venerdì 17 luglio 2015

Non lasciamo all'Isis i resti di 8mila italiani

La Germania e la bambina

La Stampa




Ci sta che Angela Merkel dichiari a proposito di immigrazione: «Non possiamo accogliere tutti, la politica a volte deve essere dura». Ma è inconcepibile che lo dica a una ragazzina palestinese in procinto di essere cacciata dalla Germania. Reem, si chiama la piccola ed è scoppiata a piangere dopo avere incontrato la cancelliera in una scuola di Rostock. Arriva da un campo profughi del Libano e in quattro anni si è integrata talmente bene che parla il tedesco molto meglio di Trapattoni. Ma ora che alla sua famiglia è stato negato l’asilo verrà rispedita all’inferno e non capisce perché. Alle sue domande gonfie d’ansia la Merkel offre la risposta riportata all’inizio. Le parla come se avesse davanti una giornalista, non una creatura disperata e indifesa. E’ così lontana dalla sensibilità della ragazzina che ne equivoca persino le lacrime, attribuendole all’emozione del momento invece che alla rudezza delle sue parole.

Non si pensi che l’umanità rattrappita della cancelliera sia una prerogativa teutonica, anche se nascere a certe latitudini aiuta. Sul web si trovano centinaia di commenti favorevoli e contrari alla sua posizione sui migranti, però totalmente disinteressati all’aspetto più sconvolgente della storia, che – ripeto – non è il contenuto ma il contesto. La Germania che si siede con tutta la sua potenza sulle spalle fragili di una bambina. «Cara Reem, riuscirai a realizzare i tuoi sogni perché hai già dimostrato nella vita di essere in gamba». Così forse le andava detto. Così di sicuro le avrebbe detto un politico italiano e magari toscano. Poi, spente le telecamere, l’avrebbe rispedita in Libano. Ma questa è ancora un’altra faccenda.



La bimba palestinese in lacrime davanti alla Merkel potrà restare in Germania

La Stampa

Il ministro per le Politiche migratorie ha rassicurato la quattordicenne fuggita dal Libano con i genitori

 Sembra destinata al lieto fine la vicenda Reem Sahwil. La 14enne palestinese diventata nota in tutto il mondo per aver chiesto conto alla cancelliera Angela Merkel, abbandonandosi poi alle lacrime, delle politiche di accoglienza tedesche potrà quasi certamente restare in Germanie. Lo ha spiegato il ministro per le Politiche migratorie, Aydan Oezoguz.

«Non conosco naturalmente la situazione personale della ragazza, ma parla perfettamente tedesco e vive già da tempo qui. Proprio per persone come lei abbiamo appena modificato la legge, per dare qui da noi una prospettiva ai giovani che si sono integrati», ha spiegato Oezoguz.Una legge del governo di grande coalizione, già approvata da Bundestag e Bundesrat e che entrerà in vigore entro l’estate, prevede che giovani o adolescenti stranieri i quali abbiamo vissuto per almeno quattro anni senza interruzioni in Germania possano avere il permesso di soggiorno. La nuova legge, più in generale, viene incontro a tutte le persone che da tempo vivono in Germania, si sono integrate, ma non hanno visto accolta la domanda d’asilo (circa 125mila persone attualmente).

Parole di speranza sono arrivate per la famiglia di Reem e per le tante altre famiglie che vivono nelle stesse condizioni anche dal sindaco di Rostock, Roland Methling. «Questa famiglia, e vale anche per gli altri casi simili, non riceverà dalla città anseatica di Rostock alcun avviso di espulsione». C’è una responsabilità umanitaria, ha aggiunto, di cui il legislatore si deve fare carico.

Spesi 22mila euro di soldi pubblici per proiettare il film della Guzzanti

Corriere del Mezzogiorno
di Patrizio Mannu

Napoli, l’attrice ha preteso anche un gettone di presenza. E intanto il Comune non ha dato il contributo per il consueto cineforum estivo (che è stato annullato)

 Sabina Guzzanti

All’ultimo euro, è costata 21.960 euro la proiezione pubblica del film La trattativa, di Sabina Guzzanti. Dentro questa somma spesa dal Comune di Napoli c’è un po’ di tutto: dal gettone di presenza per l’autrice del film, alle spese di pernotto, alla gara affidata in fretta e furia ad una società privata.
 
Chiariamoci, la proiezione del film si inseriva nell’ambito di una serata per la legalità e contro la corruzione; cosa buona e giusta per uomini di buona volontà. Quel che a molti fa storcere il naso però è la cifra, non piccola, spesa per l’evento. Quasi 22mila euro, dicevamo, utilizzati per noleggiare il film, fornire proiettore digitale e schermo da 40 metri; impianto audio da 20 mila watt; due tecnici e pedana per il dibattito. 

E sì, perché al termine della proiezione della Trattativa hanno discusso in piazza Municipio Marco Travaglio, lo scrittore Maurizio De Giovanni e Salvatore Borsellino in diretta Skype da Palermo, oltre al sindaco Luigi de Magistris ovviamente. Il tutto è diligentemente riportato nella determina n. 9 del 19 giugno di quest’anno. 

