lunedì 22 giugno 2015

Morta Laura Antonelli, diva tormentata

Corriere della sera
di Rinaldo Frignani

Trovata senza vita in casa dalla domestica 


 ROMA - È morta Laura Antonelli. A trovare l’attrice senza vita nella sua casa di Ladispoli, dove da tempo si era ritirata, è stata la domestica al suo arrivo alle 8 di lunedì . Non è chiaro da quanto tempo la donna, che aveva 74 anni ed era nata a Pola, in Istria, oggi Croazia, era deceduta. Sul posto carabinieri e polizia. È stata proprio la badante a chiamare i soccorsi. Laura Antonaz, questo il suo vero nome, è stata una delle protagoniste del cinema italiano.
  
Dal successo all’arresto per droga

Icona della commedia sexy all’italiana, Laura Antonelli - nata a Pola il 28 novembre del 1941 e fuggita a Roma ancora bambina - raggiunge il successo con il film «Malizia» di Salvatore Samperi. Poi numerose altre pellicole come «Trappola per un lupo» di Claude Chabrol, dove conosce Jean-Paul Belmondo, «Mio Dio, come sono caduta in basso!» di Luigi Comencini e «Divina creatura» di Giuseppe Patroni Griffi (in quest’ultimo la Antonelli interpreta una scena di nudo integrale della durata di ben sette minuti, un’eternità per quell’epoca). Nel 1976 interpreta il ruolo di Giuliana ne «L’innocente» di Luchino Visconti, nel 1977 in «Gran bollito» di Mauro Bolognini e nel 1981 in «Passione d’amore» di Ettore Scola. Per tutti gli Anni Ottanta Laura Antonelli lavora in film comici o sexy: è nel cast all star di «Grandi magazzini» di Castellano e Pipolo e al fianco di Diego Abatantuono in «Viuuulentemente mia» di Carlo Vanzina. Interpreta - nel 1985 - «La Venexiana», tratta dall’omonima commedia del Cinquecento, accanto a Monica Guerritore. Sul finire del decennio approda sul piccolo schermo con due mini-serie televisive, che riscuotono il gradimento del pubblico: «Gli indifferenti» (1988) e «Disperatamente Giulia» (1989), dirette rispettivamente da Mauro Bolognini ed Enrico Maria Salerno.

I guai giudiziari
Negli Anni Novanta comincia per Laura Antonelli un doloroso tramonto: la notte del 27 aprile 1991 nella villa della Antonelli a Cerveteri vengono trovati 36 grammi di cocaina. L’attrice viene arrestata dai carabinieri e resta qualche giorno a Rebibbia. Condannata in primo grado a tre anni e sei mesi di carcere per spaccio di stupefacenti viene assolta nove anni dopo quando la Corte d’appello di Roma, che la riconosce consumatrice abituale di stupefacenti, ma non spacciatrice. Seguono una serie di lunghi momenti di disagio, anche psichico, culminati con una lunga causa civile per ottenere un indennizzo - senza successo - dopo un intervento di estetico che - affermava l’attrice - le aveva sfigurato il viso. Per la lunghezza del processo, sei anni e mezzo, verrà anche risarcita: l’assoluzione arriverà, infatti, solo nel 2000.
L’appello di Banfi e l’invito a dimenticarla
Negli anni recenti Laura Antonelli aveva anche denunciato suo figlio, Germano Randi, e la badante,Nina Sartorio, per la presunta appropriazione indebita di 100mila euro e di due immobili di pregio a Ladispoli. Nel 2010, dopo l’appello di Lino Banfi perché la collega e amica potesse finalmente avere accesso alla pensione, attraverso il suo avvocato aveva invitato tutti a «dimenticarsi di lei»: «La vita terrena non mi interessa più»

22 giugno 2015 | 10:05



 Lo sfogo di Laura Antonelli«Delusa e dimenticata, mi basta una torta» «Sto bene ma non vedo nessuno» Il vitalizio finito nel nulla

Corriere della sera 

  
ROMA - Ci sono momenti brevi nei quali Laura Antonelli sembra una bambina: «Cosa voglio per il mio compleanno? Una torta». Dovrebbe essere un dolce grande, perché le candeline sono settanta: una vita generosa e crudele, la sua, magnifica e triste. L'ultima diva adesso è stanca, quasi rassegnata: «La vita terrena non mi interessa più». Ma al mondo importa ancora di lei: c'è un sito amatoriale, divinacreatura.com, nel quale le scrivono da ogni parte del mondo: Australia, Stati Uniti, Inghilterra, Canada. 

