lunedì 10 agosto 2015

Il Lol è arrivato al capolinea: adesso ridiamo con le emoticon e con hahah

Corriere della sera
di Alessio Lana

 Facebook ha analizzato le risate in Rete e decretato la morte della celebre sigla
 
 Niente più Lol, adesso per ridere si ricorre all'«hahaha» o alle emoticon. A sentenziarlo i ricercatori di Facebook. Era il 2011 quando l'Oxford English Dictionary includeva il Lol all'interno delle sue preziose pagine ma in realtà la sigla era usata già da parecchio tempo. Acronimo di «laughing out loud» o «lot of laughs», ovvero «ridere ad alta voce» o «risate a non finire», Lol fin dai primordi della Rete ha rappresentato una maniera breve e concisa per esprimere che si stava ridendo di un post, un commento o una battuta.

Negli anni ha visto la sua notorietà crescere, soprattutto grazie alla diffusione dei social network. Adesso proprio un social network ne sancisce l’imminente fine: secondo Facebook, l’uso del Lol è ai minimi storici tanto da comparire solo nell'1,9 per cento dei messaggi postati. A batterlo è il sempreverde «hahaha» che conta per il 51,4 per cento dei messaggi analizzati, in seconda posizione ci sono le emojii (33,7%), faccine e segni grafici che rappresentano per immagini idee e stati d'animo, e a seguire ecco «hehe», una variazione sul tema che conta per il 12,7 per cento.

I giovani preferiscono le faccine
L'enorme collettore di tutte le nostre espressioni su tastiera fa notare come l'uso di di una o dell’altra sia specchio della nostra età. Il Lol rimane forte tra gli utenti più vecchi, coloro che frequentano da più tempo la Rete e l'hanno conosciuta fin dalla sua versione tutta testuale, quando per risparmiare tempo e caratteri si ricorreva ad ogni forma di acronimo. I più giovani, da bravi figli dell'Internet grafica e colma di immagini, puntano maggiormente alle faccine, con lo smile e le sue mille variazioni che regnano sovrani tra chat e post.
Il migliore è «ha»
A livello di genere, il pubblico femminile ride più per emoji mentre gli uomini preferiscono la risata scritta ma quale che sia la vostra scelta, sembra che il «ha» sia il migliore grazie alla sua versatilità. Lol rappresenta un commento secco, mente un solo «ha» esprime una risatina, «haha» è una grassa risata e più si aggiungono sillabe più l’ilarità cresce, fino ad arrivare a chilometriche file di consonanti e vocali. A ben vedere questo successo del «Hahaha» non ha nulla di nuovo per noi italiani e la Rete sembra sempre più figlia di quel visionario che fu Palazzeschi. Da quella sua «E lasciatemi divertire» colma di «ihu ihu ihu», «uhi uhi uhi» e «Ahahahahahahah» sono passati più di cent'anni ma la risata è rimasta sempre la stessa: tante sillabe e il gioco è il fatto.

10 agosto 2015 (modifica il 10 agosto 2015 | 17:43)

Vittorio Feltri attacca Papa Francesco: "Basta chiamarci razzisti, accolga gli immigrati nei palazzi delle curie"

Libero

Papa Francesco è intervenuto nel dibattito sull'emergenza immigrazione, condannando duramente chi propone di smettere di accogliere tutte le persone che sbarcano sulle coste europee: "Respingerli - ha detto il Pontefice - è un atto criminale". Il discorso del Papa non ha scatenato le reazioni contrarie dal mondo politico, vedi Matteo Salvini e buona parte dei grillini. Anche Vittorio Feltri è stato vicino a perdere del tutto la pazienza: "Da 15 anni, forse 20, soccorriamo migliaia di sfigati in procinto di annegare, li portiamo qui, li rifocilliamo, li ospitiamo come meglio possiamo in alberghi - spesati di tutto punto - e in altre strutture a costo di irritare al massimo i connazionali, e per tutto ringraziamento alcuni stranieri - aggiunge Feltri sul Giornale - insoddisfatti del vitto curato da Carlo Cracco, scaraventano i piatti colmi di cibo fuori dalla finestra". Dal Papa Feltri si sarebbe aspettato almeno una benedizione per gli italiani, visto che lo stesso Vangelo dice di "dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati".

