domenica 9 agosto 2015

Lettera a Papa Francesco sui migranti

Fermo con l'aria condizionata: multato per 218 euro

Gli onorevoli non pagano il conto. Alla buvette 20mila euro di arretrati

Article spinning: l’arma tecnologica di Calderoli contro il governo

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Il senatore si affida a un programma per realizzare migliaia di emendamenti

 

 Basta un clic per mettere sotto scacco il governo. Lo ha dichiarato Roberto Calderoli al Corriere della Sera, facendo riferimento a «un programmino informatico che da un testo base è capace di ricavarne decine di migliaia di varianti». Il senatore della Lega Nord ed ex ministro della Semplificazione lo sfrutta per generare automaticamente gli emendamenti che ingolfano l’iter delle leggi su cui si accanisce. Per l’approdo in Commissione della riforma del Senato ne sta preparando 6 milioni, che si aggiungeranno al mezzo milione già presentato. Con, come detto, un clic o poco più.

Article spinning
La tecnica cui Calderoli fa riferimento è piuttosto nota nel campo della creazione dei siti Web ed è denominata «article - o content - spinning». Si tratta effettivamente della generazione di testi lievemente diversi da quello di partenza. Ad esempio: «Scrivere un testo ricco con il programma principale» che può diventare «digitare un contenuto corposo con il principale programma». Oppure, per usare il linguaggio che mastica Calderoli: «Nessuna regione può avere un numero di senatori inferiore a tre» che diventa «Alcuna regione può possedere quote minori di tre senatori». Ovviamente la qualità del testo si perde nel passaggio dalla redazione umana a quella della macchina, ma l’algoritmo di Google, soprattutto prima delle modifiche del 2010, si fa spesso e volentieri ingannare da portali pieni di contenuti copiati, masticati automaticamente e riproposti e concede visibilità nei 

risultati del motore di ricerca, che chi crea i siti può facilmente convertire in introiti pubblicitari. L’obiettivo del senatore della Lega non è ovviamente questo, ma il sistema utilizzato è il medesimo: la sintassi apposita, spintax il termine tecnico, si può preparare manualmente inserendo tutti i sinonimi dei singoli termini citati, così da aumentare esponenzialmente le varianti della pagina. Più rapido l’utilizzo di programmi, gli spinner, in cui è sufficiente copiare la versione originaria per ottenerne di ulteriori, previo acquisto di un dizionario di sinonimi italiani. SpinnerChief, ad esempio. Online ci si può divertire un po’ in lingua inglese in una delle tante pagine gratuite per creare una sola versione alternativa, come Spinbot.
Gli articoli scritti dai robot
«Il giochino», anche Calderoli lo chiama così, diventa molto più serio se si ragiona in termini di produzione di testi direttamente dai robot. Non, quindi, di elaborazione ma di scrittura vera e propria a partire dai dati: l’Associated Press la pratica, con l’ausilio di Automated Insight, dal giugno dello scorso anno e ha aumentato di 14 volte la produzione dei suoi report sui guadagni trimestrali delle aziende senza bisogno di revisione “umana” alcuna. Si guadagna, oltre che in mole di contenuti realizzati, in velocità e in precisione. Non si dovrebbero perdere, quantomeno in base alle rassicurazioni di Ap, posti di lavoro con i giornalisti che hanno così modo di occuparsi di questioni più elaborate e complesse. Tutti contenti, insomma, dai robot a Calderoli. 

9 agosto 2015 (modifica il 9 agosto 2015 | 16:51)

I segreti del Calendario Universale svelati da tre studenti

Corriere della sera
di Wladimir Calvisi
  
Realizzato nel 1831 calcola date, maree e fasi lunari di 4.000 anni. Conservato nella sacrestia della Cappella dei mercanti a Torino

 Il Calendario universale realizzato da Giovanni Antonio Amedeo Plana

 Un giro di manovella aziona corde e ruote dentate. Lentamente i cilindri si muovono e compongono una sequenza. I numeri si allineano. E da piccole finestrelle compare la risposta. I giorni della settimana e i santi, le maree e le fasi lunari, le festività «mobili» e il ciclo solare. Di 4.000 anni. Perché il Calendario Meccanico Universale di Giovanni Antonio Amedeo Plana non è un gioco ottocentesco. Segna in modo perfetto tutte le informazioni di ogni giorno, dall’anno uno dell’era cristiana e per i prossimi duemila anni.