Ovviamente, dall'Italia. Ammiratori che parlano di «amore infinito». Nello studio del suo avvocato è arrivato un mazzo di fiori spedito da un uomo calabrese. Una donna, da Ginevra, le ha inviato un assegno di mille euro. E tutti, tutti, le dicono che era la «migliore, la più brava, l'unica». Luchino Visconti la guardò e disse che era «la più bella donna dell'universo». Robert Altman e Michelangelo Antonioni la volevano a tutti i costi. Jean Paul Belmondo la amò per nove anni, e fu una storia pazzesca, sfrenata, piena di eccessi e tenerezze. Poi finì, come tutta quella vita, quei tempi, quei sogni. E cominciò la realtà.

  Laura , dai cult movie al processo per droga    Laura , dai cult movie al processo per droga    Laura , dai cult movie al processo per droga    Laura , dai cult movie al processo per droga    Laura , dai cult movie al processo per droga

Le è capitato un po' di tutto, dopo il successo, dopo tutti quei film, a cominciare da Malizia , nel 1973. Come se la vita volesse tutto indietro, ma a interessi da capogiro. La cocaina, l'arresto nel 1991, la condanna per spaccio, la detenzione ingiusta: e finalmente l'assoluzione che la indicava come consumatrice di polvere, non spacciatrice. Per stabilire questa verità, ci vollero undici anni. Le capitò altro, anche: un lifting le procurò una reazione allergica. Le deturpò i lineamenti. E di colpo sembrò impossibile che quel volto fosse lo stesso che aveva fatto sognare, e fremere, gli italiani: «Un viso d'angelo su un corpo da peccatrice», scrivevano all'epoca i giornali. Lei minimizzava, sorridendo in quel modo lì, che dentro ci potevi immaginare altro: «Sono bassina, tondetta e con le gambe un po' corte. Chissà perché piaccio?». Altri tempi. Anzi, un'altra vita. In quella successiva, ha scoperto il dolore. Ha imparato ad usarlo «come una spugna - disse lei stessa - e così un po' alla volta cancello le persone che mi hanno fatto soffrire». Chissà se ha smesso, se ha cancellato tutti.

Vive in una cittadina di quarantamila persone, Ladispoli, a quaranta chilometri da Roma. Sul litorale, sul mare, in una palazzina anonima. Ha una badante, non vede nessun'altro. «Neanche Lino Banfi, che pure è mio amico. Si è interessato a me nel 2010. Poi più niente, è sparito, mi ha abbandonato». L'avvocato Lorenzo Contrada, che le sottopone le domande del Corriere , e che da anni la difende con successo nelle aule di tribunale, giura che «rideva: vuole bene a Lino Banfi, sono amici». «Spero che Lino mi chiami lunedì», dice l'attrice. Ma è chiaro che rispetto allo scorso anno, quando il Corriere raccontò dell'impegno preso dall'allora ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, per Laura Antonelli non è cambiato molto: e l'assegno della legge Bacchelli, semplicemente, non è mai arrivato.

Ma sarebbe sbagliato farne solamente una questione di soldi, perché c'è di più: «Bondi disse pubblicamente che mi avrebbe fatto avere il contributo riservato alle personalità dell'arte e della cultura che versano in condizioni di necessità. Invece, la pratica al ministero non è stata neanche avviata: si è trattato solo di parole». Certo il denaro le farebbe comodo, visto che «il compenso per il film sulla mia vita, trentamila euro, è sparito in un giorno: per coprire i debiti accumulati». «Speriamo che adesso mi aiuti Mario Monti...». Di certo così sola, così irriconoscibile, così in difficoltà da tanto tempo, Laura Antonelli come regalo per i suoi settant'anni avrebbe avuto bisogno di tutto: tranne che di una promessa non mantenuta. Al telefono, l'ex ministro prende tempo: «Verificherò con i tecnici del ministero, richiamo più tardi». Ma non lo fa.

