lunedì 29 giugno 2015

Autocertifico che sono morto”, ecco i dieci moduli più assurdi dell’amministrazione pubblica

La Stampa

L'Italia apre le moschee la Tunisia ne chiude 80

 All'estero politiche rigorose contro i centri islamici


Molto più che islamicamente corretti. In Italia siamo più islamici degli islamici. Mentre in Tunisia, proprio perché colpita dal terrorismo islamico, le moschee le chiudono, in Italia, dove il rischio terrorismo è estremamente elevato, le moschee le vogliamo costruire.

Ieri in Tunisia il governo ha deciso di chiudere 80 moschee perché «continuano a diffondere la loro propaganda e il loro veleno per promuovere il terrorismo». Il primo ministro Habib Essid individua senza giri di parole un collegamento tra queste moschee e gli attentati terroristici a Sousse costati la vita a 39 persone. Chiarisce che si tratta di moschee «fuori dal controllo dello Stato» e che saranno chiuse entro una settimana.

Ebbene, ve lo immaginate il capo del governo Renzi o il ministro dell'Interno Alfano che decidono la chiusura delle moschee risultate colluse con il terrorismo islamico? La verità è che la semplice ipotesi di chiudere non ottanta ma una sola moschea non passa per la mente a nessuno della nostra classe politica. Nella cultura politica italiana il concetto di moschea è connotato da positività, concepito come luogo di preghiera e addirittura di integrazione.

Tutte le inchieste sulle moschee sottolineano che in Italia ci sono «solo» 4 moschee complete di minareto (Ravenna, Roma, Colle Val D'Elsa, Segrate Milano), mentre si lamenta che le altre 164 moschee e i 222 luoghi di culto sono degli spazi riadattati ma privi della dignità delle moschee ufficiali. Si denuncia che sono troppo poche per il milione e 628mila musulmani residenti, trascurando il fatto che non più del 5 per cento frequenta le moschee. Ed è così che i militanti islamici si stanno battendo per la costruzione di nuove grandi moschee a Milano, Genova, Firenze, Bologna, Pisa, Piacenza, Città di Castello.

Impariamo dai Paesi musulmani come vanno considerate le moschee. Oltre alla Tunisia, in passato il Marocco, l'Egitto e persino l'Arabia Saudita hanno chiuso le moschee che promuovono il terrorismo islamico.

Al Cairo nel 2013 l'esercito ha dovuto combattere per reprimere i terroristi dei Fratelli Musulmani che avevano eretto la moschea di Raba'a al Adaweya a loro roccaforte, trasformandola in un arsenale di armi ed esplosivi. I terroristi islamici si erano arroccati persino sul minareto da dove sparavano contro i militari. Nel 1998 l'attuale presidente turco Erdogan fu imprigionato per aver decantato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».

Alfano, nel riesumare lo scorso febbraio la Consulta islamica, attribuendo la metà dei seggi ad esponenti dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), che rappresentano l'ideologia dei Fratelli Musulmani, ha detto «noi parliamo con chi prega, non con chi spara». Bene, sarebbe ora che il ministro dell'Interno di uno degli Stati più importanti al mondo si informasse meglio su cosa sono le moschee e ciò che vi accade dentro.

È purtroppo vero che Obama e Cameron continuano a ripetere ciecamente che l'islam è una religione di pace, ma sarebbe il caso di fidarci di più dei musulmani che certamente l'islam lo conoscono meglio. Ma, secondo voi, che cosa si predica nelle moschee se non ciò che Allah ha prescritto nel Corano e ciò che ha detto e ha fatto Maometto? È comprensibile che il primo ministro tunisino non possa denunciare l'islam, il Corano e Maometto e si limiti a ordinare la chiusura delle moschee, ma noi potremmo e dovremmo avere la libertà, il coraggio e il dovere di andare alla radice del male.

 La verità è che chi ci governa ha paura. Ha paura Hollande, che condanna l'attentato terroristico a Saint-Quentin-Fallavier ma si guarda bene dal definirlo «islamico». Questa paura ci porta a non guardare in faccia la realtà. Preferiamo girarci attorno. Immaginiamo di potercela cavare espellendo gli imam e i militanti estremisti usciti allo scoperto o comunque intercettati. Non comprendiamo che è solo la punta dell'iceberg. Questa guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico la potremo vincere solo scontrandoci con l'iceberg, che sono le moschee, l'islam, il Corano e Maometto.

Così Rimini aiuta gli stranieri: case popolari con vista mare


Niente paura, leggete il Corano Ci troverete le radici del Male

I profughi vengono assistiti, i commercianti italiani sono lasciati morire"


Leggere il Corano per capire che l'islam non si fermerà

Altro che Favji: 5 consigli per diventare famosi su YouTube

La Stampa


A 20 anni è lo Youtuber più seguito d’Italia con le sue recensioni di videogiochi. Altri puntano sull’ironia o sui tutorial di makeup: ma da che parte cominciare? Ecco i suggerimenti di Sara Mormino, la donna che scopre le prossime celebrità del web




«Guadagnare con YouTube? Ma certo che si può». Quando parla, Sara Mormino ha un entusiasmo contagioso che spinge chiunque la ascolti a dare il meglio di sé e a guardare il futuro con un po’ più di ottimismo. Ha 44 anni ed è di Roma. Da qualche mese è la responsabile mondiale delle partnership di YouTube. Il suo mestiere è scoprire gli Youtuber, i nuovi talenti del social che, secondo la rivista americana «Variety» gli adolescenti amano più delle celebrità di Hollywood, e trasformare le loro collezioni di video in canali di successo.

Ci sveli il segreto: come si diventa oggi una star su YouTube?  
«Non c’è una regola d’oro. Parlerei piuttosto di accorgimenti utili a definire una propria identità in uno scenario in continua crescita e che oggi ha raggiunto il numero record di 300 ore di video caricate ogni minuto, in tutto il mondo»

Allora partiamo dai fondamentali. Il primo passo?  
«Il più importante consiglio che mi sentirei di dare è di cominciare da una passione autentica. Solamente parlando di qualcosa che piace davvero può motivare le persone alla condivisione e alla produzione regolare di video. Chiunque può darsi una chance, partendo da ciò che sa fare meglio».

Ma ci sono dei temi che funzionano più di altri?
«I videogiochi, sicuramente. Oggi il canale con il maggior numero di iscritti al mondo appartiene ad un ragazzo svedese, PewdiePie e parla proprio di questo. Da noi il maggior rappresentante è Favij. Poi abbiamo tutto il vasto mondo della bellezza, dai tutorial di make-up a quelli di manicure. Pensiamo a Clio Zammatteo. Ma stanno emergendo anche canali con tematiche più impegnative come la scienza o la matematica, da VSauce a Periodical, o dedicati alle news, come Breaking Italy e Parliamone».

Due: con quale cadenza pubblicare i video?  
«E’ importante creare un dialogo costante con il proprio pubblico attraverso una programmazione regolare. Non bisogna deludere le aspettative dei fan».

Tre: passiamo al linguaggio. Come ci si rivolge al pubblico?  
«In maniera semplice e immediata, per mantenere una giusta naturalezza con gli spettatori».

Meglio parlare in italiano o in inglese come fa Marzia Bisognin, alias CutiePieMarzia?
«Più un video è comprensibile da audience globali e maggiori saranno le opportunità di raccogliere visualizzazioni, ma questo non significa che bisogna rinunciare alla propria lingua per avere successo».