lunedì 27 luglio 2015

Anche gli emigrati italiani dicono "no" ai profughi

- Lun, 27/07/2015 - 15:53


Eraclea, profughi protestano per il cibo e lo buttano in strada


La pizzeria produce vapori nauseabondi, il reato è permanente

La Stampa

La Corte d’appello di Campobasso condanna un imputato per il reato previsto dall'articolo 674 del codice penale (getto pericoloso di cose): l’uomo, nell’esercizio dell’attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande (come accertato nel periodo tra giugno e novembre 2009), ha provocato l’emissione nell’atmosfera di fumi e vapori nauseabondi, causando così disagio ai condomini dello stabile, costretti a tenere le finestre chiuse.

L’imputato ricorre in Cassazione. Dopo aver rilevato che, trattandosi di una pizzeria funzionante ininterrottamente, il reato ipotizzato è di natura permanente, afferma di essere già stato condannato nel 2012 per i fatti contestati. Inoltre, dagli accertamenti disposti, è emerso il buon funzionamento delle attrezzature poste in essere per la riduzione degli odori e dei fumi, per cui doveva essere esclusa la punibilità.

La Cassazione (sentenza 27562/15) ricorda che la contravvenzione prevista e punita dall’art. 674 c.p., quando abbia per oggetto l’illegittima emissione di gas, vapori, fumi atti ad offendere, imbrattare o molestare le persone, connessa all’esercizio di attività economiche e legata al ciclo produttivo, assume il carattere della permanenza, non potendosi ravvisare la consumazione di definiti episodi in ogni singola emissione di durata temporale non sempre individuabile. Di conseguenza, se la sentenza di primo grado ha accertato la permanente attualità dell’attività produttiva in termini non diversi da quelli del momento della contestazione, quanto a strumenti di produzione, la permanenza nel reato deve ritenersi cessata con la pronuncia di tale sentenza.

Tuttavia, nel caso, la sentenza passata in giudicato del 2012 aveva ad oggetto fatti commessi fino al 2007: «trattandosi di contestazione “chiusa”, la permanenza doveva ritenersi, quindi, cessata (già prima della sentenza) alla data indicata nell’imputazione». Invece, il caso in commento riguardava fatti accertati tra giugno e novembre 2009, per cui si trattava di una condotta successiva che, come tale, non poteva essere coperta dal precedente giudicato.

Inoltre, l’evento di molestia provocato dalle emissioni di gas, fumi o vapori è apprezzabile a prescindere dal superamento di eventuali limiti previsti dalla legge, essendo sufficiente il superamento del limite della normale tollerabilità ai sensi dell’art. 844 c.c. (immissioni). Il limite deve essere accertato rigorosamente, come avvenuto nel caso di specie: i giudici di merito avevano ampiamento argomentato in ordine al superamento della normale tollerabilità, come constatato anche dagli agenti di polizia municipale che si erano recati sul posto (uno dei quali si era anche sentito male).

Il ricorrente, invece, si limita a riproporre doglianze in fatto, riguardo al buon funzionamento dell’impianto, o irrilevanti, come ad esempio il mancato consenso da parte dei condomini all’installazione di una canna fumaria. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.

Per la Cassazione perdere il lavoro non è un grave danno alla persona

La Stampa


 Un imprenditore del cuneese non pagò l’Iva per salvare l’azienda e quindi i lavoratori

La perdita del lavoro non costituisce un «grave danno alla persona» per quel che riguarda il codice penale: per questo motivo, l’imprenditore che non paga le tasse per versare lo stipendio ai dipendenti e «salvarli dalla disoccupazione» deve essere condannato lo stesso. È quanto scrive la Cassazione, in una sentenza che ha confermato i quattro mesi di reclusione inflitti dalla Corte d’appello di Torino a un impresario cuneese.

L’uomo era accusato di omesso versamento dell’Iva - con riguardo all’anno di imposta 2006 - per quasi 258 mila euro. Davanti ai giudici si era giustificato dicendo che l’azienda (una ditta di Fossano che produceva prefabbricati) era in preda a una grave crisi di liquidità, e che, quindi, aveva preferito privilegiare il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti, salvaguardando «almeno per un anno» il loro posto di lavoro.