Laura Antonelli ha cancellato fama e bellezza, la dignità no: non chiede. «Adesso sto abbastanza bene - confida all'avvocato - di certo non vedo nessuno, neanche le mie amiche di Roma». Per la detenzione sbagliata, lo Stato le riconobbe centocinquantamila euro di risarcimento. Sparirono in pochi mesi. Andarono via in rivoli di generosità che la spingevano ad aiutare chiunque. È nello stesso modo che finiscono i soldi della vendita della villa di Cerveteri. E anche gli altri, tutti quanti. Ora riceve «qualche centinaio di euro di pensione» e il Tribunale ha stabilito che non può occuparsi direttamente dei suoi affari. Non ha automobile, telefonino, computer. Alle pareti, non ha neanche una foto. Prega, tanto. E a volte sorride, ma si tratta di momenti brevi.

Alessandro Capponi26 novembre 2011 (modifica il 28 novembre 2011)


Vladimir Luxuria, l’album dei 50 anni (senza rimpianti)

Corriere della sera



La conduttrice e attivista dei diritti delle persone Glbt si racconta in occasione del suo compleanno, il 24 giugno. «L'emozione più grande? Quando a Foggia sfilerò al Gay Pride accanto a mio padre» 


Vladimir Luxuria, nata uomo a Foggia col nome di Wladimiro Guadagno, è oggi la trans più famosa e amata d’Italia. Conduttrice, attrice, scrittrice con 4 libri all’attivo, ex parlamentare nelle file di Rifondazione e soprattutto militante da sempre per i diritti delle persone Glbt. A settembre torna in tv come giurata a Miss Italia («Forse sarà anche la volta buona che le trans potranno gareggiare senza problemi», anticipa) e per condurre su Discovery un reality ambientato su un’isola, un po’ come quella dei Famosi da lei vinta nel 2008 (ma questa volta con più malizia: i concorrenti saranno tutti nudi). Vladi è nata nel 1965 e il 24 giugno compie 50 anni.

Tempo di bilanci? Le donne spesso vanno in crisi a quell’età…Passare dai 40 ai 50 ti pone delle domande, anche sul futuro. Io comunque non sono come quelle star la cui data di nascita è scritta in una pergamena chiusa in un sarcofago sepolto in una tomba egizia: un segreto per tutti, insomma. Arrivare a 50 anni è una benedizione e ci sono arrivata bene. Ho dichiarato guerra all’anagrafe per quello che riguarda il sesso, figurarsi se lo faccio per la data di nascita. E le dirò di più: mi vedo già come sarò a 80 anni, in calzoncini corti, camicetta e scarpe da ginnastica, perché non avrò rinunciato alle mie passeggiate.

Rimpianti?Nessuno e non mi pento di nulla. Non mi sono mai sottratta a nessuna delle sfide che la vita mi ha lanciato, fossero artistiche, politiche o umane. Ho sempre accettato, ho sempre detto di sì.

Nemmeno il selfie col Cavaliere? Alla Rete non è piaciuto…Ecco, se devo rimproverarmi qualcosa è l’aver sottovalutato l’impatto mediatico che poteva avere quel selfie: siamo sembrati troppo “pappa e ciccia”. In realtà ero stata invitata da Francesca Pascale a cena non per parlare della campagna acquisti dei calciatori del Milan, ma per spiegare a Berlusconi le unioni civili alla tedesca perché, se mai succederà che il testo Cirinnà verrà votato, l’appoggio che potrebbe mancare dalla parte più conservatrice e teodem dei democratici potrebbe essere compensato da qualche voto di Forza Italia. E poi era una cena, mica potevamo star lì con il broncio: complici il vino, la grappa, lui che raccontava le solite barzellette siam finiti a farci un selfie. A proposito: la trans sono io, ma quello che si è assentato un quarto d’ora per truccarsi è stato lui.

Meglio in Parlamento o all’Isola dei Famosi?Di certo in Parlamento non si muore di fame. Il vero problema lì era affrontare i poteri forti che ostacolavano qualsiasi tentativo di avere nuove leggi civili sui temi dell’uguaglianza. Che poi sono dinamiche che si ripetono di legislatura in legislatura. Entrambe le esperienze però mi mi hanno insegnato molto.

Quale rifarebbe?Se devo scegliere per forza tornerei in Parlamento. L’Isola non avrebbe più nulla da darmi: ho già imparato a pescare e smesso di fumare. In Parlamento invece c’è ancora bisogno di persone che parlino di discriminazione e omofobia. Dopo l’esperienza dell’Isola temevo di perdere quella credibilità che avevo così faticosamente conquistato, ma la verità è che la gente lo sa che se uno è deficiente, lo è indipendentemente da che faccia l’Isola o no. E viceversa.

