venerdì 10 luglio 2015

E' meglio non fidarsi troppo del «dottor Google»

Corriere della sera
di Elena Meli

Tre risultati su dieci, quando si cerca di fare un'autodiagnosi online, sono inutili o portano fuori strada. Il pericolo «cybercondria». Una ricerca su 20 riguarda la salute

  
 Un piccolo malessere, un sintomo a prima vista inspiegabile, un disturbo di cui non si riesce a capire la causa. Oggi, per venirne a capo, prima ancora di andare dal medico di famiglia molti si rivolgono al "dottor Google": non bisogna prendere appuntamento, è gratis, è sempre disponibile. Peccato che spesso e volentieri non ci azzecchi, come dimostra un'indagine di Guido Zuccon della Queensland University Technology Information Systems School di Brisbane, in Australia: i maggiori motori di ricerca online forniscono informazioni irrilevanti che non sono d'aiuto e possono portare ad autodiagnosi e terapie fai da te scorrette, causando perciò non pochi danni e facendo perfino ammalare di "cybercondria".
Indagine sui motori di ricerca
L'argomento è di stretta attualità visto che, come riferisce Zuccon, il 35 per cento degli adulti va sul web per la diagnosi di un disturbo e, stando alle rilevazioni di Google, su cento miliardi di ricerche al mese una su venti riguarda la salute. Per capire a che cosa vada incontro chi usa internet come medico, Zuccon ha valutato efficacia e appropriatezza delle risposte ad alcuni quesiti su temi medici inseriti su motori come Google o Bing: ad alcuni volontari ha fatto vedere foto di condizioni comuni come calvizie, itterizia, psoriasi chiedendo loro di digitare nella stringa per la ricerca le parole chiave che avrebbero scelto volendo saperne di più. 

Nel caso dell'itterizia, ad esempio, i partecipanti hanno cercato "occhi gialli", "malattia oculare", "la parte bianca dell'occhio diventa giallo-verde”. «Ebbene, appena tre dei primi dieci risultati emersi di volta in volta si sono rivelati davvero utili alla diagnosi fai da te, solo metà avevano una qualche rilevanza con la domanda – dice Zuccon –. Stando così le cose, molti continuano a brancolare fra miliardi di siti oppure si fanno andar bene informazioni scorrette, che possono provocare danni anziché essere utili».
Il pericolo "cybercondria"
La "cybercondria" poi è dietro l'angolo: a furia di cercare sul web senza trovare una diagnosi soddisfacente, le preoccupazioni crescono e i dubbi pure. Si parte da sintomi banali, come un mal di testa da influenza, e man mano che si prosegue ci si convince di avere qualche malattia terribile al cervello. «Questo dipende in parte dai pregiudizi della persona, che si fa sopraffare dall'ansia e tende a prendere per buone le notizie peggiori, ma in parte è "colpa" anche del modo in cui lavorano i motori di ricerca: le pagine sui tumori al cervello sono più popolari di quelle sull'influenza per cui si viene inevitabilmente indirizzati verso le prime – sottolinea l'esperto. 

In sostanza, i motori di ricerca funzionano benissimo quando già sappiamo il nome di una malattia: se inseriamo "itterizia" anziché "la parte bianca dell'occhio diventa giallo-verde" otteniamo risultati molto più utili e focalizzati. Ciò significa che è sconsigliabile digitare sintomi alla cieca per capire da che cosa dipendano e arrivare all'autodiagnosi». Zuccon e i suoi colleghi stanno cercando di mettere a punto metodi per far uscire in maggior evidenza i risultati più attinenti e validi, ad esempio tramite algoritmi che portino in cima alla lista le pagine che i consumatori hanno ritenuto più facili da capire e che siano al contempo corrette e rilevanti dal punto di vista medico. Nel frattempo meglio essere cauti e, magari, esporre al medico di base i propri sintomi anziché passare ore su Google. 

10 luglio 2015 | 09:48

Cousteau? Era «politicamente scorretto»

La Stampa

Un regista francese distrugge il documentario che vinse Cannes nel 1956: “Schifoso”


I prodi sommozzatori del comandante Cousteau scorgono una tartaruga marina, in uno di quei mari cristallini fin dove l’esploratore francese spingeva la sua Calypso. E non si fanno perdere l’occasione: uno di loro ci sale sopra e si fa portare sotto il mare, come un bambino stupidamente divertito. È evidente che l’animale non ne può più, arranca in maniera penosa. D’un tratto salta fuori ed emette un respiro soffocato, straziante. È solo una delle «perle» individuate dallo scrittore e regista Gérard Mordillat in I l mondo del silenzio, del lontano 1956, film-documentario mitico di Jacques-Yves Cousteau, monumento intoccabile in Francia, adulato pioniere di un certo ambientalismo di oggi. Ma caduto (pure lui: non è il primo, né sarà l’ultimo) nella trappola del politicamente scorretto a distanza. Quando, alla luce dei canoni contemporanei di quello che è giusto e di quello che non lo è, romanzi e libri del passato diventano imbarazzanti. Ingiustificabili.

