mercoledì 8 luglio 2015

Non voglio i profughi vicino alla mia casa"

Hacking Team: “Non è la nostra fine”

La Stampa


In un colloquio con La Stampa, l’azienda respinge le accuse, chiarisce alcune sue azioni, non risponde sul Sudan, il giorno dopo l’attacco che l’ha travolta



“Nessuno qua pensa che sia la fine di Hacking Team, perché offriamo prodotti di valore. E in ogni caso non c’è tempo per preoccuparsi in questo momento”. Nel day after, nel giorno dopo il pesante attacco subito dalla società milanese, non è il momento di pensare al domani. L’azienda che produce ed esporta software di sorveglianza per i governi di tutto il mondo è ancora in piena gestione della crisi, dopo che domenica notte qualcuno ha usato il suo profilo Twitter per diffondere 400 GB di suoi documenti, codici sorgenti e mail (ne abbiamo scritto qui). Decide però alla fine di parlare con i giornalisti tramite il suo storico portavoce Eric Rabe, anche se molte delle domande più specifiche rimbalzano su un “non posso confermare né smentire” o qualcosa del genere.

Il punto è che Hacking Team ha dovuto dire ai suoi clienti di spegnere tutto, insomma di sospendere le operazioni finché la situazione non si sarà chiarita perché, dice Rabe alla Stampa, “non sappiamo esattamente tutto quello che è stato diffuso, e la diffusione di alcune informazioni potrebbe compromettere le indagini”. Quindi bocce ferme per le polizie e i servizi di intelligence dei molti Paesi che stanno utilizzando il sistema di Hacking Team per sorvegliare dei target attraverso i loro computer o smartphone.

“Hanno chiesto di spegnere perché molte persone stanno facendo reverse engineering dei loro software; anzi, disponendo dei loro codici sorgente lo stanno direttamente analizzando: il che significa da un lato che gli antivirus presto lo potrebbero riconoscere; dall’altro che potrebbero aumentare le persone in grado di usarlo”, commenta a La Stampa Andrea Ghirardini, esperto di informatica forense che proprio pochi giorni fa ha parlato di spyware al convegno E-privacy. “Inoltre il problema è che il loro sistema usa una tecnologia (un watermark) che mappa tutto quello che viene fatto, creando un collegamento tra i centri di controllo e gli agenti (i trojan) che hanno infettato i pc”. Tutti gli spyware gestiti da un medesimo centro di controllo avranno quindi la medesima “firma”. Da qui, una volta individuati alcuni di questi, a ricomporre il puzzle di chi spia chi potrebbe non essere difficile.

Chiediamo a Rabe che tipo di reazioni abbiano avuto dai loro clienti e lui non si scompone: “Si tratta di forze dell’ordine, quindi hanno familiarità con il crimine e con chi viola la legge. Ricordo che sono state rubate informazioni proprietarie di un’azienda che opera legalmente e, qualsiasi cosa si possa pensare di noi, nessuno aveva il diritto di farlo”. In compenso ora a occuparsi del caso ci sono le polizie di diversi Paesi, Italia inclusa, dichiara Rabe. 

Tra i documenti diffusi dal leak sono spuntate anche delle fatture ad aziende, molte del settore finanziario e bancario. La ragione – commenta ancora il portavoce della compagnia – è che in passato Hacking Team offriva anche soluzioni di sicurezza informatica: un ramo di attività che ora avrebbe dismesso. “Noi vendiamo i nostri software (gli spyware, ndr) solo a governi e ad agenzie governative”, precisa Rabe, ma ammette una terza possibilità. Possono vendere anche ad aziende se queste “forniscono a un governo un più ampio pacchetto di software, in cui sia integrato anche quello di Hacking Team”. Insomma, lavorano anche con contractor governativi.

In quanto alle vendite in Sudan, Paese sotto embargo Onu, emerse da una fattura del 2012, Rabe non conferma né smentisce. Sui possibili clienti, anche passati, non si può fornire alcuna spiegazione, anche quando l’accusa – formulata da molti attivisti internazionali – è di aver fornito “armi digitali” a un regime repressivo. Idem per la Russia. Entrambi i Paesi erano stati definiti “non supportati ufficialmente” nei documenti fuoriusciti dall’azienda.

