sabato 22 agosto 2015

Esequie choc, la Chiesa dà lezioni ma non applica il rigore

Il Messaggero
di Carlo Nordio

Quando, alcuni anni fa, la Chiesa rifiutò i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, colpevole di aver chiesto l’interruzione dell’accanimento terapeutico, i commentatori si divisero in due schiere. I primi dissero che era stato un errore, non potendosi negare l’estrema misericordia a chi tanto aveva patito. I secondi sostennero che non c’era altra scelta, poiché il paziente aveva coscientemente e deliberatamente violato il fondamentale precetto dell’indisponibilità del diritto alla vita.

Quest’ultima tesi aveva un suo fondamento, e poggiava, per dirla filosoficamente, sul concetto di razionalità: se l’uomo è libero di decidere del suo destino, e quindi di disubbidire ai principi della Chiesa, quest’ultima ha il diritto, e forse il dovere, di estrometterlo dal suo seno. Chi, anche tra i laici, aveva a cuore il patrimonio di ragionevolezza e di coerenza di questa istituzione bimillenaria, aveva persino plaudito alla sua decisione forse lacerante ma sicuramente coraggiosa.

Tale patrimonio è stato intaccato, se non addirittura disperso, dagli eventi di questi giorni, e il bizzarro spettacolo dei funerali di Casamonica rischia di costituire il prologo della sua bancarotta. Non perché sia stata dato conforto religioso alla salma e alla famiglia; è compito, nobilissimo compito della Chiesa accogliere e benedire le ceneri di chi, quale sia stata la sua condotta in vita, abbia dimostrato sincero pentimento e intenzione espiatoria.

Boom di visitatori a Predappio. Il sindaco del Pd annuncia: "Pronto museo del Ventennio"

Luca Romano - Sab, 22/08/2015 - 15:27

Aumentano le visite di italiani e stranieri a Predappio. E il sindaco rivela: "In arrivo il museo del Ventennio"

"Gli stranieri sono attratti principalmente dalla cittadella del vino e dal nuovissimo resort immerso nelle vigne, aperto da neanche un anno dall’azienda Condè, poi una volta qui scoprono la storia della città e di Mussolini; accanto a questi ci sono centinaia di vacanzieri che alloggiano in Riviera e vengono da noi per una visita alla ricerca di una storia che non è solo collettiva, ma anche familiare e individuale".



Così Giorgio Frassineti (Pd) da 6 anni sindaco di Predappio, città forlivese che diede i natali a Benito Mussolini, commenta con l’Adnkronos il boom di arrivi e presenze turistiche registrate quest’estate nella cittadina che sorge sulle colline romagnole.

Secondo i dati diffusi dalla Provincia di Forlì-Cesena, da gennaio a luglio, a Predappio gli arrivi dei turisti italiani sono cresciuti del 212%, passando dai 368 del 2014 ai 1151 del 2015, mentre le presenze sono aumentate quasi del 120%, salendo da 912 a 2006. A 3 zeri, invece, l’aumento di oltre il 1.000% degli stranieri, che sono passati dai 34 arrivi dello scorso anno ai 383 dell’anno in corso, di cui 142 solo a luglio. Quasi il 900% in più anche per le presenze di visitatori provenienti da oltre confine.

"I numeri così elevati sono legati soprattutto all’iniziativa della Condè, impresa che ha creduto nel territorio aprendo un resort unico nel suo genere - prosegue il sindaco - ma l’interesse per la storia di Predappio nel corso degli anni non è mai diminuita: qui si viene da sempre a cercare di soddisfare una curiosità storica, non celebrativa. È chiaro che i nostalgici del Duce ci sono ancora, ma sono sempre meno rispetto ai tanti che cercano risposte e notizie storiche" prosegue Frassineti, convinto che "a 70 anni dalla morte di Mussolini certi tabù sono finalmente caduti".

"Predappio è un luogo che fa parte della storia e della memoria europea - aggiunge il primo cittadino - non si può cancellare o avere paura della storia, ci vogliono invece luoghi e simboli su cui rifletter. Se si è sindaco di Predappio - prosegue l’esponente Pd - non ci si può non occupare di questo tema e bisogna farlo senza cercare di nasconderlo: capire non significa perdonare, ma è necessario capire, anche per evitare di essere preda dei commercianti che vendono chincaglieria da nostalgici" come manganelli, souvenir, magliette, tazze e altri accessori.

