mercoledì 5 agosto 2015

Hiroshima 6 agosto 1945 Il giorno che il sole cadde sulla terra

Corriere della sera

Testo di Silvia Morosi e Paolo Rastelli, ricerca fotografica di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi


 Non la fine del mondo ma di un mondo. Così venne definita la battaglia di Valmy che il 20 settembre 1792 decretò la sopravvivenza della Francia rivoluzionaria assediata dalle monarchie europee timorose del contagio. Ciò che invece accadde il 6 agosto del 1945, 70 anni fa, fu non solo la fine di un mondo, quello della grande strategia militare basata sulle armi convenzionali, eserciti e flotte, ma conteneva in sè anche i germi della possibile fine del mondo, inteso come civiltà umana e sopravvivenza stessa della specie.

Quel giorno, alle ore 8,17 locali, la prima bomba nucleare della storia scoppiò a 580 metri di altezza sopra la città giapponese di Hiroshima, facendo entrare il pianeta nell’era atomica e intravvedere un possibile futuro di orrore fino a quel momento inimmaginabile.
 Come ha scritto Stephen Walker nel libro Appuntamento a Hiroshima (Longanesi, 2005), “nel primo miliardesimo di secondo la temperatura nel punto di esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi centigradi, diventando dieci volte più calda della superficie del sole”. Migliaia di esseri umani si ridussero in cenere o semplicemente scomparvero, gli uccelli furono incendiati in volo, i tondini di acciaio degli edifici di cemento armato si liquefecero.

Poi arrivò l’onda d’urto, alla velocità di 3.000 metri al secondo, con una forza iniziale di sette tonnellate per metro quadrato, e rase al suolo tutto ciò che era sopravvissuto al calore nel raggio di ottocento metri dal punto dello scoppio (più o meno 60 mila edifici), uccidendo almeno altre 50 mila persone. Secondo alcune stime, nei primissimi secondi dopo l’esplosione persero la vita circa 80 mila esseri umani. Ma l’orrore non era solo in questi numeri: perché per la prima volta nella storia della guerra, un ordigno bellico aveva creato intorno a sé un anello di morte invisibile, sotto forma di raggi gamma e di neutroni veloci, che avrebbe continuato a uccidere nei mesi e negli anni a venire (alla fine le vittime collegabili in qualche modo all’esplosione sono state stimate in 200 mila).


 Su in alto, nel cielo quasi senza nubi, gli aviatori americani sui tre bombardieri quadrimotori B-29 Enola Gay (quello che aveva materialmente sganciato la bomba), Great Artiste (dove si trovavano gli scienziati responsabili degli strumenti di analisi e misurazione dell’operazione) e Dimples 91 (incaricato delle riprese cinematografiche) assistettero tra inorriditi e affascinati all’ondata di distruzione e allo sprigionarsi di una nuvola gigantesca a forma di fungo che sarebbe diventata l’icona dell’Armageddon atomico. 
Il puntatore dell’Enola Gay, Tom Ferebee, che aveva preso come punto di riferimento per lo sgancio il ponte Aioi a forma di T in pieno centro città, esclamò “Dio, che cosa abbiamo fatto”. Dopo pochi istanti la voce calma del comandante e pilota, il colonnello Paul Tibbets, risuonò all’interfono: “Signori, avete appena sganciato la prima bomba atomica della storia”. 


Sotto di loro, la città che avevano visto intatta e viva fino a tre minuti prima sembrava “un calderone di catrame ribollente” mentre la luce del sole, dopo “essere scesa sulla terra” (come disse sempre Ferebee), scompariva dietro il fumo e la polvere radioattiva. La luce sarebbe quasi scomparsa per giorni, ispirando a decine di scrittori di fantascienza, dagli anni ’50 in poi, il concetto di “inverno nucleare” che avrebbe fatto seguito a un’ipotetica terza guerra mondiale. I bombardieri americani, che pure erano a oltre 8000 metri di quota, vennero scossi dall’onda d’urto come afferrati dalla mano di un gigante. Ora li aspettavano oltre 2.500 chilometri del viaggio di ritorno a casa, nel grande aeroporto di Tinian, nell’arcipelago delle Marianne. Tutti avrebbero ricevuto un’accoglienza da eroi. Alcuni sarebbero poi entrati nella spirale di un rimorso che li avrebbe accompagnati per il resto della loro vita.


