giovedì 6 agosto 2015

LAVORO : Lettera aperta di un imprenditore trentenne: «Assumo, ma trovo poche persone che vogliano fare fatica»

Corriere della sera
di Riccardo Pavanato*

Lettera aperta di un imprenditore trentenne: «Assumo, ma trovo poche persone che vogliano fare fatica»

Lo sfogo di un ingegnere alle prese con l’espansione della sua società di consulenza: «Troviamo sempre meno giovani che vogliano mettersi in gioco e condividere i frutti di un lavoro solo dopo che è stato svolto. Lo stipendio d’ingresso? 26mila euro più auto»

Questa non è la lettera di un imprenditore in difficoltà, disilluso da anni di lotta con la burocrazia o soffocato da un mercato in crisi; e non è neppure il lamento di un vecchio del mestiere in conflitto con le nuove generazioni. Al contrario, questa è la riflessione di una persona che, ancora distante dalla soglia dei 40, ha avuto la fortuna di poter contribuire a creare un’impresa – una società di consulenza – che continua a crescere di anno in anno, raggiungendo traguardi sempre più ambiziosi, perseguendo l’espansione internazionale, e operando presso clienti prestigiosi. Impresa alla quale, in un momento in cui (apparentemente in controtendenza) gli ordini continuano a crescere e i progetti diventano più entusiasmanti, si palesa una difficoltà inconsueta: trovare persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, di imparare, di crescere, di lavorare.  

Di fare fatica. Fatica non di quella fisica, da cantiere, ma di quella fatta di scadenze incombenti, di (eufemisticamente ) vivaci scambi di opinioni, di trasferte, del sentirsi sempre messi in discussione a fronte di un contratto (quello con il cliente) vincolato ai risultati.  

Fatica che, per chi come me e come noi sta forse riuscendo a costruire qualcosa, non è mai stata un problema, e che è sempre venuta in secondo piano nei confronti della soddisfazione di vedere i risultati – aziendali prima e personali poi – del nostro lavoro. Quando infatti abbiamo creato Auxiell, ormai dieci anni fa, freschi di laurea, in un periodo in cui le uniche startup parevano dovere essere quelle a contenuto tecnologico, ci siamo posti un obiettivo: lavorare per contribuire a creare imprese eccellenti non solo nel prodotto, ma anche nei processi che le compongono. Ecco perché Auxiell esiste: per creare esempi di eccellenza, perché gli imprenditori e i manager possano andare fieri di quanto fanno di giorno in giorno e dei risultati che raggiungono. 

Ma per creare esempi bisogna, in prima battuta farsi esempio, mettendo quando necessario gli interessi del cliente, del progetto o dell’azienda davanti ai propri. Eppure, in un momento in cui si fa un gran parlare di crisi e di disoccupazione, e in cui noi invece avremmo abbondanza di lavoro da offrire, ci confrontiamo frequentemente con persone la cui mentalità prevede l’equazione «ricevo un compenso e quindi posso affrontare dei sacrifici» e non, piuttosto, «non mi pongo il problema di affrontare qualche sacrificio e di conseguenza so che potrò ambire a raggiungere qualcosa». E non è questione di età o di area geografica di provenienza: troppe volte, ormai, ci siamo trovati di fronte a simili obiezioni per poter pensare di attribuirle ad un singolo cluster di popolazione. 

Si badi bene, qui non si parla di «sfruttare» il lavoro, men che meno quello dei giovani neolaureati come peraltro noi stessi siamo stati qualche tempo fa. Si tratta di condividere (sì, condividere) i frutti di un lavoro solo dopo che questo lavoro è stato svolto, senza occhio all’orologio o al calendario, con un pizzico di quella tanto elogiata (a parole…) mentalità imprenditoriale. Per noi la sfida è aperta.

P.S. Per rispondere ad alcuni commenti dei lettori vorrei precisare che non abbiamo mai usato contratti a progetto. Ad oggi, più del 90% sono tempi indeterminati – e i tempi determinati sono legati solo a nuove assunzioni. Per quanto riguarda le retribuzioni: 

-Ingresso per neolaureato brillante: 26.000 + auto + Pc e telefono.
-Ad un professionista: a partire da 40.000 + auto + Pc e telefono.