Astronomo e matematico
Astronomo e matematico, Plana si è guardato bene dal divulgare i segreti della sua macchina. Del suo «calendario per quaranta secoli» non ha lasciato nessuna spiegazione, nessun manuale, nessuno scritto. Ma ha previsto tutto: il calendario Giuliano fino al 1582, il salto di dieci giorni con il passaggio al Gregoriano, le irregolarità degli anni bisestili, le fasi dei cicli lunari e solari, i sistemi di calcolo delle diverse epoche. Un marchingegno infallibile, sintesi dell’equilibrio tra matematica e meccanica. Una perfezione quasi misteriosa che oggi è stata svelata da tre studenti del Politecnico di Torino.
Tre studenti
Sono loro - Meysam Nasiri, Roberto Cappato e Sergio Spano - che hanno scoperto l’algoritmo che regola il funzionamento del calendario, hanno creato un’interfaccia digitale che si può utilizzare online e realizzato un prototipo in scala, messo a disposizione dei visitatori della Cappella dei Mercanti a Torino, dove il Calendario è custodito. Un team «assemblato» un po’ per caso grazie a un concorso organizzato dal Politecnico insieme a Seat Pagine Gialle, che di quella macchina volevano svelare i segreti e renderli accessibili a tutti, e con la collaborazione della Pia Congregazione dei Banchieri, Negozianti e Mercanti.
Decodificare il meccanismo
«Da quando l’ho scoperto ho avuto un solo obiettivo: capire come funzionava», racconta Nasiri, 31 anni, iraniano. Ha studiato disegno industriale e sul calendario ci ha fatto la tesi di laurea. «Decodificare il meccanismo, intuire il funzionamento quasi senza poterlo toccare, tanto è fragile. Fare un percorso di ingegneria inverso, per risalire alle origini, alla logica di quell’epoca, ai segreti», spiega. «Il concorso (vinto superando altre tre squadre di studenti, ndr) è stato il coronamento di un percorso. Come scoprire l’anima di un oggetto stupefacente, del primo computer della storia. Svelare l’armonia che Plana aveva trovato».
Realizzato nel 1831
Realizzato nel 1831, quasi messo in disparte per decenni, il capolavoro dello scienziato piemontese è nascosto dietro la porta della sacrestia. Appeso a un muro com’è, può sembrare un grosso quadro. La «cornice» spessa, i colori del legno vissuto. Una sequenza di giorni, le festività religiose e l’elenco dei Papi, da San Pietro a Gregorio XVI. Le effigi di Giulio Cesare e Gregorio XIII. Due sovrani, Carlo Alberto e Leopoldo II, e un richiamo a dei convegni scientifici, forse simbolicamente, al di sopra dei Papi. Ma i cardini sul lato destro svelano che questa macchina ha un cuore. Nascosto in nove tamburi capaci di elaborare fino a 46.000 dati. «Poteva essere utilizzato dalla Chiesa per conoscere l’esatta cadenza delle festività, dalla Marina militare per prevedere le maree, dagli agricoltori per semine e raccolti. Può essere usato per il futuro, ma anche per il passato», sottolinea Nasiri. «Ha ancora tanto da raccontare. È il fascino della logica, la bellezza del ragionamento matematico».
E della tecnica.
Riproduzione perfetta
Così il team non solo ha codificato le formule, ma anche realizzato una riproduzione perfetta. «Un lavoro intenso», racconta Cappato, 42 anni, vent’anni di esperienza da progettista meccanico e da poco iscritto a ingegneria, grande amico del terzo membro del team, Sergio, 23 anni, che dopo il premio è fuggito in vacanza in Sardegna, «e un viaggio affascinante dentro una macchina fantastica». Il suo prototipo in scala è uguale all’originale («ma in alluminio e acciaio, i materiali di oggi, che così permetteranno a chi lo vorrà di testarlo. E poi era impossibile rifare tutto in legno e carta come all’epoca e con quella perfezione»). «Adesso il Calendario Universale appartiene un po’ di più a tutti - conclude sorridendo -. Mistero svelato? Sì, ma in fondo qualche altro segreto ce l’ha. Che non diremo mai».