È un’autocandidatura?
Assolutamente no, se avessi voluto l’avrei già fatto. Di proposte negli anni ne sono arrivate: è stata una mia scelta quella di non dover per forza avere bisogno di un seggio da parlamentare per continuare a battermi per quei diritti per i quali mi sono sempre battuta.

La cosa che l’ha resa più felice nella vita?La decisione di fare il 4 luglio prossimo il Gay Pride a Foggia, la mia città: ci sarà anche mio padre, che fa l’autotrasportatore. Sul suo camion si ballerà e canterà. E se penso a lui, macho del sud e che un bel po’ di anni fa non aveva questo atteggiamento di apertura verso di me né verso i gay in generale, è una grande emozione. Sono orgogliosa di attraversare la mia città da persona impegnata e famosa, quella stessa città in cui quando avevo 16 anni c’era chi mi insultava e mi picchiava, e “anime pie” che si prendevano la briga di fare telefonate anonime ai miei genitori per portare la buona novella: «Vostro figlio è ricchione».

A quell’età Foggia le andava stretta ed è fuggita a Milano.A 17 anni, senza soldi, mentendo ai miei genitori, sono andata a Milano perché avevo sentito che c’era un posto dove si ritrovavano i gay e mi sembrava il paese dei balocchi. Arrivata alla Nuova Idea, una discoteca di via Melchiorre Gioia, feci la colletta per pagarmi il biglietto, entrai e scoprii che quelli come me non dovevano per forza vivere una vita triste. Tutta quella gente che ballava mi fece avere la mia prima epifania: anche io sarei stata felice.

Dopo Milano, il ritorno a Foggia, poi Roma per l’università. In mezzo, l’esperienza della prostituzione…Ho vissuto un periodo molto duro, nel quale mi sono un po’ persa: ero depressa, senza sbocchi e non riuscivo a vedermi proiettata nel futuro. Per fortuna è durato poco. Anche per questo mi batto affinché le persone transessuali, che finiscono per strada non per una loro libera scelta, non si vedano chiudere in faccia le porte del mondo del lavoro.

Quando il primo incontro con la politica?Tra i 17 e i 18 anni, a Foggia. Ero su una panchina con alcuni amici, uno di loro stava facendo l’imitazione di Mina, ci stavamo divertendo. Un gruppo di bulli si avvicina in auto e comincia a insultarci. Vedo gli sguardi da cane bastonato dei miei amici e allora faccio la mia prima azione politica, ribellandomi. C’ho guadagnato le botte, certo, ma sono felice di averlo fatto: ho reagito e non ho subito. È cominciato tutto lì. Poi, tra il 2006 e il 2008, l’esperienza più istituzionale in Parlamento grazie a Rifondazione. Ci tengo a dirlo: ero indipendente, non mi sono mai iscritta a nessun partito.

Cossiga le fece trovare una sua foto con dedica che recitava: “Sei una delle persone più degne di stare qui dentro”. Perché lo fece?Me lo sono sempre chiesta anche io e non ho una risposta. Mi lasciò la foto sotto lo scranno del Parlamento. Forse gli stavo simpatica. I gesti più belli sono quelli che provengono da chi meno te lo aspetti.

Anche la cattolica Irlanda ha detto sì ai matrimoni gay. Cosa non va in Italia? Il problema è il Papa in casa?Non è che una nazione è meno cattolica di noi perché non confina con il Vaticano: Spagna, Irlanda e Argentina, per esempio, sono tre paesi molto religiosi che hanno introdotto il matrimonio gay. Quindi, non è incompatibile essere cattolici ed essere aperti su certi temi. Basta, quindi, all’idea che è una guerra tra noi e i cattolici: è una guerra tra noi e i fondamentalisti di qualsiasi religione, tra noi e gli omofobi violenti, tra noi e gli egoisti che decidono loro quale diritti darti e quali toglierti. E una parte del mondo della politica sta a guardare, tra ignavi e codardi.

Il nemico numero uno del mondo Glbt quindi non è la Chiesa, ma la politica?No, sono i gay repressi.

Intanto, sabato scorso in piazza è tornato il Family Day.Quello del 2007 riuscì a fermare il dibattito sui Dico. Ora spero che non accada la stessa cosa con il ddl Cirinnà. Ho però registrato un cambiamento: a questo nuovo raduno di fondamentalisti è mancato un endorsement esplicito da parte della Chiesa. Noi comunque continuiamo a lottare, sapendo di essere dalla parte giusta della Storia, come gli antischiavisti americani o quelli che si battevano per il voto delle donne.