"Il fatto di avere avuto paura di parlare di Mussolini, e lo dico da uomo di sinistra, - sostiene il sindaco - ha avuto il risultato di delegare ai commercianti la narrazione di Mussolini, con l’effetto di avere un’immagine deteriorata di PredappioIl fatto di avere avuto paura di parlare di Mussolini, e lo dico da uomo di sinistra, - sostiene il sindaco - ha avuto il risultato di delegare ai commercianti la narrazione di Mussolini, con l’effetto di avere un’immagine deteriorata di Predappio".

Al contrario, da 6 anni, Frassineti, lavora per "ricostruire una narrazione almeno decorosa e decente" ma soprattutto "storica" della città, scevra da nostalgie e merchandising folcloristici. In quest’ottica il Comune sta lavorando alla realizzazione del Museo del Ventennio, o del Primo Novecento (il nome è ancora da definire) che dovrebbe sorgere nell’ex Palazzo del Fascio. "L’edificio è di proprietà del Demanio, ma stiamo predisponendo gli atti perché passi dallo Stato al Comune - spiega il sindaco - il programma di valorizzazione è già stato firmato, ora manca solo l’accordo. 

Contiamo di chiudere il passaggio di proprietà per gennaio, poi però ci sono lavori per 5 milioni di euro da realizzare e per i quali speriamo di poter contare sui fondi europei". L’idea è che il museo diventi meta di gite scolastiche e visite a carattere storico, perché, rimarca il primo cittadino "Predappio deve dare il suo contributo, come del resto sta già facendo tramite percorsi, mostre, convegni e progetti tra cui Eurom sulla memoria europea ed il progetto Atrium, sull’architettura dei regimi totalitari del XX secolo" di cui, non a caso, è capofila il Comune di Forlì.

Sempre con Forlì, Predappio collabora al Novecento Festival, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Insomma, non solo vino, Predappio con la casa natale del Duce, l’ufficio del sindaco in cui Mussolini dormiva e l’intero paese, fondato nel 1925, ed esempio perfetto dell’architettura razionalista del Ventennio, si candida ad essere un grande museo a cielo aperto, luogo simbolo di una storia italiana ed europea che non va celata, ma illustrata e spiegata, affinché sia un monito per i turisti e, soprattutto, per le giovani generazioni.

Porto Sant'Elpidio, profughi nelle strutture per anziani: è polemica

Mario Valenza - Sab, 22/08/2015 - 16:04

I trenta nuovi migranti arrivati nella provincia di Fermo troveranno ospitalità nella struttura anziani di Porto Sant'Elpidio. E scoppia la polemica

“Leggo con dispiacere che anche la nostra città andrà ad ospitare solamente in una struttura più di 30 richiedenti asilo politico.

Trovo ingiusto che una struttura che era adibita a comunità alloggio per anziani, la quale svolgeva un servizio utile alla nostra città tanto che aveva avviato le pratiche per diventare una residenza protetta ospitando più di 20 anziani in futuro, debba trasformarsi in centro di accoglienza per rifugiati politici. La domanda li sorge spontanea. Ma chi si fa carico degli anziani che sono all'interno di quella struttura che dalla mattina alla sera vengono mandati a casa?”. Con questa domanda Giorgio Famiglini della lista civica l'Alternativa di Porto Sant'Elpidio lancia la sua protesta contro il piano di accoglienza dei profughi.

Infatti i trenta nuovi migranti arrivati nella provincia di Fermo troveranno ospitalità nella struttura anziani di Porto Sant'Elpidio. Famiglini, lancia un'allarme preciso. I titolari delle strutture di fatto non ritengono più redditizia l'attività che assicura ospitalità agli anziani, preferendo di fatto il business dei migranti. La struttura Santa Marta aveva chiesto qualche anno fa l'autorizzazione per accogliere gli anziani e diventare una sorta di casa di cura.

Come racconta uno dei membri della comunità Santa Marta, Giorgio Ercoli sul Resto del Carlino, "l'iter burocratico lungo tre anni ha di fatto impedito che la struttura entrasse completamente in funzione". Ma a quanto pare come sottolinea Famiglini, gli anziani nella stuttura "c'era e ci sono ancora". Poi improvvisamente il cambio di rotta e la richiesta per destinare la struttura all'accoglienza dei profughi. “Porto Sant'Elpidio ha bisogno di strutture che ospitano anziani autosufficienti e non, che sono soli o coloro i quali i propri familiari non riescono a tenere in casa.

