martedì 28 luglio 2015

Il bug nel cuore di Android A rischio 950 milioni di telefoni

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

La falla sfrutta l'anteprima dei contenuti multimediali e coinvolge tutte le versioni del robottino: l’allarme è partito in aprile ma ancora le difese non si sono alzate



 Basta un mms per infettare uno smartphone Android. All’attaccante non serve altro che il numero di telefono della vittima per sottrarre informazioni dal telefono. Sul telefono non rimane che la notifica di un messaggio fantasma. E così gli utenti hanno poche speranze di accorgersi del furto di dati e prendere contromisure perché con questa falla gli attaccanti riescono facilmente a coprire le proprie tracce. È l’ultimo bug nell’ecosistema del robottino, scoperta dai ricercatori di Zimperium zLabs, che l’hanno definita “la più grave di sempre”. Sono a rischio 950 milioni di dispositivi sul miliardo di cellulari Android in circolazione.

Come funziona il bug
A differenza della maggior parte degli attacchi documentati finora, la nuova falla non sfrutta app o bug nel Play Store (la piattaforma dalla quale si installano software sul cellulare). A esser vulnerabile è il cuore del robottino, nello specifico la libreria Stagefright​ . È il componente che permette di scaricare le anteprime dei video e delle immagini. Ed è un vettore d’attacco molto efficace. Sugli smartphone del robottino, il download dell’immagine di preview dei contenuti multimediali avviene senza il controllo dell’utente. È con questa funzione che vediamo lo sfondo sull’icona play dei messaggi che scambiamo. Ma, a causa di una vulnerabilità di Stragefright, con l’anteprima è possibile veicolare anche codice malevolo. L’operazione è invisibile e, se l’invio del messaggio infetto è effettuato durante notte, un criminale ha tutto il tempo di rubare informazioni importanti e coprire le proprie tracce. Come abbiamo accennato, Zimperium zLabs ha documentato l’attacco via mms, ma la vulnerabilità può esser sfruttata anche con WhatsApp, con Hangouts, attraverso Bluetooh e le reti wifi non protette. Ciò che serve è inviare un video o una foto infette.
Sono coinvolte tutte le versioni di Android
Dalla 2.2 all’ultima Lollipop 5.1.1, nessuna versione è al riparo. E, per ora nessun produttore di hardware ha corretto il bug sui propri dispositivi. Neppure Google, che aggiorna costantemente Android sui suoi terminali Nexus. Solo la sesta versione degli smartphone di Mountain View risulterebbe parzialmente al riparo. Zimperium ha affermato di aver inviato la documentazione il 9 aprile a Google, che ha risposto di aver pianificato un aggiornamento. Questa la posizione ufficiale di Big G sull’argomento: «Questa vulnerabilità è stata identificata in ambiente di laboratorio sui vecchi dispositivi Android e, per quanto ne sappiamo, nessuno è stato colpito dal virus. Non appena ne siamo venuti a conoscenza, ci siamo subito attivati per inviare ai nostri partner un bug fix per proteggere gli utenti.
La fragilità del robottino verde
La rivista Forbes  ​ha chiesto spiegazioni ai maggiori produttori di smartphone (Htc, Lg, Lenovo, Motorola, Samsung e Sony). Ma nessuno ha saputo dare una data certa sulla risoluzione del bug. Solo Htc ha informato che, dall’inizio di luglio, sta rilasciando aggiornamenti che correggono la falla. Però per tutti i dispositivi più vecchi di 18 mesi (è l’intervallo di tempo entro il quale le aziende si impegnano a supportare un telefono) sembra non esserci speranza. Ad aver agito in modo tempestivo sono stati gli sviluppatori di CyanogenMod, la più famosa tra le rom personalizzate basate sul robottino. Ieri, alle 20.50 ora italiana, hanno diffuso una versione corretta. Ciò dimostra come spesso le comunità open source riescano agire più velocemente delle aziende. Ma installare questo sistema operativo, che sostituisce la versione di fabbrica, non è una operazione agevole per gli utenti comuni. Questo bug dimostra la fragilità di Android, un sistema operativo potente, ma molto frammentato. Sul quale i produttori non riescono a dare supporto adeguato per proteggere gli utenti. 
 