La genesi
La storia che sarebbe finita con il volo dell’Enola Gay su Hiroshima era iniziata circa sei anni prima, nel 1939, quando negli Stati Uniti era iniziato un progetto di ricerca denominato poi Manhattan District o più semplicemente Manhattan, poiché il quartier generale del progetto era nell’isola di Manhattan, a New York (anche se in seguito i siti collegati si estesero a tutti gli Stati Uniti, da Oak Ridge nel Tennesse a Los Alamos nel Nuovo Messico). Lo scopo del programma era condurre approfondite ricerche sull’energia nucleare, che proprio all’inizio del 1939 aveva registrato una svolta con la scoperta del fenomeno della fissione ad opera di Niels Bohr, in quel momento professore

all’università americana di Princeton. Si trattava di scindere un nucleo di elemento radioattivo (poi identificato nell’uranio 235 o nel plutonio) in modo che dalla scissione si producessero neutroni capaci di scindere altri nuclei e quindi di innescare una reazione a catena in grado di autoalimentarsi. Il fenomeno, in base all’equazione dimostrata da Alfred Einstein E=mc2 (l’energia è equivalente alla massa per il quadrato della velocità della luce), avrebbe sprigionato enormi quantità di energia che, se lasciata libera di manifestarsi in maniera incontrollata, avrebbe prodotto un’arma dalla capacità di distruzione fino a quel momento mai vista. 


Poiché una simile teoria era stata anche dimostrata in Germania alla fine del 1938, un gruppo di scienziati europei immigrati negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni razziali del nazismo, temendo che Berlino riuscisse a sviluppare la nuova arma, convinse Einstein a scrivere una lettera al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt caldeggiando l’intervento del governo americano per sopravanzare i nazisti nella corsa all’energia nucleare. Roosevelt rispose positivamente e con il tempo il progetto Manhattan (che aveva assorbito anche il programma Tube Alloys di matrice britannica) arrivò a comprendere 130 mila persone con un investimento di oltre 2 miliardi di dollari (equivalenti a 28 miliardi di dollari del 2008 – Fonte Wikipedia). 


Direttore operativo e amministrativo del programma fu nominato il generale del Genio Leslie Groves (che aveva appena ultimato il progetto del Pentagono, la nuova monumentale sede del ministero della Guerra statunitense), mentre la direzione scientifica fu affidata al fisico Robert Oppenheimer.
Iperattivo, organizzatore impareggiabile e insofferente di ogni ostacolo il primo (il suo vice lo definì “il peggiore figlio di puttana che io abbia mai conosciuto”), tormentato, introverso e geniale il secondo, tra i due si sviluppò una collaborazione che ebbe momenti di forte tensione ma che alla fine raggiunse lo scopo: lanciare gli Stati Uniti (con l’aiuto di Gran Bretagna e Canada) nell’era nucleare.


Le svolte
Il progetto ebbe un’improvvisa accelerazione nel 1942, quando il fisico italiano e premio Nobel Enrico Fermi (rifugiato negli Stati Uniti in seguito alle leggi razzali poiché era sposato con una donna ebrea) costruì con successo la prima pila atomica. Ciò dimostrò che la possibilità di dare vita a una reazione a catena non era solo teorica e inoltre consentì la produzione di plutonio 239, ottenuto per irraggiamento neutronico dell’uranio all’interno della pila. L’utilizzo del solo uranio come combustibile fissile era infatti un procedimento lungo e faticoso, poiché comportava la separazione dell’uranio 235, isotopo dotato di proprietà radioattive, dal più stabile uranio 238. Non a caso la bomba sganciata su Hiroshima (nome in codice Little Boy, Ragazzino) fu all’uranio mentre quella lanciata su Nagasaki il 9 agosto (nome in codice Fat Man, Ciccione) era al plutonio (e più distruttiva, 25 chilotoni contro 16).


Un secondo passo importante fu la scoperta del sistema per innescare una reazione a catena all’interno dell’uranio e del plutonio. Semplificando molto, si trattava di preparare due masse subcritiche di materiale fissile (per definizione instabili ma allo stato inerti), di sagomarle in modo che l’una fosse specularmente compatibile con l’altra e infine di lanciarle l’una contro l’altra per mezzo di una quantità attentamente dosata di esplosivo convenzionale. In questo modo le due masse subcritiche si sarebbero combinate in una massa critica all’interno della quale sarebbe iniziata la reazione a catena.


La terza svolta, decisiva, avvenne il 16 luglio 1945 (solo 21 giorni prima del bombardamento di Hiroshima). Nel deserto di Socorro, nello stato americano del Nuovo Messico, era esploso The Gadget (L’Aggeggio) la prima bomba nucleare della storia (secondo alcuni proprio il 16 luglio 1945, e non il 6 agosto, andrebbe preso come data d’inizio dell’era atomica). Pesante 5 tonnellate e collocato all’interno di una baracca in lamiera su una piattaforma in cima a una torre altra trenta metri, l’ordigno aveva un nocciolo di plutonio circondato da uranio, il tutto avvolto da esplosivo ad alto potenziale sagomato e sistemato in una sfera di duralluminio.