C’è chi però alcune domande se le fa: è l’europarlamentare olandese Marietje Schaake, da tempo attenta al tema della regolamentazione dei software malevoli (malware) usati per hackerare e spiare computer. “I documenti pubblicati online suggeriscono che l’azienda avrebbe venduto il suo malware Remote Control System (RCS) al governo sudanese nel 2012, e avrebbe ricevuto a marzo 2015 un pagamento per i suoi servizi da Kvant, produttore di radar militari controllato dal governo russo”, scrive l’europarlamentare sul suo blog e in una lettera inviata alla Commissione Ue. “Se così fosse avrebbe violato il regime europeo di sanzioni sul Sudan e la Russia (…). La Commissione europea crede o no che Hacking Team abbia violato il suo sistema di sanzioni?” si domanda. “Ed è stata informata dal governo italiano dell’esistenza di una qualche precedente autorizzazione per permettere ad Hacking Team di esportare in Sudan e Russia?” .

Rispettiamo le leggi europee e gli embarghi”, ci ribadisce al telefono Rabe, aggiungendo che ci sarebbero stati casi in cui avrebbero deciso di ritirarsi da un Paese perché l’uso del loro prodotto non era appropriato. Quali siano questi Paesi però non può dirlo. Certo i documenti usciti con il leak inanellano una serie di clienti, passati e presenti, che non rappresentano proprio il fior fiore della democrazia: Arabia Saudita, Bahrein, Azerbaijan, Uzbekistan, Nigeria, Etiopia. “Anche Paesi criticati dagli attivisti potrebbero avere ragioni legittime per usare il nostro software”, si sbilancia a un certo punto Rabe. “Se ci accorgiamo di abusi del nostro strumento, cerchiamo di andare a fondo”.

Eppure l’azienda potrebbe avere effettivamente un controllo più stretto sul proprio prodotto di quello che sembra. Secondo alcuni commentatori che hanno analizzato i documenti usciti, la piattaforma di Hacking Team potrebbe contenere una backdoor, un accesso di servizio del produttore ai software venduti ai clienti. Cosa significa in pratica? “Che loro avrebbero la possibilità di controllare da remoto qualunque istanza del loro software”, commenta Ghirardini. Il che apre scenari legali non da poco, specie se fosse dimostrato che tecnicamente “il pc di un indagato sia accessibile non solo da parte della polizia che lo sta indagando ma anche da un terzo soggetto”.

Chiediamo a Rabe quali pensa siano le ragioni dell’attenzione internazionale verso Hacking Team. “Noi scontiamo forse il fatto di essere stati più aperti di altri nel comunicare il nostro business rispetto alle aziende del settore. E questo ha attirato attenzione. Insieme al fatto che siamo dei leader nel nostro campo, che ci comportiamo correttamente e che siamo responsabili. Sicuramente meglio che un simile lavoro venga fatto da noi che da qualche gruppo oscuro”. Noi siamo accountable, insiste Rabe, cioè responsabili, capace di rendere conto. Certo per Hacking Team l’oscurità è stata quasi tutta spazzata via dall’attacco informatico subito. Sulla accountability invece ci sarebbe forse ancora da lavorare. 

Milano, mamme borseggiatrici in metrò: 25 figli, già arrestate 78 volte

Corriere della sera
di Gianni Santucci

Il loro racconto: «Viviamo in un camper, rubiamo ma solo agli stranieri». Il giudice: «Devono stare in carcere»

Alessia A., 29 anni, 9 figli, 115 identificazioni delle forze dell’ordine, 49 denunce, 16 arresti.
Marta S., 21 anni, 4 figli, 152 identificazioni, 24 denunce, 25 arresti.
Fanisa H., 29 anni, 5 figli, 24 denunce, 8 arresti.
Serya O., 23 anni, 4 figli, 68 denunce, 22 arresti.
Debora H., 20 anni, 3 figli, 27 denunce e 7 arresti.

Il 27 giugno scorso le hanno arrestate di nuovo, tutte insieme, gli agenti dell’Unità reati predatori della Polizia locale di Milano. In metrò, fermata stazione Centrale, stavano sfilando il portafogli a una turista asiatica. Cinque donne e madri (in tutto) di 25 bambini. Una, per rubare, aveva al collo il figlio di 3 mesi.Tutte insieme, quelle ragazze rom, due bosniache e tre italiane, negli ultimi anni hanno messo insieme un curriculum criminale elencato in decine di pagine: 192 denunce, 78 arresti.

