sabato 1 agosto 2015

Com’è andato il lancio di Windows 10?

La Stampa
antonino caffo

Il nuovo sistema operativo di Microsoft è arrivato tre giorni fa ed è stato già installato da 14 milioni di persone: ecco le prime impressioni raccolte in rete sulle modalità di installazione, il rinnovato menu Start e le misure di sicurezza

 

Il day one è andato, e anche se molti appassionati avevano già provato Windows 10 in versione beta, è dal 29 luglio che possiamo davvero discutere di come sia davvero il nuovo sistema operativo di Microsoft. Soprattutto perché le versioni precedenti, sin dall’annuncio di gennaio, portavano con sé miglioramenti evidenti ma non definitivi, conditi anche da qualche bug.

Ma allora vale davvero la pena aggiornare? Non è un segreto: Windows 10 è stato accompagnato da giudizi largamente favorevoli, provenienti da più parti; chi lo ha testato nei mesi scorsi non ha fatto che elogiare il ritorno del tasto Start, il design accattivante e l’integrazione tra elementi classici e quelli del modern desktop (per intenderci, le mattonelle animate).

Per evitare opinioni di parte conviene però giudicare Windows 10 considerando quello che offre oggi il mercato dell’informatica e ricordando la storia di Microsoft, tra il successo di XP e il flop clamoroso di Windows Vista assieme a quello di Windows 8, in grado di portare innovazioni forse troppo lungimiranti. Così forse solo oggi siamo dinanzi a un prodotto che è il giusto incrocio tra passato e futuro dell’azienda.

La procedura di installazione  
Partiamo da qui: Microsoft specifica che per il download e l’installazione di Windows 10 servono circa 60 minuti. Eppure, come riporta IT Pro, nei 190 Pesi dove l’aggiornamento è disponibile, in molti hanno riscontrato evidenti rallentamenti (anche noi) che in alcuni casi si sono tradotti in almeno il doppio del tempo necessario per completare il passaggio al nuovo OS. Su Twitter, cercando tra i post con hashtag #Windows10, non è raro leggere di qualche utente fermo per quasi un’ora al 14% o addirittura allo 0% dopo più di mezz’ora. E anche se il rischio di un nuovo blue death screen è stato evitato, in rete ha fatto la sua comparsa “Something Happened”, un messaggio d’errore riscontrato durante l’installazione dell’aggiornamento. In Italia c’è chi ha visto comparire un “errore critico” senza tante spiegazioni, ma chi dovesse decidere di aggiornare oggi con molta probabilità non troverà più problemi a scaricare e installare il sistema operativo.

Finalmente “10”  
Una volta a bordo, l’esperto Jason Stiff di Technet (community legata a Microsoft) ha voluto esprimere il suo entusiasmo per come Redmond sia riuscita a rendere compatibili le principali app di Windows 8 in 10, senza causare danni agli utilizzatori. “Provate quella per lo streaming dei giochi dalla Xbox One, è pazzesca” – ha scritto sul microblog. Al di là dell’approccio più funzionale del nuovo menu Start, molti hanno apprezzato anche la possibilità di organizzare scrivanie diverse in base alle esigenze lavorative e personali. “Come succede già su Mac OS X e Linux – scrive Canadaam – finalmente chi studia e lavora con un solo computer Windows 10 potrà separare virtualmente file e cartelle su varie schermate”.

Miglioramenti di sicurezza
Dopo l’intrattenimento e la produttività, un altro argomento di forte interesse è la sicurezza dei dati. Secondo l’analista Marie-Christine Pygott di Context, Windows 10 porta delle considerevoli novità e una serie di miglioramenti che potrebbero rinvigorire il mercato del computer in Europa dopo il calo degli ultimi anni, dovuto alla crisi. I pareri più tecnici, come quello di Matthew Aldridge informatico della Webroot, si basano su una serie di considerazioni circa l’implementazione di misure cautelative per la privacy delle persone.

La novità più apprezzata è sicuramente la protezione dell’identità e la funzione di controllo sull’accesso con cui attivare l’autenticazione in due passaggi, che richiede l’immissione di un codice ricevuto via telefono oltre alla password. “In questo modo gli hacker avranno vita più difficile” – spiega Aldrige. Non bisogna dimenticare che Windows 10 integra anche il riconoscimento dell’immagine come ulteriore strumento di ingresso. La funzione, in stile James Bond, si chiama Hello e toglie di mezzo l’incombenza della password per consentire il login al computer, applicazioni e siti web.

La bufala sulla condivisione della password del Wi-Fi
Il giornalista e reporter Brian Krebs aveva scritto nel giorno del lancio di Windows 10 di una funzione attivata di default, che permette di condividere la rete Wi-Fi a cui si è connessi con amici e contatti in rubrica. Si tratta del Wi-Fi Sense (Sensore Wi-Fi nella versione italiana) ed è in realtà un’opzione presente anche su Windows 8 ma, chissà perché, sponsorizzata solo adesso.