Il consiglio - Che si riferisse agli italiani, secondo Feltri, ci sono pochi dubbi, visto che il Papa ha parlato in italiano, da Roma, con gli sbarchi quotidianamente in corso sulle coste soprattutto italiane. E quindi prova a dare un consiglio al Pontefice: "Avremmo l'obbligo di rammentargli che prima di aprire bocca converrebbe anche a lui schiacciare il pedale della prudenza". L'esasperazione degli italiani infatti è alta spiega il fondatore di Libero: "Noi siamo più stanchi di essere accusati di razzismo che di impegnarci tutto il giorno e ogni dì a ripescare dalle acque orde di extracomunitari provenienti da ogni dove".

L'emergenza - Il sistema dell'accoglienza in Italia non si è mai fermato, nonostante la situazione economica del Paese non sia proprio delle più felici: "La informo, eminentissimo Francesco, che l'Italia è in bolletta e non ce la fa più a ospitare uomini e donne dell'Africa e dell'Asia; non ha siti dove ricoverarli; non ne ha uno decente da assegnare neppure ai nostri compatrioti, costretti a campare in auto, al caldo e al gelo, perché privi di un tetto". Eppure la Chiesa potrebbe far tanto, ricorda Feltri: "Non vorrei essere villano, ma le faccio presente che le curie di varie città (per esempio Milano, e anche Bergamo che conosco perché vi sono nato) sono proprietarie di numerosi immobili di lusso vantaggiosamente affitati. La preso - insiste Feltri - li metta a disposizione dei profughi, dopo di che avrà titolo per dire a noi di fare altrettanto, ammesso che siamo abbastanza abbienti per competere con lei in fatto di patrimonio in mattoni".

Il rimprovero - L'ultima stilettata Feltri la riserva non tanto a Bergoglio, quanto ai politici italiani che, davanti alle parole del Papa, sono pronti a genuflettersi: "Allora diteci come è necessario comportarsi. Avete un programma serio allo scopo di destinare una parte dell'Italia quale territorio idoneo a essere occupato da chi scappa dal proprio? Forza, non siate timidi. Propongo, per cominciare, che il primo luogo da invadere sia il vostro giardino fiorito, signori buonisti". Chissà se in questo modo: "Sarete imitati dal volgarissimo popolo", conclude Feltri.

Sindaci, assessori, consiglieri. I 28 onorevoli col doppio incarico

La Stampa


Grazie a una legge recente i criteri di incompatibilità sono meno severi

Fatti due conti, avrebbe i numeri per costituire un gruppo autonomo alla Camera (venti deputati) e gli mancherebbero solo due senatori per fare lo stesso a Palazzo Madama. È il partito dei parlamentari con il doppio incarico, quelli che hanno conquistato la poltrona a Roma, ma che non vogliono rinunciare alla poltroncina nel loro comune. Anche se spesso non riescono a garantire un impegno full time.

Sindaci, assessori, semplici consiglieri, un partito trasversale di cui fanno parte tutte le principali forze politiche: Pd, Udc, Ncd, Sel, Forza Italia, Lega, Psi, fittiani e persino un verdiniano. Mancherebbero solo i Cinque Stelle, che sui doppi ruoli sono intransigenti. Eppure nell’elenco dei 28 onorevoli ce n’è anche uno che è stato eletto col Movimento di Grillo.