Solo furti. Furti «con strappo», furti «con destrezza». Borseggiatrici professioniste. Tra Roma, Milano, la Toscana. Carcere: quasi mai. Il codice penale rispetta le madri e i loro bambini. Ma così per quelle donne, di fatto, certi reati sono «depenalizzati».Queste sono le loro storie, raccontate attraverso i documenti di processi che di solito scivolano nelle aule di giustizia come in una catena di montaggio.

Storie che dimostrano come il sistema di repressione di certa microcriminalità sia inceppato: il lavoro delle forze dell’ordine si avvita in una sequenza di arresti «a vuoto».Tribunale di Milano, 29 giugno, aula delle «direttissime». Alessia A., 29 anni, spiega al giudice: «Sono analfabeta. Non ho lavoro. Ho 9 bambini, un marito. Viviamo in un camper». Aggiunge: «Noi rubiamo agli stranieri, e non agli italiani, perché hanno meno capacità di reazione». È lei stessa a elencare le età dei suoi 9 figli: da un anno e mezzo a 11 anni. 

Marta S.: «Vivo in un camper. Ho 4 bambini, sono incinta al settimo mese». Il «lavoro»: «Siamo entrate nel metrò con l’intenzione di rubare, ma non abbiamo fatto niente. C’erano solo italiani». Ancora, Fanisa H.: «Vivo in un camper, ho 5 figli. Stavamo andando a rubare, ma non abbiamo fatto niente perché gli agenti in borghese ci hanno fermato». Vengono condannate tutte e cinque (un anno e 8 mesi) e messe in libertà. Il giudice firma però un’ordinanza che punta a dare un segnale: divieto di dimora in tutte le città con la metropolitana, da Milano a Catania.

Il comandante della Polizia locale di Milano, Tullio Mastrangelo, ha istituito una squadra dedicata ai soli «reati predatori», guidata dagli ufficiali Maccari e Sampieri: oltre 200 arresti in un anno e mezzo. Il gruppo antiborseggio della Squadra mobile, nei primi mesi del 2015, ha arrestato 94 persone. Lo sforzo delle forze dell’ordine, per questo tipo di reati, quando si tratta di donne rom «professioniste», si scontra con l’articolo 275 del codice di procedura penale: «Quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a 6 anni... non può essere disposta né mantenuta la custodia in carcere, salvo esigenze di eccezionale rilevanza».

Eccolo, il cortocircuito tra il diritto, la necessità sicurezza e, indirettamente, la tutela dei bambini delle madri borseggiatrici. Un tema sul quale riflette l’assessore alla Sicurezza di Milano, Marco Granelli: «Con l’Associazione nazionale dei Comuni stiamo lavorando a un decreto sicurezza urbana da proporre al ministro Alfano per dare più poteri ai sindaci e incrementare la collaborazione con polizia e carabinieri per la lotta alla microcriminalità. Le valutazioni prevedono anche l’inasprimento delle pene per situazioni specifiche come i borseggi reiterati».

Come quello accaduto, sempre a Milano (metrò Lanza), il 4 luglio. Quattro ragazze bosniache: 2 hanno 6 figli, 2 sono incinte; derubano un turista russo; a loro carico, in totale, 73 denunce e 50 arresti. Fermate dalla Polizia locale in pattuglia per la sicurezza Expo. Stavolta però il giudice, in attesa dell’udienza (dopo domani), ha deciso che stiano in carcere: per i precedenti e «perché strumentalizzano la gravidanza per commettere più agevolmente reati». «Ho 6 figli e sono incinta di 6 mesi», ha spiegato Faria O. Per la prima volta nella sua «carriera» non è stata rilasciata il giorno stesso dell’arresto.

Così Google cambierà le ricerche online

La Stampa

Morto a 112 anni l’uomo più anziano sulla terra

La Stampa

È un giapponese di Fukushima, le sue regole «una alimentazione sana e sonno abbondante»



Sakari Momoi, diventato l’uomo più vecchio del mondo grazie alle regole ferree della «alimentazione sana e del sonno abbondante», è morto oggi all’età di 112 anni, stroncato da insufficienza renale in una casa di cura a Tokyo.

