venerdì 7 agosto 2015

Le dieci cose che non vanno con Windows 10

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Ancora troppi bug, poca attenzione alla privacy e un'interfaccia a volte "schizofrenica". Ecco i nei del nuovo sistema operativo Microsoft

Ancora troppi bug

Dopo una settimana di uso assiduo di Windows 10 possiamo dare un primo giudizio: il nuovo sistema operativo sarà un successo. Usiamo il futuro perché non sembra ancora completo. Dal 29 luglio riceviamo ogni giorno centinaia di megabyte di aggiornamenti. E non è raro che un programma ci metta troppo ad aprirsi o che si chiuda in modo inaspettato. La stabilità del sistema è ottima, ma abbiamo sensazione di star viaggiando su una nuova strada, con un bellissimo panorama, che si interrompe spesso per lavori in corso.

Il prezzo di Windows 10 è la privacy

La novità più dirompente di Windows 10 non sta nella grafica o nelle nuove funzioni, ma nel fatto che è gratis. L’aggiornamento non costa nulla per chi possiede Windows 7 o 8.1. Ma tutto ha un prezzo e, a ben guardare, la moneta di scambio del nuovo sistema operativo è la privacy degli utenti. Sul menu Start di Windows 10 compaiono app consigliate e messaggi pubblicitari. E le ricerche internet vengono memorizzate sui server Microsoft.

Il solitario con la pubblicità

Come abbiamo raccontato, la pubblicità compare anche sul più classico dei giochi Windows, il Solitario. Scomparso con Windows 8, è un grande ritorno. A esser più precisi ora si chiama: Microsoft Solitaire Collection. È una nuova piattaforma con cinque giochi di carta e permette di sfidare avversari online e di vincere premi.

Cortana, un’assistente distratta

Comandare il computer con la voce è come ritrovarsi in un film di fantascienza. E con l’assistente personale Cortana è possibile fissare appuntamenti, far fare calcoli, fare ricerche web (abbiamo testato la sua intelligenza artificiale qui). Cortana però non è ancora completa nella versione italiana: non ci permette di mandare email né di prendere appunti. È un altro dei cartelli “Lavori in corso” che ci troviamo davanti nell’uso quotidiano di Windows 10.

Gli aggiornamenti che consumano banda

Microsoft ha promesso che Windows 10 si aggiornerà molto più spesso rispetto ai predecessori. Per recapitare le nuove funzionalità più rapidamente, l’azienda di Redmond ha deciso di usare la connessione internet degli utenti. Gli aggiornamenti di 10, una volta scaricati, vengono condivisi con altri dispositivi in rete attraverso un sistema peer to peer (come BitTorrent). Insomma: Windows 10 utilizza la banda degli altri senza chiederlo, come un vicino di casa che scrocca il wifi.

Cambiare browser non è automatico

Dopo l’aggiornamento a Windows 10 il browser web predefinito diventa Edge, l’erede del mai amato Internet Explorer. Molto meglio dell'antenato, può però non piacere a chi è affezionato a Chrome o Firefox. Con il nuovo sistema operativo, non possono prendere il controllo dei settaggi e ridiventare il browser di sistema. È l’utente che da Impostazioni, alla voce Sistema deve modificare l’app predefinita per la navigazione Internet.

Lo Store non è ancora completo

Il Windows Store dovrebbe diventare l’unica porta d’accesso dei software al sistema operativo. Così Microsoft vorrebbe creare un ambiente più sicuro, con programmi verificati. Ciò avviene già in Mac OS X, il sistema operativo per computer desktop Apple e sui negozi Play Store (per i dispositivi mobili Android) e iTunes (per quelli della Mela).

Non tutto è ottimizzato per i tablet

Universale. È una delle parole ricorrenti nella comunicazione Microsoft riguardo al nuovo sistema operativo. Windows 10 è in grado di adattarsi ai computer fissi e ai tablet con molta più facilità rispetto a 8.

La schizofrenia delle funzioni

Uno dei meriti di Windows 10 è aver reso il passaggio dalle versioni precedenti il meno traumatico possibile. Però tutto ciò, a volte, si traduce in una duplicazione non necessaria delle funzioni. Per esempio si può cambiare risoluzione dello schermo in due modi diversi: dal classico Pannello di controllo o dal nuovo Impostazioni. La sensazione è una generale schizofrenia del sistema, che può spaesare gli utenti meno esperti.