Un Consiglio per tutti  
Tra i tanti peones, spiccano i nomi dei «big» come Francesco Boccia (Pd), che oltre a presiedere la commissione Bilancio della Camera si è anche fatto eleggere a Bisceglie («risultando il più suffragato nelle liste del centrosinistra» si legge, testuale, sul suo sito). Oppure Dorina Bianchi: la deputata Ncd, in odore di ministero, trova anche il tempo di fare il consigliere comunale a Crotone. E poi c’è Felice Casson (Pd): sindaco mancato a Venezia, ha deciso di battersi in Consiglio comunale. Ma di restare anche in Senato.

Il record è a Olbia, dove tra i banchi del consiglio spiccano ben due deputati: Gian Piero Scanu del Pd e Settimo Nizzi di Forza Italia. Il ruolo di consigliere, va detto, non è incompatibile con quello di parlamentare. E allora perché mai avrebbe dovuto lasciare il suo posto ad Abano Terme la neodeputata Vanessa Camani (Pd), subentrata alla Camera ad Alessandra Moretti in occasione del suo approdo a Bruxelles?

Da registrare la curiosa storia di Ivan Catalano. Nel 2011 si è candidato al Comune di Busto Arsizio, provincia di Varese, con il M5S. Non ce l’ha fatta, ma due anni dopo si è riscattato con gli interessi ed è stato eletto deputato. Poi la rottura con Grillo, il passaggio al Partito Liberale, quindi l’approdo a Scelta Civica. Nel frattempo l’ex collega Giampaolo Sablich, dopo la rottura col M5S, per coerenza aveva lasciato il seggio in consiglio. E chi era il primo dei non eletti? Catalano, che ha subito accettato, incassando la seconda poltrona conquistata grazie al Movimento di cui non fa più parte.

Sfuggita al doppio incarico per un pelo il sottosegretario Francesca Barracciu: a maggio si era candidata come consigliere a Sorgono, in Sardegna. Interpellata in campagna elettorale, aveva detto di non temere il doppio ruolo: «Ritengo che l’impegno da consigliere semplice a Sorgono sia compatibile nei tempi e nei modi con quello di sottosegretario a Roma. Certo, la mia vita sarà più faticosa. Ma la fatica non mi ha mai spaventata». Si è dimessa subito dopo l’elezione.

Parlamentari per giunta  
C’è poi il capitolo degli onorevoli-assessori, raddoppiati dopo il rimpasto nella giunta Marino. Marco Causi e Stefano Esposito sono entrati a far parte della squadra di governo capitolina, ma di lasciare il seggio in Parlamento (deputato il primo e senatore il secondo, entrambi del Pd) non se ne parla. La legge lo permette e nel caso in cui qualcosa vada storto c’è sempre un salvagente.

Insindacabili
Un discorso a parte meritano i sindaci. Sono otto in totale, alcuni guidano comuni con meno di 5.000 abitanti (come il deputato civatiano Luca Pastorino, che pure si era candidato governatore in Liguria), soglia sotto la quale non ci sono mai stati dubbi di incompatibilità. Per altri è sorto qualche problema, come a San Marco in Lamis (13.000 abitanti), dove Angelo Cera (Udc) è stato prima sospeso e poi reintegrato al termine di una lunga battaglia legale. Nell’estate 2011 il governo Berlusconi aveva infatti fissato la soglia di incompatibilità per i sindaci dei Comuni sopra i 5.000 abitanti. Ma nel 2013 il governo Letta aveva detto che la norma non valeva per chi era già stato eletto prima dell’agosto 2011. Qualcuno era dunque rimasto nel limbo. E per sciogliere ogni dubbio il Parlamento nel 2014 ha elevato la soglia a 15.000 abitanti. Salvando capra, cavoli e sindaci onorevoli.