Domanda in stile Daria Bignardi: a cena con Papa Francesco o con Matteo Renzi?
Con Papa Francesco, ma solo noi due. E gli chiederei cosa ne pensa di una frase che un giorno mi disse Don Gallo: «Dove c’è amore c’è Dio».

Domanda in stile Raffaella Carrà (e il suo barattolo di fagioli): quanti gay ci sono in Parlamento? E nel calcio italiano?
Le do una risposta quasi “scientifica” e mi tengo bassa: il 5% del totale, sia in Parlamento che nel calcio. Quasi tutti, naturalmente, nascosti.

Domanda in stile Marzullo: si faccia una domanda e si dia una risposta…
Vladi, ieri sera prima di dormire hai preso la pillola per la prostata? Certo che sì.

Io, che ho riempito i Navigli. Riaprire ora? È un’impresa»

Corriere della sera
di Paola D’Amico

I lavori in via Senato: «Durante gli scavi il tunnel crollò. Per questo Aniasi ordinò l’ulteriore intervento» Era il 1969. Terra e cemento sparati a sei atmosfere

 
Il suo mestiere era fare preventivi, per opere grandi e piccole. Lo chiamarono alla fine del ‘68. La fossa interna dei Navigli, coperta negli anni Venti, stava cedendo. Due anni prima la Cerchia era stata sottoposta a drastiche restrizioni veicolari, in una parola transennata. Per procedere a consolidamenti tampone. Quando fu chiaro che puntellare la fossa non era sufficiente, quando gli esperti decretarono che andava riempita di terra, Lucio Latini affiancò i tecnici per stilare il preventivo.

«Di quelli che lavorarono con me non è rimasto più nessuno - racconta -. Sono morti tutti. Ma io là sotto, in quei cunicoli, ci sono stato, li ho percorsi tutti, metro dopo metro. Era il 4 agosto 1969. Per questo penso che chi sogna di riaprire i Navigli, oggi, non sa a cosa va incontro. I 404 milioni di euro? Non scherziamo, è una cifra destinata a moltiplicarsi». Insiste, riaprire in Navigli «non si può.
Ho ispezionato il canale, andavo io a vedere prima degli operai. Un viaggio incredibile, a ripensarci. Eppure ricordo alla perfezione il fondale di terra ricoperta con piastrelle, certamente non impermeabilizzato.

S’è visto bene quando hanno cominciato a scavare per costruire la linea 1 del metrò. Arrivati all’incrocio di corso Venezia con via Senato, durante gli scavi il fondo del canale crollò. Allora non c’erano le talpe e il tunnel della metrò si scavava aprendo la strada. Fatto il tunnel, venne ricostruita la soletta del vecchio Naviglio ma con un solaio dalla portata di 250 chili. Quella soletta è lì dal 1969 e se vogliono riaprire il canale e rimettere l’acqua va rifatto il lavoro, perché così com’è di acqua ne può portare al massimo 25 centimetri». Dove si poteva, la Fossa fu riempita con iniezioni di terra e cemento «sparati» da un tubo alla pressione di sei atmosfere. Era sindaco Aniasi che dettò i tempi: 10 mesi per finire l’opera. Costi previsti: 750 milioni di lire. 


Oggi quando esonda il Seveso Milano va sott’acqua. Per evitarlo, ecco le vasche di laminazione. «Seguendo il tunnel in direzione Nord, si arrivava in via Marina: era un canale. In caso di forti correnti dal Seveso, all’angolo di Senato con Corso Venezia chiudevano dei portelloni e quel canale, oggi via Marina, deviava le acque verso i giardini di Porta Venezia che funzionavano da vasca di laminazione». Da piazza Cavour a porta Ticinese c’è un dislivello di 2 metri e 40. Era necessario far sfogare l’acqua prima, in Porta Venezia e in via Laghetto. «Dirigevo il cantiere per la chiusura dei Navigli, prima di scendere sotto terra avevo studiato le vecchie carte del Comune. 

A fianco del canale del Naviglio c’è un collettore in mattoni largo tre metri e mezzo e profondo tre, costruito nel Settecento, una meraviglia. Oggi è persino illuminato. E non potete sapere quanti mi cercarono negli anni per conoscere i ‘segreti’ della Fossa». 