28 luglio 2015 (modifica il 28 luglio 2015 | 15:56)

Il pentito dell’Isis: “I miei sei mesi a Raqqa da poliziotto dello Stato islamico”

La Stampa


La confessione di un ex miliziano tornato in Francia: “Solo atrocità, non è Islam”

 

È la storia di un viaggio nell’inferno dello Stato islamico. La cruda testimonianza, raramente così dettagliata, di un ex jihadista pentito rientrato in Francia dalla Siria. Per sei mesi, il giovane Ali - ma questo è un nome di fantasia - ha prestato servizio a Raqqa, la capitale autoproclamata dell’Isis, arruolato come agente nel corpo della polizia islamica. Laggiù, assicura agli inquirenti francesi che lo tengono in custodia cautelare da marzo, sognava di poter vivere in armonia con i precetti dell’Islam. E invece ha trovato solo violenza e barbarie.
 
«Non erano musulmani, un musulmano non può commettere simili atrocità», ha raccontato dopo essersi volontariamente costituito in commissariato, secondo la testimonianza, precisissima, anche se non completamente affidabile, rivelata dal quotidiano «Le Parisien».

Indottrinato in carcere  
Come tanti giovani francesi nella sua situazione, Ali viene conquistato dai dettami dell’Islam radicale in un carcere della banlieue parigina, a Fleury-Mérogis, dove si trova per reati minori. L’amicizia con un gruppo di detenuti radicali, i «Fratelli Musulmani», sarà devastante. Uscito di prigione vola in Egitto, poi in Tunisia, dove finisce nuovamente dentro per uso di stupefacenti. Dietro alle sbarre ancora cattivi incontri: «All’epoca - ricorda - frequentavo solo salafiti...». Rientrato a Parigi viene preso in un centro di reinserimento sociale, ma si scoraggia presto, e ritiene che in Francia non ci sia più posto per lui.

Il viaggio  

A settembre 2014 parte per la Siria. Prima il volo per Istanbul, poi il trasferimento a Gaziantep e la corsa in taxi fino al confine siriano. «Nulla di più facile, sul posto ho contattato i barbuti dell’Isis. Mi hanno dato il benvenuto e condotto oltre confine. Una volta a Raqqa il francese, che all’epoca non aveva neanche 30 anni, viene sottoposto a una complessa procedura di ingresso. «Passaporto sequestrato, poi due giorni di interrogatori... Hanno concluso che ero pulito». Seguono nove intensi giorni di indottrinamento, quello che lui definisce come un sorta di «campo scout jihadista», in compagnia di altre duecento reclute provenienti da mezzo mondo, dal Belgio alle Mauritius, dalla Svezia alla Turchia.

«Ci svegliavano tutti i giorni a colpi di kalashnikov», ricorda Ali, parlando di prime colazioni a base di datteri, prima degli allenamenti sportivi, footing, stretching, nuoto nell’acqua dell’Eufrate, e il successivo lavaggio del cervello durante i corsi di «dottrina» politica e religiosa. Alle dieci, dopo l’ultima preghiera, tutti a letto, in attesa di una nuova sveglia a suon di mitra. Così è stato per nove giorni, almeno fino a quello del giuramento finale all’Isis. «Un emiro superiore è venuto a dirci che dovevamo prestare giuramento, lo abbiamo fatto collettivamente, sotto a un capitello. Bisognava ripetere con lui parole rituali con cui ci impegnavamo a prestare fedeltà al “solo vero califfo dei musulmani”, a cui dovevamo ascolto e obbedienza».

L’addestramento militare
Finita la cerimonia col «santone», Ali e compagni vengono trasferiti, il decimo giorno, in un vicino campo di addestramento militare. Lì, insieme agli altri aspiranti jihadisti, impara a maneggiare kalashnikov, pistole, mitragliatrici, lanciarazzi. I «semplici» combattenti vengono separati da quelli che si dice siano pronti al martirio. «Quel giorno erano una decina». Ma Ali non è uno di loro. Anzi, stando a quel che dice rifiuta anche di andare a combattere con quelli «semplici».

L’impiego da poliziotto  
Alla fine strapperà un incarico nella polizia islamica, «più tranquilla» . Un lavoro di routine, che consisteva nel «controllare i cittadini, fare multe, bloccare risse o tafferugli». Il francese descrive scenari da Welfare State. «Le cure sono gratuite. Mi hanno dato 300 mila dollari per acquistare auto e casa, oltre a un salario mensile di 90 dollari».