Nel documento è anche trascritta la voce “pagamento gettone di presenza richiesto dall’autrice del film”. Insomma, la signora Guzzanti, la feroce fustigatrice del malcostume italiota — al di là della promozione incassata con la proiezione del film — ha preteso un gettone: 500 euro. Gettone che non può considerarsi “spesa di viaggio”, perché nella determina è rubricata soto altra voce: “acquisto biglietti a/r di viaggio degli ospiti e pernottamento a Napoli”. «La signora Guzzanti è fuori per l’intera giornata (ieri, ndr)», fa sapere la sua press agent

Chi parla, invece, è l’assessore alla Cultura Nino Daniele. «La somma utilizzata — specifica — fa parte di risorse destinate a progetti sulla legalità. Sono quindi vincolate. Non avremmo potuto spenderli per null’altro. Occorre poi tener presente che il 90% della somma copre i costi di allestimento dell’iniziativa». Questa è stata affidata alla “Ravi Class Eventi” di Solange Volpicella senza gara ma — come è scritto nella determina — «per i tempi stretti e per la peculiarità dei servizi è stata individuata la procedura di affidamento diretto».

La somma sborsata dal Comune ha suscitato comprensibili polemiche, soprattutto su Facebook. «Quei soldi — posta Salvatore Salzano del Pd napoletano — potevano essere utilizzati per avviare il cinema all’aperto al Parco del Poggio». Un’area, quella ai Colli Aminei, al centro di una querelle: la consueta rassegna cinematografica estiva “Accordi e disaccordi” potrebbe saltare. E’ l’unica manifestazione cityadina che terrebbe impegnati i napoletani che non vanno in ferie. 

Su questo l’assessore Daniele prova a dire una parola distensiva. «Voglio sottolineare che — spiega — come Amministrazione comunale siamo a completa disposizione per aiutare in tutti i modi possibili gli organizzatori a realizzare l’importante e seguita rassegna. In particolare siamo pronti, anche quest’anno, a concedere in maniera del tutto gratuita l’utilizzo del Parco del Poggio ed a fornire, come ogni anno, le sedie ed il servizio di guardiania per tutte le serate della rassegna. Donare gratuitamente il Parco — continua — significa sgravare gli organizzatori di circa 300 mila euro di Tosap. 

Inoltre, il Comune si farà carico di tutti gli altri servizi. Siamo certi che l’organizzazione ci fornirà in tempi rapidissimi le rassicurazioni sull’effettivo svolgimento della rassegna».

15 luglio 2015 | 10:57

Agente aggredito in Duomo: già liberi gli africani arrestati ieri

Il confessore di Carlo Maria Martini: "Le dimissioni di Ratzinger? Quella frase che spinse Benedetto XVI a lasciare"

Libero


Giochi di potere nella Curia rivelati dall'uomo che li ha appresi direttamente dalle parole di uno dei grandi protagonisti della Chiesa contemporanea. Padre Silvano Fausti è morto il 24 giugno all'età di 75 anni. Un nome sconosciuto ai più, in realtà una personalità molto influente in ambito ecclesiastico: era infatti una delle persone più vicine al cardinale Carlo Maria Martini, addirittura il suo confessore. A lui l'arcivescovo di Milano morto nel 2012 confidava molte cose, molti retroscena delle vicende della Chiesa. Compresi alcuni retroscena sulle dimissioni di Joseph Ratzinger.

La rivelazione - Al racconto di Padre Fausti, come detto, è affidato lo stupefacente intrigo che stette dietro l'elezione di Joseph Ratzinger al pontificato nel 2005, inedito fino a oggi. Alla morte di Wojtyła, erano due i nomi che si contendevano l'abito di Pietro: Joseph Ratzinger e lo stesso Carlo Maria Martini. Il primo rappresentava l'ala più conservatrice della Chiesa, il secondo quella più progressista. Silvano Fausti racconta che ad avere il maggior numero di voti in questa sorta di ballottaggio era in realtà l'arcivescovo di Milano. Perché allora non venne eletto? Martini scoprì un intrigo di palazzo: la Curia voleva che diventasse pontefice un terzo uomo, un individuo "strisciante", queste sarebbero state le sue parole.

Le dimissioni - Per opporsi a questa elezione, Carlo Maria Martini decise di immolarsi, di cedere i suoi voti a Joseph Ratzinger, e di farlo eleggere Papa al posto suo. "Accetta di diventare papa con i miei voti - avrebbe detto il cardinale Martini a Ratzinger -, tu che sei in Curia da trent'anni, che sei intelligente e onesto. Se riesci a riformare la Curia avrai avuto successo, se invece non ci riesci dovrai andartene". Si rivela così una grande verità, che getta un faro di luce sulle dimissioni da pontefice di Ratzinger nel 2013, l'abbandono che stupì il mondo cattolico: tutto sarebbe stato programmato fin dall'inizio, tutto "organizzato" da dietro le quinte.

