martedì 14 luglio 2015

Intelligence o panini? La doppia vita di Hacking Team

La Stampa


Il rapporto con i servizi; ma anche il business con la Russia. Come la società milanese oscillava tra ragioni di mercato e patriottismo. Ritagliandosi un ruolo negli scenari di cyberguerra.



Hacking Team doveva essere considerata un venditore di panini. Così scriveva a inizio 2015 una consulente legale al management dell’azienda milanese – che vende software di intrusione e sorveglianza a governi di tutto il mondo e che è stata pesantemente hackerata una settimana fa – mentre si ragionava sul tira e molla in corso in quel momento con l’Onu. Il panel delle Nazioni Unite incaricato di controllare l’applicazione dell’embargo al Sudan continuava infatti a chiedere se l’azienda stesse commerciando o avesse commerciato con il Paese africano (della vicenda Sudan ne abbiamo scritto qui). Per l’Onu la tecnologia di sorveglianza venduta da Hacking Team poteva ben rientrare nell’embargo su armi e materiali collegati. Così a un certo punto interviene il ragionamento ad uso interno della consulente: non si è soggetti all’embargo se si vende panini; e Hacking Team dovrebbe essere trattata come un venditore di panini.

La doppia identità di Hacking Team
Ma può Hacking Team considerarsi tale? Ovvero, una azienda come tante, che vende prodotti in giro per il mondo; una impresa italiana che esporta le sue “eccellenze” e che è interessata principalmente all’espansione del proprio business? O va invece considerata un pezzo di intelligence nazionale, ed elemento di spicco di un sistema pubblico-privato tricolore che si sta riconfigurando anche in vista di un crescente controllo sul cyberspazio da parte degli Stati?

Ebbene, in una sorta di disturbo bipolare, Hacking Team sembra incarnare ora una identità ora l’altra, oscillando fra i due estremi anche a seconda degli interlocutori e dei suoi interessi. Di sicuro quanto emerge dai materiali usciti in questi giorni mostra come il legame con l’intelligence fosse più stretto di quanto immaginato. E non solo per il fatto che la società abbia lavorato per i servizi segreti esteri, un fatto dichiarato più volte dallo stesso Vincenzetti, e che si può evincere anche da alcune mail che trattano proprio commesse per l’Aise. O per le dichiarazioni preoccupate rilasciate dal direttore del Dis, Giampiero Massolo, dopo l’attacco informatico alla società. Ma anche in virtù di un rapporto che svicola da quello del mero fornitore e sfuma in quello di partner strategico.

Dalla Russia con furore  
Nel novembre 2014 Hacking Team è in pieno emergency mode a causa della decisione del Ministero dello Sviluppo Economico di porre delle restrizioni alle sue esportazioni, conseguenti alle nuove leggi internazionali sul tema e alle preoccupazioni sull’abuso di questi strumenti da parte di regimi autoritari. Per il ceo David Vincenzetti (qui la nostra intervista) ne va della stessa sopravvivenza della società. Così scrive a un suo contatto di fiducia, il generale Antonello Vitale dell’Aise, i nostri servizi segreti esteri: una volta che l’azienda non esisterà più, sarà molto difficile ricreare un gruppo di ricerca e sviluppo in grado di aiutare i nostri clienti - “VOI in primis”, specifica Vincenzetti - a contrastare le minacce crescenti provenienti dalla Russia, dall’ISIS o altro.

Vincenzetti arriva a ipotizzare un intervento finanziario diretto tramite un “vostro fondo”, che permetterebbe di “garantirvi la sopravvivenza dell’azienda e il suo controllo”. Ma prende in considerazione anche altre possibilità. Ad esempio, si dice disposto a “entrare nel vostro organico”. Questo perché, secondo Vincenzetti, “siamo alla vigilia di un conflitto su larga scala, e mi riferisco alla minaccia Russa. Non crede che possa esservi utile poter disporre di un team assolutamente fuori dalla norma per le vostre strategie?”

L’identità “solo business” di Hacking Team riemerge però prepotentemente nella sua lista clienti, che proprio a fine 2014 includeva anche la Russia, tramite l’istituto di ricerca e intelligence Kvant. E la dicitura del Paese – come abbiano scritto qua – era “non ufficialmente supportato”. Kvant – a detta delle stesse comunicazioni interne di Hacking Team – sarebbe un istituto di ricerca governativo che lavora con l’FSB, Federal Security Service: per chi non lo sapesse, il successore del più noto KGB. I legami con Kvant (e un istituto simile, Infotecs) risalgono almeno al 2010: proprio Kvant stava lavorando per introdurre la tecnologia della società milanese nell’FSB. L’interesse per l’FSB è tale che Hacking Team ci arriva quasi con una manovra a tenaglia: lavorando da un lato sui contatti russi, dall’altro attraverso quelli del partner israeliano NICE Systems. E alla fine, tramite il contatto russo, la commessa va in porto nel 2012, attestano le mail.

Clienti o Stati canaglia?
Hacking Team vendeva i suoi prodotti in una trentina di Paesi, spesso ad agenzie di sicurezza e forze dell’ordine diverse. Non sono solo e tanto le polizie ad usare il suo software Rcs, ma anche i servizi di intelligence. Tra i clienti annovera i ministeri della Difesa dell’Egitto e dell’Azerbaigian; l’intelligence della Malesia; i servizi di sicurezza dell’Uzbekistan, l’intelligence del Marocco, dell’Arabia Saudita e del Sudan; o ancora l’INSA dell’Etiopia, agenzia in prima linea nella strategia di controllo e censura del governo etiope, secondo Reporter senza frontiere. Non sembrano esserci dunque limiti molto stringenti nella scelta dei clienti, spaziando in modo ecumenico – come accade spesso nel business – dalla russa FSB alle polizie statunitensi, come l’FBI o la DEA, l’agenzia antidroga.

E tuttavia, Hacking Team è anche essenziale alla sicurezza nazionale, secondo le parole di Vincenzetti. Quando il Ceo dell’azienda si rivolge ai suoi contatti militari, il generale Vitale e il colonnello Russi, perché preoccupato della fuoriuscita di alcuni suoi dipendenti, l’anima nazionalistica riemerge: siamo di fronte a un caso di spionaggio industriale ai danni della nostra azienda, del nostro Paese e di tutti gli altri Paesi che impiegano la nostra tecnologia, sostiene Vincenzetti. E sei i fuoriusciti sviluppassero davvero – come pensa il Ceo – un antidoto al loro software, le ricadute potrebbero essere strategiche. Perché gli “stati canaglia nel Middle East o altrove” sono enormemente interessati a un simile prodotto e disposti a pagare ingenti somme per impossessarsene.