«Esecuzioni continue»  
Agli agenti parigini che gli chiedono se sia sicuro di non dire frottole, lui replica che è tutto vero. Incluso il suo pentimento, il suo disgusto per le scene di cui si dice testimone. Da quel quattordicenne sgozzato perché non aveva finito la preghiera, fino alle molteplici esecuzioni a cui ha assistito, incluso degli omosessuali fatti precipitare come sacchi dai tetti dei palazzi. O quell’altro uomo accusato di «stregoneria» e decapitato davanti a lui. E poi i cadaveri. Tutti quei cadaveri esposti in strada con l’etichetta per spiegare i motivi dell’esecuzione.

Il ritorno a casa  
Ali non ne può più, vuole rientrare a Parigi. Sa che è difficile, ma prova comunque a chiedere l’autorizzazione di lasciare Raqqa. Un privilegio raro che ottiene dopo una lunga trattativa. Anche al confine, dove gli restituiscono il passaporto, è convinto che non la passerà liscia, che all’ultimo verrà giustiziato. A sorpresa andrà tutto bene. In tasca addirittura 500 dollari per acquistare il volo di ritorno. Sarà vero? Lui assicura di sì. Come garantisce di non essere un terrorista: «Quello che ho visto in Siria non è religione, è barbarie. Non ho ucciso, ora voglio solo una vita normale, voglio dimenticare». 

Il danno

La Stampa



Nel giorno in cui i musi lunghi del Fondo Monetario annunciano che la crisi in Italia finirà soltanto tra vent’anni, alcuni giudici della Cassazione appena sbarcati dal pianeta di Papalla sentenziano che «la perdita del lavoro non costituisce un danno grave alla persona». Un pizzicotto, tutt’al più.

La Suprema Corte si pronunciava sul ricorso di un imprenditore cuneese in causa col Fisco e in affanno coi soldi, che sosteneva di avere usato quelli destinati all’Iva per pagare le retribuzioni dei dipendenti. Che si tratti della verità o del fantasioso alibi di un commosso evasore, non è il punto che qui ci interessa. Ci interessa che i giudici di Papalla non abbiano ritenuto di inserire lo stipendio e il posto di lavoro nella cerchia ristretta dei valori la cui perdita procura una ferita insanabile alla dignità umana. Vi interesserà sapere che in quella lista - oltre ovviamente alla vita, alla salute, alla libertà morale e sessuale - i giudici di Papalla evocano un concetto molto astratto e abusato come l’onore.

Ma se vivessero sulla Terra saprebbero che nulla lede l’onore e la considerazione di se stessi quanto la mancanza o la perdita del lavoro. Un giovane disoccupato cronico si vive come un fallito; un cinquantenne licenziato e con speranze quasi nulle di riqualificazione non ha più occhi per piangere e neanche per guardare in faccia i propri figli. Certi giudici meriterebbero di perdere il posto per manifesta disumanità. In questo caso, effettivamente, non si tratterebbe di un danno grave.

Ulster, dieci anni fa il disarmo dell’Ira Storia del conflitto in Irlanda in 12 punti

Corriere della sera
di ANTONIO CARIOTI

 Il 28 luglio 2005 l’Ira cessava le attività militari nell’Ulster e avviava lo smantellamento del suo arsenale. Giungeva così al termine il conflitto durato secoli a causa del dominio e della colonizzazione britannica in Irlanda. Un riassunto in 12 punti dal Cinquecento ai nostri giorni

Luglio 2005, l’Ira depone le armi

Dieci anni fa, il 28 luglio 2005, una svolta decisiva nel conflitto in Irlanda del Nord. L’Irish Republican Army (Esercito repubblicano irlandese, in sigla Ira) cessa ogni attività militare e avvia lo smantellamento del suo arsenale. Si tratta di un passo decisivo nella pacificazione tra nazionalisti repubblicani cattolici, di cui l’Ira rappresenta la fazione armata, e unionisti protestanti fedeli alla corona britannica. Ciò rende possibile la formazione a Belfast, nel 2007, di un governo regionale presieduto dal leader degli unionisti oltranzisti, reverendo Ian Paisley, il cui vice diventa Martin McGuinness, ex dirigente dell’Ira. I nemici giurati di un tempo collaborano secondo una formula di compromesso che regge ancora oggi, nonostante le tensioni tra comunità diverse. È lo sbocco di un conflitto durato secoli, con un enorme spargimento di sangue, la cui origine risale al dominio inglese sull’Irlanda.