Un menu start troppo rigido

È stata la funzionalità più amata: Windows 10 ha di nuovo il menu Start, scomparso con 8. Ma la nuova interfaccia, che fonde le “mattonelle” della versione precedente con lo stile a tendina di 7, è più rigida delle versioni precedenti. Più funzionale, ma con meno possibilità di personalizzazione.
Si può modificare solo lo spazio a destra, mentre i software sono stretti in un elenco in ordine alfabetico, che non può essere alterato dagli utenti. Si possono creare sottoelenchi, come abbiamo fatto da Windows 95 in poi, ma il procedimento è diventato più macchinoso: bisogna aprire “Percorso file” e riordinare a mano i collegamenti.


Poste italiane, l'App che elimina la coda per il turno

Meshtag, l’alternativa ai QR Code che si può disegnare a mano

La Stampa


Dall’idea di un’ingegnere americano nasce un’alternativa ai QR Code che si può disegnare a mano. Basta una foto con lo smartphone e il simbolo si trasforma in un link.

 

Hacking Team, così Regione Lombardia tentò di vendere la società ai sauditi. I segreti dei governi valevano 35 milioni

Il Fatto Quotidiano

di | 6 agosto 2015 
 
 Il Fatto Quotidiano è in grado di ricostruire la trattativa, poi fallita, tra l'azienda di David Vincenzetti e i vertici del regime di Ryad. A seguire gli sviluppi della partita c'era anche Alberto Trombetta, responsabile dei fondi di Finlombarda Sgr, cento per cento del Pirellone, e consigliere di amministrazione di HT Srl all’epoca dei fatti. Audizione del direttore dell'Aise e del ministro della Giustizia Orlando davanti al Copasir: cosa sapevano governo e servizi segreti dell'affare?
 
Hacking Team, così Regione Lombardia tentò di vendere la società ai sauditi. I segreti dei governi valevano 35 milioni
Con abbigliamento casual e senza le sneakers, così la Hacking Team (HT Srl) si è presentata il 13 novembre del 2013 a Ryad per vendersi al regime saudita. E per far venire voglia allo Stato nemico dell’Iran di comprarla, l’amministratore della società David Vincenzetti, non ha esitato a vantare le capacità della sua tecnologia di fare meglio di un software concorrente che aveva bloccato una centrale atomica iraniana.

Il Fatto ha già svelato che l’Arabia Saudita è arrivata a un passo dal comprare la società italiana padrona della micidiale tecnologia di spionaggio informatico. Per comprendere meglio l’intreccio bisogna però addentrarsi in decine e decine di mail sull’argomento pubblicate da Wikileaks, dopo che qualche hacker ‘anarchico’ ha violato i server italiani degli hacker filo-governativi. Leggendo le mail si comprende una trama degna di un film d’azione ma degna anche di un’audizione del Copasir.

L’audizione di Orlando
Alle 10 oggi è fissata al Comitato parlamentare di controllo dei servizi l’audizione del direttore dell’Aise, il servizio segreto estero, il generale Alberto Manenti, e poi del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Se il Copasir ha ancora un senso dovrebbe andare a fondo in questa storia. Cosa sapevano i servizi segreti della trattativa con i sauditi? E cosa sapeva il ministro della giustizia Andrea Orlando e il Governo?

Domande necessarie perché Aise e Procure usano il software spia che, con la società HT Srl, sarebbe finito in mani saudite. La presidenza del Consiglio, i servizi e il ministero della giustizia non hanno nulla da dire? L’Aise come la Polizia Postale, il Ros dei Carabinieri e lo Scico della Guardia di Finanza, acquista la licenza del software dalla HT Srl che poi segue nella loro azione gli investigatori con un supporto tecnico. Le Procure invece comprano tramite una società di Palermo, la CSH & MPS, che affitta ai pm il malware-spia di HT Srl (pagato a HT da CSH & MPS) più il personale qualificato e i server della società siciliana. La sostanza non cambia. HT Srl gestisce una tecnologia strategica e sensibile che incredibilmente è stata offerta ai sauditi con la benedizione della Lombardia.