- Tutti hanno diritto ad una diaria trasferta, oltre ovviamente ai rimborsi totali delle spese vive.
- Tutti, anche i neoassunti e neolaureati, hanno diritto a premi proporzionali ai risultati individuali, di team e aziendali.
A titolo informativo, negli ultimi due anni abbiamo distribuito circa il 25% dell’utile annuo in premi ai dipendenti.

- Tutti i dipendenti, fin dal momento dell’assunzione, hanno chiaro il percorso di crescita che possono percorrere per, a fronte di incremento di competenze e raggiungimento di risultati, poter diventare partner della società.

- Ogni anno investiamo consistentemente in formazione, interna ed esterna (ad esempio, ogni anno inviamo almeno una persona in Giappone per studio e approfondimento), e ciascun collaboratore usufruisce di un percorso di coaching personalizzato per sviluppare le proprie skill.

* fondatore di Auxiell, società di consulenza
6 agosto 2015 | 15:24

Smartphone, tablet, computer: così la batteria ci spia

La Stampa


Secondo una ricerca appena pubblicata, partendo dall’autonomia residua è possibile risalire alla posizione dell’utilizzatore. Il trucco sfrutta una caratteristica apparentemente innocua del linguaggio Html5

 

Per non essere localizzati non basta che lo smartphone sia spento, è necessario sbarazzarsi della Sim e della batteria. Se è abbastanza prevedibile che il chip inserito nella Sim card sia in grado di inviare segnali alla cella più vicina, localizzando quindi il proprietario del telefono, è un po’ meno ovvio il legame tra batteria e localizzazione.

Un documento pubblicato da quattro specialisti della sicurezza francesi e belgi, fa chiarezza sulla questione. Secondo la pubblicazione, esiste una funzionalità del linguaggio Html5, quello con cui si progettano quasi tutti i siti Internet, che permette di registrare l’autonomia della batteria di smartphone, tablet o laptop.

Il programma di navigazione, Firefox, Opera o Chrome, è in grado di misurare ogni 30 secondi il livello percentuale e il tempo in secondi di autonomia residua. Quando, nel 2012, fu registrata la funzionalità come standard Html5, il consorzio W3C che decide la correttezza delle specifiche la considerò la caratteristica “innocua” e dunque attivabile senza l’esplicita richiesta dell’utilizzatore, al contrario, per esempio, della posizione Gps. Anzi, la caratteristica poteva sembrare utile, visto che il sito, in caso di batteria in esaurimento, poteva automaticamente fornire all’utente una versione a basso consumo delle pagine.

I quattro ricercatori, però, sostengono che le due informazioni raccolte dai browser richiederebbero un’esplicita autorizzazione dell’utilizzatore dato che possono fornire con precisione la sua posizione. La combinazione delle due informazioni, infatti, rappresenterebbe un valore univoco per l’individuazione del prodotto e dell’utilizzatore. Per esempio, il sito web potrebbe misurare le volte che l’utente si collega, registrarne i valori relativi alla batteria e trarne delle conclusioni su abitudini di utilizzo e sul dispositivo.

Il concetto risulta ancora più chiaro se alla ricerca franco-belga uniamo quella pubblicata all’inizio dell’anno dalla Stanford University e realizzata in collaborazione con l’azienda di sicurezza israeliana Rafael. La tecnica, chiamata PowerSpy, consente di tracciare la posizione geografica di un dispositivo mobile basandosi esclusivamente sul consumo della batteria.

Come funziona il sistema PowerSpy? Si parte da un assunto, ovvero che il consumo della batteria vari a seconda dell’ambiente in cui si muove l’utilizzatore. In effetti, in presenza di montagne o di grattacieli, la continua ricerca di segnale fa lavorare di più la batteria, così, hanno pensato i ricercatori, a un certo valore legato al consumo della batteria si può associare un luogo. Inoltre è necessaria una condizione: che l’utilizzatore abbia fatto almeno due volte lo stesso percorso.

In pratica, con una precisione certificata di almeno il 90%, la tecnica determina la posizione in base a uno specifico consumo della batteria nel tempo – con un monitoraggio di almeno qualche minuto – se è lo stesso registrato dallo stesso dispositivo che ha percorso lo stesso percorso.