La frase - Ma più che le parole di Martini al momento dell'elezione, offrono una chiave interpretativa sull'accaduto quelle dette dallo stesso a Papa Benedetto XVI il 2 giugno 2012, il giorno dell'ultimo incontro fra i due: "La Curia non si riforma, non ti resta che lasciare". Qui non si riesce a far nulla. Quella che sembrava solo una profezia vagheggiata, si rivelò una vera e propria predizione. Carlo Maria Martini morì ad agosto di quello stesso anno, e non poté assistere alle dimissioni rassegnate da Benedetto XVI, stremato dal suo stesso pontificato.

I lupi - Quando Ratzinger venne eletto Papa, pronunciò un discorso che in maniera velata (col senno di poi) denunciava le macchinazioni che stavano dietro la sua elezione: "Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi". I lupi della Curia, contro cui dopo appena otto anni di pontificato non aveva più le forze di lottare. Padre Fausti nel suo racconto ricorda anche un altro indizio di quello che sarebbe stato il ritiro prematuro di Ratzinger. Nel 2009, recandosi all'Aquila devastata dal terremoto, il Papa entrò nella pericolante basilica di Collemaggio e depose il suo pallio, il suo mantello, sulla teca di Celestino V, il pontefice che abdicò al suo ruolo, rinuncia che Dante definì "il gran rifiuto".

Ratzinger sapeva probabilmente già allora che prima o poi, negli anni successivi, avrebbe lasciato il suo posto di guida della Chiesa. Se per paura, o per presa coscienza dell'impossibilità di condurre la cristianità secondo le sue volontà perché soggiogato dai "lupi", probabilmente non lo sapremo mai. Dopo di lui è venuto papa Francesco. Il papa proveniente dalla fine del mondo, al suo primo discorso da vescovo di Roma, disse: "Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica". Forse i lupi fanno ancora paura.

Virgilio cambia ancora, 19 anni dopo

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Il portale nato nel 1996, di proprietà di Italiano Online, conta ancora diversi milioni di utenti
al mese. Ora si rinnova con un’attenzione alle comunità locali attraverso 8 mila canali



Un Virgilio per ogni comune

È uno dei siti italiani più antichi ancora online. Vive dal 1996, due anni prima della nascita di Google e otto prima di Facebook. Virgilio è anche uno dei più cliccati: ogni mese è visitato da 13,5 milioni di persone, poco più della metà di tutti gli utenti Internet italiani (a maggio 29,3 milioni). Nei suoi 19 anni di storia ha cambiato pelle 14 volte e il 9 luglio si rinnova ancora. La nuova grafica ha un obiettivo: puntare ancor di più sulle realtà locali. Il nuovo Virgilio è diviso in più di 8 mila canali, uno per ogni comune italiano. Le notizie sull’homepage del nuovo sito cambiano in base al luogo dal quale ci si collega, per fornire un’esperienza personalizzata. 

La nuova versione garantisce una migliore lettura dai dispositivi mobili. Ed è una strada obbligata per continuare a crescere, perché Internet viene sempre più fruita da tablet e smartphone. Finora, invece, il 94% degli utenti visitano il portale da computer desktop. Virgilio è di proprietà di ItaliaOnline la prima Internet company italiana. Tra gli altri, possiede anche Libero.it, un altro tra i siti più visitati nel nostro Paese. 

La strategia Glocal

Il nuovo Virgilio è frutto di un lavoro durato 6 mesi. Glocal (fusione tra globale e locale) è uno dei trend economici degli ultimi anni. Ed è stato seguito anche da questo rinnovamento grafico.L'homepage usa l’arancio (colore storico del sito) per le notizie nazionali e il blu per presentare quelle locali.

Notizie ed eventi

Oltre alle notizie locali, che vengono già fornite dall’agenzia Ansa, il portale potenzia la sezione dedicata agli eventi (saranno circa 65 mila all’anno, il più alto numero in Italia). Quest’anno la società che possiede Virgilio, ItaliaOnline, ha lanciato due canali sul cibo: FoodInItaly, dedicato ai prodotti tipici e CiboDiStrana, riservato allo street food italiano.

Servizi per gli utenti

C’è anche una maggiore attenzione alla ricerca dei servizi, che vanno dai ristoranti agli elettrodomestici. Ci sono strumenti per la ricerca del lavoro e per trovare i film al cinema. Lo scopo è creare un ponte tra gli utenti e le piccole e medie imprese italiane. Nella visione di ItaliaOnline, con il nuovo Virgilio le piccole e medie imprese posso raggiungere più velocemente i clienti. L’esperienza utente personalizzata in base alla località permette agli utenti di vedere solo gli annunci delle aziende in zona.“È una scelta strategica per fornire pubblicità e servizi più adatti agli utenti”, spiega al Corriere della Sera Antonio Converti, amministratore delegato di ItaliaOnline.

Il futuro di ItaliaOnline

Il nuovo Virgilio è anche "una delle mosse più importanti per il futuro della società”, racconta Converti. Per crescere, ItaliaOnline si fonderà con Seat Pagine Gialle. L’operazione verrà perfezionata entro fine anno ​e metterà a disposizione della Internet company “una rete di vendita di 1500 persone su tutto il territorio italiano”.Dopo il dietrofront alla quotazione in Borsa, prevista inizialmente a novembre 2014​ , quest’acquisitone è una strategia alternativa. Seat Pagine Gialle non permetterà solo di vendere pubblicità online, ma anche di presentare alle aziende nuovi servizi che ItaliaOnline metterà a disposizione nei prossimi mesi. L’internet company italiana punta così a diventare “Il punto di riferimento per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese, la vera ossatura economica del Paese”.

