cento degli impiegati nel settore agricolo è nato all’estero, e le statistiche dimostrano che ogni lavoratore crea altri posti, in genere da uno a tre, lungo la catena», affermano.

«Ci battiamo per rendere il Michigan una destinazione per gli immigrati. Il cambiamento porta sempre rischi, ma crediamo che coinvolgendo tutte le comunità esistenti saranno minimizzati». Nei momenti più bui della bancarotta, per ripianare i debiti cittadini, l’emergency manager Orr aveva pensato di vendere le opere d’arte della straordinaria collezione del Detroit Institute of Arts, il più noto dei bellissimi musei cittadini, fra cui spiccano gli impressionati murales della serie “Detroit Industry”, commissionati da Henry Ford e dipinti fra il 1932 e il 1933 dall’artista messicano Diego Rivera, che immortalano la catena di montaggio dello stabilimento Ford.


Gli operai di Rivera hanno sguardi eroici, mentre i loro capi li osservano con aria truce e occhi inquisitori: un messaggio politico che fece infuriare il vecchio Ford, che era nato in una fattoria del Michigan ed era profondamente conservatore. Fu Edsel Ford a intuire la bellezza dell’opera, e arrivò a litigare con il padre pur di impedirne la distruzione. Nel gennaio 2014, per salvaguardare le altre opere, sono intervenute invece nove fondazioni filantropiche – fra cui la Ford Foundation e la Knight Foundation – che hanno donato 330 milioni di dollari per preservare la collezione, soldi che sono serviti a finanziare il sistema pensionistico cittadino, vittima di un buco da 3,5 miliardi di dollari, e a “riscattare” il museo, la cui proprietà è passata dalla città a una fondazione no-profit.

Casey Rocheteau

La città negli ultimi anni ha ricevuto un grande aiuto dal fronte creativo, uno dei settori in maggior espansione anche grazie ai costi molto bassi di affitti e immobili: per gli artisti lavorare a Detroit è molto più economico che nella maggior parte delle città, e si sta formando una comunità intensa. «Ho incontrato un gruppo di artisti molto versatile: scultori, dj, maghi, attori, rapper e web designer. In questo modo la creatività si diffonde in tutta la città», scrive la poetessa Casey Rocheteau, arrivata in città a novembre 2014 grazie a “Write a House”, un programma finanziato dalla Knight Foundation che regala case abbandonate e ristrutturate a scrittori per sostenere e incentivare l’attività letteraria locale.

Il dinamismo culturale non si limita però alle produzioni undeground. A marzo del 2016 uscirà nei cinema americani “Batman v Superman: the dawn of justice”, il sequel di “L’uomo d’acciaio” diretto da Zack Snyder e interpretato fra gli altri da Ben Affleck, Amy Adams, Jesse Eisenberg e Jeremy Irons. La pellicola è stata girata a Detroit, che negli ultimi anni si è trasformata in Movietown, come raccontava un articolo del Wall Street Journal del 2010. Grazie a un programma di incentivi statali, infatti, i film girati in Michigan ricevono uno sconto del 28 per cento sui costi di produzione: “Batman v Superman” è costato 135 milioni di dollari, e ha ricevuto un rimborso di 35 milioni di dollari dal Michigan.

Per Detroit «è un’opportunità di redenzione, una possibilità di scrollarsi di dosso le immagini noiose della criminalità, dei tumulti razziali, della decadenza urbana e persino di una pessima squadra di football», scriveva Amy Chozik sul Wall Street Journal. «Dalla Motown Records allo scrittore Elmore Leonard, la città ha una grande tradizione culturale. Nessuno si aspetta di tornare ai giorni gloriosi in cui Detroit era un simbolo di imprenditorialità e il settore automobilistico contribuiva a rendere gli Stati Uniti la più grande potenza economica al mondo, ma ogni impulso può essere utile per aiutare l’economia locale in modo duraturo».

«Oggi, quando si parla della ripresa di Detroit, per semplificare ci si concentra sempre su due aspetti: i grandi imprenditori come Dan Gilbert che scommettono sulla città attraverso settori innovativi e la comunità creativa, che non sempre ha un ruolo diretto e ben definito nello sviluppo e nella ripresa economica della città», sostiene Jeff Aronoff, direttore dell’organizzazione no-proft D:hive, nel libro Detour in Detroit, scritto dalla giornalista italiana Francesca Berardi e appena uscito in Europa e Stati Uniti per Humboldt Books. «Servono invece piccole imprese che generino introiti fiscali e rispondano alle necessità di base dei residenti. Detroit non deve essere la “nuova qualcos’altro”, che sia Brooklyn o la Silicon Valley, ma la prima Detroit».