Nessuno sapeva con precisione cosa sarebbe successo se la bomba avesse funzionato. Per esempio Enrico Fermi aveva espresso pubblicamente il timore che l’esplosione incendiasse l’atmosfera terrestre provocando la fine del mondo. E un altro fisico di Los Alamos aveva calcolato che le probabilità di un simile evento catastrofico erano tre su un milione. Ma si era deciso ugualmente di procedere. L’esperimento fu un successo insperato: The Gadget trasformò in polvere radioattiva se stessa, la torre, la baracca, tramutò in vetro verdastro metri e metri quadrati di sabbia silicea, produsse una luce così accecante da essere percepito da una ragazza cieca di 18 anni a 75 chilometri dal Punto Zero, fece sbocciare il primo fungo atomico della storia.


Il presidente americano Harry Truman, in quel momento a Potsdam per l’ultima conferenza tra gli alleati della crociata antinazista (Urss, Usa e Gran Bretagna), ormai sul punto di trasformarsi in avversari della guerra fredda, seppe che gli Stati Uniti avevano a disposizione l’arma risolutiva. Quello che invece non sapeva era che anche Stalin era stato informato: il matematico del progetto Manhattan Klaus Fuchs era una spia sovietica da anni e teneva aggiornato minutamente il Cremlino degli sviluppi del programma.


Dubbi e decisioni
La decisione di utilizzare subito la nuova arma contro l’unico avversario rimasto a combattere gli Alleati, il Giappone, non fu presa senza opposizione. Leo Szilard, un fisico nucleare profugo ebreo ungherese 47enne, che nel 1939 aveva collaborato con Einstein per convincere Roosevelt a dare il via alle ricerche nucleari, aveva cambiato idea e stava tentando di persuadere il nuovo presidente (Roosevelt era morto per emorragia cerebrale il 12 aprile del 1945) a bandire la superarma. Senza successo: le correnti contrarie, all’interno del Dipartimento di Stato, del Pentagono, dell’amministrazione e dello stesso progetto Manhattan, erano troppo forti (Groves considerava Szilard un pericoloso agitatore comunista, lo faceva pedinare, controllava la sua corrispondenza).


Lo stesso Oppenheimer rifiutò di aderire alla proposta di moratoria, affermando che “la bomba atomica è merda . Farà un botto, un botto molto grosso, ma non è un’arma che possa essere utile in guerra” (Walker, op. cit). Oppenheimer si pentì in seguito di queste parole, tanto da opporsi platealmente nel dopoguerra allo sviluppo della bomba all’idrogeno e da finire nella lista nera del senatore anticomunista Joseph Mc Carthy. “Noi scienziati, il cui tragico destino è stato quello di aiutare a costruire i mezzi di distruzione più raccapriccianti ed efficienti, – dirà il fisico dopo la sua crisi di coscienza – dobbiamo considerare come nostro dovere solenne e supremo fare tutto ciò che è in nostro potere per impedire che queste armi siano usate per gli scopi brutali per i quali sono state inventate”.


Molte le spiegazioni date sulla decisione di Truman e dell’establishment politico Usa (i militari erano contrari, non per spirito umanitario ma perché temevano che il nuovo ordigno avrebbe reso di colpo obsoleti i loro carri armati, le loro portaerei e i loro bombardieri). C’era la collera ancora presente nell’opinione pubblica per l’attacco a Pearl Harbor, che rendeva plausibile e desiderabile ogni mezzo a disposizione per punire i giapponesi. C’era il disprezzo razziale per un popolo asiatico (è difficile credere che, se la Germania non si fosse arresa nel maggio precedente, un’atomica su Berlino o

Norimberga sarebbe stata sganciata con la stessa disinvoltura). C’erano i risultati della battaglia di Okinawa, isola dell’arcipelago delle Ryukyu, porta di ingresso al Giappone: 82 giorni di combattimenti avevano inflitto alle forze americane 49 mila perdite (di cui 12.500 morti) a fronte di circa 70 mila caduti giapponesi, fanaticamente decisi a battersi fino alla morte, e decine di migliaia di vittime tra la popolazione civile dell’isola. Quanto sarebbe costata in vite umane, vite americane, l’invasione del Giappone metropolitano? 


Ma giocarono probabilmente altre considerazioni. Per esempio Gar Alperovitz, capofila degli storici revisionisti americani, in un’intervista del 2005 a Paolo Mastrolilli de La Stampa, disse che l’amministrazione Truman non voleva “che l’Urss conquistasse territori e peso nella regione e intendeva usare l’atomica come un ammonimento. Le prove sono solo circostanziali, legate a conversazioni sfuggenti, ma il segretario di Stato Byrnes aveva convinto Truman che la dimostrazione della potenza nucleare avrebbe reso Mosca più maneggevole nel dopoguerra”.