Alle origini del web

Negli anni Novanta Virgilio è stato, per molti utenti, la porta d’accesso al Web. “Portale”, una parola che oggi può sembrare fuori moda, aveva davvero un senso. Prima che gli algoritmi dei motori di ricerca si perfezionassero, Virgilio forniva un archivio dei migliori siti italiani, descritti e catalogati a mano da un gruppo di venti persone. Nel 1998 era arrivato a catalogare 40 mila siti.Ora le abitudini di navigazione sono cambiate, ma Virgilio rimane tra i siti più visitati. Negli anni ha saputo interpretare i trend di Internet. Nel 2005 si è aperto ai blog e, la grafica del 2008 presentava una homepage vicina al concetto di bacheca dei social network. 

Rimane uno dei siti più visitati

Converti non è spaventato dalla presenza sempre più massiccia dei giganti hi-tech della Silicon Valley in Italia. Virgilio e Libero non sono più centrali nella vita di un utente Internet, ma insieme, costituiscono la prima realtà italiana editoriale per numero di utenti.La posta elettronica di Libero ha ceduto il passo a Gmail, ma ha comunque una quantità di utenti rilevante. E l’app di Libero Mail lanciata poco più di un mese fa, ha raggiunto un milione di download sulle piattaforme iOs e Android.

Hacking Team: che cosa succede ora. Gli scenari per l’azienda, per gli ex clienti e per tutta la rete Internet

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

L’azienda degli “spioni” milanesi: «Noi non ci arrendiamo. Stiamo lavorando per tornare operativi». Ma l’esperto di sicurezza Corrado Giustozzi (Enisa): «Difficile possano ripartire».
Tre ipotesi sull’identità di chi c’è dietro il devastante attacco


«Situazione pericolosa»

È uno dei più violenti e plateali attacchi informatici mai successi. 400 gigabyte di dati riservati pubblicati su Internet. Gli scambi di email, i nomi di clienti e tutta la tecnologia di Hacking Team da domenica notte è a disposizione di chiunque. Essere obiettivi è difficile. Ad aver subito il furto è una società milanese che vende software spia, fa affari con Stati canaglia, è uno dei cinque nemici del web secondo Human Rights Watch. Ma sorvegliare i computer e gli smartphone dei criminali è ormai indispensabile per le indagini di polizia. Hacking Team si occupa di entrambi gli aspetti. 

Per le associazioni dei diritti civili è una banda di mercenari. Considerazioni etiche a parte, si comportano da freelance. Forse troppo spregiudicati. Sono passati quattro giorni dalla fuga di dati. E la faccenda diventa sempre più ingarbugliata. Martedì l’azienda ha invitato tutti i suoi clienti a non utilizzare più i suoi software. Mercoledì ha riconosciuto di trovarsi in “una situazione estremamente pericolosa”. Chiede aiuto alle società produttrici di antivirus. E spera che presto identifichino e neutralizzino il loro programma, per evitare che finisca nelle mani dei terroristi. 

Hacking Team si sta arrendendo? «Non essere ridicolo. Noi non ci arrendiamo. Stiamo vittima di un attacco orrendo. Stiamo lavorando senza interruzioni per tornare operativi. E permettere ai nostri clienti di combattere criminali e terroristi». A parlare è Eric Rabe, portavoce di Hacking Team, intervistato dal Corriere della Sera. Nel frattempo i giornali di tutto il mondo stanno analizzando l’enorme quantità di documenti trafugati: la società avrebbe collaborato con il governo autoritario del Sudan, e avrebbe fatto una dimostrazione tecnologica di fronte alle squadre della morte  ​del Bangladesh. 

Avrebbe fornito le sue soluzioni anche a aziende private, che non si sa in che modo possano aver utilizzato questo software. Abbiamo chiesto a Rabe se tutte le informazioni trafugate sono autentiche, o se qualcuno sta cercando di confondere le carte. Ma non sa risponderci: «Non abbiamo potuto guardare tutti i documenti, per ora siamo impegnati nel ripristino dei nostri sistemi». Che cosa può succedere allora adesso? Ne abbiamo parlato con Corrado Giustozzi, uno dei più rispettati esperti in sicurezza informatica italiani, componente del Permanent Stakeholders' Group dell’Agenzia dell'Unione Europea per la Sicurezza delle Reti e delle Informazioni (Enisa).

Cosa succede ad Hacking Team?

«La società dovrà ripartire da zero. Le sue armi sono spuntate. Ormai la sua tecnologia è di pubblico dominio. È impensabile continuare a utilizzare un software nato per spiare inosservato quando è conosciuto da tutti» spiega Giustozzi. Il codice di Galileo, DaVinci, Ornella e tutte le varianti di Rcs, software spia di Hacking Team è diventato open source​. È su GitHub, la piattaforma utilizzata dai programmatori per sviluppare software in modo collaborativo.Ora Rcs può finire nelle mani sbagliate, per questa ragione l’azienda sta cercando di capire «come poter rilevare usi non autorizzati del software», racconta Rabe. 

