giovedì 9 luglio 2015

Il diritto al riposo dei negozi online

Il Giornale

Giacomo Lev MannheimerGiacomo Lev Mannheimer


Pensavate di averle viste tutte? Vi sbagliavate. È stato approvato alla Camera – ed è in discussione al Senato – un disegno di legge che obbliga gli esercizi commerciali a chiudere per almeno 12 giorni all’anno. Già di per sé non si capisce perché mai si dovrebbero obbligare le persone a non lavorare. Ma non è questo il punto. Il ddl esclude dai destinatari dell’obbligo alcune attività commerciali, tra cui bar, ristoranti, cinema e mercati. Ma non i distributori automatici, né il commercio online.

Quindi, guai a bere un caffè dalla macchinetta il giorno di Natale? Verosimilmente no: più probabilmente la svista verrà emendata in Senato prima che sia troppo tardi, e in ogni caso ci auguriamo che se mai la questione venisse posta all’attenzione di un giudice quest’ultimo adotti quel minimo di buon senso interpretativo necessario. Più problematica, in assenza di emendamenti, potrebbe essere la questione dell’e-commerce, anche perché i negozi online sono concorrenti di quelli fisici, i quali – e soprattutto quelli meno avvezzi all’utilizzo del web – difficilmente si farebbero scrupoli a spingere ulteriormente sull’acceleratore. “Ma chi li ascolterebbe mai?”, direte voi. Leggetevi, per esempio, la relazione al ddl n. 762 e comprenderete come mai non si tratti di uno scenario così improbabile.

Al di là del lato grottesco della vicenda, i casi sono due. Il primo è che gli estensori del disegno di legge non abbiano menzionato distributori automatici e commercio online per errore, il che dovrebbe farci riflettere molto a fondo sulla qualità delle nostri leggi e di chi le scrive (e su come ciò si rifletta sui comportamenti cui tutti noi dobbiamo attenerci scrupolosamente per organizzare le nostre vite). La seconda ipotesi è che la mancata eccezione sia stata voluta, magari per fare uno sgambetto alle multinazionali dell’e-commerce. Peccato che, com’è ovvio, ai giganti del web non si applichi la normativa nazionale. Certo, si potrebbe oscurare Amazon, come in Cina, ma per ragioni diverse. Altrimenti, non c’è modo di costringerlo a chiudere a Pasqua, e gli unici a rimetterci sarebbero i reparti di e-commerce delle aziende italiane. Un suicidio assistito niente male.

Che poi, a dirla tutta, è l’intero disegno di legge a fare acqua da tutte le parti e a danneggiare, in primo luogo, i commercianti: ecco perché.

Twitter: @glmannheimer

Berlusconi condannato per il tonfo di Prodi

Maurizio Belpietro e Marco Travaglio, il botta e risposta sulle pagine di Libero

Libero


Caro direttore,

ti scrivo a proposito dell’articolo apparso ieri su Libero dal titolo «Chiesto il processo per il giudice che salvò Travaglio». Fermo restando che, come correttamente ha scritto la vostra giornalista, il processo nei confronti del giudice in questione non mi sfiora neppure (si riferisce a presunti favoritismi a un amico avvocato, non certo a me), vi informo che il riferimento al sottoscritto è totalmente falso. Il processo nato da una querela di Cesare Previti per un mio articolo sull’Espresso, che portò alla mia condanna in primo grado a 8 mesi di carcere, sentenza poi parzialmente riformata in appello con una multa di 1000 euro, non è mai caduto in prescrizione, né a causa dei presunti ritardi nel deposito della motivazione, né per altre ragioni. Tant’è che la Cassazione ha confermato la multa di 1000 euro nei miei confronti. Falso dunque che il giudice Maisto mi abbia «salvato», falso che io abbia beneficiato della prescrizione.
Cordiali saluti

MARCO TRAVAGLIO



La notizia della prescrizione fu data sul Giornale.it il 23 febbraio 2011 in un lungo articolo di Luca Fazzo, corredato dal commento dello stesso Travaglio: «Che posso farci? Succede, capita nelle migliori famiglie». Nei giorni successivi notizia e virgolettato dell'attuale direttore del Fatto furono ripresi da agenzie di stampa, altri quotidiani e siti vari. Ancora oggi, digitando su Google le parole chiave «Previti-Travaglio-Maisto» compaiono decine di articoli e commenti sulla prescrizione e neppure una smentita. Che non dubitiamo ci sarà stata, ma segnaliamo a Travaglio che neppure Wikipidia l'ha recepita: nella voce che l'enciclopedia online gli dedica, infatti, si legge testualmente che «il 23 febbraio la condanna per diffamazione confermata in appello per il processo Previti cade in prescrizione». Detto questo, se passare da una condanna di 8 mesi di carcere a 1000 euro di multa non corrisponde a «essere stato salvato», sicuramente ci va molto vicino.