Coloni britannici in Irlanda

La presenza inglese in Irlanda risale al XII secolo, ma rimane a lungo confinata entro limiti ristretti. È con la dinastia dei Tudor, nel Cinquecento, che Londra avvia la conquista dell’intera isola e la sottomissione della popolazione indigena di lingua gaelica. Lo scontro assume anche un carattere religioso, perché la Chiesa d’Inghilterra rompe con Roma e crea la confessione anglicana, mentre gli irlandesi autoctoni restano in nettissima maggioranza cattolici fedeli al papa. Nel Seicento le continue sanguinose rivolte degli irlandesi inducono Londra a promuovere l’insediamento sull’isola di coloni protestanti inglesi e scozzesi, che si concentrano soprattutto nella regione settentrionale dell’Ulster. Particolarmente violenta è la repressione contro i cattolici irlandesi posta in atto dal dittatore puritano Oliver Cromwell, durante la parentesi repubblicana (1649-1660) seguita alla prima rivoluzione inglese.

 Nella cartina sono evidenziate le zone di insediamento dei coloni britannici protestanti nell’Irlanda settentrionale tra il Cinquecento e il Seicento

Luglio 1690, Guglielmo III salva i protestanti

Durante la seconda rivoluzione inglese (1688-1689) si contendono la corona Giacomo II Stuart, cattolico, e Guglielmo III d’Orange, protestante. Lo scontro si conclude in Irlanda, dove Giacomo II, cacciato da Londra e rifugiato in Francia, sbarca nel marzo 1689, sostenuto dalla popolazione cattolica autoctona e osteggiato dai coloni britannici. Assediati a Londonderry (per i cattolici Derry), nell’Ulster, i protestanti resistono. Poi nel 1690 Guglielmo III sbarca sull’isola e il 12 luglio infligge al suo rivale una sconfitta decisiva presso il fiume Boyne. Il dominio inglese sull’Irlanda, di cui i coloni sono uno strumento essenziale, ne esce confermato e rafforzato. La preponderante maggioranza cattolicasi trova ad essere discriminata e angariata in ogni modo: nel 1714 possiede solo il 7 per cento delle terre. Intanto i protestanti, in onore di Guglielmo III, adottano come colore l’arancione e in seguito creeranno l’Ordine d’Orange, associazione di tipo massonico che tuttora ogni 12 luglio festeggia la vittoria del 1690 con marce celebrative che spesso causano tensioni e incidenti con i cattolici.

1798, la rivolta degli United Irishmen

Paradossalmente il nazionalismo irlandese nasce protestante. Sono infatti tutti appartenenti a Chiese riformate coloro che fondano a Belfast nel 1791 la Society of United Irishmen (Società degli irlandesi uniti), guidata da Theobald Wolf Tone, che s’ispira agli ideali delle rivoluzioni americana e inglese: il suo obiettivo è l’indipendenza dell’Irlanda sotto un governo rappresentativo che garantisca pari diritti ai cittadini di ogni confessione religiosa. Con l’appoggio della Francia repubblicana, che è in guerra con la Gran Bretagna, gli United Irishmen organizzano nel 1798 una rivolta, che però assume caratteri insurrezionali solo nella contea di Wexford, dove i ribelli cattolici, martoriati da secoli, compiono gravi atrocità sui coloni protestanti fedeli a Londra. La sollevazione viene stroncata nel sangue, Wolf Tone si suicida in carcere e la causa nazionalista irlandese, inventata dai protestanti, viene adottata dai cattolici oppressi.

La grande carestia, 1845-1850

Dopo la rivolta del 1798, nel 1800 l’Irlanda viene unita alla Gran Bretagna e perde il suo Parlamento, nel quale peraltro i cattolici non potevano essere eletti. Poi si sviluppa nell’isola, sotto la guida di Daniel O’Connell, il nazionalismo costituzionale, che persegue la parità di diritti per i cattolici e l’autogoverno irlandese nell’ambito delle istituzioni britanniche. L’atto di emancipazione dei cattolici, votato dal Parlamento di Londra nel 1829, è un grande successo di O’Connell. L’Irlanda però nel 1845 subisce un colpo tremendo quando un microrganismo patogeno, phytophtora infestans, distrugge il raccolto delle patate, principale fonte di sostentamento di una popolazione cresciuta in quegli anni a ritmi molto intensi. Ne consegue una devastante carestia, che il governo di Londra sottovaluta e che causa in cinque anni circa un milione di morti, mentre un milione e mezzo scelgono la via dell’emigrazione. L’Irlanda più povera ne esce prostrata e piena di rancore verso gli inglesi.