In pratica è possibile abilitare, in fase di attivazione del Wi-Fi, dispositivi specifici alla connessione wireless casalinga senza che conoscano la password ma sfruttando il computer Windows 10 come ponte al posto del router. Il metodo è abbastanza sicuro (i dati sono criptati sui server di Microsoft) anche se qualche testata, come Forbes, utilizzando titoli poco chiari ha contribuito involontariamente a veicolare la notizia secondo cui Windows 10 condivida in automatico la password del Wi-Fi. Niente di più falso.

In India le aziende non lo vogliono  
L’attuale CEO di Microsoft, Satya Nadella, ha origini indiane e per questo ci rimarrà doppiamente male nel sapere che la maggior parte delle aziende in India non ne vuole sapere di passare a Windows 10. Le reazioni al lancio del sistema operativo sono state anche qui esaltanti ma con una convinzione: “Si tratta di un ottimo passo in avanti per l’integrazione tra computer, smartphone e tablet per il consumatore medio e anche per quelli professionali – ha affermato Vishal Tripathi, direttore di ricerca di Gartner India a First Post – ma quando si tratta di aziende è meglio adottare la strategia di attesa”.

Il motivo è che molte compagnie sono passate da poco a Windows 7 da XP e non percepiscono dunque l’urgenza di aggiornare nell’immediato. Non si tratta solo dei costi per le licenze, ma anche di compatibilità con versioni di software precedenti e gestione del lavoro. “Ci vorranno dai 6 ai 12 mesi per vedere Windows 10 entrare nei primi uffici del paese” – ha sentenziato Tripathi. Nadella non ne sarà felice, ma potrà consolarsi con un altro numero: Windows 10 è stato installato su 14 milioni di computer soltanto il primo giorno 

Dai virus agli sms: la guerra di spie al tempo della rete

La Stampa

La Sicilia è fallita, commissariamola

Il caso Crocetta ha distratto l’opinione pubblica da quello che è l’unico, vero dramma della Sicilia. Un dramma che, purtroppo, è tutt’altro che politico. O meglio: che è stato generato dalla politica, e da quest’ultima potrà difficilmente essere risolto. La relazione della Corte dei Conti del 3 luglio scorso, analizzata da Wikispesa, non lascia infatti spazio a interpretazioni.

Nel 2014, è aumentato di 2 miliardi rispetto all’anno precedente il disavanzo complessivo, mentre le entrate, nello stesso periodo, sono scese della stessa cifra (da 19.7 a 17.6 miliardi: un calo corrispondente a circa il 10%). Della spesa totale, aumentata di 1.5 miliardi, l’82% è destinata alla spesa corrente. Da cui, comparando la cifra con quelle delle altre Regioni, emerge un dato molto semplice: la Sicilia spende da sola quasi un terzo della spesa per personale di tutta Italia.

Il che d’altronde non sorprende, se si considera che i dipendenti di ruolo dell’isola sono il 23% di tutti i dipendenti pubblici di tutte le Regioni italiane, e che i dirigenti sono uno ogni otto dipendenti, il doppio della media delle Regioni italiane a statuto ordinario. Il debito totale della Regione, accumulatosi a causa della stipula di mutui, prestiti obbligazionari e anticipazioni a lunga durata è cresciuto del 32%; quello a breve termine del 23%.

È evidente che questa situazione nasca (anche) da un uso a dir poco strumentale dello Statuto speciale da parte della Regione siciliana. Di fronte a questo scenario, se fosse un’azienda, la Regione Sicilia sarebbe a un passo dal fallimento. Di recente, la Corte Costituzionale ha dichiarato legittima la determinazione unilaterale da parte dello Stato degli obiettivi finanziari da perseguire, anche per le autonomie speciali, in assenza di criteri condivisi. Si tratta, a ben vedere, del consueto pasticcio del federalismo italiano, in cui da una parte ai poteri non corrispondono le dovute responsabilità, e dall’altra c’è bisogno dell’intervento della Consulta per dirimere le controversie tra Stato e autonomie.

A questo punto, l’unica cosa da fare sarebbe revocare lo Statuto speciale e commissariare la Regione Sicilia, procedendo a un massiccio piano di consolidamento fiscale. Per modernizzarla e aprire il varco a investimenti pubblici e privati, inibendo il pericolo che si consumi un dramma greco in miniatura, non c’è altra strada.

Twitter: @glmannheimer

Giappone, rilasciato l’audio del discorso di resa: così l’imperatore diventò «umano»

La Stampa

Per la prima volta la voce del sovrano fu sentita da quasi la totalità dei giapponesi. Settant’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale ecco la registrazione originale

 

 L’audio del discorso dell’imperatore Hirohito, quello sulla resa del Giappone nella Seconda Guerra mondiale alle forze alleate e che rese «umano» il sovrano di «natura divina», è disponibile nella versione originale grazie al recupero fatto dai vecchi dischi di vinile. Lo ha annunciato l’Agenzia della Casa imperiale nipponica che, per le celebrazioni dei 70 anni della fine del conflitto, ha messo oggi per la prima volta a disposizione il discorso trasmesso via radio il 15 agosto del 1945 che fu l’occasione per la quasi totalità dei giapponesi di sentire l’inedita voce dell’imperatore, pur avendo difficoltà di comprensione per il linguaggio classico usato in alcuni passaggi.