Per quanto riguarda la richiesta d’aiuto alle società, che producono antivirus che dovrebbero rilevare e neutralizzare lo spyware il più presto possibile, Giustozzi crede che non ci siano solo ragioni etiche, ma prevalgano motivazioni aziendali: «Credo preferiscano che Rcs diventi inutilizzabile anziché dare un oggetto di studio alle aziende concorrenti e regalare così un vantaggio competitivo». In molti hanno messo in dubbio l’efficacia di Rcs, facendo notare che l’antivirus di F-Secure da tempo rileva lo spyware, ma non bisogna sottovalutarne né la potenza né – dal punto di vista delle associazioni dei diritti civili – la pericolosità: «Il prodotto di F-Secure non è il più diffuso e non si può pretendere che siano tutti esperti in informatica». 

Cosa succede ai clienti?

Martedì Hacking Team ha invitato tutti i clienti a non utilizzare il software. Rcs viene controllato con una rete di computer nascosta. È rimasta esposta per circa 12 ore, dal momento dell’attacco fino a quando la società milanese ha preso le misure necessarie per offuscarla di nuovo. In questo intervallo di tempo, anche i “cattivi” hanno potuto prenderne possesso. Lo spyware è accompagnato da un’“impronta digitale” che lo rende unico. Significa ogni persona intercettata ha un “suo Rcs”. Insomma qualcuno può aver avuto una visione completa di tutte le persone spiate: può aver scoperto dove si trovano e perché sono intercettate.

 Ora tutte le indagini in corso che si avvalgono di questo software, anche quelle della polizia italiana, sono sospese. È di certo un danno per le forze di polizia. «Quando Rcs verrà aggiornato tornerà di nuovo irrintracciabile», racconta Rabe. Ma le prove acquisite con questa tecnologia potrebbero esser contestate dagli avvocati difensori durante i processi. Potrebbero ritenere che un software vulnerabile può esser stato manipolato. E un giudice potrebbe accogliere la motivazione. Ma è troppo presto per dirlo. «Il problema c’è sicuramente», commenta Giustozzi. 

Cosa succede a Internet?

Nei comunicati stampa di Hacking Team compare più volte la parola “attacco terroristico” e “terrorismo”. Secondo Giustozzi è un modo per creare allarmismo: «Ora Rcs può essere utilizzato anche da criminali, ma sempre per spiare. È questo il suo scopo. Mi è difficile pensare a un attacco terroristico creato con questo programma». Una cosa però è certa. Rcs si è aggiunto alla lunghissima lista delle minacce informatiche su Internet. Potrà esser scaricato per sbaglio quando accediamo a un sito hackerato o potremmo riceverlo tramite un-email mandata da un criminale informatico. Ancora una volta: un buon antivirus è più che mai necessario.

Cosa fa chi scopre di essere intercettato?

Quando tutti gli antivirus riusciranno a rivelare Rcs, qualcuno potrà scoprire di essere intercettato. Potrà capitare a giornalisti e membri dell’opposizione dei governi con cui Hacking Team sembra abbia collaborato. O se si tratta di un criminale, potrà decidere di scappare. Matteo Flora​ , esperto in reputazione online, fa notare che l’“impronta digitale” di Rcs permette anche di capire quale organismo sta controllando il computer o lo smartphone di un utente. I più esperti potranno riconoscere di essere intercettati dalla Polizia postale o dai Servizi segreti militari.

Un software può esser cattivo?

È uno degli aspetti più controversi: alcune righe del codice della versione trafugata di Rcs permettono l’inserimento di prove false sui computer spiati: “Fake evidences” si legge nel testo in Ruby, il linguaggio di programmazione utilizzato dallo spyware. Inequivocabile. E così potrebbero essere incastrati personaggi scomodi a un regime dittatoriale. Una fonte, che preferisce rimanere anonima, racconta che questa versione del programma spia è stata scritta a scopo dimostrativo. Non è la versione venduta.«Ma ciò sposta di poco la questione - commenta Giustozzi - La presenza di queste righe dimostra che Rcs o una sua variante può potenzialmente fabbricare prove.E solleva una questione più ampia: i software d’intercettazione usati per le indagini di polizia possono essere gli stessi di quelli a disposizione dei servizi segreti? 

Questi ultimi agiscono al di fuori della legge, e possono anche fare operazioni di sabotaggio. Le forze dell’ordine no». Non c’è una risposta definitiva su quali potrebbero essere i confini etici nella scrittura di software. Sono questioni nuove. Giustozzi crede nella «neutralità dei programmi informatici». Non sono né buoni né cattivi. È l’apparato di leggi a garantire che le prove acquisite vengano utilizzate in un giusto processo. Come abbiamo già scritto, una cosa però è certa, manca una normativa precisa. «L’Onu sta facendo un buon lavoro, ma ci vuole ancora tempo. Mi però preoccupa la possibilità che ci siano reazioni isteriche da parte delle istituzioni. Di solito portano a leggi scritte male e in fretta».