Anche la possibilità di sganciare la bomba su un’isola disabitata a scopo dimostrativo non fu considerata sufficiente per convincere i giapponesi alla resa. E forse giocò anche il fatto che la bomba atomica era considerata un’arma come un’altra, solo un po’ più potente ma nulla di speciale: era lì, era a disposizione, la si poteva usare.

E chi ne aveva percepito la potenza rivoluzionaria, invece di sentirsene intimorito, ne risultò esaltato: Winston Churchill fu stupito dal piglio volitivo di Truman a Potsdam nelle trattative con i russi dopo l’arrivo della notizia dell’esperimento riuscito nel deserto del New Mexico. E lo stesso Truman, dopo lo sgancio della prima atomica, si lascerà andare a parole rivelatrici sul suo stato d’animo: “Con questa bomba noi abbiamo ora raggiunto una gigantesca forza di distruzione, che servirà ad aumentare la crescente potenza delle forze armate.

Stiamo ora producendo bombe di questo tipo, e produrremo in seguito bombe anche più potenti”. Parole che ancor oggi mettono paura, appena temperata dalla considerazione che lo stesso Truman, quando durante la guerra di Corea (1950-1953) il generale Mc Arthur fece pressione per l’impiego di bombe atomiche contro la Cina, si oppose con fermezza, licenziando alla fine il generale che pure era un eroe di guerra e un idolo per il pubblico americano. 


Così Hiroshima prima e Nagasaki dopo furono condannate. Sulle due città si mandarono appena tre bombardieri, sapendo che per una forza d’attacco così rodotta i giapponesi non avrebbero dato nemmeno l’allarme e nessuno dei pochi aerei da caccia rimasti all’avazione nipponica si sarebbe levato in volo per difendere gli obiettivi. Il Giappone, piegato dalla potenza distruttrice della nuova arma, si decise ad accettare la resa incondizionata. 


Dopo ci fu chi tentò di minimizzare l’impatto del nuovo ordigno facendo rilevare che nei bombardamenti incendiari di Tokio (soprattutto quello del 9-10 marzo 1945) c’era stato un numero paragonabile di vittime e distruzioni: più di 72 mila morti e 41 chilometri quadrati di edifici rasi al suolo. Ma quello fu il risultato di un’incursione di 334 B-29. A Hiroshima e Nagasaki bastarono due aerei con carico bellico, uno per città. Non c’era paragone.

Il mondo lo capì rapidamente e finora la coscienza della capacità di distruzione messa in mano ai governi di un pugno di Paesi membri del club nucleare ha fatto sì che Hiroshima e Nagasaki siano rimasti episodi isolati e simboli della follia umana. Ma al mondo esistono ancora quasi 48 mila ordigni nucleari. L’epoca inaugurata dall’olocausto delle due città è ben lungi dall’essere passata.



Thunderstrike2, il worm per OS X che si diffonde via hardware

La Stampa


Una serie di vulnerabilità che affliggono il firmware dei PC sono presenti anche su Mac. Lo hanno scoperto due ricercatori che hanno già realizzato un worm (per ora innocuo) capace di diffondersi infettando periferiche hardware collegate alla porta Thunderbolt

 

L’edizione 2015 della Black Hat Security Conference, che si terrà il prossimo 6 agosto a Las Vegas, si preannuncia particolarmente interessante. Se da una parte verranno svelati i dettagli del bug che affligge quasi un miliardo di smartphone Android , dall’altra ce n’è anche per i Mac, la cui sicurezza è messa a repentaglio da una serie di vulnerabilità del firmware, il software integrato nelle componenti hardware del computer.

I ricercatori ed esperti di sicurezza Xeno Kovah, dell’agenzia LegbaCore, e Trammel Hudson, della Two Sigma Investments, presenteranno alla Black Hat Conference le proprie scoperte su una serie di bug grazie ai quali è possibile prendere il controllo di un Mac a livello hardware, in maniera potenzialmente subdola e senza che alcun tipo di antivirus possa accorgersi di una violazione.

Per illustrare le gravi falle, i due ricercato hanno realizzato un worm, ovvero un particolare tipo di “baco” informatico che si diffonde in automatico da computer a computer, capace di intaccare l’EFI di un Mac e di infettare le periferiche hardware connesse tramite porta Thunderbolt. Se la periferica compromessa viene collegata ad un altro Mac, ancora sicuro, il virus può diffondersi alla nuova macchina, che a sua volta è pronta ad infettare nuove periferiche. Un ciclo lento ma potenzialmente impossibile da intercettare e interrompere.

Il worm, indicato come Thunderstrike 2, è il secondo di questo tipo ma il primo che riesce efficacemente a propagarsi attraverso la cosiddetta Option ROM di hardware esterni, vale a dire un tipo di software integrato della periferica capace di “agganciarsi” firmware del computer durante la fase di avvio della macchina. E’ un worm innocuo, ovviamente, perché serve solo a dimostrare l’esistenza delle vulnerabilità, e si limita a indicare la propria presenza con una schermata di testo all’accensione del computer.