La resa, contenuta nel discorso noto come «gyokuon hoso», è stata finora disponibile grazie a repliche dell’audio. L’Agenzia ha detto di aver trovato la registrazione originale più corta di 10 secondi rispetto ai 4 minuti e 40 secondi finora noti, a causa forse della velocità di registrazione più ridotta.

Un totale di cinque pezzi anagrafici in vinile del discorso dell’imperatore sono stati conservati come parte integrante della collezione della famiglia imperiale. L’Agenzia, che è riuscita a recuperare in forma digitale l’intero discorso lo scorso dicembre, ha anche pubblicato foto e filmati del rifugio antiaereo del Palazzo imperiale, in cui si tenne la riunione del governo che il 14 agosto 1945 vide Hirohito annunciare ufficialmente la volontà di arrendersi dopo i drammatici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.


Giappone, morto l’ex soldato che per 30 anni ignorò la fine della Seconda Guerra Mondiale 
La Stampa
17/01/2014


 Hiroo Onoda si è spento a 91 anni in un ospedale di Tokyo. Ha trascorso quasi tre decenni nella giungla delle Filippine in totale isolamento

 

«Un soldato non deve mai pensare alle cose, deve rispettare gli ordini». Hiroo Onoda era stato fedele a uno dei principi della ferrea disciplina della «Nakano Gakko», la scuola degli ufficiali dell’Esercito imperiale nipponico. Tanto fedele da «non chiedersi», in trent’anni di battaglia nella giungla dell’isola filippina di Lubang, se la Seconda guerra mondiale fosse finita, come ammise candidamente nel 1974, frastornato al ritorno in un Giappone rivoluzionato, senza più l’imperatore-divinità (con Hirohito sempre sul trono), rinato dalle macerie del conflitto e in pieno boom economico.

L’ultimo tenente dell’Esercito imperiale, tra le decine di uomini («zanryu nipponhei») simbolo della perseveranza di chi è chiamato a combattere per l’imperatore, e arresosi solo «dopo l’ordine di fine combattimento» dell’ex comandante, il maggiore Yoshimi Taniguchi, è morto giovedì pomeriggio per infarto all’età di 91 anni in un ospedale di Tokyo dopo un breve ricovero.

Onoda continuò la «sua» guerra nell’isola dove fu distaccato a 22 anni, nel dicembre 1944, richiamato dall’impiego in Cina presso una società di trading, malgrado la resa del Giappone del 15 agosto 1945, quando un intero popolo ascoltò per la prima volta alla radio la voce di Hirohito che ordinava di «sopportare l’insopportabile». Conosceva cinese e inglese, utili alle azioni di intelligence combinate agli ordini «di mantenere le posizioni, non commettere seppuku (il suicidio rituale, ndr) e aspettare rinforzi».

Dopo l’arresto nella giungla dell’isola, nessuno lo convinse della sconfitta ad opera degli Stati Uniti: si presentò nella divisa tutta rattoppata e consegnò la katana, la spada di ordinanza, con un fiero saluto militare solo dopo i nuovi ordini del suo comandante arrivato appositamente dal Giappone.

Raccontò di essere sopravvissuto con altri tre commilitoni a bombardamenti e attacchi delle truppe alleate: sempre all’oscuro della resa e valutati come «propaganda» i volantini sulla fine della guerra lanciati dagli aerei Usa e non solo, uno dei militari lasciò il gruppo nel 1949 e si arrese volontariamente. La diplomazia giapponese, informata dell’accaduto, decise di muoversi per il recupero dei superstiti. Altri due morirono in scontri a fuoco con polizia e residenti locali, lasciando Onoda unico sopravvissuto: il tenente, perdonato per essersi macchiato dell’uccisione di una trentina di «nemici», fu ricevuto dal presidente filippino Ferdinando Marcos e da sua moglie Imelda.

Stessa accoglienza in una Patria stravolta e lontana anni luce dall’onore militare prebellico: il reinserimento, a 52 anni, fu traumatico. Decise nel 1975 di raggiungere il fratello in Brasile, dove si sposò e gestì una fattoria. Negli anni ’80 tornò in Giappone («vorrei morire lì», disse) facendo «qualcosa per gli altri». Aprì una scuola di sopravvivenza per insegnare ai ragazzi come accendere un fuoco con i bastoncini di legno e costruire ripari. Scrisse diversi libri e una popolare raccolta di memorie («Nessuna resa: la mia guerra di trent’anni»).

«Ho vissuto in anni segnati dalla guerra - usava ripetere ai `suoi´ ragazzi - ma voi dovete aiutarvi, nessuno può stare da solo». Concetti raccolti in un libro pubblicato pochi mesi fa, «Ikiru» («Vivere»). Un inno alla vita divenuto un best-seller: il commiato dell’ «ultimo giapponese» dell’Esercito imperiale, entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo.