L’imputato, dunque, aveva invocato il cosiddetto «stato di necessità», che in base al codice esclude la punibilità di chi ha commesso un fatto per «salvare sé o altri dal pericolo di un danno grave alla persona».

«Pur essendo fuori discussione - scrivono i giudici - che il diritto al lavoro è costituzionalmente garantito, e che il lavoro contribuisce alla formazione e allo sviluppo della persona umana, deve escludersi tuttavia che la sua perdita costituisca, in quanto tale, un grave danno alla persona» sotto il profilo dell’articolo 54 del codice penale (lo «stato di necessità»).

Sentenza storica per le mamme ladre «Resteranno in carcere fino al 2018»

Corriere della sera
di Gianni Santucci

Borseggiatrici professioniste evitavano la prigione perché incinte o con figli piccoli. Le quattro donne, condannate più volte, erano state sempre rimesse in libertà

Il punto centrale della sentenza è una data, scritta sotto l’«ordine di liberazione» dal carcere: 22 luglio 2018. Sono tre anni da scontare, in deroga al fatto che le quattro ragazze rom (due italiane nate a Roma, una croata e una bosniaca) sono incinte o madri di figli piccoli. Per questo, in passato, nella loro carriera di borseggiatrici «professioniste» sono state già più volte condannate, ma sempre rimesse in libertà. Il 24 luglio scorso il giudice ha invece stabilito che restino in carcere. La sentenza, in ambienti investigativi e giudiziari, viene in qualche modo definita «storica» nel contrasto della microcriminalità. 

I fatti risalgono al 23 luglio, mezzogiorno da poco passato, hotel Berna di via Napo Torriani, vicino alla stazione Centrale. Il gruppo di ragazze circonda una turista di Hong Kong, una le apre la borsa e le porta via il portafogli con mille sterline e 300 dollari. Pochi minuti dopo gli uomini dell’Unità reati predatori della Polizia locale (coordinati dal comandante Tullio Mastrangelo) riescono a bloccare le ragazze. 

Alisa H., 21 anni, incinta, ha alle spalle 13 arresti per furto e uno per resistenza; Safeta H., 21 anni, incinta, 7 arresti per furto; Dzanija C., 41 anni, con obbligo di dimora in un campo nomadi di Roma, è stata già arrestata una volta per evasione, 7 per rapina e 6 per furto; infine Ana Z., 22 anni, incinta, ha a carico 3 arresti per rapina e 14 per furto. L’operazione della Polizia locale è il risultato dei controlli straordinari per l’Expo programmati con l’assessore comunale alla Sicurezza, Marco Granelli. E se per gli investigatori quel tipo di arresti è in qualche modo una routine, inedito è invece quel che è accaduto in Tribunale. 

Di fronte a un tipo di reato che per anni è stato in pratica «depenalizzato» (le borseggiatrici incinte o madri di figli piccoli accumulavano arresti e condanne senza conseguenze), per la prima volta la pena non è stata sospesa: «tenuto conto dell’organizzazione - viene spiegato nella sentenza - delle modalità di azione, dell’allarmante frequenza con la quale le imputate, sempre in concorso, hanno commesso reati ininterrottamente, l’ultimo una settimana fa (il 16 luglio)», la condanna andrà scontata in carcere. 

«Inoltre - come aggiunge il giudice - la cospicua refurtiva non è stata reperita, poiché in base alla scaltra organizzazione criminale è stata immediatamente fatta sparire» (le ragazze hanno passato il portafogli rubato a un uomo che è scappato). Secondo alcuni investigatori la sentenza potrebbe essere un argine per un tipo di reato che, oltre ai danni alle persone derubate, ha un altro pesante «indotto»: perché le donne sono spesso costrette al furto dagli uomini e perché strumentalizzano i bambini (vere, ultime vittime) per evitare il carcere. 