9 agosto 2015 (modifica il 9 agosto 2015 | 12:10)

Quel dubbio atroce: la Bomba su Nagasaki per punire il Papa

Germania, le “Pietre d’inciampo” spaccano la comunità ebraica

La Stampa
tonia mastrobuoni

Vietati a Monaco i mini monumenti stradali in memoria dei deportati dai nazisti. La rappresentante della Baviera: ricordano l’orrore. Ma c’è chi insorge: sbagliato bandirli

 

A Berlino, soprattutto attorno alla vecchia e alla nuova sinagoga, è impossibile ignorarle. Sono piastre di ottone minuscole, grandi quanto un sanpietrino, con una breve, toccante iscrizione. Si incrociano ovunque, davanti ai portoni e agli ingressi dove sono avvenute le deportazioni naziste. Recano solo il nome della vittima, la data di nascita, la data di deportazione e quella di morte. Solo nella capitale tedesca ce ne sono seimila.

In tutto l’artista Gunter Demnig ne ha già incise cinquantamila, esportate anche in altri Paesi, in Italia, in Austria, in Polonia, ovunque siano arrivate le persecuzioni hitleriane (la numero 50mila è stata collocata a Torino in memoria di Eleonora Levi morta ad Auschwitz). L’artista di Colonia le ha chiamate «Stolpersteine», «pietre d’inciampo». Il senso è chiaro: fare in modo che nessuno possa dimenticare la dimensione delle persecuzioni, che si inciampi di continuo nel ricordo delle deportazioni. Ad oggi quello di Demnig è il più esteso monumento alle atrocità naziste del mondo.

I divieti
Ma qualcuno è riuscito a farle vietare. E proprio nella città degli esordi del Fuehrer, delle prime violente scorribande delle camicie brune, dello sventato putsch nazista del 1922: Monaco di Baviera.

Nel capoluogo bavarese le pietre d’inciampo sono bandite: dal 2004 Charlotte Knobloch, che le ritiene offensive, si batte perché restino confinate alle abitazioni private. Nel 2014 la capa della comunità ebraica di Monaco e dell’Alta Baviera ha spiegato il senso della sua guerra: «Mi fanno venire in mente le persone già buttate a terra che venivano prese a calci con gli stivali di ferro fino a farle montare sui camion che li deportavano. Persone rannicchiate, ferite, in fin di vita o già morte. Queste pietre possono essere bersaglio di sputi, sporcizia, graffi, escrementi animali o essere oggetto di gesti offensivi».

La comunità monacense è compatta e appoggia la battaglia di Knobloch, così come le iniziative varie nate in questi anni contro le pietre d’inciampo che accusano i sostenitori di essere spesso contro Israele o l’artista che le ha inventate di fare soldi con l’Olocausto. Anche fuori da Monaco le pietre hanno fatto discutere: il capo della comunità ebraica di Amburgo, Daniel Killy, ha accusato Demnig brutalmente di «aver fatto i milioni con milioni di vittime». Inoltre lo stesso artista ha contribuito ad attirare l’odio di una parte della comunità su di sé con una gaffe mostruosa come l’utilizzo di termini nazionalsocialisti sulle placche. Su una pietra aveva scritto: «Gewohnheitsverbrecher», criminale recidivo, ma è un termine cancellato dopo il nazismo perché sottintende che qualcuno lo sia quasi geneticamente.

Per ora il presidente della comunità ebraica tedesca, Josef Schuster, difende le Pietre d’inciampo: «personalmente sono dispiaciuto per la decisione del comune di Monaco». E il gruppo che si batte per introdurle anche a Monaco non si perde d’animo. Ernst Grube, sopravvissuto a Theresienstadt, ha raccontato ieri alla Sueddeutsche Zeitung che vuole una pietra d’inciampo da dedicare al padre di sua moglie. È indignato di doversi battere «per quella pietra minuscola», nella «capitale del movimento», nella città della «resistibile ascesa» del Fuehrer, come la chiamò Bertolt Brecht.