21 giugno 2015 | 10:22

Prima visita del Papa ai valdesi Il pastore Ribet: «Caro fratello Francesco, benvenuto»

Corriere della sera
di Gian Guido Vecchi, inviato a Torino

Il pontefice è il primo di sempre ad entrare in un luogo di culto valdese. Bergoglio: «Perdono per i nostri atti inumani»


Eccoci qua, otto secoli dopo: 841 anni dalla nascita del movimento dei «poveri di Lione» fondato dal mercante Valdo, 831 dalle accuse di eresia e la scomunica di Papa Lucio III. Secoli di persecuzioni, stragi, ghetti. Francesco è il primo Pontefice della storia a entrare in un tempio dei valdesi, proprio quello che nel centro di Torino venne costruito dopo che Carlo Alberto, nel 1848, riconobbe loro per la prima volta i diritti civili. Gli applausi, lunghi e commossi, arriveranno solo al termine del suo discorso. Ma c’è un silenzio perfetto, nel tempio, e occhi lucidi, mentre Francesco alza lo sguardo e mormora: «Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!».
L’accoglienza: «Fratello»
Alla fine si sono abbracciati e baciati sulle guance, hanno pregato tutti assieme il Padre nostro. Lo hanno accolto con un canto in spagnolo dei migranti valdesi del Río de la Plata, «insegnami a vivere l’oggi / così che domani non mi debba rimproverare il passato», i versi dell’Ecclesiaste: «Un tempo per nascere, un tempo per morire, / un tempo per piangere e un tempo per ridere». Il pastore Paolo Ribet è emozionato, «leggo, che è meglio», abbassa lo sguardo ai figli e spiega: «Da quando abbiamo saputo di questa visita, mi sono più volte interrogato su quale sarebbe stato il modo corretto di rivolgermi a lei e alla fine ho trovato la risposta nella parola che il Signore Gesù Cristo ci ha insegnato per designare i suoi discepoli: fratello. Ecco...Caro fratello Francesco...». Anche Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese - non ci sono gerarchie, il governo della chiesa valdese è sinodale -, ripete: «Caro papa Francesco, caro fratello in Cristo».

Spiega: «Entrando in questo tempio, lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa». Cita l’Evangelii Gaudium di Francesco, la visione dell’unità tra i cristiani «come diversità riconciliata». E chiede due cose, al Papa: superare la definizione del Concilio che parla dei valdesi come «comunità ecclesiali» e non come chiesa, e la «ospitalità eucaristica», cioè la possibilità che fedeli cristiani possano ricevere il pane e il vino della comunione anche in chiese differenti. Bernardini parla anche della «urgenza di intensificare la testimonianza a favore dei profughi che bussano alla nostra porta», di «una predicazione comune che scuota i cuori e le coscienze di chi pensa di risolvere il dramma sociale e umanitario alzando altri muri», e Francesco annuisce convinto: «Grazie di quello che lei ha detto sui migranti»
Francesco: «Perdono. Umiltà e povertà avvicinano al cuore di Dio»
L’assemblea ride, quando viene citata una frase di Bergoglio: «L’unità dei cristiani non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche. Verrà il Figlio dell’Uomo e ci troverà ancora nelle discussioni». Così Francesco dice: «L’unità si fa in cammino». Spiega che anche nella Chiesa delle origini «non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna». Purtroppo, aggiunge, «è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro: riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri».

Per tutti i cristiani «si tratta di testimoniare il volto misericordioso di Dio che si prende cura di tutti e, in particolare, di chi si trova nel bisogno: la scelta dei poveri, degli ultimi, di coloro che la società esclude, ci avvicina al cuore stesso di Dio e, di conseguenza, ci avvicina di più gli uni agli altri». Camminare insieme: «Le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche, che continuano ad esistere tra cattolici e valdesi, non ci impediscano di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi».