Quella di Berardi è una voce che prova a emanciparsi dalla retorica del perenne risorgimento. Per 77 giorni la giornalista italiana si è immersa in una città «rurale, post industriale, traumatizzata dalla segregazione e animata da un meraviglioso desiderio di rinascita», seguendo guide esclusive e singolari, personaggi dimenticati e star locali come la fotografa Leni Sinclair, ex moglie del poeta e attivista John, che attraverso la sua macchina fotografica ha immortalato l’incandescente scena musicale cittadina degli anni Sessanta e Settanta, animata da personaggi del calibro di Iggy Pop e MC5; Patricia Burnett, un’ex Miss Michigan di 94 anni, attivista per i diritti delle donne e fieramente repubblicana; il librario John King, cresciuto in città e proprietario della seconda miglior libreria dell’usato al mondo, che aveva un cane paralitico di nome Winky. Fra i suoi tesori ci sono anche volumi autografati da Albert Einstein e Allen Ginsberg, oltre alla prima versione del Book of Mormon, testo sacro della chiesa mormone pubblicato nel 1830 dal controverso profeta Joseph Smith.

“Detour in Detrot”, libro scritto da Francesca Berardi e illustrato da Antonio Rovaldi

«Ho provato per Detroit un’attrazione incredibile, e volevo scrivere un libro che diventasse uno strumento per scoprirla e intuirne la straordinaria complessità», racconta Berardi al Corriere. «Detroit non è solo un emblema degli effetti più devastanti della crisi americana, ma c’è una commistione di energie unica: c’è la rabbia del senso di abbandono, l’orgoglio di chi è sopravvissuto, la tensione fra la consapevolezza di trovarsi in una delle città con il tasso di omicidi più alto d’America e la scoperta di uno straordinario senso civico e di collaborazione. C’è anche la più ben riuscita espressione dello spirito americano del “do it yourself”, l’autoorganizzazione dei cittadini nata in risposta a decenni di cattiva amministrazione». Oltre alle affascinanti rovine industriali, spiega la giornalista italiana, ci sono storie che portano ancora l’eredità di un passato glorioso, o che possono diventare un esempio per la costruzione di un futuro diverso, più equo e sostenibile.

«A Detroit è possibile immaginare il futuro delle città post industriali, anche se è impossibile da predire con certezza», continua Berardi. «Detroit ha una grande opportunità: quella di ripartire da zero. Gli equilibri tra amministrazione pubblica e cittadini sono stati stravolti, e la città si trova ad affrontare una sfida che per ora l’America post industriale ha perso clamorosamente: superare il dramma della segregazione e non ricadere nei meccanismi che la alimentano, a cominciare dalla gentrificazione. Detroit deve risolvere problemi ben più grandi dell’apertura di nuovi ristoranti downtown: deve prima di tutto ristabilire una rete di trasporti pubblici e migliorare il sistema scolastico. La situazione è molto complessa, ma c’è un potenziale straordinario. Spero che diventi un nuovo modello di città, questo è il mio sogno americano».

Twitter @AndreaMarinelli

La copertina e le fotogallery di questo reportage sono tratte dal libro “Detour in Detroit” , pubblicato da Humboldt Books e distribuito in Europa e Stati Uniti. Il volume è stato realizzato dalla giornalista Francesca Berardi e illustrato dall’artista Antonio Rovaldi.

Waterloo non fu soltanto sfortuna Errori e stanchezza di Napoleone

Corriere della sera
di Giuseppe Galasso

 Duecento anni dopo, la battaglia che segnò il destino di Bonaparte



Sulla battaglia di Waterloo, della quale ricorre domani il duecentesimo anniversario, Napoleone a Sant’Elena non aveva alcun dubbio. Si chiedeva spesso che cosa avesse sbagliato in quella giornata per lui conclusiva. La risposta era sempre la stessa. Di sbagliato, nulla. La conduzione strategica e tattica della battaglia era stata ineccepibile. L’esito catastrofico era stato tutto e soltanto effetto della sfortuna, della cattiva sorte che lo aveva atteso lì. Si può, umanamente, più che capire. La sua idea di non aver nulla sbagliato quel giorno non era del tutto infondata. A un certo punto la sua vittoria si era nettamente delineata; e, non fossero intervenuti i prussiani di Blücher, con il francese Grouchy errante a vuoto a breve distanza, Wellington sarebbe uscito distrutto dallo scontro. Del resto, le perdite francesi non furono in sostanza maggiori di quelle britanniche e prussiane, e le forze di Napoleone furono battute e disperse, piegate, ma non annientate. 