Una scatola nera che registra tutto: ecco l’antivirus dell’età senza privacy

La Stampa
stefano rizzato

Il caso Hacking Team è solo l’ultimo episodio che conferma un dato di fatto: oggi niente e nessuno è al sicuro da attacchi informatici. L’esperto: “Ma dobbiamo recuperare il controllo sui dati che mettiamo in rete”

 


Trojan, exploit 0day, sistemi che riescono a perforare Whatsapp e Skype, cellulari e pc. Se c’è una cosa che l’intricato caso su Hacking Team ci ha già insegnato, è questa: tecnicamente niente e nessuno è al riparo da intrusioni informatiche. Non esistono, al momento, antivirus o firewall capaci di offrire totale garanzia di sicurezza. E allora cambiano la filosofia e la struttura dei sistemi di protezione, che puntano a monitorare e registrare ogni snodo di una rete, sia essa domestica o aziendale, come una scatola nera. E cercano di cogliere i sintomi di un’anomalia prima che ci sia già un’intrusione cui porre rimedio.

La privacy di oggi? Il controllo sui dati  
Tra i nuovi sistemi di questo tipo c’è l’italiano SgBox , che si propone come una soluzione onnicomprensiva e modulare, capace di adattarsi ad ogni esigenza. Tra le novità c’è l’attenzione non solo all’aspetto tecnico, ma anche a quello legale, in collaborazione con l’avvocato Marco Maglio. Che spiega: “Il livello di sicurezza continua a calare man mano che la tecnologia avanza. E le norme non tengono il passo. Ma se ragioniamo in modo disincantato ci rendiamo conto che va riscritta anche la nostra definizione di privacy. Non è più una scelta - per molte nostre attività - mettere in rete dati e informazioni sensibili che possono essere intercettati. E allora la nuova privacy è poter operare un controllo totale su come quei dati vengono usati”.

Verso la sicurezza dinamica
Tra tutti, quello del virus che infetta il disco fisso è ormai lo scenario di attacco meno preoccupante. Con il traffico disseminato tra applicazioni e dispositivi molto diversi tra loro, anche il controllo deve diventare dinamico. “Ed è fondamentale - continua l’avvocato Maglio - che ogni utente abbia un approccio attivo e non più solo passivo. Che sia attento ad ogni episodio dubbio. Perché la storia ci mostra che la tecnologia di cui dispongono gli hacker va oltre qualunque legge o criterio proibizionistico. E l’unica strada è definire al meglio la cornice riguardo all’uso di questi strumenti. Trovando contromisure che operino a un livello intermedio”.

Approccio trasversale  
Un semplice firewall, che protegge dagli eccessi dall’esterno, non è più sufficiente. Perché ormai la prerogativa dei trojan, come si è visto, è quella di essere innescati anche da normali attività e da ogni dispositivo collegato alla rete. “Per questo - spiega Massimo Turchetto, Ceo e fondatore di SGBox - è fondamentale un approccio trasversale, un sistema capace di monitorare tutti i dispositivi di un utente o una rete aziendale. Che dia significato al complesso di informazioni che magari prese singolarmente non farebbero scattare un allarme. Sicurezza e privacy sono ormai intrecciate, e per questo ogni piattaforma va calibrata ormai con le norme in materia. E forse avrebbe senso che anche i provider, che sono i primi a ricevere il flusso dati, si dotassero di strumenti di questo tipo”.

Trovato lo Stradivarius di Totenberg

Corriere della sera

Il violinista aveva perso il prezioso strumento nel 1980. Era stato rubato

Era il 1980. Il violinista Roman Totenberg lasciava il suo Stradivarius in camerino per andare a salutare gli spettatori del concerto. Al suo ritorno, il violino non c’era più. Trentacinque anni dopo il prezioso strumento è stato ritrovato. A raccontarlo su Npr Nina Totenberg, giornalista della testata e figlia Totenberg. Il musicista è morto tre anni fa, all’età di 101 anni: “Come diceva lui, aveva perso il partner musicale di 38 anni”, scrive Totenberg figlia, che lo scorso giugno ha ricevuto un’inattesa telefonata dall’Fbi. “Crediamo di aver trovato il violino rubato” , le ha detto l’agente Christopher McKeogh. “Non potevo crederci. Ho chiamato subito le mie sorelle e abbiamo riso e pianto insieme”, scrive la donna, raccontando il destino “banale e patetico” dello strumento.
 