22 giugno 2015 | 09:21



I valdesi, cristiani perseguitati per l’amore per la povertà

 Corriere della sera




Sul finire del XII secolo, poco prima del Francescanesimo, un movimento pauperistico fondato da un francese, Pietro Valdo, o Valdesio, si fa largo in Europa. Il movimento diventa noto come il Poveri di Lione, ed è essenzialmente fedele alla Chiesa di Roma, ma chiede che i laici possano predicare il Vangelo, cosa all’epoca riservata solo ai chierici e agli ecclesiastici. Lo stesso Valdo, infatti, non era membro del clero, e aveva approfondito lo studio della Bibbia personalmente dopo essersela fatta tradurre in francese, non conoscendo il latino.
Le persecuzioni
I valdesi - diffusi prevalentemente nella Francia meridionale, nel Nordovest italiano, in Puglia e in Calabria - continuarono, invece a predicare, e nel 1184 furono dichiarati eretici e scomunicati per la «presunzione» di volerlo fare in pubblico. Inoltre, il movimento è fortemente anticlericalista: intenderebbe eliminare le gerarchie. Nei secoli successivi l’Inquisizione perseguitò e tentò di reprimere in tutti i modi il movimento (provocando migliaia di vittime), che sopravvisse prevalentemente in clandestinità e che nel XVI secolo aveva aderito alla Riforma protestante calvinista nel 1532 col sinodo di Chanforan. Nel frattempo si è diffuso anche nelle colonie d’Oltreoceano.
La responsabilità personale e i temi etici
La Chiesa valdese si schiera con la laicità dello Stato, contro l’esposizione di simboli religiosi - e in particolare del crocefisso - nei luoghi pubblici e favorisce il dibattito sui temi etici più «caldi» della società (omosessualità, aborto, testamento biologico), ponendosi tuttora in contrasto con la Chiesa cattolica e promuovendo invece la centralità della responsabilità personale. 

22 giugno 2015 | 10:00


 

Giampaolo Pansa: appesero Mussolini perché mancava la tv

Libero


Vi siete mai domandati perché nell’aprile 1945 il vertice del Pci decise di appendere a Piazzale Loreto i cadaveri di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di qualche gerarca della Repubblica sociale? Con il trascorrere degli anni, ne sono passati ben settanta, gli storici e i politici hanno offerto molte spiegazioni di quella scelta barbara che qualche leader della Resistenza, come Ferruccio Parri, il numero uno del Partito d’Azione, definì come un esempio ributtante di «macelleria messicana». Ma tutte le ipotesi sono, o sembrano, aperte e spesso in contraddizione.

Credo che esista un’unica certezza. La decisione venne presa da Luigi Longo e da Pietro Secchia, i comandanti delle Brigate Garibaldi nell’Italia da liberare. Dopo aver interpellato il leader del Partito comunista, Palmiro Togliatti, ancora fermo a Roma. Ma perché la presero? Gli storici propendono per un’ipotesi: era l’unico modo per dare sfogo alla rabbia di una parte dei milanesi che voleva vedere il Duce accoppato e appeso come una bestia da squartare. Uno spettacolo che serviva anche a spargere il terrore tra i fascisti repubblicani ancora in libertà.

Tuttavia in questi giorni emerge un’altra spiegazione, assai bizzarra. La propone un giornalista che cerca di farsi strada nel terreno impervio della guerra civile. È Aldo Cazzullo che l’ha presentata nella propria rubrica su Sette, il periodico del Corriere della Sera. La sua tesi è la seguente. Nell’Italia del 1945 non c’era la televisione. Per far sapere che il Duce era morto, non esisteva altro modo che mostrarlo appeso ai rottami del distributore di Piazzale Loreto.

Conosco bene Cazzullo. È un bravo giornalista, sempre attratto dalla storia contemporanea. Era accanto a me a Reggio Emilia nell’ottobre del 2006 quando venni aggredito da una squadra arrivata da Roma su mandato di Rifondazione comunista per impedire un dibattito su un mio libro revisionista. Il comportamento di Aldo fu esemplare. Invece di scappare dall’Hotel Astoria come fece qualcuno, se ne rimase lì tranquillo, aspettando che la buriana finisse. Subito dopo cominciammo a discutere.

Adesso ha pubblicato con Rizzoli una storia della Resistenza. Il suo lavoro dovrebbe dimostrare che la guerra partigiana non fu soltanto un affare dei comunisti. È una verità conosciuta da sempre. Allo stesso modo sappiamo che l’attore principale della nostra guerra civile fu il Pci, grazie alle bande Garibaldi, le più numerose, le meglio armate e le più combattive.

È curioso che a ricordarlo sia proprio il sottoscritto, autore di un libro come Il sangue dei vinti. Quel lavoro rivelava la sanguinaria resa dei conti sui fascisti sconfitti. Attuata dopo il 25 aprile 1945 quasi sempre dai partigiani rossi. Il sangue dei vinti venne messo all’indice da tutta la pubblicistica di sinistra. Si disse persino che l’avevo scritto per ingraziarmi Silvio Berlusconi. In compenso il Cavaliere mi avrebbe fatto ottenere la direzione del Corriere della Sera!