La tartaruga torturata
Mordillat c’è andato giù duro in una sua cronaca sul web, rilanciata dal sito Slate, che ha scatenato un vero putiferio a Parigi. Parla di un lungometraggio «ingenuamente schifoso». A parte la scena della tartaruga marina, mostra quella in cui l’équipe fa esplodere la barriera corallina con la dinamite per recensirne le specie viventi (massacrando intanto un migliaio di pesci). Per poi giocare rincorrendo con la Calypso un branco di capodogli. Ne ferisce mortalmente uno piccolo con l’elica. E, dopo averlo finito con un fucile, l’equipaggio ammazza a colpi di arpioni gli squali attratti lì dal sangue. Cousteau osserva il tutto sigaretta o pipa fisse tra le labbra e golfini stretti in pieno tropico.

Il mondo del silenzio ricevette la Palma d’oro del festival di Cannes del 1956. E secondo Mordillat «fu profetico per l’anticipazione della distruzione massiccia delle barriere coralline, dello sterminio degli animali marini, del cinismo di tutti i governi in nome della scienza». A difendere, invece, il loro comandante ci hanno pensato negli ultimi giorni coloro che sono ancora in vita tra i suoi ex collaboratori.

L’oceanografo François Sarano ammette che «eravamo incredibilmente ingenui ma Cousteau è diventato un protettore della natura. Bisogna riportare il film nel suo contesto: il mondo contava 2,7 miliardi di abitanti, il mare era un elemento sconosciuto e, ai nostri occhi, rappresentava allora una cornucopia inesauribile». Anche André Laban, uno di quei sommozzatori che nel film martoriava la povera tartaruga, difende il comandante, ma riconosce che Louis Malle, che stava dietro alla macchina da presa, «ci spingeva a fare cose d’effetto».

La compagnia cresce  
Povero Cousteau. Ma non è il primo a soccombere a una visione del mondo a posteriori. Nelle librerie di Parigi vanno ancora oggi a ruba gli album di Hergé, al secolo Georges Remi, fumettista belga, creatore di Tintin, l’eterno ragazzo esploratore, in giro per il mondo. Come Tintin in Congo, del 1931, dove i detrattori di Hergé, già dopo la seconda guerra mondiale, individuarono pregiudizi razzisti. O Tintin nel paese dei Soviet (1930), dove il suo anticomunismo sfocerebbe in certi momenti in vero fascismo.

Quando Léon Degrelle, collaborazionista e fondatore del fascismo belga, ritornò in patria dopo un lungo esilio in Spagna, nel 1985, diede alle stampe il libro Tintin, il mio amico, dove si diceva sicuro che Hergé si fosse ispirato a lui per il suo famoso personaggio. Intanto, comunque, i due album «incriminati» restano in vendita tali e quali. In altri casi gli «errori», invece, strada facendo, sono stati corretti. Dieci piccoli indiani è il titolo di uno dei gialli più famosi di Agatha Christie solo dal 1964.  

«Dieci piccoli negri»  
Il libro, fino ad allora, dal 1939, anno della prima pubblicazione, si intitolava in inglese «Dieci piccoli negri» (Ten Little Niggers). Anche la svedese Astrid Lindgren usò spesso nei suoi libri il termine negro. In Pippi Calzelunghe (uscito nel 1945) la bimba dai capelli rossi racconta del padre che in un’isola lontana è diventato «re dei negri». E quei «negretti», secondo gli stereotipi del buon selvaggio, si esprimono con il verbo rigorosamente all’infinito («Bambini bianchi non sapere sputare»). In questi mesi la figlia della scrittrice, Karin Nyman, sta curando una nuova edizione di «Pippi Calzelunghe», depurandolo dai termini ormai imbarazzanti. «Mia madre - ha dichiarato - non avrebbe fatto nessuna obiezione».