L’oscillazione fra i due poli appare evidente nelle trattative per vendere una nuova tecnologia al governo italiano, e su cui c’è il massimo riserbo da parte dei vertici aziendali, al punto che molti dipendenti non ne sarebbero neanche al corrente. Si tratta di uno strumento per riuscire a “bucare” le comunicazioni che passano per la rete anonima e cifrata Tor, bestia nera di tutte le intelligence mondiali (ne abbiamo parlato qua). Una tecnologia che deve essere portata avanti al più presto – scrive Vincenzetti ai suoi contatti militari – e “declinata secondo le esigenze del governo italiano”. Anche perché, nota Vincenzetti, anche altre aziende ci stanno lavorando, tra cui lo stesso partner israeliano NICE Systems.

Hacking Team è convinta però di essere più avanti, anche se guarda con sospetto ad altre concorrenti, ad esempio un’altra società israeliana, Maglan group, che ha una sede anche in Italia e appare spesso nei convegni italiani sulla cyberdifesa. “C’è un mare di differenza tra una tecnologia sviluppata in Italia da un’azienda sotto la vostra supervisione e una tecnologia israeliana”, scrive ancora Vincenzetti al generale e al colonnello. E tuttavia nel contempo, in altre comunicazioni, il Ceo ammonisce dell’interesse verso il loro prodotto da parte di aziende estere, e delle esigenze di mercato sempre più pressanti.

Va detto che gli sviluppatori di Tor – in una nota sul loro sito, ma anche quelli raggiunti da la Stampa – non sono molto impressionati dalla tecnologia in questione, i cui dettagli sono finiti poi online. “Funzionerebbe così: - commenta Fabio Pietrosanti, del Centro Hermes, associazione che sviluppa diversi progetti basati su Tor – si buca il target in un altro modo, e una volta bucato, si modifica la configurazione di Tor Browser così da succhiare i dati (sniffing) in locale”, prima che entrino nella rete. Ma il punto è che bisogna prima individuare il target che si vuole spiare.

Verso la cyberwarfare?  
Al di là della valutazione sulla portata della tecnologia in questione, è evidente che Hacking Team puntasse a posizionarsi sempre di più anche nel campo della cosiddetta cyberwarfare. Nel giugno 2014 infatti Vincenzetti gira al generale Vitale un articolo su come la Russia, in una sorta di equivalente digitale dell’invasione della Crimea, avrebbe infiltrato i sistemi informatici di Kiev con un potente malware, un software malevolo – soprannominato Snake, serpente – capace di infettare un computer, nascondersi ed esfiltrare tutte le informazioni volute. Uno strumento sofisticato di spionaggio che avrebbe portato la Russia al dominio informativo sull’Ucraina. “In grado e pronto a sviluppare una bestiola simile al servizio del Paese”, commenta alla fine Vincenzetti.

Hacking Team era insomma ben posizionata come volenteroso attore della cyberwarfare. Del resto, una accurata analisi del codice di Rcs, il software spia dell’azienda, effettuata ieri dagli esperti di sicurezza Bromium non ha dubbi: si tratta di un “malware di livello governativo”, sviluppato da una squadra ambiziosa, in attivo sviluppo, che stava cercando di renderlo persistente anche dopo eventuali reinstallazioni del sistema operativo da parte del target infettato.

Secondo una fonte con una conoscenza diretta di Hacking Team e del suo software, che preferisce non essere nominata, il rapporto con le intelligence è di vecchia data (oltre a quello con la Postale italiana). E l’interesse verso le polizie sarebbe stato spinto anche dall’esigenza di ampliare il mercato. Ma lavorare per gli uni o per gli altri ha implicazioni diverse anche da un punto di vista dell’architettura del software. “Lavorare con l’intelligence ha dei vantaggi - commenta la fonte – perché questa è fondamentalmente al di là della legge, e quindi non devi garantirle l’integrità dei dati raccolti, cioè che le prove acquisite non siano alterabili (in gergo, chain of proof).

Invece le polizie hanno una serie di vincoli giudiziari e in alcuni casi possono chiederti che sia disabilitata la possibilità di caricare dati sul pc indagato (per limitare il rischio di inquinamento o di fabbricazione di prove, ndr), come aveva chiesto proprio ad Hacking Team la Dea americana. Se disabiliti questa possibilità di caricare dati nel pc target e fai in modo di “firmare” le prove raccolte, hai alcune garanzie, sebbene non totali”.

Di questo non si è mai discusso apertamente in Italia, come sottolinea anche questa riflessione pubblicata ieri da Claudio Agosti, sviluppatore che ha transitato brevemente in Hacking Team anni fa e ora è un attivista pro-privacy. E forse non lo si è mai fatto anche per questa doppia identità di Hacking Team, azienda di security che sviluppa prodotti mirati per le polizie oppure braccio fidato dell’intelligence. Tanto che qualcuno – come i servizi del Kenya che erano interessati ai suoi prodotti – avevano chiesto alla società di via Moscova se en passant potevano mandare offline il sito di un giornalista poco gradito. A onore del vero Hacking Team aveva risposto di no, che non facevano proprio quel genere di cose. Ma anche i fraintendimenti a volte possono essere rivelatori.

Inghilterra, lo arrestano perché ricarica lo smartphone in treno

Libero


Inghilterra, lo arrestano perché ricarica lo smartphone in treno
Si può essere arrestati per aver messo lo smartphone in carica? A quanto pare si. L'utilizzo ossessivo dell'Iphone e la batteria che si scarica in continuazione, terrorizza tutti gli 'smartphone addicted' che si portano sempre nella borsa il carica batteria. Ma la ricarica è costata la libertà ad un giovane artista inglese. Robin Lee si trovava sul treno a nord di Londra quando ha attaccato l'Iphone nella presa di una corrente. Malauguratamente è stato sorpreso da un ufficiale proprio nel momento in cui lo stava ricaricando. L'addetto ha subito intimato al ragazzo di sospendere l'operazione perché stava "rubando elettricità da un treno" tramite una presa che può essere usata esclusivamente dal personale addetto alle pulizie. Il quotidiano inglese London Evening Standard, ricostruisce la vicenda e scrive che il ragazzo avrebbe opposto resistenza non volendo staccare il telefono dalla presa.

L'arresto - Arrivati alla stazione una pattuglia di agenti, precedentemente avvisati dal suo arrivo, lo ha arrestato. Gli ufficiali però sono stati comprensivi e hanno ritirato l'accusa. Robin quindi è stato rilasciato. È stato comunque avviato un procedimento aperto per 'comportamento inaccettabile'. Il ragazzo si è lamentato dichiarando: "Non avrebbero mai dovuto arrestarmi. L’intera faccenda è semplicemente ridicola. È stato un ufficiale di supporto troppo zelante. Ha detto che stavo sottraendo elettricità. Continuava a dire che è un crimine". La polizia ferroviaria si è giustificata affermando che in ogni vagone è presente un cartello che avvisa i passeggeri di non usare le prese della corrente perché a disposizione esclusiva del personale delle pulizie.

La tomba di Dante nel mirino dell'Isis

Libero


C'è anche la tomba di Dante Alighieri nel mirino dei terroristi islamici. Il mausoleo, che si trova nel cuore di Ravenna, compare nella lista di obiettivi sensibili stilata dal Viminale dopo l'attentato a Charlie Hebdo. Da quando cioè, riporta il Messaggero, fra gli obiettivi dell'Isis, sono finiti simboli, protagonisti e luoghi della cultura europea e cristiano-giudaica.