L’idea di Google per evitare le code

La Stampa


Una nuova funzionalità nei risultati delle ricerche aiuta ad evitare le file mostrando gli orari di punta di milioni di negozi, bar, ristoranti e luoghi pubblici in tutto il mondo. Un problema che una startup italiana ha già affrontato in maniera differente

 

Volete evitare la coda in un locale molto frequentato o siete curiosi di sapere qual è l’orario migliore per visitare un monumento o un luogo pubblico? Basta cercarlo su Google e avrete la risposta.

La sezione “Orari con il maggior numero di visite”, quando disponibile, compare da un paio di giorni nella scheda Google del luogo cercato, ovvero la sezione - accessibile direttamente dai risultati di ricerca - che raccoglie le informazioni sull’orario, i contatti, le recensioni e le foto degli altri utenti.

“Ora puoi evitare le attese e vedere gli orari più frequentati durante la settimana per milioni di esercizi commerciali e luoghi in tutto il mondo direttamente dalla ricerca” spiega l’azienda nel post di Google+ con cui ha annunciato l’introduzione della nuova funzionalità.

Un grafico mostra l’afflusso di visitatori durante i giorni di apertura e permette così di scegliere se recarsi subito sul posto o scegliere un’ora più tranquilla. Un’ottimo strumento per programmare la visita ad un monumento o ad un luogo pubblico, ma che appare superfluo se cerchiamo informazioni su un ristorante o una pizzeria, i cui orari di punta saranno quasi sempre quelli a cavallo del pranzo e della cena, soprattutto in Italia.

La sezione sugli orari più frequentati per il momento è disponibile solo per le ricerche effettuate dal’applicazione Google su smartphone Android o da Safari e Chrome su iPhone. Nel momento in cui scriviamo siamo riusciti a visualizzarla solamente in relazione a luoghi e locali di città estere, ma Google non ha menzionato alcun tipo di limitazione geografica che escluda l’Italia dalla propagazione della nuova funzionalità.

L’azienda non ha neppure specificato quale sia l’origine dei dati su cui basa la nuova funzionalità. Un pop-up informativo, accessibile dalla scheda, spiega solo che i grafici sono stilati “sulla base delle visite storiche”.

Mentre Mountain View prova a risolvere il problema delle code grazie ai big data e al “knowledge graph” di Google Now, la startup italiana Qurami lo affronta, ormai dal 2010, con un approccio completamente diverso.

Qurami è un’applicazione per iPhone e smartphone Android che fa la coda al posto dell’utente. Basta selezionare l’ufficio pubblico in cui c’è da fare la fila e - nel caso la tecnologia sia supportata - “prendere il numero” direttamente dall’app. Grazie alla geolocalizzazione Qurami sarà in grado di calcolare il tempo di percorrenza necessario perché l’utente arrivi allo sportello esattamente quando sarà il suo turno, evitando così la perdita di tempo e lo stress per la lunga attesa.

Nel corso degli ultimi anni la tecnologia di Qurami è stata adottata da un numero sempre crescente di uffici pubblici e ha saputo conquistare la fiducia degli investitori. A dicembre 2014 la startup ha ricevuto 590.000€ di finanziamento in un round guidato da UniCredit Start Lab e LVenture Group.

Già attiva in 35 strutture in Italia, Qurami ora punta al consolidamento, grazie ad un potenziale partenariato con Poste Italiane, ma anche all’espansione verso l’estero. A partire dall’Inghilterra, grazie ad un accordo per la virtualizzazione delle code di dieci uffici postali della Royal Mail a Londra.

La Guerra di Crimea. Una crociata russa che può ricominciare


Austria, il Ministro dei trasporti vieta le targhe che alludono a nazismo, estremismo islamico e ultrà

Libero

 Austria, il Ministro dei trasporti vieta le targhe che alludono a nazismo, estremismo islamico e ultrà
Liberi va bene, ma politicamente corretti è indispensabile. Al grido del politically correct l'Austria vieta le targhe naziste. Non che in terra austriaca si attacchino svastiche alle automobili, ma la Motorizzazione federale ha ritenuto opportuno stilare una lista di targhe proibite, ovvero quelle che alludono in qualche modo al Terzo Reich di Hitler. Quindi via SS e 1919 (la esse è la diciannovesima lettera dell'alfabeto), HH (Heil Hitler) e 88 (l'acca è l'ottava lettera dell'alfabeto), BH (Blood and Honour, internazionale neonazi online), 420 (20 aprile è il giorno di nascita di Adolf), WAW (White aryan war, gruppo ultrà), FG (Fuehrer-Geburtstag, compleanno del Fuehrer) e così via. Vietati anche i riferimenti all'estremismo islamico (niente IS -Islamic state- sulle targhe) e riferimenti genericamente offensivi, come Acab (All cops are bastards, cioè tutti gli sbirri sono...).