Napoli, l'«impietoso» sguardo di Google Maps: viaggio virtuale nella città illegale

Il Mattino
di Paolo Barbuto



 Fai un giro virtuale per le strade di Napoli e scopri che il web Paolo Barbuto Fai un giro virtuale per le strade di Napoli e scopri che il web ha fissato, nella sua incancellabile eternità tecnologica, le meraviglie della città ma anche, e soprattutto, le brutture e l'illegalità.

Dietro un angolo spunta il banchetto della contrabbandiera di sigarette, in fondo a una strada ti imbatti in un parcheggiatore abusivo, svolti quella curva e ti ritrovi un centauro contromano, percorri quel viale e incappi in decine di persone alla guida di ciclomotori senza casco, guardi all'interno delle auto nel traffico e ti accorgi che solo uno su dieci ha la cintura di sicurezza allacciata, infili un vicolo e scopri due bambini in sella a uno scooter(ovviamente senza protezione alla testa).

Voi avvezzi alla tecnologia avrete sicuramente utilizzato Google Maps ma a chi non smanetta con i computer dobbiamo una spiegazione. Stiamo parlando di un sito internet grazie al quale è possibile percorrere le vie di ogni città del mondo: bastano un paio di clic e puoi girovagare per le strade di New York o di Calcutta, di Città del Messico o di Stoccolma o di Napoli, appunto. Per consentire agli utenti di «percorrere» le città in maniera digitale, bisogna che un'auto dotata di sofisticate tecnologie la percorra realmente, in modo analogico.

Quell'auto riprende tutto ciò che «vede» e lo ripropone sul web sotto forma di foto. E accade che quell'auto, in varie città del mondo, riprenda situazioni paradossali, strane, illegali anche. Però una quantità così poderosa di illegalità come l'abbiamo registrata a Napoli è quasi da record. A questo punto è necessaria una piccola chiosa dedicata ai commentatori che (di solito via web) si imbufaliscono quando vengono diffuse queste notizie.

Chiosa numero uno: è vero, Google Maps a Napoli mostra anche centinaia di bellezze e migliaia di centauri che il casco lo indossano ma non ne parliamo perché ci sembra assolutamente normale che, nel 2015, si vada in ciclomotore con il casco. Chiosa numero due dedicata a quelli che «anche le altre città sono così, voi volete solo sputtanare Napoli»: abbiamo provato a girovagare con la stessa modalità anche per le strade di Roma e di Milano. Nella capitale siamo stati capaci di trovare solo un centauro senza casco, a Milano nessuno. Ma potremmo essere stati superficiali, se avete notizie più approfondite mandatecele, per piacere. Torniamo, però, al giro turistico napoletano.

Se pensate che l'illegalità sia stata scovata solo nei quartieri periferici vi sbagliate di grosso. Come vedete anche nelle fotografie pubblicate in questa pagina, non c'è quartiere di Napoli nel quale non siano state immortalate situazioni limite: dal Vomero alla Duchesca, da Chiaia a Forcella, dal Corso Vittorio Emanuele a Soccavo, ovunque spunta un napoletano strafottente che se ne infischia della legge.

Ovviamente la situazione illegale più diffusa è legata all'utilizzo dei mezzi a due ruote. Abbondano le immagini di persone senza casco, di motorini schiacciati dal peso di tre (a volte quattro) persone, di scooter che viaggiano contromano o in zone vietate. Innumerevoli i casi di auto in sosta in doppia fila, decine le riprese (bisogna puntare il mouse verso l'alto) di cantieri nei quali non si rispettano le norme di sicurezza.

Google, per rispettare la privacy, oscura il volto di ogni persona ripresa dalla telecamera speciale: i protagonisti di questa galleria degli orrori, però, si riconosceranno. Magari proveranno anche un po' di vergogna, speriamo...

Google maps svela la Napoli illegale

 Lunedi 6 Luglio 2015, 10:29 - Ultimo aggiornamento: 9 Luglio, 09:55

Pensioni, magistrati al top: 9573 euro al mese

Il Mattino
Sergio Governale

 I 10mila e 200 magistrati italiani percepiscono gli importi previdenziali medi più elevati: 9.573 euro lordi mensili. A debita distanza segue il personale dell'Università (con 3.565 euro lordi) e quello delle Forze Armate (3.170 euro). Un giudice riceve, in pratica, un trattamento quasi 2,7 volte superiore a quello di un professore universitario. All'estremo opposto ci sono invece 6,6 milioni di pensionati che non arrivano a mille euro al mese, 1,9 milioni dei quali non superano neppure 500 euro. Il divario emerge dal rapporto annuale dell'Inps, presentato dal numero uno Tito Boeri.