All'Inferno - Dante, nel ventottesimo canto dell'Inferno, incontra Maometto. Il profeta dell'Islam compare tra i seminatori puniti da un diavolo armato di spada che li fa a pezzi. Maometto, colpevole di essersi allontanato dalla vera fede, è un dannato che avanza e viene tagliato dal mento sino all'ano con le interiora che gli pendono tra le gambe, con il cuore e lo stomaco visibili. Anche Alì, cugino, genero e primo discepolo di Maometto, compare tagliato dal mento alla fronte.

Per questo a Ravenna si controlla la tomba di Dante. Ma vengono monitorate anche Verona, Firenze (soprattutto Palazzo Pitti) e Roma (compreso il Vaticano), le città più dantesche e più impegnate a celebrare il 750esimo anniversario della nascita del poeta. Nella lista c'è anche la Basilica di San Petronio a Bologna che ha un affresco su Maometto e la Basilica di San Marco a Venezia.

Compravendita senatori, Giampaolo Pansa: "Romano Prodi fatto fuori dai suoi 101"

Libero


Romano Prodi
Ha ragione Maurizio Belpietro: non è stata l’eventuale compravendita di qualche senatore a far cadere il secondo governo di Romano Prodi. A ucciderlo furono gli alleati del Professore e il tragicomico ambiente dell’Unione di centrosinistra. Fu l’ennesima prova che le sinistre italiane erano inadatte, e sono, a guidare il paese. Si curavano soltanto del proprio interesse. Le meschinerie di partito prevalevano su tutto. Il loro personale di governo risultava un insieme di arroganti incapaci e di ridicole macchiette. E su tutto dominava la vocazione al suicidio, l’irresistibile piacere di impiccarsi da soli al loro stesso albero. Una specialità del socialcomunismo italico.

Ancora prima che nascesse il governo, ossia all’inizio della campagna elettorale del 2006, Prodi venne trattato dagli alleati come un avversario da ostacolare. Voleva presentare una propria lista con il suo nome, ma gli dissero di no. A nome dei Ds e della Margherita, il rifiuto gli venne comunicato da Piero Fassino e da Francesco Rutelli. Per una ragione meschina: avevano il timore di rendere troppo forte Prodi, grazie a una piccola truppa di elettori che si fidavano soltanto di lui. Può sembrare strano, ma i più ostili al Professore erano i cattolici della Margherita. Non lo volevano come candidato premier.

E quando fu sicuro che sarebbe stato lui a guidare il centrosinistra, lo boicottarono in tutti i modi possibili. A cominciare da Ciriaco De Mita, Franco Marini, Dario Franceschini, oggi ministro di Renzi, e Paolo Gentiloni, che adesso guida gli Esteri. Niente lista? Allora il Prof chiese di poter disporre almeno di una consistente pattuglia di parlamentari prodiani. La tirchieria ottusa dei partiti dell'Unione glie ne concesse appena cinque. Infine Prodi chiese che si presentasse la lista dell’Ulivo non soltanto alla Camera, ma pure al Senato. La risposta dei capi partito fu incredibile: a Montecitorio sì, a Palazzo Madama no. Perché? Confesso di non averlo mai capito.

Il 17 maggio 2006, L’Ulivo vinse le elezioni, ma soltanto per un pelo. Alla Camera, su 38 milioni di schede scrutinate, il vantaggio fu appena di 25 mila voti, poi rafforzato dal premio di maggioranza. Ma al Senato il Prof ebbe a disposizione un margine molto ristretto: 158 seggi contro 156. In compenso, il programma di governo risultò adatto a un regime totalitario, destinato a durare vent’anni.

Dopo un tira e molla estenuante fu varato un volume di trecento pagine. Ecco la prova regina che l’Unione di centrosinistra, un cartello di ben nove partiti, era un’accozzaglia di forze non soltanto diverse, ma incompatibili tra loro. A distinguersi per l’atteggiamento idiota furono le sinistre radicali. Prodi le chiamava «le mie frange lunatiche». Rifondazione comunista voleva dal Prof un’anticipazione di socialismo. Fausto Bertinotti lo definiva con un ghirigoro di parole: «L’uscita dal ciclo economico e politico degli ultimi cinque anni del governo Berlusconi, con la volontà di invertire la strada degli ultimi vent’anni».

Quando le urne vennero aperte e si cominciarono a contare i voti, Prodi si rese conto di essere finito su un tavolaccio di chiodi roventi. In un’intervista che mi concesse per l’Espresso, aveva detto: «Guardi che a me non piace mediare. Io voglio governare». Ma il primo sforzo al quale lo costrinsero fu una trattativa estenuante sulla composizione del governo.

Un programma obeso poteva figliare soltanto un esecutivo di dimensioni ciclopiche. Il risultato fu mostruoso: un premier, due vicepremier, 23 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari. Totale: 102 eccellenze, o 101 se escludiamo il Prof. Un record mondiale. Prodi si trovò a guidare anche signore e signori che gli erano ignoti. Ma con il vantaggio di essere ben piazzati nei piani alti dei partiti che li avevano imposti.

Nel corso di un’altra intervista, il Prof mi rivelò: «Avevo proposto un governo di soli quindici ministri. Mi sono ritrovato con venticinque, compresi i due vicepremier. E sa perché? Me lo ricordo bene il giorno che Fassino e Rutelli entrarono insieme nella mia stanza a Palazzo Chigi. E mi dissero: devi dare nove ministri ai Ds e sei alla Margherita. Il resto è venuto da sé».Tutti quei ministri e la corte sterminata dei sottosegretari si fecero conoscere subito dall’Italia per la voglia spudorata di esternare. Dopo la nascita del governo, sull’Italia intera cominciò un bombardamento parolaio a tappeto.

Tanto violento da far sembrare quello degli Alleati su Dresda, verso la fine della seconda guerra mondiale, un’innocua scarica di mortaretti. Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, disse subito no al ponte sullo stretto di Messina. Il ministro Di Pietro gli replicò: tocca a me parlarne, non a te. Pecoraro Scanio aggiunse: sono d’accordo con Bianchi, investiamo nei parchi nazionali i soldi che non si devono spendere per il ponte. La Bindi esternò sui Pacs, le coppie di fatto. Gentiloni sulla legge Gasparri per la Rai. Ministri e viceministri di Rifondazione chiesero di abolire la sfilata del 2 giugno perché l’Italia era votata alla pace e non alla guerra.

Un altro ministro di Rc, Ferrero, gridò no ai lager di accoglienza per gli immigrati. La senatrice rifondarola Patrizia Sentinelli chiese il ritiro della missione in Afghanistan. Paolo Cento, paracadutato all’Economia, materia a lui del tutto sconosciuta, sproloquiò sulla Tobin Tax e sulla ripresa economica che di per sé non era un bene. Il più brillante fu il bresciano Elidio De Paoli, chiamato il Leghista rosso, nominato sottosegretario alle Politiche giovanili e attività sportive. La sua prima dichiarazione sorprese l’Italia: «Sia chiaro che di sport non mastico niente. Per me il tamburello o le bocce pari sono».