È morto a Damasco nel 2010 il nazista che non si è mai pentito
La Stampa 
maurizio molinari 
02/12/2014 

 

 Alois Brunner fu uno dei più famigerati protagonisti della Shoah: responsabile della deportazione di oltre 128500 mila ebrei, dopo la guerrà riparò in Siria, dove fu consigliere degli Assad. Sfuggito a vari attentati del Mossad in un’intervista dichiarò: “Mi pento solo di non aver ucciso ancora più ebrei”

 Uno degli ultimi gerarchi nazisti più ricercati al mondo è morto in Siria, probabilmente nel 2010. Alois Brunner, ex stretto collaboratore di Adolf Eichmann, responsabile della deportazione di oltre 128500 mila ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale era in cima alla lista dei “top wanted” del “Simon Wiesenthal Center” e Israele non ha mai celato il desiderio di volerlo catturare e processare, come avvenne con Eichmann nel 1962. 

Ma ora il cacciatore di nazisti che dirige il “Simon Wiesenthal Center” da Gerusalemme, Efraim Zuroff, afferma: “Crediamo davvero che sia morto anche se non ne abbiamo la prova fisica”. “Nuove informazioni ottenute da un ex 007 tedesco che ha servito in Medio Oriente - afferma Zuroff - ci portano a ritenere con una robusta certezza che Brunner sia stato seppellito in un luogo segreto di Damasco nel 2010 e sia morto senza pentirsi dei crimini commessi”.  

Questo è il motivo per cui il “Simon Wiesenthal Center” ha rimosso Brunner dalla lista dei “wanted”. “Brunner ebbe un ruolo chiave nella realizzazione della Soluzione Finale, ovvero lo sterminio degli ebrei d’Europa, e fu un autentico mostro - aggiunge Zuroff - gestendo la deportazione di 47 mila ebrei austriaci, 44 mila ebrei greci, 23500 ebrei francesi e 14 mila ebrei slovacchi che vennero portati con i vagoni-bestiami in lager dove vennero assassinati”.

Fra le sue vittime vi furono almeno 345 bambini. Brunner negli anni Cinquanta riuscì a mettersi in salvo a Damasco, dove diventò consigliere di Hafez Assad - e poi del figlio Bashar - in particolare sulle tecniche di tortura contro gli oppositori. Condannato all’ergastolo in contumacia in Francia nel 2001, sopravvissuto a due tentativi di assassinio da parte del Mossad - nel 1961 e 1980 - in cui perse almeno tre dita, Brunner ha continuato a vivere nella sua casa come un “convinto nazista” assicura Zuroff. Nell’unica intervista concessa a Damasco, nel 1985, disse ad un magazine tedesco: “Mi pento solo di non aver ucciso più ebrei”. Nella capitale siriana viveva sotto lo pseudonimo “Georg Fisher” al numero 7 di Rue Haddad.

Muore a 101 anni la scienziata che si oppose alla talidomide

Corriere della sera
di Emanuela Di Pasqua

E’ morta venerdì Frances Oldham Kelsey, farmacologo del FDA che tra i primi intuì i gravi effetti collaterali del farmaco assunto dalle donne in gravidanza e negò la commercializzazione negli Usa

 La scienziata Frances Oldham Kelsey  premiata nel 1962 dal Presidente John F. Kennedy per avere evitato la tragedia della talidomide negli Usa

 Se ne è andata a 101 anni Frances Oldham Kelsey a tutti nota come la scienziata anti-talidomide. Dietro di sé lascia un ricordo importante per aver cambiato la storia della medicina e aver intuito controcorrente gli effetti di un medicinale che ha tristemente segnato un'epoca: la talidomide, il farmaco spacciato in tutto il mondo come tranquillante che in realtà danneggiava i feti. 


La verità sul talidomide  
Si parla oggi di criminale superficialità (o forse malafede) a proposito del modo disinvolto e con cui venne messo in commercio (anzi consigliato alle donne in dolce attesa), quando bastò approfondire alcuni dati per metterne a fuoco gli effetti collaterali inquietanti. A Frances Oldham Kelsey, farmacologo e medico che lavorava da poco alla Food and Drug Administration proprio nel settore delle richieste di licenza dei nuovi farmaci, si deve la decisione storica della mancata autorizzazione all’immissione in commercio negli Stati Uniti della talidomide. Kelsey fu tra le prime a sollevare un’ombra di sospetto e a sottrarsi a un pensiero di gruppo che altrimenti avrebbe mietuto ancor più vittime. Il disastro della talidomide e l’impulso di questa scienziata canadese misero in moto anche la revisione dell'FDA e delle norme che regolavano la commercializzazione dei farmaci, inasprendo i controlli e gli studi necessari per immettere una nuova sostanza in commercio. Dagli anni ’60, la talidomide è considerata il prototipo dei teratogeni (dal greco teratos = mostro) con un rischio di teratogenicità massimo tra il 34° e il 50° giorno di gestazione. I principali effetti indesiderati del farmaco sono, oltre la focomelia, amelia, difetti cardiaci, malformazioni renali e gastrointestinali, sordità, ritardo mentale e autismo. 