La Regione sapeva
La Regione nel 2007 ha investito 1,5 milioni di soldi pubblici in HT Srl mediante il Fondo Next di Finlombarda Sgr. La Regione è quindi indirettamente socia con il 26 per cento di una società che produce un software-spia venduto a molti paesi stranieri (compresa l’Arabia Saudita) ai servizi, alle polizie e alle agenzie di intelligence di mezzo mondo. E già questa è un’anomalia. Ma ancora più anomalo è che la Regione sapesse che la società con il suo know how stava finendo nelle mani dei sauditi. Ne era certamente informato Alberto Trombetta, responsabile dei fondi di Finlombarda Sgr e consigliere di amministrazione di HT Srl all’epoca dei fatti.

In volo dal principe
Alle 16 del 13 novembre 2013 da Ginevra alla volta di Ryad decollano David Vincenzetti e i suoi collaboratori Giancarlo Russo e Daniele Milan di HT con un Boeing messo a disposizione da Wafic Said, il miliardario amico della famiglia reale saudita che svolge il ruolo di mediatore. Il programma stilato da Said per i tre di Hacking Team prevede l’alloggiamento in un hotel super lusso per poi fare una dimostrazione dei prodigi di HT il 14 mattina al cospetto di una delegazione del ministero della difesa guidata dal viceministro della difesa che in quel periodo (da agosto 2013 fino al maggio 2014) era Salman Bin Sultan, 38 anni, figlio di Sultan Bin Abdulaziz, morto nel 2011 da erede al trono perché, a sua volta, era il figlio del fondatore dell’attuale dinastia regnante, Abdulaziz che creò l’attuale regno saudita nel 1935 e poi ebbe 25 figli tra i quali finora sono stati pescati tutti i re d’Arabia perché in quel paese succede il fratello e non il figlio del re.

L’uomo con il quale i manager di HT Srl hanno trattato è quindi il nipote (figlio del fratello) del re d’Arabia attuale come di tutti i predecessori che si sono succeduti dai tempi del nonno Abdulaziz che ha fondato il regno. Il viceministro è però soprattutto il fratello (più giovane di 27 anni) di Bandar Bin Sultan del quale è stato anche attaché militare ai tempi in cui il fratellastro (Bandar è nato dalla cameriera del padre ma poi è stato riconosciuto) era ambasciatore d’Arabia in Usa. Wafic Said è amico dei due fratelli come era molto amico del padre di entrambi, Sultan Bin Abdulaziz, che è stato ministro della difesa.

La lettera di intenti lombarda
Insomma la cosa è seria, tanto che prima del viaggio a Ryad, Vincenzetti sollecita ai soci (compresa Finlombarda, 100 per cento della Regione) la firma di una lettera di intenti. Gli serve per far capire ai sauditi che i suoi soci fanno sul serio e sono pronti a vendere. L’8 novembre 2013 Alberto Trombetta di Finlombarda Sgr risponde: “Ne parlo al mio interno e vi darò un feedback nel più breve tempo possibile”. Trombetta sa chi è l’uomo che organizza la trasferta dei sauditi il 13 novembre a Ryad. Il mediatore dei sauditi è il discusso miliardario siriano con base a Londra, Wafic Said, coinvolto in Gran Bretagna nello scandalo Al Yamamah: un enorme programma di vendita di aerei militari da parte dei britannici di British Aerospace (poi BAE) all’Arabia, nel 1984 e nei decenni

successivi. Said in quella storia, nella quale secondo un documento del Governo inglese pubblicato recentemente dal The Guardian, i costi sarebbero stati gonfiati di 600 milioni di sterline, si interessò dell’affare tra Uk e Arabia Saudita. In quella vicenda hanno avuto un ruolo anche il principe Bandar Bin Sultan, suo amico e potentissimo capo dei servizi segreti fino ad aprile 2014, e il padre, ex ministro della difesa. Secondo un’inchiesta del 2007 del programma Panorama della BBC la BAE System avrebbe fatto confluire su due conti dell’ambasciata USA, allora usati anche da Bandar,120 milioni di sterline all’anno. Accuse sempre negate ufficialmente e mai formalizzate dalla Giustizia inglese che archiviò il caso.