Contro ogni previsione, il secondo governo Prodi riuscì a durare sino alla fine del gennaio 2008. Poi cadde sotto una frana messa in moto dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella. I pm di Napoli gli avevano spedito agli arresti domiciliari la moglie Alessandrina Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania. Lo stesso Mastella era inquisito. Secondo un libro di Rodolfo Brancoli, stretto collaboratore di Prodi, il ministro si era fiondato nello studio del Prof, urlando: «Se mi vogliono fare il culo, ve lo faccio prima io!».

Ma il governo appariva da tempo un malato terminale, corroso giorno dopo giorno dalle divisioni interne. E soprattutto dal continuo sabotaggio di Rifondazione comunista. Dopo le elezioni del 2006, Fausto Bertinotti aveva affrontato Prodi a muso duro: «O mi dai la presidenza della Camera o mi fai ministro degli Esteri». Ottenne lo scranno più alto di Montecitorio che doveva andare a D’Alema. Tuttavia i suoi colonnelli non smisero di attaccare il Prof. Il nuovo segretario rifondarolo, Franco Giordano, era solito dire: «Mi considero un leader dell’opposizione». E il solito Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, riteneva «una buona notizia» che alla Fiat Mirafiori ci fosse stato uno sciopero contro il governo.

Nell’andarsene da Palazzo Chigi, il premier confidò a Brancoli: «Quando fallisce per due volte lo sforzo di costruire un’alternativa riformista, per molti anni sarà impossibile governare». Una profezia azzeccata, come tutti possono constatare.

di Giampaolo Pansa

Galasso: «Il paradiso borbonico? È solo un’invenzione nostalgica »

Corriere del Mezzogiorno
di Giuseppe Galasso 

Il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860


 Che il largo moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico portasse a riflessi politici era nella logica di questi fenomeni, ripetuta e verificata in tanti casi in Italia e fuori d’Italia. Per il Mezzogiorno, ciò appariva, anzi, più facile data la rapidissima diffusione di quella rivalutazione e nostalgia, per cui alcuni vi hanno trovato il fortunato appiglio per libri e scritture di scarsissimo o nessun peso storico e culturale, e tuttavia portati dall’onda della moda in materia a tirature e vendite da capogiro.

Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto, peraltro, alle, invero poche, opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi discutibili o poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà. Questa è, però, una legge comune dell’economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona.

Il risultato è che oggi il primo che incontriate per istrada o altrove può farvi dotte lezioni sui cento e cento primati del Regno delle Due Sicilie, sulla rapina delle ricchezze meridionali dopo il 1860. E ancora sul felice stato e sulla lieta vita del Mezzogiorno prima del 1860, sulla deliberata politica di dipendenza coloniale e sfruttamento in cui l’Italia unita tuttora mantiene il Mezzogiorno, e su altre simili presunte «verità», lontane dalla «storia ufficiale».

Tutto ciò farebbe pensare a quella quindicina e più di generazioni di meridionali susseguitesi dal 1860 in poi come segregate dalla vita civile e istituzionale dello Stato e della società italiana. Si sa, però, che non è così. Si sa che l’integrazione dei meridionali nell’Italia unita, come per gli altri italiani, è stata profonda, rompendo un isolamento storico che, nel caso di varie parti del Mezzogiorno, durava da secoli. 

Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia. 

Si potrebbe continuare, ma conta ben più ricordare che proprio il Mezzogiorno è stato il teatro di maggiore fortuna del nazionalismo italiano: un nazionalismo tanto forte che il partito delle «camicie azzurre» rimase per un bel po’ in piedi accanto al partito fascista prima di confluire in esso; e anche del fascismo rimase a lungo nel Mezzogiorno la traccia. Conta ricordare che il Mezzogiorno è stato la parte d’Italia con maggiore evidenza più legata alla causa monarchica e alla Casa di Savoia anche quando era ormai esclusa ogni possibilità di ritorno monarchico (e non si dica che i meridionali volevano difendere solo l’istituzione monarchica, perché non è vero: l’attaccamento ai Savoia fu manifestato a lungo in modo indubitabile).
 
Su questo metro, però, non si finirebbe più, e non serve neppure. Il corso delle cose sistema spesso questioni come questa senza quasi darlo a vedere. Ricordate le fiere proclamazioni secessionistiche della Lega Nord? Ora essa parla e si atteggia da forza nazionale, anche se nei confusi termini delle pasticciate velleità da «líder máximo» di Salvini. Il corso delle cose agirà anche sul piano culturale. Come sono passati il nazionalismo delle camicie azzurre e il fascismo, appoggiati dai maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, e culturalmente ben più forti e provveduti, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica.

La quale onda rivela, intanto, sempre più la sua macroscopica e inattesa incapacità di dar luogo a un qualsiasi serio movimento politico di qualche, sia pur minima, consistenza. E già questo dice quanto sia debole la sua spinta culturale, benché agiti temi tra i più orecchiabili e utilizzabili in chiave demagogica e tra i più ascoltati e utilizzati a sostegno dei movimenti di tipo «leghista» in Italia e altrove («conquista piemontese» e sue violenze, rapina e sfruttamento dello Stato unitario a danno del Sud, e così via). 

Da ultimo, poi, si è aggiunto il tema della «nazione napoletana», senza, peraltro, mostrare una sufficiente informazione sulla sua antica e complessa storia, e come se fosse una postuma scoperta di oggi, mentre è il tema di tutta la maggiore e migliore storiografia meridionale, da Angelo di Costanzo nel ‘500 a Giannone nel ‘700, e poi a Cuoco e a Croce, nonché ai continuatori della stessa tradizione.
 
Tutto a posto, dunque? Tutto si spiega e si vanifica? Evidentemente no. Se nel breve giro di un paio di decenni si diffonde a tal punto una certa moda culturale, sia pure senza capacità di riflessi politici, allora vuol dire che qualcosa non va sotto il nostro cielo. Vuol dire che ci dev’essere un perché più profondo dell’atteggiamento di moda.

Le risposte possono essere molte: la sprezzante sfida nordista della Lega, che non poteva non provocare una reazione meridionale; o la progressiva scomparsa del Mezzogiorno dalla più immediata e importante agenda politica italiana; o la conseguente sensazione di un’estrema, definitiva difficoltà a trovare nello Stato italiano, come si era sperato soprattutto dal 1945 al 1990, un modo di compensare e superare le gravi negatività della politica italiana verso il Mezzogiorno dopo il 1860, da subito denunciate dal pensiero meridionalistico; o, ancora, le difficoltà dovute alla non ancora superata crisi di questo Stato, che sul Mezzogiorno per forza di cose si sono ripercosse in peggiore maniera e misura.