Non è una vittoria dei difensori dei diritti digitali

CitizenLab, il laboratorio per la difesa dei diritti umani e tecnologici dell’Università di Toronto, da tempo denuncia Hacking Team. Anche Privacy International e, abbiamo già detto, Human Rights Watch. Già nel 2008 un dossier di WikiLieaks parlava delle pratiche poco chiare dell’azienda che, insomma, ha una pessima reputazione. Ma non è il caso di gioire per quest’attacco. Non ha risolto nulla. Ha rallentato indagini legittime e, come abbiamo accennato, ha diffuso un’altra minaccia informatica su Internet.

Un privato può vendere «trojan di Stato»?

È una delle critiche rivolte ai governi, anche quello italiano, che hanno utilizzato i servizi di un privato per intercettare. Ma raramente gli Stati hanno le capacità tecniche per creare questo tipo di software. E, a ben guardare, anche quando la polizia mette sotto controllo i telefoni si rivolge ai gestori telefonici, che sono privati. Ciò che si può rimproverare alla politica di Hacking Team è di aver fatto affari con tutti. Rcs veniva venduto a Russia e Stati Uniti. A Messico e Colombia. Anche Stati anche nemici tra loro. «Se avesse avuto un contratto di esclusiva con un solo governo, forse avrebbe avuto una copertura politica» ipotizza Giustozzi. Hacking Team invece è da sempre privo di qualunque difesa (e controllo) istituzionale. Che, invece le avrebbe evitato alcuni errori, come mentire all’Onu sul suo coinvolgimento con il governo del Sudan.

Chi ha compiuto l’attacco? Alcune ipotesi

L’attacco è stato rivendicato tramite l’account Twitter “Phineas Fisher”. Lo stesso profilo nel 2014 si era presentato come autore dell’hacking di Gamma International, società tedesca produttrice dello spyware FinFisher. Il vero colpevole non è mai stato trovato.Le ipotesi diffuse tra gli esperti di sicurezza informatica sono tre. Si può trattare di cyber-attivismo. Un’operazione di rivendicazione come quelle effettuate da Anonymous. Ma, in questo caso, sarebbero stati distribuiti solo i documenti che provavano il coinvolgimento di Hacking Team con gli Stati canaglia. Non tutti i codici sorgenti di Rcs, mettendo a rischio anche operazioni legittime di polizia. Un’altra ipotesi accreditata vede il coinvolgimento di un’azienda concorrente, il cui obiettivo è stato: distruggere la reputazione della società milanese. 

Può esser plausibile. Una terza ipotesi è più avventurosa, ma verosimile: una persona interna al team, oppure qualcuno con accesso diretto ai sistemi dell’azienda milanese avrebbe copiato l’hard disk per poi diffondere tutti i 400 gigabyte. Perché si tratta di una quantità di dati molto grande. Se fossero stati sottratti a distanza, avrebbero dovuto esser scaricati poco alla volta, per circa due mesi. Nel frattempo l’azienda avrebbe dovuto accorgersi della falla nella sicurezza. Eppure molti dei file contenuti nell’archivio reso pubblico sono anteriori al 2011. Può voler dire che Hacking Team è rimata vulnerabile per molto tempo. Oppure che qualcuno molto perseverante ha preso di mira l’azienda da anni e l’ha “vampirizzata” negli anni, approfittando ogni volta dei bachi per rubare porzioni di dati.

Si arrende anche l’ultimo “cacciatore”: il mostro di Loch Ness non esiste

La Stampa

Steve Feltham ha passato 24 anni a scandagliare le acque del lago: non ci sono misteri da scoprire, tutto potrebbe essere nato da banali avvistamenti di grandi pesci gatto


Ha trascorso 24 anni della sua vita a scrutare le acque di Loch Ness, il lago scozzese che da decenni custodisce la leggenda del mostro “Nessie”. Ma alla fine si è arreso pure lui, Steve Feltham, l’ultimo irriducibile: non ci sono misteri da scoprire - ammette ora - tutto potrebbe essere nato da banali avvistamenti di grandi pesci gatto, scambiati per creature minacciose e ignote a causa della distanza o della suggestione.

Una conclusione prosaica che sa di beffa, dopo un quarto di secolo di caccia instancabile e osservazioni certosine con binocoli sempre più sofisticati, talora persino telescopi. E che presta il fianco a qualche ironia. Ma il Times non nega oggi l’onore delle armi a un personaggio eccentrico e un po’ strampalato, accampato permanentemente in una roulotte sulle rive del lago, che da quelle parti - e fra gli appassionati del genere - si è guadagnato negli anni un’aura quasi epica.

«Ho cambiato idea lentamente», ammette Feltham, che per anni è stato un cultore del mito di Loch Ness. Poi, come racconta al giornale, ha capito che una spiegazione era a portata di mano: i pesci gatto gallesi introdotti nel lago in epoca vittoriana come prede da pesca per il bel mondo in vacanza. Pesci che vivono a lungo e possono crescere fino a dimensioni notevoli, ma che nella zona erano fino ad allora sconosciuti.