Il furto
Roman Totenberg aveva sempre sospettato che il violino fosse stato rubato dal giovane collega Philip Johnson. Ed effettivamente l’ex moglie di Johnson, morto a 58 anni di cancro lo stesso anno di Totenberg, si è imbattuta anni dopo in una custodia di violino chiusa a chiave. Ha rotto la serratura e ha trovato lo Stradivarius con un’etichetta che ne confermava la data di costruzione, il 1734. Verificato con un perito che si trattava effettivamente di uno dei 550 violini di Antonio Stradivari in circolazione, ha contattato l’Fbi e scoperto la malefatta dell’ex marito.
 
Potrebbe valere 16 miilioni
Acquistato da Totenberg nel 1943 per 15mila dollari, circa 200mila odierni, oggi potrebbe valere fino a 15,9 milioni, cifra record raggiunta in un’asta del 2011. 

6 agosto 2015 (modifica il 6 agosto 2015 | 13:26)

Origano come caviale: alla festa Pd l’aggiunta costa un euro a pizza

Corriere della sera

Succede alla Festa Valverde del Partito Democratico di Brescia. Un partecipanteindignato ha postato sul proprio profilo Facebook lo scontrino dell’esborso

 Foto Facebook

 Lo scontrino parla chiaro: aggiungere il «rarissimo» origano su una pizza capricciosa costa ben un euro. Non succede a piazza San Marco e non è una trovata di qualche ristoratore poco onesto di città d’arte come Roma, Firenze o Siena. Accade in via del Marmo, Botticino, hinterland bresciano, alla Festa Valverde del Partito Democratico.

La polemica è scoppiata sui social. Uno dei tanti partecipanti alla festa del Partito Democratico ordina due pizze capricciose e chiede di aggiungere l’origano, ingrediente che ben si sposa con la pietanza. Lo scontrino è indigesto: «Ovviamente non mi vedranno mai più, diffondete che è meglio per tutti», si legge nella didascalia dell’immagine postata dall’uomo, bresciano. «Non è una spezia proibita ma è solo a prezzo proibitivo», ci ride poi sopra con gli amici. 

L’edizione 2015 della Festa Valverde, appuntamento di notevole successo, aveva già riservato un grattacapo agli organizzatori: trenta ambulanti africani che ogni anno esponevano le loro mercanzie sono stati respinti in quanto gli spazi commerciali non sono stati previsti dagli organizzatori. «La gestione degli ambulanti è difficile e non abbiamo trovato un accordo con un’azienda di Lumezzane che avrebbe assicurato la piena serenità», avevano spiegato gli organizzatori dopo la protesta degli ambulanti. Loro non si sono dati per vinti e hanno protestato paragonando il Pd alla Lega Nord

6 agosto 2015 | 11:03


Origano come caviale: il Pd si scusa:
 
«Un errore, adesso è gratis»

Gli organizzatori della festa del Partito: «Abbiamo provveduto immediatamente ad azzerare l’impostazione sull’aggiunta di origano, ora è a disposizione»

La battaglia dell’origano è stata vinta dal consumatore indignato: gli organizzatori della festa Pd si scusano e si dicono pronti a rimborsare i malcapitati pagatori dell’origano. 

«Ci scusiamo per l’evidente inconveniente dovuto ad un’erronea impostazione del computer/cassa. Abbiamo provveduto immediatamente ad azzerare l’impostazione sull’aggiunta di origano che è a disposizione come gli altri condimenti. Invitiamo cortesemente chi ha evidenziato il giusto problema a ripassare dalla festa; saremo lieti di offrirgli una pizza con o senza origano».

6 agosto 2015 | 19:32

Roma allo sbando, donna defeca a due passi dal Quirinale

- Mer, 05/08/2015 - 18:14

Io reginetta della casta? Ho lavorato per 25 anni ​nei posti più difficili del mondo"

- Mer, 05/08/2015 - 20:01

Sala dispetto

La Stampa


Lo zio d’America esiste, si chiama Giuseppe Giuffrè e un bel giorno si presenta alla Asp7 di Ragusa con in testa l’idea di regalare due milioni di euro all’ospedale della sua città d’origine. Per formalizzare la donazione ha fissato un incontro col manager della struttura Maurizio Aricò, luminare della lotta alla leucemia con una visione molto personale del concetto di rispetto per il prossimo, noto per le sue abitudini di indossare il farfallino e di dare buca agli appuntamenti (da cui il soprannome di «Voce del Silenzio», affibbiatogli da un sindacalista).