L'idea - Sono più di trenta le combinazioni vietate, e ora gli impiegati della Motorizzazione dovranno stare molto attenti a non farsi scappare nemmeno una targa politicamente scorretta e quindi proibita. In Austria le targhe sono definite da regole abbastanza flessibili. Al di là dell'obbligo della prima lettera che identifica la città in cui l'automobile è stata immatricolata (W per Vienna, G per Graz, S per Salisburgo, I per Innsbruck e così via), l'automobilista è poi libero di scegliere se mettere sulla sua targa cinque cifre più un'altra lettera (assegnate da un computer) oppure sigle personalizzate. Gli abitanti di Innsbruck con il senso dell'umorismo possono sbizzarrirsi: I-cool o I-love i più gettonati.

Il Ministro dei trasporti austriaco Alois Stoeger per stilare la lista di combinazioni proibite si è fatto aiutare dal Comitato Mauthausen, un'organizzazione di sopravvissuti allo sterminio nazista. Ha poi giustificato la sua scelta dicendo che non c'è spazio in Austria per l'ideologia nazionalsocialista, quasi a voler cancellare i natali austriaci di Adolf Hitler oltre che la partecipazione attiva dello stato nell'abominio che ha segnato il Ventesimo secolo.

Le lenzuola? Sono «effetti letterecci» Quell’italiano misterioso da burocrati

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Nemmeno i dizionari aiutano a comprendere le formule di certi documenti. Il Codice del 2001 imporrebbe «un linguaggio chiaro e comprensibile»

 La disposizione per Expo da parte della «Legione Carabinieri Lombardia»
 «Lisciviatura! Chi era costei?», si chiederebbe Don Abbondio alla vista di una disposizione della «Legione Carabinieri Lombardia» del 29 luglio 2015, nove anni dopo l’invenzione di Twitter, 40 dopo il primo pc portatile, 58 dopo il primo personal computer, 110 dopo il primo volo aereo, 135 dopo la prima metropolitana elettrica, 161 dopo il primo motore a scoppio, 190 dopo il primo viaggio di un treno. Eppure nella disposizione su carta intestata con l’elenco del materiale in uso al personale dell’Expo 2015, scritta incredibilmente con il computer (che forse l’autore chiama, chissà, «macchinario elaboratore elettro-meccanico a impianto binario») si legge proprio così: «Lisciviatura degli effetti letterecci». Effetti letterecci? Qui ci potrebbe soccorrere un ipotetico «Dizionario demenzial-burocratico» del quale sempre più sentiamo la mancanza. Risponderebbe: «Trattasi di lenzuola, federe e coperte nell’interpretazione comica dei burocrati più ottusi». E vabbè. Ma «lisciviatura»?

Parole inesistenti
Andiamo a cercarlo nel Vocabolario degli accademici della Crusca, considerata la «Cassazione» della lingua italiana. Risposta: «“lisciviatura” come lemma non compare all’interno del Vocabolario». Andiamo bene! Proviamo con il vocabolario Treccani: «Lisciviatura. Operazione (detta anche cottura) fra le più importanti nella fabbricazione della carta. Consiste nel liberare le fibre dalle impurità e nel trasformare le sostanze coloranti dei cenci in composti facilmente eliminabili mediante opportuni agenti chimici, quali il carbonato sodico, la soda caustica e la calce. Si effettua con il lisciviatore, recipiente di norma sferico che viene posto in lenta rotazione dopo avervi messo i cenci e versato la soluzione lisciviante». La fabbricazione della carta? Il lisciviatore? E che c’entrano le lenzuola? 

Proviamo con il Sabatini Coletti: stesso risultato. Proviamo con il Gabrielli-Hoepli: stesso risultato. Proviamo con il Garzanti: stesso risultato. Conclusione: la «lisciviatura» delle lenzuola, delle federe e delle coperte non esiste. È frutto solo della ripetitività insensata di certi burocrati che copiano e incollano senza metterci un briciolo di intelligenza propria. Ma magari, dirà qualcuno, appartiene alla lingua più antica! Più pura! Più nobile! Allora andiamo sul «Dizionario della Lingua Italiana» di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini, forse il più famoso di tutti, pubblicato in 8 volumi (otto volumi!) tra il 1865 e il 1879. Sarà almeno quello all’altezza dei nostri burocrati? Macché: «lisciviatura» non esiste neppure sul Tommaseo.
«Galeotto» un decreto del Ministero della Difesa
Capiamoci: non si tratta del delirio burocratese di un mezzemaniche più o meno graduato. L’autore, purtroppo, ha semplicemente copiato come un automa, senza rifletterci un attimo, una formula trita e ritrita. Cercate sul web e troverete le stesse parole decine di volte. A partire da uno spassoso decreto firmato da Sua Eccellenza Reverendissima il Vice Direttore Generale del Ministero della Difesa, poffarbacco!, del 20 dicembre 2012: «Le quote giornaliere del noleggio mobili ed effetti letterecci e le quote di lisciviatura, da porre a carico degli utenti degli alloggi A.P.P. e S.L.I. per l’E.F. 2013, sono stabilite nella tabella annessa al presente decreto, che ne costituisce parte integrante». 