L’insurrezione di Pasqua del 1916

Nel 1914 i cattolici irlandesi moderati ottengono l’autogoverno dell’isola, detto Home Rule, duramente contrastato dal movimento unionista protestante, molto forte nell’Ulster. Ma l’entrata in vigore viene sospesa per via della Prima guerra mondiale, che vede molti irlandesi battersi sotto la bandiera britannica. Tuttavia il 24 aprile 1916, lunedì di Pasqua, scoppia una rivolta armata nazionalista a Dublino, il cui capo Patrick Pearse proclama la repubblica irlandese. Le autorità britanniche reagiscono con estrema durezza e bombardano la città: l’insurrezione viene schiacciata e 16 dei suoi capi sono giustiziati. L’asprezza della repressione favorisce il partito nazionalista repubblicano Sinn Féin, fondato nel 1905, che alle elezioni britanniche del 1918 ottiene la grande maggioranza dei seggi irlandesi. I suoi deputati si rifiutano di andare a Londra e si proclamano parlamento autonomo dell’isola (Dáil) sotto la presidenza di Eamon de Valera, uno dei capi della rivolta del 1916, risparmiato dagli inglesi perché cittadino degli Stati Uniti.

La divisione del 1921, nascono due Irlande

Nel 1919 cominciano gli attentati dell’Ira, braccio armato del nazionalismo repubblicano al comando di Michael Collins, cui risponde la repressione delle forze britanniche, tra le quali si distinguono gli spietati ausiliari detti Black and Tans. La guerriglia termina nel 1921, quando viene firmato a Londra un Trattato anglo-irlandese che prevede la divisione dell’isola. Sei contee del Nord a maggioranza protestante restano nel Regno Unito, con un’ampia autonomia, le altre 26 vanno a costituire lo Stato libero d’Irlanda, dotato di autogoverno, ma incluso nel Commonwealth britannico e sottoposto formalmente alla corona. Una parte dello Sinn Féin, guidata da de Valera, rifiuta il Trattato, che però viene approvato il 7 gennaio 1922 con 64 voti a favore e 57 contrari da un’assemblea dei deputati repubblicani (secondo Dáil) eletti nel 1921 . In seguito, nel biennio 1922-23, lo Stato libero è teatro di una guerra civile che oppone avversari e sostenitori del Trattato: tra questi ultimi vi è Collins, che rimane ucciso. Vincono i fautori del Trattato, ma de Valera si rifà più tardi: con il suo partito Fianna Fáil conquista la maggioranza e nel 1937 trasforma lo Stato libero in una repubblica, detta anche Eire, che rivendica nella sua Costituzione l’unificazione dell’Irlanda.



Nella cartina le linee sottili delimitano le contee, mentre la linea più spessa rappresenta il confine tra lo Stato libero d’Irlanda e le sei contee dell’Ulster rimaste nel Regno Unito, dopo la divisione stabilita dal Trattato del 1921. I colori rappresentano la percentuale di popolazione cattolica nelle diverse contee

Agosto 1969, l’Ulster brucia

Ossessionati dal timore di essere assorbiti dal resto dell’isola, i governanti protestanti e unionisti dell’Irlanda del Nord instaurano un regime di segregazione della minoranza nazionalista cattolica, che viene penalizzata nella definizione dei collegi elettorali, discriminata negli impieghi pubblici, trascurata nella politica abitativa e dei servizi. Nel 1968 nasce un movimento per i diritti civili dei cattolici, sul modello di quello dei neri americani, le cui manifestazioni vengono prese di mira dalle cariche della polizia, composta quasi esclusivamente da protestanti, e degli estremisti unionisti, che trovano un focoso portavoce nel pastore presbiteriano Ian Paisley. Ben presto la situazione degenera, quando sull’altro versante si riorganizza l’Ira. Nell’agosto 1969 scoppiano gravi incidenti a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, e a Londonderry/Derry. Per sedare i disordini interviene l’esercito britannico. 