Tanto da spingere il presidente dell'Istituto a dire che «sia giusto chiedere a chi ha redditi pensionistici elevati, in virtù di trattamenti molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati del domani, un contributo al finanziamento di uscite verso la pensione più flessibili». Un contributo di solidarietà da chiedere quindi ai pensionati d'oro, in primis ai magistrati.

Preoccupa dunque quel 42,5% di pensionati che, con un reddito inferiore ai mille euro al mese, assorbe appena il 18,9% della spesa complessiva, ricevendo nel 2014 poco più di 50 miliardi. Invece 724.250 pensionati, e tra questi gli oltre 10mila magistrati, hanno redditi superiori a tremila euro (4.335 euro l'assegno medio) e ricevono il 15,2% della spesa, pur essendo solo il 4,6% del totale. Il rapporto va oltre: i più poveri hanno perso il 27% del reddito disponibile rispetto al 2008, a fronte di appena il 5% di perdita dei più ricchi. La quota di persone povere è passata così in appena sei anni dal 18% al 25% della popolazione (da 11 a 15 milioni).

Di qui l'esigenza di riformare il sistema. Tra le proposte il leader dell'Inps individua «il primo passo verso l'introduzione di quel reddito minimo garantito che oggi manca nel nostro Paese». Cinque i punti su cui si incardina la riforma targata Boeri: flessibilità sostenibile, una rete di protezione sociale dai 55 anni in su, unificazione delle posizioni assicurative (con la fine delle ricongiunzioni onerose), armonizzazione dei tassi di rendimento e nuove opportunità di versamenti perché «non si va in pensione, ma si prende la pensione».

Una bozza di riforma formulata, puntualizza Boeri, «per una maggiore equità, tanto fra le generazioni diverse che all'interno di ciascuna generazione». Meno di un mese fa l'Inps, con l'operazione «A porte aperte», ha fatto un focus sui trattamenti ai magistrati, che vanno in pensione a 70 anni (a 75 anni solo alcuni e sino a fine anno) con minimo vent'anni di contributi e 63 anni in caso di uscita anticipata.

L'obiettivo è stato quello di evidenziare gli effetti di un ipotetico ricalcolo contributivo delle pensioni oggi erogate ai giudici. Il risultato è che solo il 10% circa delle pensioni vedrebbe un aumento se ricalcolata con il metodo contributivo, mentre la riduzione media che subirebbero, nel complesso, le pensioni dei magistrati è dell'ordine del 12%. Un sistema quindi attuabile senza troppi scossoni. Ma bisogna vedere se quest'idea o il contributo di solidarietà, con la probabile levata di scudi dei giudici, riusciranno a vedere la luce.


Gioved? 9 Luglio 2015, 08:28 - Ultimo aggiornamento: 09:55

A 20 anni dalla strage nuove ombre su Srebrenica

La Stampa


Secondo i documenti riportati dall’«Observer» Usa, Francia e Gran Bretagna non impedirono il massacro per non rompere le relazioni con i serbi
 

A Srebrenica, non è tranquillo nemmeno il ventennale. In vista del ricordo - sabato prossimo, attese 50 mila persone, 85 tra Capi di Stato e di governo, e ovviamente anche Bill Clinton - del massacro di 8000 bosniaci musulmani da parte dei serbo-bosniaci di Mladic, si è aggrovigliato un nodo di rivelazioni e polemiche. Ieri la Russia ha messo il veto su una risoluzione che all’Onu - in 4 diverse stesure - ha presentato la Gran Bretagna, e che la Serbia giudica «un’umiliazione».

Il succo è definire «genocidio» quello che accadde vent’anni fa, nonostante su questo ci sia ormai piena consapevolezza della pubblica opinione, e riconoscimento ufficiale perché la parola «genocidio» è già iscritta dal 2004 in una sentenza del Tpi, il Tribunale penale internazionale (anche se Mladic non è ancora stato condannato). Ma assieme al procedere della risoluzione, sull’inglese «Observer» sono apparse non poche rivelazioni. L’inchiesta ha rivelato che le truppe dell’Onu fornirono 30 mila litri di benzina che servirono a trasportare le vittime nei campi di morte e a ricoprire le fosse comuni usando bulldozer. Un fatto che ha indignato i bosniaci di Srebrenica, che sabato arriveranno tutti con una latta di benzina in mano.