E che dire dell’evoluzione dei diritti delle donne? O, comunque, del modo di trattare la violenza contro di loro? Viene in mente Amore mio aiutami, film diretto nel 1969 da Alberto Sordi, interpretato da lui e da Monica Vitti. È la storia di Giovanni e Raffaella, coppia borghese e affiatata. Lei si invaghisce di un altro e lo dice al marito, che, pur di non perderla, si finge comprensivo. Fino a quella scena, cinica e cruda, in cui la prende a botte in maniera furibonda su una spiaggia del litorale romano.

Schiaffi alla Mannoia
Sulla rete girano vari commenti di donne che oggi si sentono offese da quegli schiaffi liberatori. Il film porterebbe subdolamente lo spettatore a pensare che sì, basta con questa svitata e le sue masturbazioni mentali, che Giovanni gliela faccia pagare e poi basta. In realtà, su quella spiaggia, a incassare le percosse non si ritrovò la Vitti in carne e ossa. Ma una giovane controfigura, tal Fiorella Mannoia. Che ha sempre assicurato di non aver preso neppure una botta durante la scena, «al massimo perdevo l’equilibrio». Almeno quello.

Bolivia, Papa Francesco beve the alla coca durante il viaggio in aereo

Libero


Il governo boliviano lo aveva annunciato e alla fine è successo che Papa Francesco mangiasse foglie di coca nel corso della sua visita in Sud America. Sull'aereo che dall'Ecuador lo ha portato in Bolivia, Bergoglio ha bevuto the di foglie di coca, fiori di camomilla e semi di anice, usato nei paesi andini per evitare il mal di altitudine. L'assistente di volo ha raccontato che il Papa ha bevuto un mix chiamato Trimate. E stando ai giornalisti presenti al seguito del pontefice, il Papa non sembra avere avuto alcuna difficoltà una volta sceso dall'aereo e neppure quando ha letto il suo discorso di benvenuto. A poco più di 4 mila metri sul livello del mare, l'aeroporto di La Paz, che non a caso si chiama El Alto, è arroccato su un altopiano sopra la città.



Filippo Facci: "Il Papa che mastica la coca? Sarebbe uno spot per la droga"
30 Giugno 2015

Non sappiamo se il Papa - questo Papa - abbia davvero chiesto di poter masticare delle foglie di coca quando andrà in Bolivia il mese prossimo: ma il fatto che tutti lo considerino possibile dice già tutto di lui, e al di là di questo rischia di costituire un messaggio devastante. La fonte della notizia oltretutto è buona: l’ha rivelata il ministro boliviano alla Cultura Marko Machicao, parlando alla radio e alla televisione di Stato. Va ricordato che il presidente della Bolivia è quell’Evo Morales che sin dal 2009 cerca di convincere le Nazioni Unite che masticare foglie di coca non sia dannoso, anzi, sarebbe una medicina. Comunque: il ministro ha detto d’aver offerto al Papa un tè di coca - in previsione della visita - e che lui però avrebbe espressamente chiesto di poterla masticare: «Aspetteremo il Santo Padre con la sacra foglia di coca». Seguirà un animato vertice.

Ora: tralasciamo i danni incalcolabili che questo Papa sta facendo alla Chiesa che dovrebbe comandare, questione che può rendere soltanto lieti gli anticlericali come lo scrivente: verrà il giorno in cui il Papa - questo Papa - urlerà «gimme five» e dichiarerà che il papato è inutile, ma lasciamo la questione ai vaticanisti che scrivono complicato. Non pensate, poi, che si voglia indulgere in moralismi: lo sappiamo bene che le foglie di coca sono legali in tutti i Paesi andini, tanto che la gente le mastica comunemente; sappiamo pure - siamo degli esperti - che la prendevano i gesuiti in America Latina, la prendevano in forma di sciroppo altri papi come Pio X e Leone XIII e così pure gli Zar delle Russie, i principi del Galles, i sovrani di Svezia e di Norvegia, Thomas Alva Edison, i fratelli Lumière, e persino Sigmund Freud che scrisse «L’interpretazione dei sogni» assumendone cinque grammi al giorno.