Trovo ingiusto che la politica - sottolinea Famiglini - non da delle risposte a questo tema e quando ci sono strutture che fanno un servizio utile per la nostra città c'è sempre chi pensa al business degli extracomunitari invece di trovare soluzioni per gli anziani della nostra città che sempre di più hanno bisogno di assistenza e che spesso i familiari devono sistemare in strutture lontane da Porto Sant'Elpidio. Si capisce bene da queste situazioni che il tema dei richiedenti asilo politico è diventato un vero e proprio business e chi amministra questa città non deve assolutamente permettere.

Chiedo al sindaco di intervenire perché abbiamo tanti problemi e sono certo che con l'arrivo di queste persone ne avremo altri”. E ancora: "Chi aveva fatto richiesta per la struttura Santa Marta dovrà andare in altre strutture. Strutture queste che sono ben più lontane dal centro e che mettono in difficoltà le famiglie degli anziani. In questo momento viene data priorità ai profughi che ai nostri anziani costretti ad affidarsi ad altre strutture in tempi strettissimi". Il sindaco, Francehelucci, si era opposto all'arrivo dei nuovi migranti e aveva rivolto un appello: "I privati non rispondano al bando per i profughi". Ma così non è stato.

Famiglini infine aggiunge: “Porto Sant'Elpidio deve puntare a diventare il fiore all'occhiello delle Marche cercando di migliorare sull'aspetto turistico, grazie alla calzatura e proponendo eventi seri di caratura nazionale, in modo da portare cittadini di tutto il mondo a conoscere questa città di cui sono fiero di esserci nato e cresciuto, di certo non merita di essere famosa per la prostituzione, parcheggio permanente dei nomadi ed oggi perché ospitiamo presunti rifugiati politici creando discapito alla nostra popolazione e alla nostra città. Spero che il sindaco capisca il mio sfogo e dimostri contrarietà alla scelta fatta da chi fino a ieri aveva una comunità alloggio per anziani ed oggi pensa di aver trovato un nuovo business ospitando queste persone”.

In Trentino tirocini per i profughi da 600 euro al mese

Claudio Cartaldo - Sab, 22/08/2015 - 18:02

La denuncia dalla Lega Nord: "Siamo proprio arrivati alla follia pura: in un Paese e in una Provincia civile e normale le Istituzioni pensano prima al bene dei propri cittadini!"

"Ci è giunta notizia che in alcune strutture alberghiere trentine stanno iniziando i primi tirocini per i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale la cui durata massima, stante la normativa in corso, verrebbe fissata in dodici mesi".

Si legge nel profilo Facebook della Lega Nord trentina, ma la notizia più incredibile è che i tirocini saranno retribuiti: "L'indennità di partecipazione - si legge nel post - sarebbe di minimo 300,00 Euro mensili o 70,00 Euro settimanali/massimo 600,00 Euro mensili".

Seicento euro al mese farebbero comodo a molti, sopratutto ai tanti disoccupati italiani che non sanno come sbarcare il lunario. "Sappiamo inoltre - aggiunge il Segretario Nazionale Lega Nord Trentino Maurizio Fugatti - che il Centro informativo per l’immigrazione del Dipartimento Salute e Solidarietà sociale della Provincia autonoma di Trento gestisce il progetto per l’accoglienza dei richiedenti asilo (...) che oltre all’accoglienza integrata mirerebbe a strutturare percorsi individualizzati d’inserimento lavorativo (tirocini) o d’inserimento in ambiente di lavoro protetto".

"Già negli scorsi mesi la Lega Nord Trentino - aggiunge - aveva sollevato la questione attraverso un’interrogazione provinciale, alla quale però al momento non è stata data alcuna risposta dall’Assessorato competente". Quello che ha fatto gridare allo scandalo, infatti è proprio il fatto che nuimerosi giovani trentini sono disoccupati e costretti ad emigrare all'estero, oppure a fare qualche "lavoretto saltuario in Provincia".

"Se questa non è discriminazione, allora non sappiamo come altro possa chiamarsi! Cos’altro dovremo ancora vedere? Verranno tolti tutti gli aiuti per sfamare gli ultimi arrivati? Siamo proprio arrivati alla follia pura: in un Paese e in una Provincia civile e normale le Istituzioni pensano prima al bene dei propri cittadini!

La solidarietà - conlude - va bene ma facciamola prima ai trentini".