L’autorizzazione negata
Nonostante la grande popolarità del farmaco e nonostante le forti pressioni esercitate per la sua approvazione (all’epoca era già commercializzato in Canada, in Africa e in oltre 20 Paesi europei), Frances Kelsey ebbe forti dubbi sugli studi preclinici sulla talidomide e non esitò a negarne, come membro della Food and Drug Administration, la messa in commercio negli Usa. La storia le ha dato ragione. Alla fine del 1961 gli scienziati identificarono il farmaco come causa di gravi malformazioni neonatali. Le intuizioni di Kelsey vennero così tristemente confermate e la scienziata fu premiata nel 1962 dal Presidente John F. Kennedy per avere evitato che la tragedia della talidomide si potesse verificare negli Stati Uniti. La farmacologa ebbe da allora in poi un ruolo strategico nella nascita della riforma sui farmaci. 

La storia del farmaco 
La talidomide è un farmaco che fu venduto negli anni Cinquanta e Sessanta come sedativo, anti-nausea e ipnotico, rivolto in particolar modo alle donne in gravidanza. La sua storia inizia ufficialmente negli anni ‘50. La prima apparizione sul mercato fu con il Grippex (talidomide associata ad altri principi attivi), prodotto dall’azienda tedesca Chemie Grünenthal e distribuito in forma sperimentale per il trattamento di infezioni respiratorie. Ma il farmaco non ebbe alcun successo. Nel 1954, dopo anni di ricerche, la Chemie Grünenthal depositò il brevetto per Contergan, a base di talidomide, il «miracoloso» farmaco anti-nausea e sedativo. 

La Chemie Grünenthal, confortata dalla scarsa tossicità del farmaco rispetto ai suoi colleghi del tempo, lanciò una campagna marketing senza precedenti: la talidomide venne pubblicizzata sulle più autorevoli riviste scientifiche e ovunque si sottolineava la completa sicurezza del farmaco, talmente sicuro che se ne consigliava l'uso ai bambini e alle persone sottoposte a stress emozionali. Già a partire dagli anni 50 l’embriopatologo Willis aveva iniziato ad allertare genericamente l’opinione pubblica e la comunità scientifica sull'uso di alcuni farmaci durante la gravidanza per i possibili danni sull'embrione. Intanto nel 1960 per la prima volta vennero documentati e presentati al congresso Pediatrico Nazionale in Germania due casi clinici con difetti congeniti agli arti. 

Fu in quella sede che il professor Widukind Lenz suggerì che tali malformazioni fossero ascrivibili all'uso di talidomide in gravidanza e iniziò i suoi studi che sfociarono in un esplicito rapporto contro il farmaco. Al tempo stesso un altro studio, del dottor William McBride in Australia, andava nella medesima direzione. Nel maggio 1961 la Chemie Grünenthal integrò il bugiardino del farmaco, introducendo tra i possibili effetti collaterali, in caso di uso prolungato, l'insorgenza di neuropatie e nel novembre del 1961 la talidomide venne infine ritirata dal mercato tedesco e successivamente dai mercati di ben 50 Paesi dove era stato diffuso con quaranta nomi commerciali diversi, tra i quali il Contergan (purtroppo però le scorte continuarono a essere vendute ancora clandestinamente). 
Oggi si sa che il primo caso registrato di focomelia causata dalla talidomide risale al 25 dicembre 1956. Attualmente il principio attivo è nuovamente utilizzato contro le manifestazioni cutanee del lupus, nella cura del mieloma multiplo e delle malattie infiammatorie croniche intestinali. 