Altri worm analoghi, però, potrebbero ottenere il controllo totale del Mac in maniera silenziosa e sfuggire così a qualsiasi rilevamento. Il firmware EFI, infatti, opera al livello più basso possibile. Un’eventuale infezione, pertanto, non si potrebbe rimuovere con i comuni software antivirus, che girano al livello più alto del sistema operativo. Anche la formattazione dell’hard disk e la reinstallazione di OS X non sortirebbero alcun effetto.

Uno strumento perfetto per servizi segreti e agenzie deviate à la Hacking Team, insomma, che potrebbero utilizzarlo per compromettere una macchina, PC o Mac che sia, senza che l’utente si accorga di nulla.

Le vulnerabilità scoperte dai ricercatori sono cinque. Una è stata già risolta da Apple con un aggiornamento e per un’altra è già disponibile una patch parziale.
Ma ancora una volta, dopo il caso recente dei bug del Portachiavi di OS X di cui parlammo a giugno , il primato di sicurezza dei Mac è messo seriamente in discussione.

“Le persone sentono parlare di attacchi a PC e ritengono che il firmware Apple sia più sicuro”, ha spiegato a Wired uno dei ricercatori che hanno creato Thunderstrike 2. “Quello che cerchiamo di chiarire è che ogni volta che si sente parlare di attacchi al firmware EFI, si parla di tutti i computer basati su architettura x86 (che utilizzano processori Intel - nda).”

Surreale a Ragusa. Vuole donare due milioni all'ospedale, la Asl lo fa attendere e lui se ne va

Il Mattino

L'ospedale di Ragusa

RAGUSA - Voleva donare due milioni all'Azienda sanitaria ragusana per comprare apparecchiature mediche e migliorare i servizi del nuovo ospedale "Giovanni Paolo II", ma ha dovuto fare una lunga anticamera ed è andato via. È la surreale vicenda avvenuta a Ragusa dove un benefattore di origini ragusane, ma da anni trapiantato negli Stati Uniti, Giuseppe Giuffrè, ha rinunciato all'idea di donare 2 milioni di dollari all'Asl 7. Il manager Maurizio Aricò, dopo avergli dato appuntamento, gli ha fatto fare una lunga anticamera e lui spazientito se n'è andato.

DONAZIONE ANNULLATA Il manager, appreso della decisione dell'imprenditore italo-americano, si è prontamente scusato ma Giuffrè al momento sembra non avere più intenzione di procedere alla donazione. La parlamentare regionale del M5S Vanessa Ferreri, dopo aver saputo della presunta superficialità con cui il direttore generale dell'Asp 7 ha trattato il potenziale generoso donatore, ha richiesto la convocazione urgente di Aricò in commissione Sanità, affinché chiarisca la vicenda.

LE SCUSE Ferreri si scusa pubblicamente, da segretario della commissione sanità dell'Ars e soprattutto da cittadina ragusana, con il signor Giuffrè, confidando in un suo ripensamento: «A pagarne le conseguenze - dice - sarebbero solo i cittadini». Il presidente della Commissione sanità Pippo Digiacomo dice: «Apprendo con rammarico l'incidente accaduto nei locali dell'Asp di Ragusa che avrebbe fatto desistere il signor Giuseppe Giuffrè dall'annunciata decisione di donare una cospicua somma all'ospedale della città iblea. Sono certo che si sia trattato di un semplice disguido e che possa essere superato».

«Avevo incontrato Giuffrè - aggiunge - proprio all'ingresso dell'edificio e avevo avuto modo di ringraziarlo del suo affetto e della sua generosità nei confronti della terra natia e sono profondamente dispiaciuto. A nome mio e della commissione Sanità all'Ars voglio chiedere al nostro fortunato conterraneo di scusare l'incidente assolutamente estraneo al garbo e all'ospitalità della bella terra iblea. I particolari dell'incidente verranno certamente chiariti nelle sedi opportune».

Il nonno comandamento

La Stampa


Gentile signor Furfaro, autista della linea 1 di Genova, a nome dell’associazione «Tengo famiglia» vorrei congratularmi per il premio Menefreghista dell’Anno da lei vinto con pieno merito. Ricorderò i fatti che hanno portato la giuria ad assegnarle il prestigioso riconoscimento. Saranno state le tre e mezza di notte sul suo autobus fermo al capolinea, quando dei bulli, aizzati dalla ragazza del capo, hanno ridotto in fin di vita a suon di sprangate un passeggero che avevano preso per gay.

Durante l’aggressione, lei è sceso a mangiare un panino. Tornando sull’autobus lo ha trovato sporco di sangue, ma ha pensato fosse birra: immagino birra rossa, irlandese. Interpellato dalla questura sulle ragioni del suo distacco dalle miserie terrene, ha spiegato di avere seguito l’aureo consiglio del nonno, quello di farsi sempre i fatti propri.