Siamo gente di mondo. Quindi sappiamo anche che le foglie di coca sono fondamentalmente la droga dei poveri, quella che in America latina spesso non hanno i soldi per mangiare - la coca toglie l’appetito - o degli sfruttati che si rompono la schiena nelle piantagioni o nelle miniere; nei secoli passati i conquistadores davano le foglie di coca agli schiavi per invogliarli a lavorare di più; gli indigeni le masticano per sopportare la fame e la fatica e i disturbi dovuti all’altitudine. D’accordo, tutto molto affascinante, manca solo un dettaglio: che secondo la nostra banalissima scienza occidentale è ormai appurato che le foglie di coca fanno malissimo. L’Onu ha inserito le foglie di coca tra le sostanze dannose sin dal 1961, stabilendo che gli Stati dovevano impegnarsi a combatterne l’uso e a eliminarlo del tutto entro il 1989: invece succede che la Bolivia a oggi sia il maggior produttore di coca (dopo Colombia e Perù) e che da quelle parti la impieghino anche per fare anche la marmellata e il tè.

La Bolivia si è ritirata dalla Convenzione contro la droga nel 2012 proprio perché si accomunavano le foglie di coca alla droga, e il presidente Morales - che in passato è stato un sindacalista dei coltivatori di coca - ha spiegato che la coca dovrebbe essere legalizzata: ha pure promosso una manifestazione - a La Paz - appunto a favore delle foglie di coca da masticare: presenti migliaia di coltivatori di coca, rivenditori di prodotti e base di coca e semplici consumatori. Mancava soltanto un testimoniale di livello mondiale, il Michael Jordan delle foglie di coca: ed eccoti nientemeno che il Papa - questo Papa.

Il messaggio è sì devastante, perché ora i complottardi e i superstiziosi - quelli disposti a tutto pur di sostenere che i loro vizi non facciano male, e che ci sia un complotto mondiale per dimostrare il contrario - ora sono autorevolmente serviti. Il numero dei masticatori di coca viene stimato in circa 5 milioni, e il consumo di foglie di coca è tanto più marcato quanto più basso è il livello di vita della popolazione: sarà praticamente impossibile, ora, che le risultanze scientifiche sulla nocività delle foglie possano sostituire il pubblico esempio fornito da un pontefice.

Peraltro non è neppure vero - andatevi a vedere gli studi - che la coca abbia la capacità di adattare l’organismo alla carenza di ossigeno dovuta all’altura, ragione per cui i governanti boliviani la offrono ufficialmente al Papa: le foglie non stimolerebbe l’aumento dei globuli rossi, tanto che le popolazioni che usano la coca sono mediamente anemiche perché la coca si limita ad alterare la distribuzione di energia e a non far percepire il deficit d’ossigeno: che però c’è lo stesso. Però si determina una straordinaria euforia estroversa, alla quale subentra, poi, un desiderio di restare soli, chiusi in sé stessi, con fuga di pensieri e di immagini, mentre la fantasia vola alta.

Le foglie sono senz’altro meno dannose del suo alcaloide principale, cioè la cocaina da sniffare: ma a lungo andare è comunque un baratro che in America Latina favorisce altri fattori nocivi come l’alcolismo, la denutrizione e le cattive condizioni igieniche. Il consumatore di foglie medio è torpido, apatico, zitto e immobile per ore, privo di interesse e iniziativa: è forse questo il fedele che interessa al Papa? Senza contare che altri studi - non medico-scientifici, ma sociologici - sostengono che l’intossicazione cronica da coca sià una delle maggiori cause del deterioramento intellettuale nella popolazione delle Ande amazzoniche e peruviane e boliviane, e contribuisca perciò a perpetuare le condizioni sociali in cui vive questa gente. I peggiori pregiudizi sul ruolo del cristianesimo troverebbero la peggiore delle conferme.

Filippo Facci

Così il Sudan ha messo in crisi Hacking Team

La Stampa


Ecco come si è sviluppato lo scontro tra l’Onu e la società milanese che ha coinvolto anche il governo italiano. Sullo sfondo, la lotta su come classificare i software di sorveglianza



Dopo il pesante attacco informatico che ha sottratto e riversato online 400 GB di suoi documenti e mail, Hacking Team - l’azienda milanese che ai governi vende software in grado di infettare pc e smartphone e di spiare in modo mirato le loro attività e comunicazioni - continua a non commentare sulle sue politiche commerciali.

Il caso Sudan  
Neppure su uno dei più imbarazzanti documenti usciti: una fattura che – se corretta - mostrerebbe come nel 2012 i servizi segreti di Khartoum (NISS - National Intelligence and Security Service) avessero pagato 960mila euro per gli spyware made in Milano. L’assistenza tecnica dell’azienda italiana si sarebbe protratta fino al novembre 2014 e poi improvvisamente sospesa. Il Sudan non è un Paese qualsiasi: da anni è sotto embargo Onu per quanto riguarda forniture militari e prodotti collegati a causa di un conflitto protratto per decenni, alimentato da scontri etnici e lotta per l’accaparramento del petrolio. Inoltre proprio nell’aprile 2012 si erano riaccesi nuovi scontri militari tra il Sudan (Khartoum) e il Sud Sudan (che si era separato nel 2011), con migliaia di morti. Per di più, sulla testa del suo dittatore-presidente, Omar al-Bashit, pende dal 2009 un mandato internazionale di cattura della Corte penale dell’Aja per crimini contro l’umanità. 