La ragione eminente pare, però, sempre più la crisi dello Stato e dell’idea nazionale, in corso dalla metà del ‘900 in tutta Europa, che l’Unione Europea non ha saputo finora superare e compensare in un nuovo quadro etico e politico di uguale forza ideale. Si è verificato così il paradosso di una realtà europea in cui la forza di un persistente nazionalismo degli Stati e delle opinioni pubbliche europee si accompagna a una crisi sempre più diffusa, politica e ideale, dello Stato e dei valori nazionali, che in alcuni paesi (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Italia) è particolarmente forte.

È su questo fronte che appare preoccupante il problema posto dall’antitalianismo borbonizzante. Sul piano culturale lo si può ritenere ben poco vitale e, comunque, destinato a essere superato (e anche omologato in quel tanto di fondato che può essere in esso). Sul piano politico, invece, alla sua incapacità di alimentare un filone politico specifico e consistente, corrisponde la sua forza erosiva e corrosiva dell’idea nazionale italiana, della quale il Mezzogiorno ha tanto partecipato e della quale, nonostante le apparenze, tuttora profondamente partecipa. E da ciò derivano un danno sicuro all’organismo nazionale italiano e un suo indebolimento in Europa, senza che si riesca in alcun modo a vedere che cosa ne venga di buono al Mezzogiorno.

13 luglio 2015 | 10:57

Cara mi costi

La Stampa


Prima di trasferirsi a più alti incarichi dentro la bocca del leone, Roma, il procuratore della Repubblica di Catania ha apposto il timbro dell’ufficialità a una di quelle informazioni che conosciamo da sempre, ma fingiamo di dimenticare per non impazzire, mentre in un mondo meno sfinito del nostro giustificherebbero una sommossa popolare. Il dottor Salvi ha ricordato che quando gli sbarcati sulle coste siciliane si vedono negare lo status di rifugiati politici presentano subito ricorso per evitare il rimpatrio. Ma i ritmi della giustizia, paragonabili per frenesia e chiarezza a quelli di certi film iraniani sottotitolati in bulgaro, fanno sì che la loro richiesta, tecnicamente liquidabile in pochi minuti, venga esaminata con quattro anni di ritardo.

Non si pensi alle domande del 2013 saranno valutate con la dovuta serenità nel 2017. Nel frattempo chi ha già in tasca un indirizzo amico sparisce nell’iperspazio europeo. Gli altri consumano la biblica attesa al centro Cara di Mineo, malamente accuditi a peso d’oro dai marpioni dell’industria della bontà, che si rifanno la coscienza, ma soprattutto la villa, a spese dei disperati migranti d’Oltremare e degli esasperati contribuenti dello stagno Italia. 

Come sempre quando l’inefficienza del sistema mette in circolo tanti soldi, alla denuncia dell’alto magistrato farà seguito l’unanime sdegno delle forze politiche e l’impegno unanime a risolvere la questione al più presto, cioè mai. Ci venga almeno risparmiata l’ipocrisia di chi si scaglia contro l’arretratezza della giustizia indiana, che per giudicare i nostri marò si è presa i suoi tempi: gli stessi nostri.

Le Medjugorje d'Italia

- Lun, 13/07/2015 - 21:23

Il Papa: «Il Crocifisso con falce e martello lo porto con me in Vaticano»

Corriere della sera
di Gian Guido Vecchi

Bergoglio: «Il regalo del presidente Morales è stata una sorpresa, ma mi ha fatto piacere». «I selfie? Fanno parte un’altra cultura, la rispetto ma mi sento un bisnonno! 

 Un Crocifisso con falce e martello: il dono di Morales a Papa Francesco

  Ma come ha fatto a resistere? «Lei mi voleva chiedere: qual è la sua droga? Be’, il mate mi aiuta. Ma non ho assaggiato la coca, questo è chiaro eh?». Il volo AZ 4001 è appena decollato, Papa Francesco si fa una risata. A dispetto degli otto giorni di viaggio fra Ecuador Bolivia e Paraguay ha l’aria meno stanca dei giornalisti che hanno dai trenta ai quarant’anni meno di lui e lo aspettano in fondo all’aereo che torna da Asnunción. La crisi greca, la classe media, il sostegno ai movimenti popolalari «che non significa per la Chiesa seguire una strada anarchica», il crocifisso con la falce e martello come «arte di protesta» che va capito nel suo contesto storico e porta con sé a Roma, dopo aver affidato le «onorificenze» di Morales che lo raffigurano alla Madonna, in Bolivia. Al solito, risponde a tutte le domande, per un’ora.  

Santità, in Bolivia ha parlato ai movimenti popolari dell’imposizione di mezzi di austerità che «aggiustano sempre la cinta dei lavoratori e dei poveri»…Che cosa pensa di quanto sta accadendo in Grecia, in Europa? «Anzitutto vorrei spiegare perché questo mio intervento all’incontro dei movimenti popolari. Io sono vicino a questo fenomeno presente in tutto il mondo. Sono movimenti che si organizzano tra loro non solo per fare una protesta ma per andare avanti e poter vivere, e hanno forza. Sono tanti, sono persone che non si sentono rappresentate dai sindacati perché dicono che i sindacati sono una corporazione e non lottano per i diritti dei più poveri. La Chiesa non può essere indifferente, ha un dottrina sociale e dialoga con loro. Avete visto il loro entusiasmo: la Chiesa non è lontana, dicevano, ci aiuta a lottare. Non è che la Chiesa faccia una opzione per la strada anarchica, no. Del resto non sono anarchici, questi lavorano: anche con gli scarti, le cose che avanzano».

E la Grecia?
«Ho una grande allergia per l’economia, mio papà era ragioniere e quando in fabbrica non aveva finito il lavoro lo portava a casa, lo vedevo fare i conti il sabato e la domenica. Io non capisco bene la cosa, ma certamente sarebbe semplice dire che la colpa è solo di una parte. Anche i governanti greci che hanno portato avanti questa situazione di debito internazionale hanno una responsabilità. Con il nuovo governo greco si è fatta una revisione un po’ giusta…L’unica cosa che posso dire è che mi auguro trovino una strada per risolvere il problema greco e anche una forma di sorveglianza perché altri Paesi non ricadano nello stesso problema e che questo ci aiuti ad andare avanti, altrimenti la strada dei debiti non finisce mai. Mi hanno detto che un anno fa c’era un progetto nelle Nazioni Unite per cui un paese può dichiararsi in bancarotta, che non è lo stesso del default. Non so come sia andato a finire, ma se una impresa può fare una dichiarazione di bancarotta, perché non può farlo un Paese e poi gli altri lo aiutano?». 

Crede che la Chiesa la seguirà, nella sua mano tesa verso movimenti popolari che sono molto laici?
«Ma sono io che seguo la Chiesa! Quello che ho detto ai movimenti è un riassunto della dottrina sociale della Chiesa, applicata alla loro situazione. Quando parlo al mondo dell’impresa faccio lo stesso, cioè quello che dice la dottrina della Chiesa alle imprese. Non è la mano tesa ad un nemico, no. È semplicemente un fatto catechetico. Io semplicemente predico la dottrina sociale della Chiesa». 