Non è un caso - argomenta l’ormai ex cacciatore di mostri - che i presunti avvistamenti di presenze misteriose, destinati ad alimentare l’immagine fantomatica di Nessie, siano in effetti «cominciati negli anni ’30, quando i primi esemplari raggiunsero la maturità».

La delusione, se c’è, viene in ogni caso dissimulata bene. Steve Feltham, che adesso ha 52 anni, si è giocato a causa dell’insana mania di Nessie - nomignolo popolare attribuito con il tempo all’immaginario mostro di Loch Ness - legami e affetti. Ventottenne, lasciò casa e si fece piantare dalla fidanzata pur di seguire la sua idea fissa. E tuttavia oggi non si piange addosso. O almeno prova a consolarsi.

«Devo essere onesto - confessa infine al Times senza giri di parole - non credo più che Nessie sia un mostro preistorico. Ma il mistero del mostro resisterà per sempre e continuerà ad attrarre persone quassù. Io certamente non ho rimpianti per questi 24 anni».

L’omicidio di mio padre? Deciso a Roma”



RitaDallaChiesaIntervista

Mi racconti un aneddoto off degli inizi della tua carriera?

Quando ho cominciato a fare tv, stavo da poco con Frizzi, lui conduceva già “Tandem”. Mi ricordo che si metteva dietro le telecamere e ogni volta che si accendeva la lucetta scappava da una parte all’altra facendomi capire quale mi stesse inquadrando! (ride n.d.r.). È stato lui a insegnarmi come stare davanti alle telecamere. Mi ha detto: “sii sempre te stessa, anche col mal di testa, la coda di cavallo, o senza trucco”.

Tu hai iniziato come giornalista…
Sì, scrivevo per Gioia e Donna moderna. E poi avevo una rubrica su Epoca, “Affari di famiglia”, che fra l’altro ricomincerà a giorni su Visto.

Una notizia in anteprima…
Sì, non lo sa ancora nessuno (ride)

Nel 1983 sei approdata alla tv, appunto, con il programma “Vediamoci sul Due”, dove hai conosciuto l’amore della tua vita. Con Fabrizio è stato amore a prima vista?
Per lui sì, io invece ci ho messo un po’ per via della differenza di età. All’epoca non c’erano ancora matrimoni con divari di età così forti, e anche se io sono sempre stata ribelle, ho dovuto fare un percorso prima di accettare che questa storia stesse diventando importante.

Oggi riavresti una storia con un uomo più giovane di te?
Certo, quelli della mia età mi annoiano! (ride) Molto meglio una persona più giovane. Non dico di trent’anni, ma comunque più giovane. Dai giovani c’è molto da imparare, e questo non basta mai, a qualunque età. Molti ragazzi mi scrivono “per me sei come una zia”. È bellissimo!

Fabrizio si è appena risposato, e si è parlato della tua assenza al matrimonio. C’è stato un momento in cui avresti voluto tornare con lui?
Sì, molte volte. Fabrizio è una persona che non si può non amare, la più perbene che io abbia mai conosciuto. Ho avuto nostalgia di lui, delle cose belle che abbiamo vissuto mille volte. Però poi mi sono arresa all’idea che comunque io ho avuto il mio passato, e oggi è giusto che lui viva il suo presente.

E’ una bella dichiarazione anche questa…
E’ amore anche lasciar libere le persone di vivere la propria vita.

Tornando alla tv, conduci proprio con Fabrizio “Pane e marmellata”, un programma per bambini grazie al quale vieni notata dalla moglie di Arrigo Levi e approdi a Fininvest.
Sì, la moglie di Levi guardava sempre “Pane e marmellata”, e mi propose al marito per la prima rubrica di approfondimento Fininvest. Io all’inizio ero convinta, sbagliando, volessero incontrarmi per intervistarmi sulla vicenda mio padre. In quella scelta mi aiutò Maurizio Costanzo. Mi disse “è il momento giusto, fa’ il salto”. Ed lo feci, passando dalla Rai a Fininvest. Arrigo e Maurizio sono stati i miei più grandi maestri.

Tanti programmi di successo, come “Il trucco c’è” con Diego Dalla Palma, ma innegabilmente sei entrata nel cuore di tutti con “Forum”.
Sì, Forum me lo sono cucito addosso, soprattutto nella seconda parte. Infatti abbiamo fatto ascolti tali da andare in onda su Canale 5 e anche con uno sportello pomeridiano su Rete4.

Manchi tanto alla trasmissione! Io ho provato a dargli un occhio: ha un sapore completamente diverso.
E’ un’altra trasmissione, condotta benissimo da Barbara Palombelli. Non ho motivo di esserne gelosa.

E’ spiaciuto non vederti allo speciale per i 30 anni del programma.
Quello è stato un pugno nello stomaco. Avrebbero dovuto evitare di chiamare quella puntata “30 anni di Forum”. Mi hanno detto addirittura che hanno mandato in onda puntate condotte da me, ma coi miei interventi tagliati. Francamente questo non lo capisco.

Una volta hai detto “faccio sempre le scelte sbagliate nel momento più sbagliato”. Qual è la scelta più sbagliata che hai fatto?
(ride) questa!