Parole così diseducative, nella loro insensatezza burocratica e illegale secondo l’articolo 11 comma 4 del Codice di comportamento dei dipendenti della Pubblica amministrazione del 2001 («Nella redazione dei testi scritti e in tutte le altre comunicazioni il dipendente adotti un linguaggio chiaro e comprensibile») da rassicurare tutti i passacarte innamorati nel linguaggio più cervellotico. Quello che Italo Calvino marchiò come «l’anti-lingua». S.O.S. a Marianna Madia, al ministro della difesa Roberta Pinotti e a tutti i generali: per favore, abolite la lisciviatura. Vi imploriamo in burocratese: «lisciviate» la vostra lingua! 

1 agosto 2015 (modifica il 1 agosto 2015 | 08:29)

Cambiate il nome di Safari per fermare il bracconaggio”

La Stampa

La petizione online rivolta alla Apple è stata lanciata dall’associazione Animals Trust

 

Che ci azzecca la Apple con il bracconaggio? A pensarci bene, qualche cosa c’é. Il browser web sviluppato da Apple si chiama Safari e ora una petizione online sul portale Causes chiede a Tim Cook di cambiarlo per «dare un segno concreto e visibile in tutto il mondo così da proteggere gli animali in via di estinzione e contrastare ogni forma di bracconaggio». L’appello è stato lanciato da Sergio Barbesta, il fondatore dell’associazione Animals Trust che si è affidato al web per cercare di attirare l’attenzione dei vertici Apple: in queste ore in tutto il mondo si parla della vicenda di Walter Palmer, dentista americano di 55 anni che ha pagato 50mila dollari per uccidere il leone Cecil, star del parco del parco di Hwange, Zimbabwe.

«È il momento che una grande azienda come Apple si prenda cura anche della salvaguardia dell’ambiente e della protezione di animali, per restituire in qualche modo al pianeta ciò che ha ottenuto. Leoni, elefanti, giraffe, leopardi, ippopotami, rinoceronti, bufali sono un patrimonio dell’umanità che dobbiamo difendere a tutti i costi», conclude Barbesta. Oltre ad aver aperto un’inchiesta giudiziaria a carico del bracconiere, gli Stati Uniti prenderanno in esame una petizione di firme raccolte direttamente sul sito della Casa Bianca dove è stato richiesto l’arresto e l’estradizione di Palmer in Zimbabwe. Bisognava raccogliere 100mila firme entro il 27 agosto, in tre giorni l’hanno sottoscritta 146mila persone. E chissà se la richiesta di Animal Trusts avrà altrettanta fortuna. 

Accade a Napoli. Vuoi un lavoro?: «No, grazie, ad agosto sono in vacanza»

Il Mattino
di Paolo Barbuto

 

 «Offro dieci posti di lavoro nel centro di Napoli ma non riesco a trovare personale: i giovani vengono, storcono il naso e dicono che loro ad agosto hanno già prenotato le vacanze, mica possono iniziare a lavorare. Questo è uno scandalo», la voce all’altro capo del telefono non è alterata, eppure la storia sembra lontanissima dalla realtà: parliamone da vicino. Dove ci vediamo? Appuntamento a piazza Municipio, bar Chicco d’Oro di fianco al Mercadante, con il Maschio Angioino che sembra seduto al tavolino di fianco al tuo.

Che cos’è davvero la Luna blu (che non è blu)

La Stampa

 Stasera dalle 20.19 la seconda Luna piena del mese, ma il colore sarà quello di sempre

 


Tutti pronti con il naso all’insù, questa sera, per salutare la luna blu a partire dalle alle 20.19. Ecco di cosa si tratta davvero.

La Luna blu è davvero blu?  
No, in realtà la luna brillerà del suo solito colore argentato, ma la particolarità è che si tratta della seconda luna piena del mese, dopo quella del 2 luglio: un fenomeno astronomico piuttosto raro, che si verifica all’incirca ogni tre anni. L’ultima luna blu cui abbiamo assistito risale all’agosto 2012 e la prossima occasione per vederla sarà nel gennaio 2018.

Perché si chiama Luna blu?  
Il termine è la traduzione letterale dell’inglese “blue moon”, che nel gergo inglese può essere usato per indicare un fenomeno inusuale e di difficile comprensione.

Perché ci sono foto della Luna blu allora?  
«La luna sarà del suo solito colore, perciò attenzione alle bufale che spesso sulla rete spacciano per luna blu immagini truccate al computer», avverte Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai). La luna potrebbe apparire azzurra solo in rarissime occasioni, nelle quali grandi quantità di polveri presenti nell’atmosfera agiscono come una sorta di filtro. È accaduto nel 1883, in occasione dell’eruzione del vulcano Krakatoa, in Indonesia. Ma si tratta di casi che comunque non hanno nulla a che fare con l’evento astronomico della doppia luna piena in un mese.

L’altra Luna blu  
C’è, infine, anche un’altra `luna blu´: quella in origine indicata come la terza luna piena di una stagione nella quale la luna piena compariva quattro volte. In questo caso la prossima luna blu è attesa per il 21 maggio 2016. 