Che, poi, anche un esito opposto della battaglia non avrebbe di molto mutato le cose e non avrebbe affatto significato vincere la guerra, è un altro discorso. Che nulla vi fosse da osservare sulla conduzione della battaglia, non si può, tuttavia, dire. La guerra in Spagna e Portogallo avrebbe dovuto far valutare meglio a Napoleone la tattica di Wellington nello schierare le sue truppe. Allo stesso modo, avrebbe potuto valutare meglio la differenza nella potenza di fuoco dello schieramento inglese rispetto a quello dello schieramento e dell’attacco in colonna: la magnifica resistenza dei quadrati della Guardia imperiale, a cose ormai decise, lo conferma. Ed era poi necessario spendere tanto tempo nell’attacco alla fattoria della Belle Alliance?

Già: il tempo. La battaglia avrebbe potuto concludersi prima dell’arrivo determinante dei prussiani? È un’ipotesi difficile a farsi per quei giorni di pioggia e di terreno molle. Invece, per alcuni Napoleone, contro il suo solito («in guerra, la perdita di tempo è un male irreparabile», scriveva nel 1806 al fratello Giuseppe), parecchio tempo lo perse prima dello scontro. Nel libro La Battaglia di Waterloo (Castelvecchi), un napoleonista convinto come Henry Lachouque, militare di professione, nota che il 15 giugno l’imperatore perse cinque ore, dando modo di fuggire ai prussiani; e che «nella notte fra il 16 e il 17» perse quindici ore, lasciando fuggire l’armata battuta di Blücher, a Wavre, per ritrovarsela poi di fronte a Waterloo. Anche il 17, alla vigilia, «si attarda a Fleurus, visita in vettura il campo di battaglia, passeggia a cavallo a Ligny e a Brye, consola i feriti, intrattiene i suoi generali sulla politica giacobina, liberale, gioca all’imperatore secondo l’immagine di Épinal».

E lo stesso autore nota pure che, sempre contro i suoi stessi principii, non fu lui a scegliere il campo di battaglia, e che non operò il massimo concentramento possibile delle sue forze. Certo, sono critiche del giorno dopo, ma inficiano la sicurezza professata a Sant’Elena di non aver nulla sbagliato, e confermano, insieme, il giudizio di chi lo vide, nei Cento giorni del 1815, diverso dal fulmine di guerra della prima campagna d’Italia o di Austerlitz: appesantito, facile alla stanchezza, e anche un po’ torpido e lento. Era ancora, come riconosceva Wellington, un grande stratega («fa onore alla guerra»). A Sant’Elena, però, «sentivo — diceva pure — la fortuna abbandonarmi. Dentro di me non avevo il presentimento del successo finale. Non osare vuol dire non fare niente al momento opportuno, e non si osa se non si è convinti della buona fortuna». Decisamente, non la sfortuna, ma il fato bussava alla sua porta in quei giorni del 1815, con il respiro di una storia che stava andando già da un po’ oltre di lui.

Usa, una donna sulla banconota da 10 dollari a partire dal 2020

Corriere della sera
di M.Ser. 

 Dopo numerose petizioni e appelli il ministero del Tesoro ha comunicato la decisione. Nei sondaggi online, in lizza la first lady Eleanor Roosevelt e l’attivista Rosa Parks


 Sulla prossima banconota americana da dieci dollari vi sarà l’effigie di una donna. Lo ha deciso il tesoro americano, spezzando un tacito tabù che da circa un secolo impone di fatto sul biglietto verde il ritratto di un uomo di Stato e di pelle bianca. Il Tesoro sceglierà il ritratto al termine di un concorso di idee pubblico circa «le qualità che meglio rappresentano la democrazia».


In passato solo Martha Washington e Pocahontas
L’«obiettivo è di stampare banconote, a partire dal 2020 e nel centesimo anniversario del diritto di voto femminile, in cui -ha detto il ministro del Tesoro, Jacob Lew, sia raffigurata una donna «campione della nostra democrazia inclusiva». Nella storia delle moneta americana solo due donne sono riuscite a conquistare un posto nella banconota: Martha Washington, la moglie del presidente George, e Pocahontas, quest’ultima raffigurata insieme ad altri. Una petizione lanciata online ha selezionato una rosa di nomi. In testa alla classifica, Harriet Tubman, attivista per i diritti degli afro americani, che ha raccolto oltre 118 mila voti. Poi Eleanor Roosevelt, first lady americana molto amata. In terza posizione Rosa Parks, anche lei attivista per i diritti degli afro americani e figura simbolo del movimento per i diritti civili. Al quarto posto Wilma Mankiller, prima donna eletta a capo di un consiglio di nativi americani. 

18 giugno 2015 | 10:23