Forse lo ignora, ma il suo disinteresse assoluto per i destini di qualsiasi comunità diversa dalla «famigghia» di appartenenza si inserisce in una luminosa tradizione che percorre i secoli e i racconti di mafia, attraversa gli osti dei «Promessi Sposi» e passando da suo nonno e dal senatore Razzi arriva fino a lei. Se avesse affrontato la banda a mani nude sarebbe stato un eroe e a nessuno francamente si può chiedere tanto. Ma se avesse fatto una telefonata al 113, magari mentre aspettava che le farcissero il sandwich, sarebbe stato un cittadino. Troppa fatica

Nazifascismo, quelle le stragi impunite per preservare le relazioni italo-tedesche

Repubblica - l'espresso
 di Pier Vittorio Buffa

In uno studio di prossima pubblicazione la studiosa Isabella Insolvibile mostra come molti eccidi In Italia e all'estero, rivelati dal giornalista dell'Espresso Franco Giustolisi, non siano stati oggetto di alcuna indagine. I casi furono archiviati per non danneggiare le relazioni italo-tedesche. E aspettano ancora giustizia 

 Nazifascismo, quelle le stragi impunite per preservare le relazioni italo-tedesche

 La verità sui crimini nazifascisti ha fatto e fa ancora paura. Non si può spiegare altrimenti quello che è successo al tribunale militare di Roma tra la fine degli Novanta e l’inizio del nuovo secolo e che è raccontato in uno studio, che sta per essere pubblicato, della storica Isabella Insolvibile .

Stiamo parlando delle decine di migliaia di italiani (civili e militari) trucidati dai tedeschi e dai fascisti in Italia e all’estero e delle centinaia di processi chiusi per decenni nell’archivio segreto scoperto nel 1994 nelle stanze della procura generale militare. Franco Giustolisi, che per primo ne parlò sull’Espresso, lo definì l’ “Armadio della vergogna” e in un libro con questo titolo ne descrisse nel dettaglio il contenuto.

Nell’armadio della vergogna vi erano 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 e dalle intestazioni capaci di evocare, al solo leggerle, terrore, sangue, morte: Cefalonia, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine… Sono le stragi impunite, nascoste per decenni perché la ricerca dei responsabili non interferisse nella costruzione dei nuovi rapporti italo-tedeschi.

 L’armadio venne aperto, molti processi celebrati, decine di condanne all’ergastolo comminate. Sembrava, insomma, che la giustizia avesse fatto qualche passo. Anche se con decenni di ritardo, anche se nessun criminale ha fatto poi un solo giorno di prigione.

Lo scrupoloso lavoro della Insolvibile (Archiviazione “definitiva”, la sorte dei fascicoli esteri dopo il rinvenimento dell’armadio della vergogna, in Giornale di storia contemporanea, XVIII, 1,. 2015) dimostra invece che quell’armadio, in realtà, è rimasto in parte chiuso perché molti fascicoli sono stati aperti solo formalmente per poi essere richiusi frettolosamente, senza reali indagini.

Tra il 1994 e il 1995, dopo la scoperta dell’armadio, le carte vennero mandate alle procure militari competenti ma i processi “sono stati istruiti e si sono svolti perlopiù solo dal 2003 a oggi: su 695 fascicoli rinvenuti, infatti, le più di 300 indagini istruite e portate a compimento sono state effettuate quasi tutte dalla procura militare di La Spezia tra il 2002 e il 2008, da quella di Verona dal 2008 al 2010 e da quella di Roma dal 2010 a oggi. Limitandosi a un computo banale, c’è evidentemente un buco lungo almeno 8 anni, che va dal 1994 al 2002-2003”.

 CEFALONIA ARCHIVIATA

La Insolvibile ha concentrato il proprio studio sui cosiddetti “casi esteri”. Sono gli eccidi di militari italiani compiuti dalle truppe tedesche subito dopo l’8 settembre, soprattutto nelle isole greche, nei Balcani, nei campi di prigionia. Il caso più famoso è quello dell’ isola di Cefalonia dove i soldati della divisione Acqui, che si rifiutarono di arrendersi, vennero sterminati. Ed è da Cefalonia, per capire concretamente quello che è successo negli uffici giudiziari militari romani, che parte la Insolvibile. “La documentazione relativa alla strage avvenuta nell’isola ionica”, scrive, “spettava, per competenza, alla procura militare di Roma. A capo di tale procura c’era, fino al 2010, colui che è unanimemente considerato lo “scopritore” dell’archivio segreto, Antonino Intelisano, che rinvenne i fascicoli durante le indagini del 1994 relative al caso Priebke.