Giuffrè e il suo assegno benedetto arrivano puntuali e si siedono in sala d’aspetto. Passano i minuti, i quarti d’ora, le mezze ore. Il brav’uomo fa presente alla segretaria di avere preso un aereo apposta e di non essere lì per chiedere soldi, ma per darne. Gli viene risposto di pazientare ancora un po’, tra breve il dottore si degnerà di riceverlo. Pazienta un’ora, pazienta due, alla fine anche uno zio d’America si deprime. Lui e l’assegno rispiccano il volo, lasciando l’ospedale di Ragusa orfano di due milioni.

Pensiero malizioso da gufo: le cose sarebbero andate diversamente, se Giuffrè avesse destinato parte della cifra a un’opera chirurgica di oliatura? L’onestà dei funzionari pubblici è un dogma a cui ci inchiniamo, in assenza di prove contrarie. Non così la loro capacità di trattare i cittadini contribuenti con gentilezza e buona educazione. Una cosa è certa: tutto si potrà dire della nostra sanità pubblica, tranne che manchi di coerenza. In Italia le code in ospedale non le fanno solo i pazienti, ma anche i benefattori.

Tornano i ladri di biciclette: ci difenderemo così

La Stampa


I progetti vanno dal codice fiscale sul telaio fino ai sensori con il Gps

 

A pedali, ma non sprovveduti. Ecologici, ma tecnologici. E soprattutto stanchi di vedersi portar via la bici. Sarà che crescono di numero ogni anno, e non poco, ma i ciclisti italiani stanno cambiando. Chiedono più sicurezza, sulla strada e a ruote ferme. Vorrebbero non parcheggiare ogni volta col magone, come se fosse un addio. E magari non dover girare con un’acciaieria dietro, per provare ad evitare quello che poi - spesso, troppo spesso - puntualmente avviene. Perché contro i furti delle due ruote una soluzione definitiva non c’è. Ma ci stiamo andando sempre più vicino, grazie anche a idee semplici ma efficaci.

Ecco la punzonatura  
«Qui non passa giorno senza un nuovo caso. E si figuri che sono andati a rubare anche sotto le finestre del sindaco». Luigi Altamura, comandante della polizia municipale di Verona, è uno di quelli che ai furti di bici non ha proprio voglia di rassegnarsi. E insieme alla Fiab è pronto a varare una novità mica male: la punzonatura. Ogni cittadino che compri una bici, se vuole, può farci incidere il proprio codice fiscale e renderla inequivocabilmente sua. «È importante - spiega il comandante - perché abbiamo decine di bici recuperate che non riusciamo a restituire. Noi pubblicavamo sul nostro sito le foto delle bici ritrovate, ma spesso si presentava qualcuno che non era il vero proprietario, o senza una denuncia in mano. E così abbiamo dovuto interrompere il servizio».

Il bando del Comune sarà pubblicato a breve, e poi si partirà. Unendo Verona a Padova e ai pochi altri centri dove da qualche mese si sperimenta lo stesso sistema. «Qui passammo per troppo zelanti - racconta Altamura - quando nel 2009 multammo un ciclista che parlava al telefonino. Ma con quest’iniziativa ci siamo riconciliati con gli Amici della bicicletta. I test sono già stati fatti. E vogliamo partire prima possibile. Le denunce sono purtroppo in calo, ma i furti no. Le bici vengono usate come moneta di scambio, a volte barattate con la droga o persino con il rame».