Inoltre secondo un articolo del The Independent di luglio 2014 (leggi) Bandar potrebbe essere stato, negli anni precedenti alla sua rimozione, l’ispiratore della politica contraria agli sciiti e favorevole al finanziamento dei combattenti sunniti, cioè anche dell’Isis, in Iraq. Il principe saudita Bandar bin Sultan, è stato capo dei servizi segreti del Regno fino all’aprile 2014 e ambasciatore in USA fino al 2005. E’ amico della famiglia Bush e lo era di Margareth Tatcher. Anche Wafic Said è talmente legato ai conservatori inglesi da avere finanziato fino al 2012, tramite la moglie e la figlia, il partito di David Cameron. Ma soprattutto David Vincenzetti sa quanto sia legato ai vertici dell’intelligence saudita e spera in una vendita lampo.

Le strategie e il passato della famiglia reale saudita non interessano molto HT e nemmeno Finlombarda. Il 13 novembre Trombetta invia a Vincenzetti, che lo consegnerà in aereo a Charles Stauffer, manager della Safinvest di Wafic Said, la lettera di intenti firmata da Finlombarda, come hanno fatto anche gli altri soci. Con chi ha parlato Trombetta per ottenere il via libera a vendere le quote di Hacking Team ai sauditi? Il suo socio, la Regione Lombardia (guidata da Roberto Maroni già da 9 mesi) era stato informato che stava vendendo la società con i suoi software micidiali con la mediazione di un controverso miliardario come Wafic Said? E Roberto Maroni cosa sapeva? Il Governatore della Regione Lombardia non ha risposto al Fatto e anche Trombetta ha evitato di replicare alle nostre richieste.

Il Copasir dovrà occuparsi di questa storia. Una pistola carica sui computer di tutti stava per essere consegnata all’Arabia Saudita senza che nessuno fosse informato? O forse proprio questa trattativa ha convinto un importante dirigente dell’Aise in contatto via mail con David Vincenzetti a non sorridere alle sue proposte di vendere una parte delle quote di Hacking Team, a metà 2014, al Governo Italiano mediante il Fondo strategico italiano?

L’amministratore e fondatore David Vincenzetti, possiede il 32 per cento di HT Srl, mentre Valeriano Bedeschi (co-fondatore e co-amministratore di HT) e Vittorio Levi (presidente della Panini Spa ed ex amministratore della Olivetti) hanno rispettivamente l’11 e il 4 per cento mentre il fondo privato Innogest – presieduto dall’ex ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli – possiede anch’esso come Finlombarda Sgr il 26 per cento. Niente di strano che non vedano l’ora di monetizzare almeno parte del loro investimento.

Finlombarda però ha investito soldi pubblici e dovrebbe rispondere a logiche diverse. Invece tutti – pubblici e privati – erano d’accordo nel vendere ai sauditi e la trattativa cade nei primi mesi del 2014 (secondo quello che si intuisce dalle mail) perché ad aprile 2014 perde il posto il capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita, quel principe Bandar Bin Sulman che era il referente di Wafic Said in Arabia.

Tutto inizia il 7 novembre del 2013 Giancarlo Russo, collaboratore stretto di Vincenzetti, scrive di “importanti urgenti aggiornamenti da comunicare ai soci in  merito a Mr. Wafic Said”. Subito cominciano i preparativi per il viaggio del 13 novembre a Ryad, nel Kingdom, il Regno di Arabia. Vincenzetti, carica il team e chiede: “Abbigliamento smart casual ma senza sneakers” e soprattutto “il demo kit che deve funzionare al 100 per cento”. Come un buon mercante di armi, vuol far vedere i suoi trofei a chi deve comprare il bazooka informatico. Ordina così ai suoi di trovare tutti “i dati e riferimenti delle attività passate, presenti e future in quel paese” e chiede che “ci siano un proiettore, microfoni esterni”.

A occuparsi dei dettagli pratici della trattativa e del viaggio è Charles Stauffer, il ‘financial manager’ della Safinvest S.A., società di Wafic Said. Ci sono però anche mail dirette tra Vincenzetti e Said. L’obiettivo della visita era comunque impressionare il viceministro Salman e i suoi. Uno dei manager di HT chiede: “Non è il caso di portare un presente al principe? Seriamente, come gesto di cortesia”. Vincenzetti replica: “Qualunque nostro presente non sarebbe all’altezza. Il nostro presente siamo noi”. A Salman e ai suoi familiari non interessano i regalini ma la società del software-spia. Il viaggio di metà novembre è così organizzato: treno Eurojet al mattino da Milano a Ginevra e poi un Boeing 737 di Wafic Said che dalla Svizzera atterra nel ‘Regno’ nel pomeriggio.