Momoi, nato nella prefettura di Fukushima il 5 febbraio del 1903, lo stesso anno in cui Orville Wright effettuò il primo volo con un pioneristico aeromodello a motore, era ufficialmente il «matusalemme del pianeta» dallo scorso agosto, quando il suo primato fu riconosciuto dal Guinness World Records.

Ex insegnante di chimica agraria con la passione per la calligrafia, il suo decesso, riportano i media nipponici, è stato comunicato dalla città di Saitama, alle porte di Tokyo, dove abitava. Momoi ha attraversato fasi di significativi cambiamenti nella società: dalla guerra russo-giapponese del 1904-05, alle due Guerre mondiali e a ben quattro imperatori nipponici.

Quando il sindaco di Saitama gli fece visita in ospedale a settembre del 2013, Momoi recitò a memoria una poesia in cinese. Con la sua morte, Yasutaro Koide, un altro giapponese di 112 anni residente a Nagoya, è da considerare l’uomo più vecchio del Sol Levante, ha reso noto il ministero del Welfare di Tokyo.

Koide, tuttavia, sarebbe anche il «matusalemme del pianeta», secondo il Gerontology Research Group di Los Angeles, mentre la donna più anziana ha 116 anni ed è l’americana Susannah Mushatt Jones di Brooklyn, quartiere di New York.

Caprotti: "Greci in crisi perchè lavorano poco"

Libero


Novant'anni tra qualche mese, lombardo, Bernardo Caprotti è il fondatore storico dei supermercati Esselunga. Un'attività che fa cinquant'anni quest'anno. Ma lui, in realtà, figlio di una famiglia del tessile, lavora da quando era ragazzo. Uno, insomma, che sul laavoro ha l'autorità per dire la sua. E oggi l'ha detta sul caso Grecia, poche ore dopo la vittoria del "no" al referendum che ha spinto il Paese a un passo dal Grexit. "Penso che bisogna che si mettano a lavorare un po’. Vanno in pensione a 50 anni, come si fa?". Caprotti non crede a ripercussioni per l’Italia: "Noi qui abbiamo la Ferrari, abbiamo grandi aziende" dice intervistato dal Corriere.it.

La ricetta anticrisi però è semplice: "Anche in Italia abbiamo bisogno di lavorare di più. Non si può lavorare 1400 ore quando gli americani ne lavorano 1800".

Il miracolo! Ricordate il cane che vegliava la compagna morta? Per lui il 12 luglio...

Il Mattino



Angelo e Dasy: la loro storia l'abbiamo pubblicata lo scorso febbraio. Ed è stato un boom di clic. Due cani. Due anime abbandonate al triste destino della strada si erano incontrate e scelte. Condividendo gli stenti e il dolore della vita randagia. Erano inseparabili per le vie di Vallo della Lucania. Forti l'uno per la presenza dell'altra. Finché un giorno Dasy fu travolta e uccisa sotto gli occhi increduli del suo compagno.

Angelo non sapeva darsi pace. E cercò per ore di svegliarla da quell'improvviso inspiegabile sonno. Poi si arrese. Il suo scriccolo biondo era diventato freddo. Immobile. Ma lui le è rimasto accanto. Vegliandola. Proteggendola. Così - come mostra la nostra foto - sono stati ritrovati da un gruppo di volontari.

Una storia d'amore che fa il giro del web. Angelo resta solo. Condannato a finire i suoi giorni in un canile. Articoli, appelli, messaggi. Ma niente. Fino a quando agli inizi di luglio finisce sulle pagine della community di PLF e succede il miracolo. L'adozione!

Il 12 luglio grazie a un evento che prevede una staffetta con partenza da Sala Consilina e sosta a tutti i caselli della A1 fino a Bologna con mini raduni proprio per conoscere Angelo e la sua storia a lieto fine (il programma è sulla pagina Fb di Plf) - la carovana animalista organizzata dal patron del team di PLF - Marco Fornari - porterà Angelo a casa.

Una bella famiglia lo sta aspettando con tanto amore.
Un miracolo ispirato da un angelo davvero speciale: la piccola Dasy.

Esino, il borgo di 700 anime diventa capitale di Wikipedia