Dalle lettere all’era del wi-fi e delle app: il viaggio delle Poste verso la Borsa

La Stampa


Più attività digitali e bancarie, il gruppo cambia ancora pelle e punta su Piazza Affari. Ma il servizio pubblico della corrispondenza tradizionale è colpito da tagli e chiusure

Quando si parla di Poste Italiane, nessuno rimpiange i «bei tempi andati». Quando le Poste recapitavano soltanto lettere e pacchi, ad esempio nel 1986, l’allora «azienda autonoma» spendeva il 93% delle entrate per pagare gli stipendi di dipendenti quasi tutti assunti perché segnalati dai partiti, perdeva migliaia di miliardi di lire, e per far arrivare una lettera ci volevano quasi 9 giorni. Poi le vecchie PT sono cambiate: sono diventate una banca, poi anche un’assicurazione e una compagnia telefonica. E adesso guadagnano: 435 milioni di euro nel primo semestre 2015. E come deciso dal ministero del Tesoro (azionista al 100% di Poste), oggi arriva in Consob il prospetto che avvia l’iter per la quotazione in Borsa. Avverrà tra fine ottobre e inizio novembre, e potrebbe rendere allo Stato 4 miliardi.

Il futuro? Non le lettere
Un cambiamento notevolissimo. L’attuale vertice dell’azienda - presidente Luisa Todini, ad Francesco Caio - promette che grazie a massicci nuovi investimenti Poste diventerà sempre più digitale, accompagnando l’evoluzione del Paese. Sempre più bancario-assicurativa, e meno legata al poco redditizio «servizio universale» assegnato dallo Stato, ovvero la spedizione delle lettere. Infine, Poste scommette sul boom dell’ecommerce, e dunque sulla remunerativa spedizione dei pacchi. Declinerà invece la normale corrispondenza. Questo prevede infatti il piano delle Poste, così come di fatto approvato dal governo e dall’autorità di vigilanza, l’Agcom.

Il piano dei tagli  
Dal 1° ottobre la posta ordinaria rincara da 0,70 a 0,95 centesimi. La posta prioritaria (2 giorni per la consegna, anziché uno) potrebbe costare fino a 3 euro (ancora non c’è la decisione). Parliamo di aumenti oltre il 20%. L’azienda dovrebbe conservare il ricco monopolio (che costa ben 300 milioni allo Stato) della spedizione delle multe e degli atti giudiziari. Prosegue poi il taglio (chiamato «razionalizzazione») degli uffici postali minori.

È stato congelato per l’estate, ma si riparte a settembre: è prevista la chiusura di 455 uffici e la riduzione di orario (solo due mattine a settimana) per altri 608. Altri 550 erano stati chiusi nel 2012. In tutto, gli uffici postali scenderanno a circa 13 mila. Infine, in oltre 4.000 Comuni italiani (su 8.000) le Poste potranno consegnare la corrispondenza «a giorni alterni»: invece degli attuali 10 giorni, si scenderà a soli 5 giorni ogni 2 settimane. Una settimana consegneranno lunedì, mercoledì e venerdì; la settimana seguente solo martedì e giovedì. Il piano è già scattato in alcuni Comuni, poi avrà altre due tappe a dicembre 2015 e a febbraio 2017.

Siamo tutti digitali?
Per l’azienda in fondo parliamo di fette modeste della popolazione, circa il 25% degli italiani. E poi ormai siamo tutti digitali. O no? Pare proprio di no, a sentire le proteste di tanti comitati di cittadini infuriati. Non è solo un fatto di campanile (che pure esiste). I Comuni che perderanno (o hanno già perso) ufficio postale e consegna giornaliera sono quelli più poveri. Quelli più isolati. Quelli dove vivono tanti anziani, poco mobili e con poca abitudine alle tecnologie.

Sono i Comuni, infine, dove è più probabile che non esista alcun collegamento internet a banda larga, visto che nessuno ha interesse a portarcela. Difficile immaginare che questi piccoli Comuni, che da anni perdono uno dopo l’altro servizi pubblici (ma anche quelli privati, come i negozi) possano sopravvivere e avere un futuro. Esattamente di questo tratta l’«autodramma» del Teatro Povero di Monticchiello recitato in questi giorni dai paesani, gli ultimi 150 rimasti nello splendido borgo in Valdorcia, in provincia di Siena. A Monticchiello la posta chiuderà il 7 settembre.