Si muore come schiavi Tutti sanno, nessuno parla (sindacati e preti inclusi)

Vittorio Feltri - Ven, 21/08/2015 - 15:00

Crepare di fatica non merita l'intervento né delle confederazioni né dei carabinieri né della magistratura né del clero distratto dalle prediche delle sue elevate gerarchie

In Italia è così: finché non ci scappa il morto, nessuno si muove. Adesso una donna ha perso la vita nei campi, uccisa dalla fatica e dai raggi cocenti del sole, allora per un paio di settimane si indaga, si accerta, si aprono inchieste, si cercano responsabilità.



Poi basta. La vittima è una donna di 49 anni, Paola Clemente, bracciante agricola soggetta ai cosiddetti caporali (reclutatori di manodopera a tariffe stracciate), stroncata da un malore mentre sgobbava come una schiava: retribuzione, 2-3 euro l'ora. Le sue mansioni erano le stesse di tanti altri diseredati che per campare sopportano sacrifici disumani: raccogliere frutta dall'alba al tramonto, sfidando temperature equatoriali. Poca acqua e tanto sudore al punto da lasciarci le penne: mancanza di sali nell'organismo, per integrare i quali sarebbe stata sufficiente una bustina di Polase, che però non viene somministrato (né vi è alcuno che ne imponga l'assunzione).

È un miracolo che finora sia andata al Creatore soltanto Paola. Numerose, però, sono le persone candidate a subire la medesima sorte. Già. Nell'era delle tecnologie avanzate, l'agricoltura in Puglia, e non solo in Puglia, non è cambiata rispetto agli anni Cinquanta, quando i braccianti crepavano come mosche per una manciata di spiccioli, compenso misero elargito dal padrone del feudo in cambio di lavoro massacrante in campagna, nelle masserie e nelle vigne. Leggere Francesco Jovine, autore della Signora Ava e Le terre del Sacramento , per citarne due opere, allo scopo di saperne di più.

Ora ci occupiamo di Paola Clemente perché ha tirato le cuoia, ma, come costei, in varie zone del Mezzogiorno sono numerosi le donne e gli uomini che si piegano all'avidità del caporalato. Lo fanno per sopravvivere, non certo per amore della zolla. Si alzano in piena notte, alle 3, si vestono in qualche modo, salgono sul pullman messo a disposizione dai negrieri, viaggiano assonnati un paio d'ore, anche di più, e raggiungono il luogo in cui sono richieste le loro braccia.

Un compito duro, riempire ceste e ceste di prodotti raccattati su campi che non conoscono l'ombra, ore e ore di attività senza soste, vietato rifocillarsi. All'imbrunire, la schiera degli sfruttati risale sulla corriera che li riporta al paesello. Una cena frugale, un breve riposo, e l'indomani si ricomincia. Il tutto per una paga mensile che non supera 600 euro, da cui bisogna detrarre la spesa delle quotidiane trasferte, soldi da versare al caporale che agisce allo scoperto, sicuro che nessuno lo fermerà anche se è fuori legge, anche se è noto che delinque.

Ecco cosa stupisce e indigna: non c'è anima che combatta lo schiavismo, che tenti di stroncarlo assicurando alla giustizia coloro che lo praticano senza freni e senza pudore. Paola abitava nei dintorni di Bari, che non è in Nigeria, ciò nonostante manco un cane si è interessato alla sua condizione di schiava antica in questo mondo moderno che vanta un welfare protettivo per chi non ne ha bisogno e trascura i poveracci, quelli che si spaccano giovani la schiena per non morire giovanissimi di fame.

Tragedie di questo tipo avvengono all'insaputa dei media e nell'indifferenza generale. Recentemente, a dire il vero, la Rai ha dedicato un servizio ai derelitti di Puglia obbligati a sottostare alle regole bieche dei caporali e di chi li manovra (padroni crudeli e spietati), ma è andato in onda in terza serata, quando la maggioranza di noi borghesucci dormiva della grossa. Cosicché la fine di Paola è passata di fatto sotto silenzio, liquidata in poche righe, anche dai giornali.

Una connazionale che crepa di stenti per sostentare la famiglia non fa notizia per i mezzi di comunicazione, per i sindacati (che se ne impipano degli ultimi) e neppure per i preti, non dico i cardinali, ma nemmeno i parroci e i curati. Lo stesso Papa si preoccupa degli immigrati e dei profughi e sorvola sugli italiani spremuti e gettati al cimitero come rifiuti solidi. Se la signora Clemente fosse stata, anziché una barese del contado, una siriana, una libanese o un'africana, il Paese si sarebbe commosso, avrebbe gridato all'iniquità sociale, alla mancanza di solidarietà.