I manager di HT sorridono quando il console chiede loro (per fare il visto) se la visita al principe fosse da classificare come business o governativa. Il 14 novembre David Vincenzetti, Giancarlo Russo e Daniele Milan, incontrano il principe saudita Salman Bin Sultan e propongono una dimostrazione ai sauditi. Poi dopo la visita confondono nomi e volti dei tantissimi appartenenti alla casa reale e hanno qualche difficoltà a identificare l’interlocutore. Fin quando Vincenzetti, Wikipedia alla mano, conferma che era appunto Salman Bin Sultan.

La trattativa
La trattativa all’inizio rallenta perché ci sono mille dettagli da sistemare sui quali Vincenzetti non è d’accordo con gli uomini di Said. Per esempio c’è discordanza sulle quote della distribuzione dei dividendi e sulla legge da applicare: HT vorrebbe fosse l’italiana e gli arabi preferiscono la Svizzera. Reali ma furbi i sauditi però tirano sul prezzo: il 4 gennaio 2014 Vincenzetti scrive che aspetta una risposta da Wafic per l’indomani e aggiunge che è deluso perché gli arabi: “Hanno provato ad abbassare sensibilmente il prezzo”. I ritmi non coincidono. La fretta di Vincenzetti e la flemma dei sauditi non vanno d’accordo.

Il 18 novembre Vincenzetti invia un articolo a Charles Stauffer di Safinvest, l’uomo che segue la trattativa per conto di Wafic Said. Nell’articolo si parla di un virus che era stato in grado di bloccare la centrale atomica iraniana. Vincenzetti scrive a Stauffer: “Questo articolo penso sia interessante per te e per quelli dietro di te”. Poi aggiunge che il malware usato dalla società rivale è obsoleto rispetto a quello di HT Srl. In pratica per far venire l’acquolina in bocca a Salman, Bandar e ai sauditi che ci sono dietro Charles Stauffer e Wafic Said, il furbo Vincenzetti ricorda quanto sia interessante per loro una società in grado di fare meglio di chi avrebbe bloccato con un sofware una centrale atomica in Iran, regime di ispirazione sciita, nemico storico dei sunniti e della famiglia reale che stava per comprare HT.

L’affare è inquietante ma non si completa: il 14 gennaio Ian Barnard di Capital Generation Partners scrive a Vincenzetti che la società vale 35 milioni e che l’amministratore (che dovrebbe restare nel suo ruolo per tre anni dopo l’operazione) prenderà 7,7 milioni di euro più il 22 per cento in azioni di una società nuova da creare ad hoc. Poi succede qualcosa, come scrive Vincenzetti in diverse mail ‘la scacchiera si è rovesciata’. Tra aprile e maggio il nuovo re, salito al trono nel gennaio 2015, fa fuori prima Bandar il 15 aprile da capo dei servizi di sicurezza e poi il fratello Salman dal posto di viceministro della difesa. Wafic Said ha perso i referenti e gli effetti si vedono anche sulla trattativa.

A febbraio 2014 Vincenzetti constata lo stop e lo spiega con un articolo nel quale l’Itartass, agenzia russa di informazione, scrive che il principe Bandar Bin Sultan, pur essendo ancora in carica in quel momento formalmente, è stato messo da parte dal regime per un cambiamento nella strategia saudita di supporto ai ribelli in Siria. Il 18 aprile Vincenzetti allega l’articolo del siluramento dal vertice dei servizi segreti di Bandar, avvenuto ora anche formalmente 3 giorni prima, e commenta: “Buongiorno ragazzi quando una scacchiera si rovescia l’ordine prestabilito delle cose diviene un’altra cosa.

Questo articolo, il piu’ esplicito che io sia riuscito finora a trovare, spiega molto molto chiaramente perché le cose si sono fermate con W. (Wafic, Ndr) Vi illustro i retroscena a voce”. Tra i destinatari ci sono i rappresentanti dei soci e c’è anche il manager Alberto Trombetta, responsabile del venture capital di Finlombarda Sgr, al 100 per cento della Regione Lombardia. Se la scacchiera non si fosse rovesciata, se il principe Bandar fosse rimasto al suo posto, che partita avrebbe giocato Hacking Team con gli arabi?