I documenti declassificati consultati dall’«Observer» rivelano responsabilità di Usa, Francia e Gran Bretagna, che non impedirono il massacro - come potevano, con un atteso raid della Nato - per non rompere le relazioni con i serbi. Di lì a 4 mesi sarebbe partita la trattativa che a dicembre 1995 si concluderà, a Parigi, con gli «accordi di Dayton». Fu, scrive l’«Observer», alla «strenua ricerca della pace» che vennero immolati i martiri musulmani di Srebrenica. Anche spingendo i Caschi blu a ritirarsi. Vent’anni dopo, nel cuore della Ue scossa da Grexit e Brexit, affiora che la riconciliazione nei Balcani, con la Serbia instradata sulla via di Bruxelles (e anche per questo sabato il premier di Belgrado, Aleksandr Vucic, ha deciso che sarà presente) poggia su una sottile lastra di ghiaccio.



Mosca mette il veto sulla parola genocidio. Vent’anni dopo Srebrenica divide ancora

La Stampa
giordano stabile

 La risoluzione era stata proposta dalla Gran Bretagna al Consiglio di sicurezza Onu


La Russia ha posto il veto sulla bozza di risoluzione, proposta dalla Gran Bretagna al Consiglio di sicurezza Onu, destinata a condannare il massacro di Srebrenica come genocidio. La parola “genocidio” è stata rigettata da Mosca, che invece aveva proposto di condannare «i crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale».

Al di là della guerra di parole, il braccio di ferro, alla vigilia delle commemorazioni in Bosnia, è il segno della nuova guerra fredda fra Occidente e la Russia. Vent’anni fa a Sreberenica, in Bosnia, si consumava l’ultimo genocidio in Europa. Ottomila uomini, e ragazzi, bosniaci musulmani uccisi dalle milizie serbe del generale Ratko Mladic, oggi processato all’Aja. Il massacro, e la pulizia etnica in tutta la Bosnia orientale facevamo parte del progetto del presidente serbo Slobodan Milosevic di creare un Grande Serbia, con parti della Bosnia e della Croazia. Milosevic, morto in carcere all’Aja, aveva come principale alleato la Russia.

La Serbia di oggi sta progressivamente entrando nell’orbita occidentale e ha chiesto l’adesione all’Unione Europea. Il premier serbo Aleksandar Vucic sarà a Srebrenica domenica, anche se rifiuta ancora di definire genocidio quello che è successo vent’anni fa. I rapporti storici con la Russia, soprattutto per la comune cultura ortodossi, resta molto forti. Domani riceverà la cancelliera tedesca Angela Merkel, in visita nella regione per rafforzare i legami con la Ue e avvicinare le prospettive di adesione, anche della Bosnia.

Al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti Cina, Nigeria, Angola e Venezuela, gli altri Paesi hanno votato a favore. Ma il veto di Mosca ha vanificato la maggioranza. Il voto era stato posticipato, dopo che Regno Unito e Stati Uniti avevano tentato di persuadere Mosca a non porre il veto. Il tribunale Onu per i crimini di guerra dell’Aia ha già definito genocidio il massacro e il termine è accettato dalla maggioranza della comunità internazionale.

La radioattività dei manoscritti di Marie Curie

La Stampa

Fu la prima donna a vincere due Premi Nobel per la fisica e la chimica. Scoprì il radio e il polonio. Resta ancora difficile fare studi sui suoi manoscritti

 Marie Curie, scienziata versatile ed eclettica, nata a Varsavia nel 1867, fu la prima donna a vincere il premio Nobel in due diverse categorie: per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1913. Non solo. È stata anche la prima donna a insegnare all’Università Sorbona di Parigi e la prima donna ad essere sepolta al Pantheon di Parigi.



Scoprì la radioattività e due elementi nuovi, il radio e il polonio, capì che la radioattività era un fenomeno atomico, demolendo con questa geniale intuizione la convinzione della fisica di allora che l’atomo fosse la particella più piccola della materia. E rivoluzionò il mondo. Ricerca e scienza erano le sue passioni e le condivise con il marito Pierre, fisico e matematico parigino.

Ma oggi fare delle ricerche sul suo lavoro non è semplice. Grande ostacolo è riuscire a visionare i suoi studi. Secondo quanto è emerso i suoi quaderni, i vestiti, i mobili, praticamente tutto ciò che si trova nella sua casa alla periferia di Parigi è ancora radioattivo e lo sarà almeno per i prossimi 1500 anni. Tanto che in Francia, alla Bibliotheque Nationale, se si vogliono visionare i suoi manoscritti, sigillati in una scatola foderata di piombo, bisogna firmare una liberatoria di responsabilità.