In attesa dell’Ue
La speranza, stavolta, è l’Europa. La Commissione Ue ha fatto sapere di avere grandi perplessità sul piano Caio. La direttiva europea sui servizi postali, infatti, prevede l’obbligo di recapito per cinque giorni su sette anche nelle zone remote e scarsamente popolate. La posta a giorni alterni è consentita solo per «circostanze o per condizioni geografiche eccezionali». In 14 paesi Ue, ad esempio, riguarda solo l’1% della popolazione. Se l’Italia va avanti, potrebbe arrivare una procedura di infrazione da Bruxelles.

Beato Melki, martire del «genocidio» cristiano del 1915 in Turchia

La Stampa
Marco Tosatti

Il Papa ne ha autorizzato la promulgazione del decreto. Il Vescovo della Fraternità di Sant’Efrem non fuggì, fu preso, picchiato e decapitato




Papa Francesco ha ricevuto sabato 8 agosto il prefetto per le Cause dei Santi, il cardinale Angelo Amato, sdb; nel corso dell’udienza il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto riguardante il martirio del servo di Dio Flaviano Michele Melki (al secolo: Giacomo), della Fraternità di Sant’Efrem, vescovo di Djézireh dei Siri. Melki (o Malke, secondo un’altra traslitterazione) fu ucciso «in odium fidei» dai soldati turchi a Djézireh (attuale Turchia) il 29 agosto 1915.

Il crimine fu commesso durante il genocidio compiuto dal «Triumvirato» contro gli armeni e le altre minoranze cristiane dell’impero ottomano. Nel 2010 il patriarca Siro cattolico ha avviato la procedura per la beatificazione di Melki. Nel 2012 il patriarcato investì Roma del caso, e il Vescovo martire fu proclamato servo di Dio, il primo gradino verso gli altari.

Sembra che papa Francesco abbia preso a cuore particolarmente il caso di questo Presule; probabilmente affinché sia possibile proclamarne la santità in una data vicina a quella del suo martirio, avvenuto esattamente nell’agosto di un secolo fa.

Melki nacque vicino a Mardin, nell’attuale Turchia sud-orientale. Divenne Prete della Chiesa Siro-cattolica, e viveva a Tur Abdin. Nel 1895 conobbe in maniera drammatica l’esperienza della persecuzione religiosa. In quel periodo infatti i cristiani della Cilicia e di altre zone dell’Impero ottomano furono vittime di massacri su larga scala. Durante le violenze del 1895 la sua chiesa fu saccheggiata e bruciata, e sua madre uccisa.

In seguito fu nominato Vescovo di Mardin e Gazarta. Le biografie ne parlano come di un Presule di grande fede e virtù cristiane. Il 24 aprile del 1915 con i massacri di Istanbul il Triumvirato lanciò l’operazione di genocidio, diretta contro armeni, assiri e greci, cioè le minoranze cristiane.

Nell’estate del 1915 Melki si trovava ad Azakh, ma avendo notizia di ciò che stava per accadere alla sua diocesi tornò a Gazarta e si rifiutò di fuggire, a dispetto del consiglio degli amici musulmani del posto.  Secondo «The forgotten genocide: eastern christians, the last Arameans», fu arrestato insieme a quattro dei suoi sacerdoti, e al vescovo caldeo Jacques Abraham, con i suoi preti. Due mesi più tardi furono condotti in catene in un luogo fuori città, chiamato Chamme Suss. Secondo le testimonianze di musulmani del posto fu chiesto loro di convertirsi all’islam. Rifiutarono. Abraham fu ucciso con un colpo d’arma da fuoco, Melki fu battuto fino a fargli perdere conoscenza e decapitato.