Anche se in realtà non è dipesa totalmente da te…
Sai, prima di lasciare il programma, ho saputo con dispiacere che Fabrizio e Marco non sarebbero stati confermati. Per me è stato un colpo. Poi ci sono state anche molte voci di corridoio secondo le quali “Forum” sarebbe stato sospeso. Ho sbagliato nel non andare alla fonte, anche perché io sono visceralmente legata a Mediaset. Ma questo è il motivo per cui ho accettato la proposta di Cairo, a cui sono rimasta legata pur non avendoci lavorato. Io e lui avevamo una concezione diversa della messa in onda: lui voleva una trasmissione alla Forum, io non sarei mai andata contro il mio programma di sempre. Andarmene da Canale5 prima, e da La7 dopo sono state due scelte coraggiose, alla mia età non facili.

Altra tua frase: “non ho alcun talento nel frequentare i famosi posti giusti”. Un posto giusto che non frequenti?
I salotti romani stile “Grande bellezza”. Quel film è meraviglioso, perché racconta la solitudine che puoi vivere in una città come Roma, frequentando certi ambienti.

Ti riporto una tua frase che mi ha fatto sorridere. “preferisco chi mangia piccante, vuol dire che mette passione anche nell’intimità”. Che rapporto hai col sesso? 
Meraviglioso! (ride) Credo sia una cosa molto importante, che ti faccia stare bene. Certo, non quello inutile e fine a sé stesso. Devi amare, almeno dal mio punto di vista. Devo amare, perché ci sia il tutto. E quando c’è è bellissimo.

Se poi si mangia piccante ancora meglio…
A me dà fastidio l’uomo a dieta, mi fa paura. Io non mangio carne, ma voglio mangiare la pasta, le pizze rustiche, formaggi saporiti. Mi piace la vita. Un bel piatto di pasta al pomodoro con l’olio piccante sopra, per me, è impagabile!

Una data che è rimasta impressa nella tua vita è il 3 settembre 1982, quella dell’omicidio di tuo padre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Posso chiederti cosa ricordi di quel giorno?
La solitudine nella quale mi sono sentita proiettata nel giro di mezzo secondo. Io ho saputo di questa cosa da un giornalista del Tg2, non dai carabinieri, che sono la mia famiglia, la mia anima, il mio cuore, il mio tutto. Evidentemente al comando generale in quel momento c’era qualcuno che non amava mio padre. Mi sono seduta sotto la doccia e ho passato metà nottata lì, inebetita. La mattina dopo sono arrivata a Fiumicino, mi sono fatta il biglietto per Palermo. All’epoca ero solo giornalista di carta stampata, nessuno mi riconosceva. Mi hanno detto “signora, non c’è un posto perché stanotte hanno ammazzato il Generale Dalla Chiesa”. Ed io ho detto “era mio padre”, e allora il posto è saltato fuori.

Il racconto che Riina ha fatto sulla strage di via Carini è tremendo. Se ne è tornato a parlare anche nei giorni scorsi.
Non riesco a capire se sia vero. È possibile che io debba venire a sapere la verità non dai magistrati, non dai giudici, ma da Totò Riina? Che peraltro parla soltanto adesso! C’è qualcosa di strano, come tutto quello che riguarda la morte di mio padre.

La cassaforte, anche…
Tutto! È tutto molto strano. Hanno fatto film su come si sia arrivati al 3 settembre. Io ne farei uno dal 3 settembre in poi, sui tanti misteri che sono rimasti tali: la borsa di mio padre, i documenti spariti, chi è entrato nella prefettura quella sera invece di buttare un lenzuolo su mio padre? Mio padre è morto in una strada molto affollata, eppure un lenzuolo per coprire mio padre ed Emanuela (Setti Carraro, la seconda moglie del Generale Dalla Chiesa) nessuno l’ha buttato dalla finestra. 

E chi è entrato a Villa Pajno quella sera? Cos’ha preso? Dov’era la chiave della cassaforte? Nella cassaforte abbiamo trovato una scatola vuota, c’erano i gioielli di Emanuela, ma non i documenti di mio padre. La scrivania di mio padre era sempre piena di carte, scartoffie. Quella sera non c’era un foglio, era perfettamente pulita. Quando mio zio, fratello di mio padre, disse al procuratore “dovete farci capire cosa sia successo” lui gli rispose “non mi gioco di certo le ferie per questo omicidio”…

Allucinante… Da chi vorresti delle risposte?
Dallo Stato. Tutti mi dicono “continui ad andare a Palermo, ad amarla”. Certo, io non dovrei vivere a Roma, dove è stato deciso il tutto! Non a Palermo, dove sono solo state armate le mani.

Sei sempre più convinta che la mafia abbia ucciso tuo padre su commissione…
Certo. Politica……..

Qual è la cosa che più ti manca di tuo padre?
Mi mancano la sicurezza che mi dava, il senso di giustizia che si portava appresso. Il ruvido della sua divisa quando l’abbracciavo, mi manca la sua telefonata serale, mi mancano tante cose. Io ho avuto un padre, non il generale Dalla Chiesa. Mi manca mio padre