Oriana Fallaci e l'Islam: "Ci rinchiuderanno in riserve come i pellerossa"

Libero

31 Agosto 2014

Per gentile concessione dell'erede Edoardo Perazzi, continuiamo la pubblicazione del discorso che Oriana Fallaci pubblicò nel 2005, quando fu insignita del Annie Taylor Award, prestigioso riconoscimento statunitense. I temi che la Fallaci affronta sono quelli delle sue celebri opere, tutte edite da Rizzoli.

 Oriana Fallaci e l'Islam: "Ci rinchiuderanno in riserve come i pellerossa"
Punto numero due. Non credo nemmeno nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. (E a proposito di quella fandonia: lo sapevate che al Barbican Center Theater di Londra hanno mutilato Tamerlano il Grande, il dramma scritto nel 1587 da Christopher Marlowe? A un certo momento del dramma, Christopher Marlowe fa bruciare il Corano da Tamerlano. Mentre il Corano brucia, gli fa anche sfidare il Profeta gridando: «Ed ora, se ne hai davvero il potere, vieni giù e spengi il rogo». Bé, poiché quelle parole aggravate dalle fiamme del rogo infuriavano le autorità mussulmane di Londra, il Teatro Barbican ha eliminato l’intera scena. Mezzo millennio dopo ha censurato Marlowe). E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. Integrarsi significa accettare e rispettare (più educare i propri figli ad accettare e rispettare) le regole, le leggi, la cultura, il modo di vivere del posto nel quale si sceglie di vivere.

E quando si impone la propria presenza a un paese che non ci ha chiamato e tuttavia ci tiene, ci mantiene, ci tollera, il minimo che si possa fare è integrarsi. Soprattutto se si è chiesto e ottenuto di diventare cittadini. Status che esige lealtà, fedeltà, affidabilità, e possibilmente amore per la Patria cioè la Nuova Patria che si è scelta. Ebbene, nell’Europa-Eurabia gli altri immigrati si integrano. Più o meno si integrano. Quelli che vengono dai paesi di cultura cristiana, ad esempio. Dalla Russia, dall’Ucraina, dalla Bulgaria, dall’Ungheria, dalla Slovenia, e tutto sommato anche dalla Romania che davvero non ci esporta il meglio del meglio. Perfino i discutibili cinesi che provocatoriamente si chiudono dentro le loro mafiose enclave, in certo senso finiscono con l’integrarsi. I mussulmani, no. Forse qui, negli Stati Uniti, lo fanno. Beati voi. In Europa, no. Nella maggior parte dei casi non si curano neanche di imparare la nostra lingua, le nostre lingue.

Incollati alle loro moschee, ai loro Centri Islamici, alla loro ostilità anzi al loro disprezzo e alla loro ripugnanza per tutto ciò che è occidentale, obbediscono soltanto alle regole e alle leggi della Sharia. E in compenso ci impongono le loro abitudini. Le loro pretese, il loro modo di vivere. (Cibo e poligamia inclusi). Cari miei, per capire che gli immigrati mussulmani non hanno alcuna intenzione di integrarsi con noi, che al contrario vogliono indurre noi a integrarsi con loro, basta considerare l’Intifada che questo autunno è scoppiata nella provincia di Parigi e poi in tutta la Francia. Ma credete davvero a ciò che sostengono i media quando sostengono che quelle scommesse e quegli incendi sono dovuti esclusivamente alla disoccupazione e alla povertà? Credete davvero che non abbiano niente a che fare con la guerra dichiarataci dall’Islam?

Occhi negli occhi non bastano le prese di bavero. Quelle sommosse erano e sono un’altra arma, un altro volto di questa guerra. Appartenevano, appartengono, alla strategia dell’invasione. Una strategia molto intelligente, ammettiamolo. Perché, grazie ad essa, l’odierno espansionismo islamico non ha bisogno delle armate e delle flotte usate dal defunto Impero Ottomano. Per realizzarsi gli bastano le orde di immigrati che ogni giorno arrivano in Sicilia con le navi o i gommoni o le barche, e ai quali i traditori nostrani spalancano le porte per farli entrare col cavallo di Troia e dare fuoco alla città. Una strategia intelligente anche perché non spaventa come spaventavano le loro armate, le loro flotte, le loro scimitarre, le barbarie di quando in Italia si scappava gridando Mamma-li-Turchi. E perché richiede tempo. Richiede pazienza. Richiede nuove generazioni installate nei paesi da conquistare.

I kamikaze inglesi del 7 luglio non erano forse immigrati di seconda o terza generazione? I rivoltosi francesi di quest’autunno non erano forse immigrati di seconda e terza e perfino quarta generazione? Se sbaglio ditemi perché tra quei rivoltosi non v’erano immigrati cinesi o vietnamiti o filippini o dall’Europa orientale. Non meno poveri e non meno disoccupati. (Ammesso che quelli dello scorso autunno fossero davvero poveri e disoccupati. Alla televisione ho visto ragazzi ben nutriti e ben vestiti come, a suo tempo, i nostri sessantottini ultraborghesi). Ditemi perché essi erano e sono tutti arabi mussulmani o nord-africani mussulmani. Ditemi perché bruciando le automobili e gli autobus e le scuole e gli asili e gli uffici postali e i cassonetti della spazzatura e le case urlavano «Allah-akbar, Allah-akbar». Ditemi perché, quando venivano intervistati dai giornalisti, rispondevano: «Noi non siamo francesi.