I coniugi Curie non erano probabilmente a conoscenza di quanto fossero davvero pericolose le sostanze che utilizzavano per le loro ricerche, come il torio, l’uranio e il plutonio. Pensate che Marie girava con questi materiali in tasca. Sia lei che il marito nel corso dei loro esperimenti non prendevano precauzioni particolari e nel loro laboratorio indossavano abiti normali con cui poi giravano per casa.


Marie Curie morì nel 1934, a 66 anni, per anemia perniciosa, malattia attribuita alla sua ricerca sulla radioattività. Da allora e fino al 1978 la sua casa divenne sede dell’Istituto di Fisica Nucleare della Facoltà di Scienze di Parigi e della Fondazione Curie. Forse si sottovalutarono i pericoli che nascondeva. Negli anni, infatti, molti abitanti del quartiere iniziarono ad ammalarsi di cancro, secondo quanto riportato da Le Parisien, e dopo accese polemiche nell’occhio del ciclone finì proprio l’edificio di Marie Curie. Così dopo attenti studi, nel 1991, il laboratorio e la casa vennero decontaminati.  

I coniugi Curie avrebbero potuto guadagnare molto dalle scoperte che fecero. Invece preferirono donare all’umanità i risultati della loro ricerca. Senza pretendere nulla in cambio.

Redskins? Nome squadra offende gli indiani d'America. Va cancellato

- Mer, 08/07/2015 - 16:29

Lo storico Cardini: "Non vedo differenza tra un partigiano e un terrorista"


Viaggiare con il proprio cane: ecco le nuove regole per il trasporto

Diffondevano il virus che prende in ostaggio i pc: sette denunciati

Corriere della sera

Residenti tra Padova, Bergamo e Brescia, i componenti della banda hanno truffato 1.500 persone, il tribunale di Udine, il comune di Trento e pure le forze dell’ordine


 La Polizia postale, con il coordinamento della Procura distrettuale di Trieste, ha concluso un’operazione contro riciclaggio ed estorsioni online messe in atto attraverso la diffusione del virus «Cryptolocker», un trojan comparso nel tardo 2013 infettante sistemi Windows che consiste nel criptare i dati della vittima e richiedere un pagamento per la decriptazione. Una trappola diffusa attraverso mail scritte in perfetto italiano, e a pagare sono circa il 3% delle vittime. Un ransomware molto efficace che è diventato noto al grande pubblico per il boom di attacchi in tutta Italia delle scorse settimane.

Il Cryptolocker è un virus «devastante», hanno spiegato gli uomini della Polizia postale, che viene trasmesso da indirizzi email apparentemente provenienti da corrieri per le spedizioni o agenzie governative nazionali, contenenti link o allegati che una volta aperti criptano il contenuto delle memorie dei computer. Gli utenti, per riaprire i propri file, erano costretti a pagare un vero e proprio riscatto in «bitcoin», una valuta elettronica virtuale difficilmente tracciabile, a fronte del quale veniva loro inviato via posta elettronica un programma per la decrittazione del contenuto del computer.

Circa 277 mila euro circa il bottino incassato dal gruppo, più di 1.500 le persone truffate, secondo le prime risultanze. L’attività criminale si era diffusa già da diversi mesi e aveva fatto anche vittime eccellenti. Nella trappola sono caduti in tutta Italia cittadini, aziende, ma anche tribunali, come quello di Udine, Comuni, quello di Trento ad esempio, e persino strutture delle forze dell’ordine. Le indagini della Polizia Postale sono partite da una denuncia dell’amministratore delegato di una società friulana in cui una impiegata aveva incautamente aperto un link, pervenuto in allegato a una email che preannunciava un rimborso su una spedizione di un corriere. 

Sette le persone denunciate per i reati di associazione a delinquere finalizzata ad accesso abusivo informatico, estorsione e riciclaggio dei proventi realizzati, tutte senza precedenti penali. I sette, residenti a Padova e tra le province Brescia e Bergamo, hanno tra i 23 e i 27 anni, disoccupati, tranne uno di 40, con un’attività nel settore informatico. La banda si presentava come una serie di intermediari di bitcoin e sui propri siti invitavano le vittime a non pagare alcun riscatto in caso di attacco bensì a sporgere denuncia presso la polizia postale.

8 luglio 2015 | 12:58