Toccherà questi temi all’Onu e alla Casa Bianca?
«Pensavo solo a questo viaggio concreto. E al mondo in genere, questo è vero. Il debito dei Paesi nel mondo è terribile. In questo momento, tutti i Paesi hanno debiti, è un problema mondiale. Ma non ho pensato al viaggio negli Stati Uniti».

Ha mandato tanti messaggi forti per i poveri, forti e a volte severi per i ricchi e i potenti, ma pochissimi messaggi per la classe media che lavora e paga le tasse, la gente normale. Perché nel magistero ci sono così pochi messaggi per la classe media?
«È una bella correzione, lei ha ragione, è uno sbaglio da parte mia. Farò qualche commento, ma non per giustificarmi. Nel mondo la polarizzazione tra ricchi e poveri è grande e la classe media diventa più piccola, forse questo mi ha portato a non tenerne conto. Io parlo dei poveri perché è il cuore del Vangelo, non è che sia sociologia. Sulla classe media ho detto alcune parole ma un po’ en passant. La gente comune, la gente semplice, l’operaio, hanno un grande valore. Lei mi dice una cosa che devo fare, devo approfondire il magistero, grazie per l’aiuto!»

Il suo discorso sul sistema economico mondiale che impone il profitto ad ogni costo è percepito dagli statunitensi come una critica diretta al loro modo di vivere…
«Quella frase non è nuova. Dell’economia che uccide ho parlato nella Evangelli Gaudium e nell’enciclica Laudatio si’. Ho sentito che negli Stati Uniti sono state fatte alcune critiche, ma non le ho lette, non ho avuto tempo di studiarle bene. Adesso andrò negli Usa (a settembre, ndr). Ogni critica deve esser recepita e studiata, poi bisogna fare il dialogo. Devo cominciare a studiare queste critiche per poi dialogare». 

A proposito della sua mediazione tra Cuba e Stati Uniti, pensa si possa fare qualcosa anche in altri paesi dell’area, come Colombia o Venezuela?
«Non è stata mediazione, è stata la buona volontà dei due Paesi, il merito è loro. Noi non abbiamo fatto quasi nulla, soltanto piccole cose…A me in questo momento preoccupa che non si fermi il processo di pace in Colombia, mi auguro vada avanti. In questo senso siamo sempre disposti ad aiutare, in tanti modi. In Venezuela la conferenza episcopale lavora per la pace, ma non ci sono mediazioni». 

E a Cuba secondo lei deve migliorare sul rispetto diritti umani, anche riguardo la libertà religiosa? E rischia di perdere qualcosa?
«I diritti umani sono per tutti. E non è che non si rispettino in due o tre paesi, succede in tanti paesi del mondo. Pensate alla libertà religiosa: ci sono paesi, anche in Europa, dove non ti lasciano fare un segno religioso Quanto a Cuba e Usa, che cosa perderanno non lo so. Sempre in un negoziato si perde qualcosa. Ma tutti e due guadagneranno la pace, l’amicizia, la collaborazione». 

Che cosa ha provato davanti a quel falce e martello col Cristo sopra, e dov’è finita?
«È stata una sorpresa. Non sapevo che padre Espinal fosse anche poeta e scultore. Secondo me si può qualificare nel genere dell’arte di protesta, che in alcuni casi può essere offensiva. In questo caso concreto, padre Espinal è stato ucciso nel 1980. Era un tempo che la Teologia della liberazione aveva tante correnti diverse, una di esse usava l’analisi marxista della realtà e padre Espinal apparteneva a questa. Allora ero rettore della facoltà di teologia, se ne parlava tanto. Il padre generale Padro Arrupe scrisse una lettera a tutta la Compagnia sull’analisi marxista in teologia dicendo che non era giusta. 

Bisogna considerare quell’epoca: Espinal era un entusiasta dell’analisi marxista della realtà ed è arrivata questa opera, anche le sue poesie sono dello stesso genere. Era la sua vita, il suo pensiero, era un uomo speciale con tanta genialità umana e che lottava in buona fede. Compiendo un’ermeneutica del genere, io capisco quest’opera, non mi offende. Morales ha voluto darmi due onorificenze, compreso l’ordine di padre Espinal. Mai ho accettato una onorificenza, non mi viene, ma lui lo ha fatto con tanta buona volontà che ho pensato: se le porto in Vaticano andrà in museo, le lascio alla Madonna. Invece il Cristo lo porto con me».

Che messaggio ha voluto dare alla Chiesa latinoamericana, e che ruolo può avere nel mondo?
«Ha una grande ricchezza, è una chiesa giovane. Vi dico una cosa che mi ha colpito: in tutti e tre i Paesi c’erano lungo le strade i papà e le mamme con i bambini, non ho mai visto tanti bambini. In Paraguay il 75 per cento della popolazione ha meno di quarant’anni. È una lezione per l’Europa, dove il calo delle nascite spaventa un po’ e anche le politiche per aiutare le famiglie numerose sono poche. Penso alla Francia che ha una bella politica per aiutare le famiglie numerose e credo sia a più del due per cento di nascite. Gli altri sono intorno a zero». 

E tutti questi selfie che le chiedono?
«Oggi un poliziotto, un uomo di quarant’anni, al momento di salutarmi mi ha chiesto un selfie. Gli ho detto: ma lei è un adolescente! È un’altra cultura, la rispetto ma mi sento un bisnonno!». 

13 luglio 2015 (modifica il 13 luglio 2015 | 16:45)

Hacking team, due indagini Presto gli interrogatori

Corriere della sera

Un fascicolo riguarda l’ipotesi di accesso abusivo al sistema informatico, l’altro la causa intentata dal fondatore Vincenzetti contro due ex dipendenti



 Sono due le indagini in Procura a Milano che riguardano Hacking team, la società milanese vittima il 6 luglio di un attacco informatico che ha portato alla fuga di milioni di documenti custoditi nel server dell’azienda e alla rivelazione di parte del codice sorgente di Galileo, il pacchetto usato da più di 40 governi. Una è quella in cui si ipotizza il reato di accesso abusivo al sistema informatico con al centro proprio la violenta azione di hackeraggio; l’altra è relativa a una denuncia su questioni interne alla società presentata, prima della recente incursione, dal fondatore di Hacking team, David Vincenzetti.

Entrambe sono state assegnate dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, che coordina il pool reati informatici, al pm Alessandro Gobbis, esperto in materia e titolare del primo fascicolo aperto in ordine di tempo. Nei prossimi giorni, in Procura verranno convocati alcuni protagonisti della vicenda, tra i quali Vincenzetti che in un’intervista al quotidiano «La Stampa» il 13 luglio ha detto di ritenere che «l’attacco, per la sua complessità, debba essere stato condotto a livello governativo o da chi disponeva di fondi molto ingenti».