Non vogliamo essere francesi». Ditemi perché agivano in modo così coordinato, come se dietro il loro delirio vi fosse la mente di qualche esperto di Al Qaeda. E visto che parliamo di invasione, ditemi perché in Europa gli immigrati mussulmani materializzano così bene l’avvertimento che nel 1974 ci rivolse l’Onu e il leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell’emisfero del nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria». Bando alle illusioni: noi italiani, francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli, svedesi, danesi, olandesi eccetera stiamo per diventare ciò che diventarono i Comanci e gli Apache e i Cherokee e i Navajos e gli Cheyenne quando gli rubammo l’America. Stranieri in casa nostra. Anno 2016? Anno 2100? Parlando della futura dominazione mussulmana dell’Europa-Eurabia, alcuni studiosi già riferiscono a noi come ai «nativi». Agli «indigeni». Agli «aborigeni». Di questo passo finiremo anche noi dentro le Riserve come i Pellerossa.

di Oriana Fallaci

Morto in Paraguay Iacolare, l'ex braccio destro di Cutolo. Trattò con servizi e Br per la liberazione di Cirillo

Il Mattino
di Ferdinando Bocchetti

 

Corrado Iacolare, braccio destro di Raffaele Cutolo, è deceduto quindici giorni fa a 75 anni in Paraguay. La notizia è stata confermata poco fa dai familiari dello storico boss dei cutoliani. Iacolare, originario di Giugliano, era stato accusato di diversi omicidi e di associazione a delinquere di stampo camorristico.

Il nome di Iacolare è legato al rapimento, da parte delle Br, dell'assessore regionale democristiano Ciro Cirillo: sarebbe stato lui a trattare per la liberazione del noto politico con servizi segreti e brigatisti. Iacolare ha vissuto molti anni in Sudamerica: Brasile, Argentina, Uruguay e, infine, Paraguay, dove si è spento alcuni giorni fa, da quanto si apprende, per una malattia polmonare.


Venerd? 31 Luglio 2015, 16:52 - Ultimo aggiornamento: 19:18

Windows 10, le critiche di Firefox: “Lasciate gli utenti liberi di scegliere il browser”

La Stampa


Con una lettera aperta a Satya Nadella, il CEO di Mozilla Chris Beard accusa Microsoft di aver imposto ai nuovi utenti l’uso del browser Edge. Redmond ribatte: “Siamo pronti a cambiare se gli utenti ce lo chiederanno”

 

Ogni nuovo sistema operativo porta con sé una ventata di funzioni e novità. E ovviamente anche tante critiche. Che stavolta però non arrivano da un semplice utente, ma da Mozilla, il colosso digitale dietro al browser Firefox, uno dei più utilizzati al mondo. In una lettera aperta indirizzata al CEO di Microsoft Satya Nadella, l’amministratore delegato di Mozilla Chris Beard ha accusato Redmond di essere passata come uno schiacciasassi sulle scelte degli utenti: secondo Beard l’aggiornamento a Windows 10 “costringerebbe” i nuovi utenti a usare il browser Microsoft Edge, con una procedura di ritorno alle impostazioni troppo lunga e complessa.

“Satya - dice Beard nella lettera -, ti scrivo a riguardo di un aspetto inquietante di Windows 10: l’esperienza di aggiornamento sembra essere stata pensata per gettare nel cestino le scelte fatte dagli utenti e sostituirle con quelle fatte da Microsoft”. Per sostenere la sua tesi, il CEO di Mozilla ha persino realizzato un video che mostra il numero di click necessari a cambiare il browser di default.

“Questi cambiamenti non mi hanno turbato perché sono la persona che rappresenta Firefox - spiega ancora Beard -, ma perché le scelte di milioni di utenti Windows sono state ignorate. Per questo vi chiediamo di agire con urgenza e riconsiderare la vostra strategia a riguardo”. La risposta di Microsoft non si è fatta attendere: “Abbiamo sviluppato Windows 10 per garantire ai nostri utenti sia un’esperienza di aggiornamento semplice che un’esperienza di utilizzo coerente”.

Ma tra le righe c’è un’apertura alla richiesta di Beard: “Durante l’aggiornamento, l’utente può definire le impostazioni che preferisce, incluso il browser per navigare Internet. Dopo l’aggiornamento, è possibile impostare il browser che preferito come quello predefinito. Come tutti gli altri aspetti del prodotto, abbiamo sviluppato Windows 10 in ottica di servizio. Di conseguenza, se a seguito dell’esperienza e dei feedback degli utenti, individueremo aree di miglioramento, procederemo a integrarle successivamente”.