Utile deterrente  
Il nuovo sistema non è pensato solo per agevolare le operazioni in caso di bici rubata e ritrovata. Per quello già ora la regola aurea è personalizzare il telaio, tenere una foto nel cellulare e nell’infausto caso fare subito denuncia. Ai vigili basta questo, di norma. Ma il codice serve anche a scoraggiare i ladri, perché una bici con in bella vista una targa marchiata a fuoco diventa assai meno appetibile. A confermarlo è Giulietta Pagliaccio, presidente nazionale della Fiab. Che ci risponde - come coerenza vuole - in una sosta del suo ciclogiro nei Paesi Bassi. «Oggi è questo il metodo più semplice e immediato. C’è chi propone microchip o sistemi più tecnologici, magari validi, ma che richiedono per una banca dati creata ex novo. Invece il codice fiscale ne offre una già pronta. Oggi ho visto fare una punzonatura di questo tipo qui ad Amsterdam, dove quest’attività ha un risvolto sociale e coinvolge persone a rischio emarginazione».

Il satellitare
La tecnologia, in effetti, ha già iniziato a proporre le sue soluzioni alla fatidica questione. Da tempo molti Comuni usano Facebook e i siti internet per esporre le foto delle bici ritrovate: un servizio utile, ma con i problemi di cui sopra. Il sito RuBBici.it propone una sorta di bacheca nazionale - quasi un social network - dove segnalare furti, recuperi, addirittura bici sospette, lasciate da qualche parte e in odore di furto. E ancora c’è RegisterBike, idea palermitana che propone un kit di 19 etichette, tra codici seriali e QR code, da applicare ovunque sulla bici. Con l’app collegata, i codici si associano a nome e cognome e il gioco è fatto: la bici ha un legittimo proprietario registrato.

Ma il non plus ultra della lotta ai ciclocriminali, il sogno di ogni pedalatore geloso del suo destriero resta uno: acciuffare il ladro subito, prima che sia andato in fuga. A questo serve Lock8, speciale lucchetto berlinese capace di inviare un sms - sul cellulare del proprietario - ogni volta che viene forzato. Ma a questo servirà soprattutto Sherlock, il primo antifurto satellitare per bici, cui sta lavorando una startup di Torino. Anche qui con coerenza invidiabile, l’ideatore del progetto si chiama Pierluigi Freni. «Il funzionamento è semplice - dice - e con il Gps la bici sarà sempre rintracciabile.

In caso di furto, ovviamente, l’idea non è fare da soli, ma appoggiarsi alle forze dell’ordine. E infatti a settembre inizieremo i test, in collaborazione con il Comune di Torino e la polizia municipale. Poi a inizio 2016 ci sarà la campagna su Kickstarter, per iniziare a finanziare la produzione in serie. I costi? Per ora preferisco non dire nulla, perché stiamo lavorando per abbassarli. E stiamo anche pensando a un servizio in abbonamento, come per Spotify e simili. Potrebbe funzionare soprattutto in nord Europa, dove sono già più abituati di noi a questo modello».

Prima di morire scrive una lettera alla futura famiglia della sua gatta

La Stampa


La gatta Susie si trova al rifugio per animali di Montgomery, in Maryland, ma fino a poco fa viveva con una donna che la amava moltissimo. Così tanto che, sapendo di dover morire da lì a poco, la sua proprietaria ha scritto una lettera estremamente toccante rivolgendosi direttamente alla futura famiglia della sua adorata micia.


Quando la donna è morta, suo figlio ha portato Susie al centro. Insieme a cucce, giocattoli e tira graffi c’era anche la lettera, che inizia così: “Caro amico. Grazie per aver adottato Susie”. Due pagine manoscritte in cui la donna morente racconta i quattro anni passati con la sua gatta. Dall’incapacità di Susie di fare amicizia con il cane di casa, agli inizi non proprio felicissimi della loro convivenza. Tutti elementi che potranno essere utili ai futuri proprietari.

“Susie ha paura di tutto e tutti. Le ci sono voluti dai sei agli otto mesi per capire che sono sua amica. E’ una gatta insolita, ma io amo la sua compagnia. Spero che piaccia a te tanto quanto è piaciuta a me”.

Gli operatori del rifugio hanno fatto sapere che la lettera accompagnerà la micia quando incontrerà, si spera presto, la famiglia adottiva. Nel frattempo la fiducia di Susie è in fase di crescita, dopo qualche problema di adattamento inziale. «E’ una ragazza sensibile e ha perso la persona più importante per lei – spiega lo staff. Ora ha bisogno di un’altra anima gentile che la salvi».

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I vu cumprà non pagano le multe. Cesenatico le addebita ai cittadini

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L'ultimo ruggito di Orlando Orfei. Dai leoni alla morte nella miseria

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