Il secondo fascicolo riguarda la denuncia, presentata dallo stesso Vincenzetti, che vede sei ex dipendenti indagati con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto industriale per fatti avvenuti nel 2014. Facendo un passo indietro, circa due mesi fa il fondatore e amministratore delegato di Hacking Team, David Vincenzetti, ha denunciato i presunti abusi compiuti l’anno scorso da alcuni dipendenti «infedeli» che sarebbero entrati in possesso dei codici sorgente necessari per lo sviluppo dei software. 

Alcuni degli ex collaboratori in seguito si sono messi in proprio sfruttando, secondo le accuse di Vincenzetti, le tecnologie segrete di Hacking Team. Tra questi Alberto Pelliccione, anche lui tra gli indagati. L’iscrizione degli ex dipendenti nel registro degli indagati è precedente all’attacco hacker. Ma gli inquirenti stanno verificando l’ipotesi di eventuali collegamenti con l’intrusione subita dalla società nei giorni scorsi. Hacking Team ha consegnato intanto una relazione sulle modalità dell’assalto, frutto anche di investigazioni interne, ora al vaglio dei pm. 

13 luglio 2015 | 14:36

Hacking Team, quella linea sottile fra tecnologia e libertà

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Le democrazie moderne sono basate su voti, spionaggio e fughe di notizie, come avvertiva l’ex informatico Cia, Edward Snowden? Il caso riapre il dibattito anche in Italia

 Le democrazie moderne come la nostra sono basate su voti, spionaggio e fughe di notizie, come avvertiva l’ex informatico Cia, Edward Snowden, noto per aver rivelato i programmi governativi di sorveglianza di massa? L’intrusione informatica nella società milanese Hacking Team e l’enorme quantità di documenti finiti in Rete, con tutte le rivelazioni e i problemi di sicurezza anche nazionale che ne stanno emergendo, portano quel dibattito, scoppiato negli Usa nel giugno del 2013, anche in Italia. I nodi cruciali sono almeno due.

Il primo riguarda la trasformazione del rapporto cittadino e Stato a causa della tecnologia. Quando sarà passata la naturale fase di voyeurismo nei confronti dell’efficacia e del funzionamento del software spia Galileo che la società milanese vendeva a servizi segreti italiani e stranieri, polizia postale, carabinieri, Procure, senza disdegnare clienti discutibili come i governi di Sudan, Etiopia e Libano, resterà l’unica domanda rilevante da porsi: premesso che questi software «spioni» sono utili per bloccare criminali, mafiosi e terroristi, fino a dove lo Stato ha diritto di muoversi su questa sottile linea informatica? 

 La stessa dinamica è emersa anche negli Usa. Nessuno si ricorda più di Prism, il programma spione Usa che coinvolgeva società come Microsoft, Google e Facebook. Ma il cuore del dibattito è rimasto vivo ed è stato rilanciato dall’Oscar al documentario su Snowden, «Citizenfour». Nel caso italiano il tema si complica fino quasi a farsi inestricabile se si considera che, come risulta dai documenti e anche dalle email messe in Rete da WikiLeaks, lo Stato è anche azionista di Hacking Team, sia con la Regione Lombardia sia con i fondi del ministero dello Sviluppo economico, lo stesso che era preposto alla sorveglianza. «Quis custodiet ipsos custodes?». Chi controlla i controllori, si interrogava già Giovenale in una delle sue satire. 

Lo stesso fondatore della società, David Vincenzetti, a conferma della consapevolezza degli stretti legami, si domandava in una email se la propria società rientrasse tra quelle in cui lo Stato può esercitare i poteri speciali della «Golden share», la cosiddetta azione dorata che vale più delle altre. Riassumendo brutalmente: la società vendeva il virus spione anche a governi di Stati che si contrappongono geopoliticamente ma anche militarmente all’Ue e alla Nato. E lo faceva partendo da fondi europei e denaro pubblico italiano. Oggigiorno, anche Giovenale deve fare i conti con la tecnologia. Sicurezza e libertà potrebbero diventare sempre di più dei termini in antitesi, non ultimo perché tra qualche anno, vista l’evoluzione della tecnologia che da mezzo secolo registra una crescita esponenziale nota come «legge di Moore», software di questo genere ci faranno sorridere e ci appariranno polverosi come le vecchie microspie. 


C’è un secondo nodo da sciogliere, strettamente legato al primo e riguarda il tipo di società tecnologica verso cui ci stiamo muovendo tutti. Il caso della Hacking Team conferma la lezione di WikiLeaks: l’unica tecnologia che conosciamo a prova di incursione è la carta. Può essere rubata, certo, ma di per sé resta ferma. Al contrario, i dati digitalizzati per loro stessa natura si muovono. Oggi pensare di secretare per legge dei documenti per 50 anni è velleitario. Ma dobbiamo riconoscere che ancor più velleitario sarebbe pensare di tornare alla carta: la nostra società si sta evolvendo chiaramente in senso opposto. L’economista John Maynard Keynes già in un famoso discorso tenuto a Madrid nel 1930 sulle «prospettive economiche dei nostri nipoti» ipotizzava che un secolo dopo — e ci siamo quasi — gli uomini si sarebbero annoiati a causa dell’invadenza della tecnologia. Una maggiore consapevolezza, come voleva Snowden, forse non sarà sufficiente per evitare di guardare con sospetto quell’oggetto che ci era parso amico, lo smartphone, ma per ora è l’unica arma a disposizione che abbiamo.

13 luglio 2015 (modifica il 13 luglio 2015 | 13:58)

Nintendo: addio Iwata san, il visionario dell’oceano blu

Corriere della sera

di Federico Cella 
 


“Ma quest’anno ci sarà Iwata san?”. La domanda rivolta ad Andrea e Francesca di Nintendo Italia era d’obbligo prima di iniziare a organizzare la trasferta annuale all’E3, la fiera di Los Angeles dei videogiochi. Il super-presidente di Nintendo, morto lo scorso sabato per un cancro che lo aveva preso da diversi mesi, mancava all’Electronic Entertainment Expo da due anni e anche le sue apparizioni ai Direct dell’azienda erano sempre più spesso affidate a simulacri. Ma la domanda non era formale, tutt’altro: Iwata era “l’unico giapponese con cui valga la pena di parlare”. Una frase grezza, che girava nell’ambito dei videogiochi, ma senz’altro reale nel suo vero significato: Iwata era l’unico manager del Sol Levante che sapeva il valore del suo pensiero e non riteneva che logiche aziendali o di costume potessero essere un impedimento valido per esprimerlo. 

 E questo non perché Iwata fosse un “americanizzato”, come accade con Kazuo Hirai, ex presidente Playstation e ora globale di Sony, altro pensatore giapponese fulminante nella sua visione digitale. Iwata era pienamente aderente allo stile della sua azienda, nata e cresciuta a Kyoto, che della vecchia capitale aveva tutta la “prudenza”. Pur occupandosi di videogiochi. Che in Giappone hanno un valore culturale e sociale ben più alto che da noi, dove sono immeritevolmente ritenuti un divertimento – anche di basso valore se non addirittura pericoloso – solo per ragazzini. E questo malgrado appunto il mondo dei videogame abbia avuto la fortuna di avere un Satoru Iwata. L’uomo che ha cambiato i giochi elettronici per sempre.