In quello stesso periodo, sempre a Mardin, fu arrestato, e in seguito ucciso il vescovo degli armeni cattolici, Ignazio Maloyan. Maloyan è stato proclamato beato per aver subito il martirio in odium fidei da Giovanni Paolo II nel 2001. La beatificazione di Melki, per la stessa ragione, e nel contesto dello stesso evento storico – il genocidio armeno e cristiano del 1915 e degli anni seguenti – appare significativa di una volontà del Papa di riconoscere le sofferenze trascorse dei cristiani di oriente. Non si può dimenticare inoltre che Ankara conduce un’attiva politica negazionista per quanto riguarda il genocidio armeno, il primo del secolo dei genocidi. Anche se si tratta di un fatto squisitamente religioso e interno al mondo cattolico, la beatificazione di una vittima del genocidio costituisce un segnale chiaro.

E inoltre con questa decisione papa Francesco probabilmente vuole dare un segno di attenzione e di solidarietà alle comunità cristiane orientali, che, specialmente in Siria e Turchia, ma non solo, a un secolo da quegli eventi tragici stanno subendo per mano delle milizie islamiste quello che patirono i loro antenati.

Quel silenzio di Mattarella fa troppo rumore

Quanto vale un’identità digitale sul mercato nero di internet?

La Stampa


Il dark web è pieno di portali dove acquistare e vendere i dati rubati attraverso aste e inserzioni

 

Un nome utente collegato ad una password vale in media 21 dollari sul mercato nero del web. La cifra sale se le credenziali non servono solo per connettersi ad email e social network ma anche a conti correnti e siti di home banking, utili per compiere un bel po’ di azioni illegali oltre a qualche post inaspettato. Ogni anno sono milioni le vittime dei più svariati crimini digitali (qui un bell’elenco dell’Identity Theft Resource Center ), un’escalation senza sosta.

Il motivo? Violare account è un’attività che paga, e pure molto, permettendo a chi smercia i dati di riempire cospicuamente il proprio portafoglio, spesso in Bitcoin. Difficile dire se la colpa sia degli utenti che continuano ad utilizzare password semplici e ricorrenti o dei cybercriminali che sono sempre un passo avanti e riescono ad eludere controlli e metodi preventivi.

Gli esperti di sicurezza lo ripetono da tempo: attenzione ai siti che visitate, a quello che immettete su forum e pagine di registrazione, ai click nelle email perché dietro l’angolo c’è sempre qualcuno pronto a rubare la vostra essenza telematica. Ma per quale motivo? O meglio: in che modo i malintenzionati riescono a guadagnare dal furto delle informazioni sensibili dei navigatori? Come i dati vengano sfruttati a scopo lucrativo è l’argomento che agli organi di polizia sta maggiormente a cuore, con lo scopo di bloccare il crimine subito dopo il furto e prima che riesca a fruttare un reale guadagno per gli aggressori.

Come spiega il sito Qz, la maggior parte dei pacchetti finisce su siti che fanno parte di quell’area nascosta di internet conosciuta come dark web. L’analisi delle inserzioni su portali simili ad eBay permette di capire il reale valore degli archivi rubati ed offerti ad un pubblico sempre più interessato e vasto. È come essere al mercato rionale: numeri di carte di identità, indirizzi fisici, posta elettronica, date di nascita, account di accesso ai più comuni servizi, password; insomma un vero paradiso per chi fa del furto digitale il suo mestiere.

“Abbiamo analizzato quei siti chiamati in gergo fullz, ovvero dove è possibile trovare di tutto, utilizzando Grams, un motore di ricerca per il dark web” – scrive Qz. Il risultato è una forbice davvero ampia che comprende generalità vendute per 1 dollaro e altre per 450, al cambio dei Bitcoin, unica moneta possibile su spazi del genere. Il costo medio di un’identità si assesta intorno ai 21,35 dollari, tanto vale un nome e cognome, spesso collegato ad una carta di credito.

Quello che colpisce è che nonostante la compravendita sia illegale, il funzionamento di e-commerce del genere è pressoché identico a quelli dei siti più conosciuti. Come sui vari eBay, Kijiji, Subito, il valore di un “iPhone 6 Plus Nuovo” cambia a seconda del venditore, anche qui il prezzo delle informazioni rubate varia in base a fattori quali l’affidabilità, la popolarità e la reputazione dell’inserzionista.