Alla fine della sentenza, infatti, il giudice aggiunge che «si trasmettono gli atti al Tribunale per i minorenni, per quanto di competenza in ordine ad affidamento dei figli minorenni delle imputate e ad eventuali provvedimenti relativi alla potestà genitoriale».
27 luglio 2015 | 09:13

La bolletta della Camera ci costa 10mila euro al giorno

Libero


La bolletta della Camera ci costa 10mila euro al giorno
A leggere la cifra vengono i brividi, nonostante le temperature africane di questi giorni: la Camera dei deputati spende diecimila euro al giorno per l’energia elettrica. È pur vero che i palazzi semplicisticamente chiamati “Montecitorio” sono ben tre e che al loro interno non ci sono soltanto i 630 e rotti deputati, ma qualche migliaio di dipendenti, ma non c’è dubbio che la spesa sia enorme, spropositata. «Folle» l’ha definita, senza giri di parole, l’ex magistrato Stefano Dambruoso, deputato di Scelta Civica, questore della Camera. La bolletta della “luce” della Camera “bassa” è di 3 milioni e seicentocinquanta mila euro l’anno: giusto per fare un paragone, la città di Modena - che ha 180 mila abitanti - spende poco più di due milioni all’anno per l’illuminazione pubblica, cioè la metà della sola “cittadella” della politica di Roma.

Dopo dieci anni il bilancio di Montecitorio è tornato sotto quota un miliardo di euro, la spesa prevista per il 2015 è inferiore di 50,5 milioni di euro rispetto all’anno scorso, i presidenti che si sono succeduti hanno provato a tagliare il più possibile, ma ancora restano queste cifre monstre. Non è bastata la liberalizzazione del mercato, il rinnovo delle apparecchiature elettriche - specie i computer - che consumano meno di quelle “vecchie”, nè la somministrazione dei servizi assegnati per bando pubblico, dunque. La “cura” Laura Boldrini sta lentamente producendo i suoi effetti, ma perchè si arrivi a cifre “normali” c’è ancora molto lavoro da fare.

Dambruoso non è si è limitato alla denuncia, ma, intervistato da Focus24, ha annunciato che l’ufficio di presidenza di Montecitorio si «sta impegnando per introdurre strumenti e tecnicalità» che permetteranno «di risparmiare più del sessanta per cento al giorno di spesa per la somministrazione di energia». Sicuro contribuiscono a far salire le bollette le lampadine - rarissimamente a led - e, soprattutto, l’aria condizionata che funziona a pieno regime per quasi sei mesi l’anno. Sul freddo, però, non sembra esserci molto da risparmiare: fintanto che la giacca sarà obbligatoria per tutti e i

dipendenti saranno costretti alla “divisa” - che comprende cravatte per gli uomini e foulard al collo per le donne - è impensabile che si rinunci a quella. I deputati del Movimento 5 stelle avevano provato alcuni mesi fa a suggerire l’installazione di strutture per la produzione di energia pulita, ma si sono schiantati contro l’ “impatto estetico” dell’operazione-pannelli solari, che fu fatta però al Senato quando il presidente era Renato Schifani. La deputata eletta con un partito che si chiama(-va) Sinistra ecologia e libertà non è riuscita a fare lo stesso.

Il bilancio che l’Aula voterà settimana prossima consente «per la prima volta da dieci anni di restituire al Tesoro la considerevole cifra di 35,7 milioni di euro», rivendica la vicepresidente della Camera piddina, Marina Sereni. A contribuire sensibilmente ai risparmi è stato il taglio degli affitti dei palazzi connessi a Montecitorio - pagato anche in termini di posti di lavoro - e l’aumento di alcune tariffe - come la mensa - che hanno colpito però più pesantemente i dipendenti e i frequentatori del Palazzo piuttosto che i “padroni di casa”. Aumenta - e non di poco - anche la spesa pensionistica per i lavoratori: su del 9,47%.

di Paolo Emilio Russo

Anche le scuole cattoliche devono pagare l’Ici. L’ira dei vescovi: “Sentenza che limita la libertà”

La Stampa

 La Cassazione dà ragione al Comune di Livorno: «Non possono godere dell’esenzione»

 

La legge, secondo la Cassazione, è chiara: anche le scuole religiose devono pagare l’Ici (che dal 2011 è diventata parte integrante dell’Imu) poiché non sono attività che possono godere dell’esenzione. Quella della 5/a sezione civile della Cassazione, che ha accolto un ricorso del Comune di Livorno, è la prima sentenza del genere in Italia su una questione finora così controversa.