L’indagine di Intelisano su Cefalonia partì però solo nel 2007, dopo le sollecitazioni provenienti dalla stampa, da un’assai opinabile decisione della corte di Monaco di Baviera (nel 2006 aveva archiviato l’inchiesta su Cefalonia per prescrizione, ndr) e da un’istanza presentata da alcuni parenti delle vittime”. L’unico indagato, l’allora sottotenente Otmar Mühlhauser, venne rinviato a giudizio nel 2009, ma poco tempo dopo morì e l’indagine condotta dalla procura romana si concluse. “Sarebbe stato solo il successore di Intelisano, Marco De Paolis, a riprendere in mano il caso, includendo sottufficiali e truppa tra i possibili responsabili, e portando finalmente Cefalonia in aula, con la condanna all’ergastolo (in contumacia) del caporale Störk nell’ottobre 2013”.

NOMI SBAGLIATI

Ma Cefalonia, scrive Isabella Insolvibile, non è l’unico caso “a ricevere un’attenzione quanto meno frettolosa e inadeguata”. Ha contato 41 episodi riconducibili ai “casi esteri” e sui quali “era ancora necessaria un’indagine e possibile un processo” in 26 dei quali vi erano “i nomi di alcuni dei presunti responsabili”. Solo per 18 di questi si è tentato un “qualche tipo di indagine” che non ha portato a nulla. Come nel caso delle stragi di Kos (vennero uccisi almeno 89 ufficiali italiani, ndr) e Leros (almeno 12 morti) il cui percorso giudiziario dopo il 1994 è ricostruito dettagliatamente nel saggio.

L’allora pubblico ministero militare Intelisano chiede l’archiviazione del fascicolo quasi subito, nel 1995, per prescrizione. Ma il giudice respinge la richiesta ricordando che si tratta di reati imprescrittibili. Dopo otto mesi parte la prima lettera per la Germania con la richiesta, tra l’altro, di individuare un generale, Friedrich Wilhelm Muller , di cui si fornisce un nome errato e di cui era nota l’esecuzione ad Atene nel 1947. Le ricerche, ovviamente, non ebbero esito, e così il 12 ottobre 1999 Intelisano chiede nuovamente l’archiviazione del fascicolo intestato a “Muller Franz Ferdinando” che questa volta venne concessa.

Sorte simile a quella di Kos-Leros anche per gli altri fascicoli sui casi esteri dell’armadio della vergogna di competenza della procura romana e analizzati da Isabella Insolvibile. Le statistiche che si ricavano dalla dettagliata appendice, che analizza i procedimenti uno per uno, dimostrano a sufficienza la “frettolosa e inadeguata attenzione” riservata alle indagini sui massacri dei soldati italiani. I procedimenti per i quali non è stata svolta alcuna attività di indagine (in tutto 22) sono stati archiviati entro il 1996 (ad eccezione di un fascicolo archiviato nel 1999).

Gli altri 18, per i quali qualche indagine, del tipo di quelle fatte per Kos e Leros, sono state svolte, sono stati archiviati nel 1999. Ma con una singolare concentrazione dei provvedimenti in pochi giorni. La procura della Repubblica militare chiede l’archiviazione dei 18 procedimenti in 11 giorni: per cinque l’8 ottobre 1999, per otto il 12 e per gli ultimi cinque il 19 ottobre. Il giudice per le indagini preliminari risponde con grande velocità. Archivia 11 procedimenti il 5 novembre, sei il 9 novembre e solo per uno la decisione slitterà al 28 luglio del 2000. Insomma tra l’8 ottobre e il 9 novembre 1999 è come se un’anta dell’armadio della vergogna si fosse richiusa, negando ancora una volta giustizia a migliaia di morti.

 AUTORIZZAZIONE NEGATA

Alla procura militare di Roma, dopo l’assegnazione, tra il 1994 e il 1995, dei processi alle procure competenti, non restarono solo i fascicoli sui casi esteri ma anche quelli sulle stragi di centinaia e centinaia di civili massacrati dai nazifascisti nel centro Italia durante il periodo dell’occupazione. Per tentare di capirne la sorte avevo chiesto personalmente e formalmente, al Gip militare di Roma, il permesso di visionare i fascicoli archiviati da anni. La procura militare, guidata adesso da Marco De Paolis, aveva dato parere positivo spiegando che non sussiste “alcun impedimento”. Il gip Isacco Giorgio Giustiniani ha invece rigettato la richiesta perché “generica, relativa alla totalità degli atti, di una serie sostanzialmente indeterminata di procedimenti”. Eppure la richiesta non era per nulla generica, era accompagnata dall’elenco dettagliato dei processi fornito ufficialmente dalla procura. Processi su stragi famose e sanguinose su cui segreti e riservatezza dovrebbero essere spariti da tempo.