  

Se possibile, cercavo di incontrarlo ogni anno a Los Angeles, per le ragioni dette sopra. Difficile riuscire ad avere una panoramica migliore della sua su dove stessero andando i videogiochi. Nel 2009 ci fu l’intervista migliore, Iwata era carichissimo: la sua Wii, la macchina che aveva rotto le barriere, era all’apice della carriera e tutta l’industria dei videogame stava andando nella direzione tracciata da Iwata. Mi ha sempre colpito la stima che i “rivali” avevano di lui: sir Howard Stringer, allora presidente di Sony Playstation, disse di essere onorato di essere scivolato in terza posizione nel ranking delle console, perché davanti c’era chi aveva fatto esplodere il mercato oltre i limiti che Playstation non era mai riuscita a valicare. E tantomeno Xbox .

 

Allora i due colossi avevano puntato con decisone verso la rivoluzione Wii, con sistemi di controllo dei giochi che fossero più naturali, sistemi di movimento. Quelli che Iwata – pessimo giocatore, per sua stessa ammissione – aveva donato alla console nata nel 2006, aprendo così di fatto le porte dei videogiochi alle famiglie, dunque a tutti. Era un oceano blu che solo i rari nantes di Kyoto avevano osato iniziare ad attraversare. E allora, nel 2009 appunto, stava già diventando un oceano rosso, acque di battaglia, pronte a riempirsi di sangue nella metafora scintoista tipica di Nintendo e che Iwata san aveva fatto sua.

Così tanto da essere diventata sua. L’oceano blu era quello inesplorato, territorio di novità e di conquista, quello dove dal 1889 si è sempre spinta Nintendo per cercare nuove strade per far giocare e divertire i propri fan. Una strategia, che negli anni più recenti era anche una necessità trasformata in virtù a causa della competizione con due colossi con i quali Nintendo non ha mai potuto confrontarsi ad armi pari. Wii era stato il tuffo più spettacolare nell’oceano. Che una volta però diventato rosso si è rivelato mortale per l’azienda di Kyoto, alla ricerca costante di un nuovo blu. Può esserlo forse la console Nx, l’ultima creatura voluta da Iwata, che secondo alcuni potrebbe essere un tablet o uno smartphone targati Nintendo. Per giocare, ma non solo.

 

Perché Nintendo, alla ricerca del blu, con Iwata si stava anche piegando alla necessità di solcare le acque rosse. E dunque arrendersi all’evidenza del mobile, a cui il presidente aveva aperto più di uno spiraglio. Quindi accettare, pur con riluttanza, che all’età di 30 anni il figliol0 SuperMario fosse ora che uscisse di casa. Per diventare un marchio Nintendo in giro per il mondo, nei parchi di divertimento ma anche su piattaforme non proprietarie (come accade con Donkey Kong, figurina prestata ad Activision per gli Skylanders). A parlarci di questo scossone nella Grande N, a Los Angeles quest’anno è stato Shigeru Miyamoto, il genio creativo della casa, quanto Iwata era quello strategico. I due insieme erano meglio di Mario e Luigi, con il necessario supporto oltreoceano di Reggie Fils-Aime (Donkey Kong?).

Ora Miyamoto resterà da solo, e a posteriori questa consapevolezza l’inventore di Mario e di tutti gli altri ce l’aveva bene in mente lo scorso giugno: sapeva che l’addio a Iwata era imminente. Non un sorriso durante l’intervista, pur cordiale e amichevole dopo anni di frequentazioni, né una gag delle sue, una risata fuori dalle righe giapponesi. Miyamoto era serio, soprattutto nel rispondere alla domanda sulla realtà virtuale, usando parole e concetti propri di Iwata: “Interessante, ma non fa per noi: noi vogliamo mettere la gente sul divano di casa e farla giocare e ridere assieme”. Non sappiamo quale sarà il futuro di Nintendo, ma intanto il creativo Miyamoto sta studiando lo stile del visionario Iwata. Ma non basterà a far sentire di meno la sua mancanza, a tutta l’industria di settore e ai gamer.

Che con affetto lo ringraziano.

Tripadvisor, Tar del Lazio annulla la multa: il portale era accusato di non verificare le recensioni sul sito

Il Messaggero

Multa da 500mila euro annullata per Tripadvisor, il portale web di viaggi che pubblica recensioni di utenti riguardo hotel, ristoranti e attrazioni turistiche. 


Lo ha deciso il Tar del Lazio con una sentenza con la quale ha accolto due ricorsi amministrativi proposti da Tripadvisor Italy e Tripadvisor LLC. «Tripadvisor - si legge nella sentenza - non ha mai asserito che tutte le recensioni sono vere, richiamando anzi l'impossibilità di controllo capillare e invitando a considerare le 'tendenze' delle recensioni e non i singoli apporti».

In seguito ad alcune segnalazioni pervenute e da informazioni acquisite d'ufficio sul sito internet www.tripadvisor.it, l'Antitrust ritenne di aver riscontrato la diffusione di informazioni ingannevoli sulle recensioni presenti nel sito. All'esito sanzionò le due società, in solido, per complessivi 500mila euro. Per il Tar le ricorrenti «hanno depositato in giudizio sufficienti elementi, desumibili da una perizia tecnica, da cui dedurre che esiste un approfondito sistema di controllo concentrato sulle sofisticazioni organizzate a scopo economico, le uniche in grado, in quanto organizzate, di influire sulla media del punteggio relativo alla singola struttura».

Alla fine «non si rileva alcun messaggio ingannevole, in quanto Tripadvisor esplicitamente nel sito evidenzia che non è in grado di verificare i fatti (e quindi la veridicità o meno) delle recensioni, che queste costituiscono mere opinioni degli utenti e che l'affidabilità del messaggio deriva dall'esame di un numero elevato di recensioni per la stessa struttura», e «non essendo possibile verificare i fatti riconducibili ai milioni di recensioni, non si comprende quale nocumento per il consumatore abbia rilevato l'Autorità nelle sua valutazioni conclusive». L'effetto è la riunione dei due ricorsi proposti e l'annullamento del provvedimento sanzionatorio.

La protesta di Federalberghi
La sentenza è «un serio problema» secondo Federalberghi: «Tripadvisor continua inspiegabilmente a rifiutarsi di apportare correttivi che ne migliorerebbero l'afidabilità». La Federazione porta come esempio il caso di un ristorante inesistente della provincia di Brescia che avrebbe scalato le classifiche di Tripadvisor grazie a recensioni false. 
Lunedì 13 Luglio 2015, 17:31 - Ultimo aggiornamento: 17:32

I debiti con la giustizia che i galeotti non pagano mai