Le aste minori sono quelle che si concludono più velocemente ma che non danno garanzie all’acquirente. Può capitare infatti che la carta acquisita sia stata già bloccata, oppure che si tratti di una prepagata con pochi euro disponibili. Il tutto rientra in una modalità di navigazione semplice e gradevole; ad esempio su AlphaBay basta cliccare sul pulsante “Fraud” e poi nella sottocategoria “Personal Information and Scans” oppure “Cards” per visualizzare tutte le inserzioni relative; niente di così macchinoso o cervellotico come si possa pensare.

Il punto è che il numero di inserzionisti è talmente in crescita che anche il dark web comincia a fare i conti con il fenomeno delle frodi: ci si ritrova a pagare anche diverse decine di euro (sempre in Bitcoin) per scaricare un file che contiene nomi falsi, associazioni tra account e password non corrette e indirizzi email inesistenti. Un vero paradosso se si pensa che l’acquisto dei dati per derubare il prossimo sia stato uno dei motivi principali del successo di questa parte sconosciuta della rete.

L’India mette il copyright su 1500 posizioni dello yoga: “Stop ai brevetti degli stranieri”

La Stampa

“È il nostro sapere tradizionale”: oltre 250 asana sono già state catalogate con foto, video e descrizione in una banca dati del ministero

 

Il governo indiano ha registrato 1.500 `posizioni´ di yoga come «sapere tradizionale» per impedire il tentativo di individui o aziende straniere di brevettare o chiedere il copyright su queste pratiche. Lo riferisce oggi The Times of India. Oltre 250 `asana´ sono già state catalogate con foto, video e descrizione in una banca dati del ministero della Scienza e Tecnologia che si chiama Traditional Knowledge Digital Library (TKDL) e che è nata nel 2001 per combattere la biopirateria, in particolare per quanto riguarda le piante medicinali.

«I nostri esperti - ha detto il responsabile Archana Sharam - hanno identificato 1.500 tecniche di yoga che sono descritte nei nostri antichi testi sacri in sanscrito. Circa 250 sono già stati catalogati». Si prevede che il lavoro sarà completato nei prossimi cinque o sei mesi. Una volta che le `asana´ saranno inserite nel database, aggiunge, «non potranno essere più brevettate in quanto sono di pubblica proprietà». Il registro, in cinque lingue, è infatti condiviso con i principali uffici per i brevetti del mondo, tra cui quello americano e europeo. 

Attualmente il Tkdl ha catalogato oltre 290 mila medicine naturali usate nelle medicine tradizionali dell’Ayurveda, Unani e Siddha. Negli ultimi due mesi, continua Sharma, grazie a questo catalogo l’India ha potuto respingere due richieste di multinazionali per brevettare dei composti terapeutici a base di erbe.

Gli errori fatti dai giudici? Ecco quanto ci sono già costati

Libero

È una piccola città, composta da 22.689 cittadini italiani censiti al 24 settembre 2014. E in questo momento assai vicina alle 24 mila persone. Sono i perseguitati dalla giustizia italiana, cittadini mandati dietro alle sbarre senza motivo dal 1992 ad oggi.

Errori dei pubblici ministeri, che hanno fatto scattare le manette ai loro polsi prendendo un abbaglio. Non un errore casuale: una città. Probabilmente le vittime della giustizia sono ancora di più, perché il tristissimo elenco numerico è compilato dal ministero dell’Economia: i ventiquattromila sono quelli che dopo avere subito l’ingiusta detenzione non si sono limitati ad accettare le scuse, ma hanno avuto la possibilità di pagarsi un avvocato, fare ricorso e ottenere un risarcimento. Per questo il loro elenco è conservato da Pier Carlo Padoan e non dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando: le casse dello Stato hanno dovuto pagare loro, per l’errore e spesso la sciatteria dei magistrati, la bellezza di 567 milioni di euro dal 1992 ad oggi.