Ma cosa è successo alle indagini su queste stragi? Incrociando l’elenco fornito dalla procura e gli atti della commissione parlamentare che indagò sull’occultamento dei fascicoli si capisce facilmente come anche i fascicoli sui “casi italiani” abbiano subito la sorte dei quelli studiati da Isabella Insolvibile. Ricorrono, ad esempio, le stesse date. Il 5 novembre 1999, il giorno in cui il gip firma l’archiviazione di 11 “casi esteri” viene archiviato anche il fascicolo 536 relativo a fatti avvenuti a Capistrello e lo stesso giorno cade il silenzio anche su omicidi commessi a Tagliacozzo, sempre nell’aquilano. Tre anni prima ci fu un altro giorno di grande attività per il gip militare di Roma. Il 18 aprile 1996 archivia senza nessuna attività investigativa, come documenta la Insolvibile, quattro “casi esteri”. Lo stesso giorno, verosimilmente anche in questi casi senza nessuna attività investigativa, torna la pietra tombale sulla strage di Calvi, in Umbria (12 morti), di Tolfa, in provincia di Roma (quattro morti), dell’Aquila (nove morti).

NESSUNA VERITA'

Tutto questo dimostra che l’archivio segreto scoperto nel 1994, l’armadio della vergogna, alla fine non è mai stato aperto del tutto. In poco più di un lustro quasi un terzo dei fascicoli che vi erano contenuti sono tornati a chiudersi dopo nessuna indagine o dopo indagini come quelle descritte. Proprio come se, davvero, la verità su quei crimini facesse ancora paura e rischiasse di creare tensioni nei rapporti tra Italia e Germania.

Conclude il suo saggio Isabella Insolvibile: “Il lavoro giudiziario che avrebbe dovuto essere fatto sulle stragi riscoperte, avrebbe potuto creare problemi, oltre a rappresentare un onere notevole per uno Stato, il nostro, da sempre a corto di risorse. Si scelse, quindi, di dichiarare la prescrizione e in ogni caso di archiviare, trasformando così una decisione illegale quale quella dell’archiviazione provvisoria in una sentenza storica definitiva, chiusa dal sigillo di una formale legalità”.

Fino alla Luna per 33,31 dollari Le spese extra di Buzz Aldrin

Corriere della sera
di Paolo Virtuani 

Il secondo uomo sulla Luna festeggia il 46esimo anniversario dell’impresa pubblicando un tweet con la nota spese per le «trasferte» dell’Apollo 11

 

 E per fortuna che sulla Luna non c’è un bar, se no metteva in conto anche una birra. Edwin «Buzz» Aldrin, il secondo uomo a mettere piede sul suolo lunare, ha voluto festeggiare il 46esimo anniversario a modo suo: ha pubblicato un tweet con la nota spese di quanto gli è venuto a costare il viaggio Terra-Luna e ritorno. Cosucce, come una trasferta di lavoro: in totale sono saltati fuori 33,31 dollari.


Aldrin - sicuramente il più «estroso» tra il gruppo di astronauti scelti per le missioni dirette al nostro satellite naturale - è un tipo preciso. Ma anche la Nasa lo era (lo è) e così l’inflessibile dogana degli Stati Uniti. Nel modulo Buzz ha dovuto indicare da dove è partito (Cape Kennedy, Florida), il percorso (Luna) e dove è arrivato (nell’oceano Pacifico), poi è stato raccolto dalla portaerei Hornett, infine è sbarcato alle Hawaii, messo in quarantena (all’epoca si temeva che gli astronauti potessero essere contagiati sulla Luna da qualche virus sconosciuto), prima di fare rientro alla base della Nasa a Houston, in Texas. 

«Qualcosa da dichiarare?»
In un secondo tweet Aldrin mostra il modulo doganale che i tre componenti di Apollo 11 (gli altri due erano Neil Armstrong e Michael Collins) hanno dovuto compilare dopo l’eterna domanda dei doganieri: «Avete qualcosa da dichiarare?». Sì, qualcosa da dichiarare ce l’avevano: rocce e campioni di suolo lunari. Nulla che non fosse già ampiamente conosciuto e pubblicato anche sul web della straordinaria missione che nel luglio 1969 tenne il mondo intero con il naso all’insù. Però ricordare la nota spese degli astronauti che - non dimentichiamolo - erano militari pagati dal governo degli Stati Uniti - aggiunge una nota di colore all’anniversario. Ma a quanto equivalgono oggi i 33,31 dollari del 1969? Utilizzando una delle tabelle che si trovano online che tengono conto dell’inflazione risultano 216,59 dollari, che al cambio attuale fanno circa 198 euro. Chissà se Buzz Aldrin li avrà trovati nella busta paga del mese successivo. 

4 agosto 2015 (modifica il 4 agosto 2015 | 23:01)