Bloody Sunday, 30 gennaio 1972

Di fronte al susseguirsi delle violenze in Irlanda del Nord, le autorità colpiscono le persone sospette con l’internamento senza processo. A Londonderry/Derry, città a maggioranza cattolica ma governata dagli unionisti grazie al ritaglio fraudolento delle circoscrizioni elettorali, il 30 gennaio 1972 si tiene un corteo non autorizzato di protesta contro l’internamento, che dà luogo a gravi incidenti, durante i quali i paracadutisti britannici uccidono 14 civili inermi. È il Bloody Sunday (domenica di sangue) di cui parla una famosa canzone degli U2. Il governo britannico sospende il Parlamento di Belfast (detto Stormont dal quartiere dove è situato) e porta la regione sotto il suo diretto controllo. Ma un’intesa di compromesso raggiunta nel dicembre 1973 a Sunningdale (Inghilterra) tra nazionalisti e unionisti moderati viene mandata a monte dagli oltranzisti delle due parti. Seguono anni di violenza terroristica, ad opera dell’Ira come delle formazioni paramilitari lealiste, Ulster Defense Association (Uda) e Ulster Volunteer Force (Uvf), con molte vittime innocenti.

Il sacrificio di Bobby Sands, 1981

Alcuni detenuti dell’Ira rinchiusi nel carcere nordirlandese di Long Kesh, detto Maze (labirinto) per la sua struttura complessa, intraprendono lo sciopero della fame per ottenere il riconoscimento della qualifica di prigionieri politici. Ma il governo della premier conservatrice Margaret Thatcher non cede alle loro richieste. Uno dei carcerati, il ventisettenne Bobby Sands, viene eletto al Parlamento di Londra nell’aprile 1981 come candidato repubblicano alle elezioni suppletive in un collegio dell’Ulster: si spegne poco tempo dopo, il 5 maggio, dopo 66 giorni di sciopero della fame, e come lui muoiono altri nove suoi compagni di lotta, suscitando una grande impressione non solo nell’Eire, ma nell’opinione pubblica mondiale. L’episodio convince Gerry Adams, leader del partito Sinn Féin legato all’Ira, che è possibile seguire una via politica per l’unificazione dell’Irlanda. La svolta viene annunciata in un congresso che si tiene a Dublino nel novembre 1981. 


Un murale repubblicano commemora Bobby Sands

Brighton, 1984: attentato a Margaret Thatcher

Il 12 ottobre 1984 l’Ira compie la sua azione più clamorosa: fa esplodere una bomba al Grand Hotel di Brighton, in Inghilterra, dove si tiene il congresso del Partito conservatore britannico. Muoiono cinque persone e la stessa Thatcher rischia di essere gravemente ferita. Il primo ministro inglese resta fermo nel suo rifiuto di qualsiasi trattativa con le organizzazioni armate, ma avvia un negoziato con il governo di Dublino, che sfocia il 15 novembre 1985 nel trattato di Hillsborough: esso concede all’Eire voce in capitolo negli affari dell’Irlanda del Nord e sancisce il principio che ogni cambiamento nella regione dovrà passare attraverso la volontà della maggioranza dei suoi abitanti. Gli unionisti, che sono stati esclusi dalle trattative e temono l’alta natalità dei cattolici, criticano la Thatcher e Paisley la accusa di tradimento. Intanto lo Sinn Féin ottiene buoni risultati elettorali, ma resta fedele al principio «con la scheda in una mano e con il mitra nell’altra». 

Il processo di pace, gli accordi del 1998

Dopo l’uscita di scena della Thatcher, si avviano i negoziati, di cui sono protagonisti il leader nazionalista moderato cattolico John Hume e il suo contraltare unionista David Trimble. Lo Sinn Féin ne prende atto e nel 1994 l’Ira dichiara un primo cessate il fuoco, che però dura solo fino al 1996. Intanto nasce una commissione internazionale, presieduta dal senatore americano George Mitchell, che si adopera per il disarmo delle forze paramilitari. Dopo la vittoria elettorale del laburista Tony Blair in Gran Bretagna, nel 1997, la trattativa accelera, fino all’accordo del Venerdì Santo (10 aprile 1998), che sancisce la condivisione del potere a Belfast tra la comunità protestante e quella cattolica. L’intesa vien ratificata tramite referendum sia nell’Eire sia nell’Irlanda del Nord. L’Ira sospende le azioni violente, ma un gruppo dissidente, la Real Ira («vera Ira») compie un grave attentato a Omagh, con 29 morti: privo di credibilità, verrà presto sgominato dalle forze dell’ordine. Ma bisogna aspettare ancora per il disarmo dei paramilitari repubblicani.

 «Preparati alla pace, pronti alla guerra», un murale dei paramilitari lealisti dell’Uvf riflette la diffidenza tra le parti in causa durante il processo di pace


Kyenge contro Il Giornale: "Non fate un buon servizio, vivo sotto scorta"

- Lun, 27/07/2015 - 19:58