Ogni anno c’è un migliaio di casi così, qualche volta anche il doppio. E il Tesoro è costretto a sborsare 20, 30, 40 perfino 55 milioni di euro l’anno per mettere una toppa ai guai combinati da magistrati faciloni: è diventato un problema di finanza pubblica. Questo conto è assai salato perché lo è il risarcimento a chi è stato in carcere ingiustamente anche solo in custodia cautelare. Ma sale per le casse dello Stato accompagnato dai risarcimenti per la legge Pinto sulla ingiusta durata dei processi, dalle condanne continuamente ricevute dall’Unione europea per lo stesso motivo e per l’incredibile ritardo con cui vengono pagati anche quei risarcimenti alle vittime della mala giustizia.

Oltre a quella piccola città - evidenziata nella tabella qui in pagina - c’è anche un’altra cifra che fa tremare le vene ai polsi: 30,6 milioni di euro che lo Stato ha dovuto pagare negli stessi anni a 100 vittime di errori giudiziari: casi in cui non solo hanno sbagliato pm, gip, tribunali del riesame, ma anche le corti di primo e secondo grado e perfino la Cassazione.

Sentenze divenute definitive, e poi un nuovo evento, magari una confessione improvvisa, svelano che il colpevole era invece innocente. I risarcimenti dipendono dai mesi o anni di carcere ingiusto patito, ma queste come le altre cifre sono la vera vergogna della giustizia italiana. Casi che sembravano negli anni scorsi per lo meno ridursi, e che invece nell’ultimo biennio sono tornati a lievitare. In tutto il 2013 erano 24,9 milioni i risarcimenti pagati per ingiusta detenzione. In otto mesi e mezzo dell’anno successivo si era già a 22,2 milioni di euro, e probabilmente l’anno si è chiuso sopra i 29 milioni di euro.

Da fonti ufficiose abbiamo appreso che la stessa voce al 30 luglio 2015 era già arrivata a 20,9 milioni di euro di risarcimenti pagati. Con quel trend quest’anno si chiuderà intorno ai 35 milioni di euro. Al ministero custodiscono gelosamente la divisione per uffici giudiziari di questi casi. Ma da fonti attendibili abbiamo saputo che ai vertici della classifica si trovavano procure ben note alle cronache giudiziarie.

I risarcimenti avvengono normalmente 4-5 anni dopo gli errori, e fino al 2013 ai primi posti di questa classifica del disonore c’erano gli uffici giudiziari di Potenza, poi soppiantati nel 2014 e soprattutto nel 2015 dagli uffici giudiziari di Napoli. Chissà se è l’effetto del passaggio da una procura all’altra di un pm protagonista di indagini che hanno fatto molto discutere (e portato a scarsi risultati processuali) come John Henry Woodcock. Ma il dato numerico è proprio quello.

Nella tabella del ministero esiste una voce in uscita, ma non una in entrata. Chi ha compiuto quegli errori giudiziari non paga un centesimo di quello che lo Stato deve versare. Spesso non paga nemmeno sotto il profilo disciplinare, nonostante la legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Il fatto è che quasi sempre questi incredibili casi vengono trattati nascondendo la polvere sotto classico tappeto di casa. I magistrati sbagliano, ma non pagano. A settembre proprio questo sarà uno dei temi principali da affrontare sulla giustizia.

Il Nuovo Centrodestra ha depositato alcuni emendamenti a un disegno di legge governativo che rendono obbligatoria l’azione disciplinare nei confronti di qualsiasi magistrato abbia causato un risarcimento per ingiusta detenzione o un errore giudiziario. Il Pd sta facendo resistenza, a difesa della corporazione dei magistrati e fregandosene di quella città di vittime della giustizia. Ma la battaglia è all’inizio.

Franco Bechis