Ancora in attesa di giustizia
Ma l’esercito dei talidomidici (i bimbi nati mutilati a causa del medicinale) sta ancora aspettando una giustizia. Solo in Italia provocò handicap a circa 688 persone di cui 125 ancora vivi e a livello mondiale sono circa 7 mila i talidomidici (ma c’è chi parla del triplo). La casa farmaceutica tedesca Grünenthal di Stolberg solo nel 2012 ha chiesto scusa alle migliaia di persone mutilate e per il momento la Germania non ha ancora concesso il risarcimento. La notizia della morte di Frances Oldham Kelsey, all’età di 101 anni e dopo una brillante carriera alla FDA, riporta più che mai d’attualità un capitolo doloroso e mai chiuso. E intanto oggi l’umanità la ricorda con gratitudine perché grazie alla sua preparazione e alla fermezza della sua decisione ha dato un grande contributo alla tutela della salute del popolo americano. E non solo.

8 agosto 2015 (modifica il 8 agosto 2015 | 18:26)


Quelle vittime del talidomide in attesa di giustizia da 50 anni
  di Gian Antonio Stella

La battaglia all’Europarlamento per avere i risarcimenti da Berlino. Il farmaco era spacciato in tutto il mondo come un tranquillante ma danneggiava i feti. In Italia Provocò handicap a circa 400 persone: dal 2008 hanno diritto a un indennizzo

 L’artista inglese Alison Lapper, nata senza braccia a causa del talidomide. Alle spalle la scultura di Marc Quin «Alison Lapper Pregnant» nella quale ha posato come modella quando era incinta

  «Quante divisioni hanno, i talidomidici?», potrebbe chiedere qualcuno facendo il verso alla famigerata battuta di Stalin sul Papa. Nessuna, ovvio. Anzi: è il più indifeso e innocuo di tutti gli «eserciti» del mondo. Per quanto solo morale e disarmata una «dichiarazione di guerra» delle vittime del talidomide, il farmaco che mutilò migliaia di bambini nati senza braccia, senza mani, senza gambe, metterebbe però la Germania in gravissima difficoltà. 

Ci si può difendere anche dall’Isis: non dalla vergogna. E i talidomidici hanno tutta l’intenzione di mettere la Bundesrepublik di Angela Merkel sul banco degli imputati proprio per i decenni di ambiguità, a partire dal «Mammuth Prozess» (noi diremmo processo-lumaca) che finirono per coprire le colpe della casa farmaceutica tedesca Grünenthal di Stolberg, vicino ad Aquisgrana. La quale solo nel 2012, oltre mezzo secolo dopo, si è rassegnata a chiedere scusa alle migliaia di persone mutilate dalla criminale sciatteria con cui il letale talidomide fu messo in commercio e addirittura consigliato (consigliato!) alle donne incinte.
Il farmaco spacciato per tranquillante
«Esistono svariate cause che danno origine ai mostri», scrisse Ambroise Paré, uno dei padri della chirurgia, «la prima è la gloria di Dio. La seconda è la sua ira». È passato mezzo millennio, da allora. E nessuno osa più attribuire le disabilità d’un bimbo all’accoppiamento della madre col demonio. Anzi, qui lo sappiamo chi fu il demonio: chi produsse quel farmaco spacciato per un tranquillante senza controllare gli effetti sui feti. Effetti che, come avrebbero dimostrato le analisi successive (e tardive) su conigli, ratti, pulcini, pesciolini, erano catastrofici. Eppure lo sviluppo mancato del feto è ancora definito, nello spaventoso gergo «scientifico» dei medici «teratogenesi»: dal greco «creazione di mostri». E non è bastato mezzo secolo alle vittime del talidomide per trascinare la casa farmaceutica a pagare per le sue responsabilità non solo le vittime tedesche, risarcite per tacitare le polemiche domestiche, ma anche quelle di tanti altri Paesi del mondo.
Gli indennizzi
Papa Francesco ha visto ieri, all’udienza generale, i talidomidici spagnoli. E ha detto loro poche parole di conforto e incoraggiamento. Bellissime, come sempre. E di grande aiuto morale. Le persone che si sono viste imporre mezzo secolo fa un’infanzia, un’adolescenza, un percorso scolastico e una vita di relazioni sociali complicatissimi, però, come hanno ribadito giorni fa al Parlamento Europeo, hanno la necessità assoluta «anche» di un aiuto economico concreto. Certo, l’Italia, supplendo alle latitanze tedesche e facendosi carico dell’errore di dare per scontata la storica affidabilità dei prodotti germanici consentendo senza controprove «nazionali» tra il ‘58 e ‘62 la vendita di 15 farmaci contenenti il talidomide da parte di 7 industrie farmaceutiche che fecero nel nostro paese tra le 350 e 400 vittime di vari handicap (più gli aborti spontanei, i bambini nati morti e quelli «pietosamente» accompagnati alla morte), ha riconosciuto quasi da un decennio la patologia e dal 2008 versa ai talidomidici più gravi un indennizzo che può arrivare a 5.300 euro mensili.
Cosa voglia dire « talidomidici più gravi» l’ha spiegato Nadia Malavasi, una signora padovana che grazie a un sorriso contagioso, una straordinaria auto-ironia e una volontà d’acciaio è riuscita a far fronte alla disabilità, laurearsi in lingue, sposarsi, fare un figlio e perfino prendere la patente («L’esaminatore mi guardò e disse: “Ma cosa pretende se le mancano due braccia e una gamba!”, però l’ho vinta io») l’ha raccontato a Stefano Lorenzetto. Lei stessa non può lavarsi la faccia da sola e non può prendere un vestito dall’armadio e non può alzare una tapparella e non può tagliarsi una bistecca e se le cade qualcosa per raccoglierla deve sdraiarsi sul pavimento. «In autobus è salita solo una volta in vita sua: l’autista ripartì con le portiere ancora aperte e lei, che non può aggrapparsi ai corrimano, volò sull’asfalto».
La storia di Sherri Finkbine
Quello che lascia senza fiato, ancora mezzo secolo dopo, è leggere i giornali dell’epoca. Come una foto - notizia del Corriere della Sera dell’estate 1962 datata Phoenix, Arizona: «La signora Sherri Finkbine è protagonista di una vicenda che sta appassionando la pubblica opinione americana. Essa attende un bambino per i prossimi mesi, ma avendo fatto largo uso di un tranquillante a base di talidomide si è rivolta alla magistratura per avere l’autorizzazione a interrompere la maternità. Com’è noto la talidomide è sospettata di creare gravissime malformazioni sui nascituri» . Tempo dopo, rilanciando la notizia che la donna aveva cercato d’abortire all’estero, comparivano sui giornali italiani articoli come questo:

«Cinque medici svedesi esaminano il caso Finkbine. Dovranno tenere conto del fatto che, in contrasto con certe allarmanti statistiche, soltanto due o tre donne su dieci hanno dato alla luce bimbi anormali per essersi servite delle discusse pillole». Ma come: «Due o tre donne su dieci» sembravano poche? Scriveva Enrico Altavilla: «Durante il secondo mese di gravidanza Sherri Finkbine aveva inghiottito decine e decine di pillole di “Contergan” com’è chiamato in Germania il terribile tranquillante a base di talidomide (glielo aveva portato il marito da Amburgo) che ha già fatto nascere storpi e monchi degli arti inferiori e superiori centinaia di bambini negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna, in Svezia e in altri Paesi. Sono 7.000, si calcola, le vittime del talidomide».
In Italia 125 talidomidici ancora vivi
Erano di più. Molte di più. Almeno ventimila in 24 Paesi, spiega Nadia Malavasi, Presidentessa onoraria di T.A.I Onlus, che rappresenta i talidomidici italiani: «Di 688 nati malformati nel 1961, nel nostro Paese, ne sono rimasti vivi circa 125. Molti sono finiti al Cottolengo e poi deceduti...». Sono passati cinquantatré anni, da quell’estate del ‘62. Eppure le migliaia di vittime del talidomide ancora rivendicano quel risarcimento che la Germania non ha mai concesso. Prossimo appuntamento, fondamentale, il 20 luglio. Alla Commissione Sanità dell’Europarlamento. Dove, chissà, potrebbe essere riletto un biglietto spedito qualche anno fa alla Cancelliera tedesca: «Ho visto piangere i miei genitori e gli ho sorriso per rincuorarli, avrei voluto suonare la chitarra o le tastiere e non mi è stato possibile, avrei voluto portare i miei figli sullo scooter la domenica mattina e non l’ho potuto fare, avrei voluto aiutare mia moglie nelle faccende domestiche quando non stava bene e ho dovuto io chiedere aiuto, avrei voluto fare tante altre cose...» .
25 giugno 2015 | 09:52