Ma per sua disgrazia era una terrona miserabile e disgraziata. Cosa vuoi che importi alla Cgil e alla Cisl di una donna priva di tessera, che non sciopera, non conta niente, che vale zero nelle quotazioni politiche?

Crepare di fatica non merita l'intervento né delle confederazioni né dei carabinieri né della magistratura né del clero distratto dalle prediche delle sue elevate gerarchie. Paola non c'è più. Non hanno applaudito al suo funerale. Le sia almeno lieve la terra su cui ha sudato sangue.

Ecco perché quel parroco poteva (e doveva) rifiutarsi di celebrare il funerale di Casamonica

La Stampa
 giacomo galeazzi

In cinque domande e risposte il vaticanista de La Stampa spiega l’imbarazzo della Chiesa



Un prete può rifiutarsi di celebrare un funerale?
Il sacerdote può e deve rifiutarsi se è noto che il defunto aveva una condotta di vita completamente al fuori dei comandamenti di Dio. Una condotta rivendicata ed esibita anche dai suoi parenti in occasione delle esequie. A maggior ragione perchè per i mafiosi Papa Francesco aveva esplicitato la sanzione della scomunica. Quindi la loro esclusione dalla vita sacramentale della Chiesa. 

Il prete poteva far togliere i manifesti di Casamonica rappresentato come il Papa?
Sì, se li aveva visti. Li doveva far togliere anche la forza pubblica presente sulla piazza.

Tra celebrare il funerale e rifiutarsi esistono delle vie di mezzo?
In una circostanza del genere non può che esserci un “no” secco alla celebrazione delle esequie.

In molti ricordano il caso del funerale rifiutato a Piergiorgio Welby, che si sarebbe dovuto celebrare proprio nella chiesa di San Giovanni Bosco. Perché Welby no e Casamonica sì?
Il parroco di San Giovanni Bosco doveva sapere che la sua parrocchia è stata al centro della dolorosa vicenda dei funerali negati a Piergiorgio Welby. E dovrebbe anche sapere che, in questi casi, la memoria collettiva non à mai corta: il fatto che abbia accettato di ricevere in chiesa per il rito delle esequie un noto mafioso, dopo un rituale laico a dir poco inquietante, non poteva non richiamare alla mente quel rifiuto del Vicariato, quel rituale laico in piazza, quello sconcerto collettivo che, però, era almeno accompagnato da domande di senso sulla vita e sulla morte, sul diritto di vivere e di morire e sulla dignità con cui vivere o morire.

Forse, sarebbe successo comunque, anche se le esequie fossero state celebrate in qualsiasi altra chiesa, ma in questo caso, non era certo possibile non provare inquietudine. Don Manieri può certamente dire che, nel caso di Welby, avrebbe fatto valere lo stesso principio e avrebbe accolto salma, familiari, amici e alti gradi del Partito Radicale in chiesa per l’ultimo saluto. Lui, forse, lo avrebbe fatto senza chiedere il permesso a nessuno, se anche questa volta non lo ha chiesto più in alto, come invece sembra di capire dalle sue parole.

Quanto questa vicenda sta imbarazzando la Chiesa?
Una cosa è certa: per la prima volta e in termini pubblici, il Papa ha pronunciato una sentenza di scomunica per i mafiosi. Secondo la teologa Marinella Perroni (insegna Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma), una dichiarazione, sia pure solenne, e la gestione del quotidiano, si sa, non possono coincidere sempre perfettamente. Ma, nel momento in cui ben visibili sono i tentativi di depotenziare, anche solo irridendola, la forza del magistero di Papa Francesco, viene da domandarsi se, come parenti e amici del morto si sono serviti delle esequie per mandare messaggi a “chi ha orecchi da intendere”, così anche quell’accoglienza in chiesa per celebrare il sacro rito del funerale di un noto mafioso non sia un modo per mandare qualche messaggio. Nessuno, è vero, può sostituirsi al giudizio di Dio e mai un funerale può o vuole esserne un’espressione. Inutile dire, però, che verrebbe voglia di chiedere a don Manieri e a chi sta più in alto di lui se anche i divorziati risposati possono sperare, almeno da morti, nel conforto del rito funebre cristiano.