IL MONDO CATTOLICO INSORGE  
La sentenza ha provocato allarme nel mondo cattolico, fino a prospettare la chiusura delle scuole paritarie, annunciata da don Francesco Macrì, presidente della Fidae, la Federazione Istituti di attività educative, che non ce la farebbero a reggere l’urto del fisco. Anche la reazione dei vescovi è dura: «Così si limita la libertà», dice il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino.

CEI IN CAMPO
Interpellato dall’Adnkronos, Galantino parla di «sentenza pericolosa». «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia. Perché ho la netta sensazione che con questo modo di pensare, si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Il fatto è che non ci si sta rendendo conto del servizio che svolgono le scuole pubbliche paritarie», che «fanno risparmiare 6 miliardi e mezzo allo Stato». «Si rischia davvero la chiusura di queste scuole. Ma la chiusura delle scuole paritarie vuol dire limitare la libertà»

LA SENTENZA
L’esenzione, spiega la Cassazione nella sentenza delle polemiche, è «limitata all’ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attività di religione e di culto» indicate dalla legge del 1985. Ed in esse «non rientra l’esercizio di attività sanitarie, ricettive o didattiche, salvo non sia dimostrato specificamente che le stesse non siano svolte con modalità non commerciali». La linea tenuta dalle scuole paritarie è quella di provvedere ad un servizio, ma ciò alla Cassazione non basta. Come non basta il fatto che tali strutture possano operare in perdita: «Questione priva di fondamento, perché anche un imprenditore può operare in perdita».

IL GOVERNO FRENA
Sulla questione è intervenuta il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, secondo la quale i giudici dicono che «c’è un trattamento diverso» tra scuole pubbliche e paritarie «perché sono istituzioni diverse». «Penso che forse ci sia una riflessione da fare», dice ricordando che in regioni come il Veneto, senza paritarie, Stato e Regioni «si troverebbero in enormi difficoltà economiche e strutturali». Della necessità di «avviare una riflessione seria su come non mortificare il ruolo che le scuole paritarie svolgono nel nostro sistema d’istruzione», parla anche il sottosegretario Davide Faraone, secondo cui «non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. Distinguiamo tra le scuole che offrono un servizio pubblico e quelle che hanno scopo di lucro e mettiamo le prime in condizione di operare. Dobbiamo farlo nell’interesse degli studenti».

IL RICORSO
Il ricorso del Comune di Livorno, che secondo la Fism, la federazione toscana delle scuole materne sarebbe stato animato da «pervicacia persecutoria», riguarda due istituti, uno gestito rispettivamente dalle Suore Mantellate Serve di Maria e l’altro dalle Salesiane di Don Bosco, e risale al 2010. Adesso però è l’intero sistema delle scuole paritarie, oltre 13.000 di cui il 63% delle quali cattoliche, che si sente in pericolo e la preoccupazione è bipartisan. Così se il sottosegretario del Miur Gabriele Toccafondi (Ncd) prevede che tra le scuole gestite da religiosi «molte aumenteranno le rette o chiuderanno» e nota che «l’Imu le scuole pubbliche statali non la pagano ed è giusto che lo stesso

valga anche per le scuole pubbliche non statali», è il Pd Edoardo Patriarca a segnalare che «questi istituti vengono assimilati a realtà commerciali, ma in realtà svolgono un servizio pienamente pubblico, spesso laddove lo Stato non riesce ad arrivare». Entrambi dicono che la sentenza sarà comunque da rispettare. Ma, commenta Don Macrì della Fidae, è una sentenza che «lascia interdetti, che lascia senza parole, perché costringeranno le scuole paritarie a chiudere: hanno già dei bilanci profondamente in rosso, sono scuole che allo Stato costano quasi nulla, pur garantendo un servizio alla Nazione equiparabile a quello statale».