Armi digitali e simili oppure no?
Poteva o no Hacking Team esportare i suoi software di sorveglianza in quel Paese? E, in seconda battuta: possono i suoi software considerarsi se non delle vere e proprie “armi digitali” (come sostengono alcuni politici e attivisti) quanto meno un ausilio a operazioni di tipo militare?
È questa domanda che a un certo punto comincia ad aleggiare come un fantasma sulle attività dell’azienda, rimbalzando fra il panel Onu che monitora le sanzioni sul Sudan, il Ministero degli Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico, i vertici di Hacking Team e i legali e gli investitori dell’azienda, con una serie di altri soggetti non da poco a fare da contorno e essere informati della situazione, come il ministero dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e Finanze, oltre all’Agenzia delle Dogane. Una domanda continuamente elusa dalla società milanese, ma che diventa a un certo punto – fra 2014 e 2015 – anche oggetto di un braccio di ferro tra Onu, Hacking Team e Ministero dello Sviluppo Economico.

Clienti in tutto il mondo  
Facciamo un passo indietro per contestualizzare. Hacking Team viene fondata nel 2003. Già nel 2004 vende il suo software spia alla Polizia Postale. È solo l’inizio: seguiranno i servizi spagnoli, un numero crescente di governi e agenzie di intelligence straniere, e praticamente tutte le forze dell’ordine italiane e i nostri servizi segreti – al punto che il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Giampiero Massolo, dopo l’attacco all’azienda riferiva al Copasir del rischio che i dati della nostra intelligence potessero essere stati hackerati. Il software di Hacking Team – chiamato Rcs – è stato usato anche in indagini delicate e clamorose, contro la mafia, episodi di cronaca nera, ma anche la P4.

Che i software di sorveglianza di Hacking Team fossero a un certo punto venduti in tutto il mondo non era un mistero, visto che veniva sbandierato anche nelle loro brochure. Recentemente le esportazioni rappresentavano però ben l’80 per cento del business dell’azienda, su cui negli anni hanno scommesso vari fondi di venture capital, da Innogest a Finlombarda Gestioni SGR Spa (FGSGR), riconducibile alla Regione Lombardia. I documenti usciti e pubblicati da più parti online, che finora l’azienda non ha smentito, mostrano come i clienti più grossi sarebbero il Messico, l’Italia, il Marocco, l’Arabia Saudita, il Cile. E includerebbero anche, tra gli altri, Uzbekistan, Etiopia, Egitto, Turchia, Russia e appunto Sudan.

Nel mirino degli attivisti
Ma Hacking Team a un certo punto comincia ad entrare sempre più nel mirino di alcuni gruppi di attivisti della Rete che monitorano la sorveglianza di governi e aziende. I primi report di ricercatori che collegano il suo software a episodi di abuso da parte di alcuni governi sono del 2012 e riguardano il Marocco. Nel febbraio 2014 però esce un ulteriore rapporto che prova a mappare l’utilizzo del suo software in vari Stati, inclusi regimi autoritari e repressivi: tra questi c’è anche il Sudan. A quel punto qualcosa si smuove. Il cliente, il NISS in Sudan, si preoccupa del report e chiede se siano state prese delle contromisure tecniche. A marzo la Ong britannica Privacy International manda una lettera al ministero dello Sviluppo Economico italiano chiedendo chiarimenti sulle esportazioni di Hacking Team. E, di lì a poco, comincia un balletto tra Onu, Hacking Team e ministeri.

Il duello con l’Onu  
Nel giugno 2014 il panel delle Nazioni Unite che monitora l’implementazione delle sanzioni sul Sudan inizia infatti a chiedere a Hacking Team se ancora vende o se ha venduto in quel Paese. L’azienda prende tempo, tutto il tempo che riesce finché le pressioni Onu non fanno intervenire anche il governo italiano. Infatti dalla prima richiesta di informazioni dell’Onu a dicembre 2014 ne seguiranno altre tre, inclusa una domanda rivolta al rappresentante italiano permanente alle Nazioni Unite Sebastiano Cardi. A quel punto la situazione era diventata già critica per l’azienda che decide di sospendere la fornitura al Sudan, con grande scorno del cliente.