L’insieme delle vendette ebbe come spettatori entusiasti, e talvolta come esecutori, anche tanti italiani che per vent’anni erano stati fascisti e avevano applaudito i discorsi di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia. Ecco un’altra verità che non amiamo ricordare. Non piace neanche a Cazzullo. Lui arriva a definirla «la solita tiritera». Ma non è così. La grande folla accorsa a piazzale Loreto, per sputare sui cadaveri di Mussolini e della Petacci, nei venti mesi della guerra civile si era ben guardata dall’uscire di casa.

Osservata con uno sguardo neutrale, la Resistenza fu una guerra condotta da un’esigua minoranza di italiani che si opposero a un’altra minoranza anch’essa esigua, quella dei fascisti decisi a combattere l’ultima battaglia di Mussolini. Questi potevano contare sul sostegno determinante dell’esercito tedesco. Mentre i partigiani avevano soltanto l’appoggio cauto degli angloamericani che risalivano la penisola con grande lentezza.

Negli anni successivi al 1945, il Pci seppe sfruttare con accortezza il proprio predominio sul fronte antifascista. «La Resistenza è rossa» divenne lo slogan più urlato nelle celebrazioni del 25 aprile. In due parole descrivevano una realtà. Certo, a resistere c’erano anche militari, sacerdoti, suore, internati in Germania, partigiani cattolici e monarchici. Ma la massa critica, diremmo oggi, era costituita dalle Garibaldi. Le bande del Pci erano le uniche ad avere una strategia a lungo termine: quella di iniziare un secondo tempo destinato alla conquista del potere.

E fare dell’Italia un satellite di Mosca. I comunisti furono anche gli unici a giovarsi subito di una storiografia di parte. Basta ricordare Un popolo alla macchia, il libro firmato da Longo, ma scritto su commissione da un altro autore. E la Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, corretto in più parti dallo stesso Longo. Insieme a questi interventi di marketing, ci fu la conquista dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, che vide l’espulsione dei cattolici e dei capi del Partito d’Azione, primo fra tutti Parri.

Oggi, nell’anno di grazia 2015, si scopre che soltanto una minuscola pattuglia dei maturandi, appena il 2,5 per cento, sceglie il tema sulla Resistenza. Perché stupirsene? La crisi della memoria resistenziale è in atto da molto tempo, strozzata dalla retorica, da un’infinita serie di menzogne e dall’opportunismo cinico delle sinistre. Ed è diventata il sintomo più evidente della crisi culturale di quel mondo.

Esiste un succedersi implacabile di stagioni politiche. Per prima c’è stata la fase staliniana. Poi quella togliattiana. Quindi la berlingueriana. Chi ha visto l’ultima puntata di Michele Santoro dalla piazza di Firenze, si è reso conto che Enrico Berlinguer viene ancora ritenuto un santo da venerare. Infine il caos legato alla dissoluzione dell’Unione sovietica ha prodotto la svolta di Achille Occhetto e la scomparsa formale del Pci.

La mazzata decisiva è venuta nel 1992 da Tangentopoli. Una parte della sinistra, quella di Bettino Craxi, è morta. Mentre i resti del Partitone rosso si sono dispersi in tante piccole parrocchie. Adesso, nel giugno 2015, la crisi culturale è diventata identitaria. Racchiusa in una domanda: chi è di sinistra oggi in Italia? Certo, esiste il Partito democratico, ma è un’accozzaglia di politici, di programmi, di stili di vita e di idee, tutti avvolti in una nebbia che impedisce definizioni credibili.

Secondo un intellettuale dem come Fabrizio Barca, autore di un’analisi che ha richiesto mesi di indagini, il Pd è anche un partito zeppo di robaccia criminale. Non mancano i militanti e i dirigenti onesti. Però l’insieme ricorda la folla di Piazzale Loreto che osserva con gli occhi sbarrati non il cadavere di un dittatore, bensì quello di una storia politica. Durata per decenni, ma oggi finita per sempre.

Per ultimo ecco l’enigma di Matteo Renzi, il premier di un’Italia che, nel mondo globalizzato del Duemila, non sa più dove dirigersi. Il Chiacchierone di Palazzo Chigi è di sinistra, di destra, di centro o un renzista autoritario e clientelare? Per ritornare a Cazzullo che osserva Piazzale Loreto, oggi la televisione esiste. Ma è in grado soltanto di diffondere ansia, incertezze e non poca paura.

Giampaolo Pansa