A inizio 2015 però interviene il ministero degli Esteri, a cui si è rivolto il panel Onu, che insiste nel voler ricevere informazioni sulla possibile vendita del software al Sudan. Ma la preoccupazione principale dell’azienda sembra essere una sola: che il proprio software possa essere soggetto a misure restrittive. La linea adottata è che il panel Onu – a cui a quel punto è stato detto che no, Hacking Team non sta vendendo i propri prodotti in Sudan - non sarebbe autorizzato a chiedere informazioni sul passato. Come dire: non stiamo vendendo ora, però non chiedeteci se lo abbiamo fatto.

Ma il panel Onu insiste ancora e torna all’attacco. La questione si gioca sempre su come debba essere considerato il software Rcs esportato da Hacking Team: è ormai chiaro che i funzionari delle Nazioni Unite tendono a pensare che faccia parte della categoria di “assistenza militare” e come tale rientrare nelle misure restrittive previste dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezzza 1591 (2005) e 2200 (2015). Interpretazione rifutata dalla società milanese. Al punto che ancora a 2015 inoltrato la lenta e faticosa trattativa con l’Onu, mediata anche dal ministero degli Esteri, non sembra arrivare a una conclusione.

Le restrizioni europee  
Parallelamente, sempre a partire dall’autunno 2014, inizia anche uno scontro sotterraneo tra Hacking Team e il ministero dello Sviluppo Economico. Proprio a causa delle preoccupazioni legate al possibile uso di questi software per reprimere dissidenti e violare diritti umani in alcuni Stati, il ministero decide di applicare una clausola specifica della legge sulle esportazioni, in particolare l’art 4 del regolamento europeo (CE N. 428/2009) sul controllo delle esportazioni di una serie di prodotti a duplice uso (prodotti che possono avere un uso civile ma anche militare).

La clausola prevede una autorizzazione all’esportazione nel caso in cui si pensi che dei prodotti, anche quando non rientrino nelle liste ufficiali di beni di uso duplice controllati, possano comunque essere destinati a un utilizzo militare. Di fatto quindi la decisione del ministero congela per un periodo le esportazioni di Hacking Team. La quale a quel punto inizia un’intensa attività lobbistica distribuita su ambienti politici, governativi e militari di alto livello per quella che avverte come la più grave minaccia al proprio business mai verificatasi.

Lo stallo dura poco, viene sbloccato a dicembre; ma a quel punto arriva un’altra grana. Un aggiornamento del regolamento della Commissione europea prevederà comunque l’inclusione della tipologia di prodotti di Hacking Team nella lista delle tecnologie a uso duplice o duale controllate a partire da gennaio 2015. Alla luce di ciò la società milanese chiede dunque un incontro col ministero per ottenere un’autorizzazione preventiva o un tipo di regolamentazione che comunque le consenta di esportare anche fuori dall’Europa.

Accanimento?  
Più volte in queste diverse vicende i vertici di Hacking Team sembrano ritenere di essere l’oggetto di un accanimento – di attivisti, media, funzionari, burocrati, e soprattutto di interessi potenti. Che il loro stesso software – e l’aiuto dato a indagini su criminalità organizzata e corruzione – sia un nemico da abbattere per chi ha qualcosa da nascondere, anche nelle alte sfere. E sembrano invece impermeabili a un contesto internazionale che negli ultimi quattro anni ha accumulato numerosi rapporti di denuncia di Ong e singoli ricercatori sull’uso di questo tipo di software di sorveglianza in Paesi autoritari e sulle loro conseguenze pesanti sulla vita di attivisti, giornalisti e avvocati spiati. Tra l’altro Hacking Team non era la sola azienda del genere a essere criticata: lo era anche la tedesca FinFisher, che proprio nell’agosto 2014 è stata hackerata con diffusione online dei suoi documenti.

Non si sa chi sia stato a farlo, ma appare molto probabile che si tratti della stessa mano che qualche giorno fa ha violato anche la società milanese – come già scritto da noi subito dopo l’azione.
Certo, le informazioni uscite dopo l’attacco informatico non aiuteranno la causa di Hacking Team. Ancora a maggio un rappresentante della società milanese andava in Bangladesh a mostrare la propria tecnologia a un’agenzia di sicurezza paramilitare nota per torture ed esecuzioni sommarie. Human Rights Watch l’aveva soprannominata «squadrone della morte».