lunedì 24 agosto 2015

Windows 95 compie 20 anni, ecco perché fu un vero fenomeno pop

La Stampa
francesco zaffarano

La storia della campagna pubblicitaria più popolare della storia di Microsoft, tra canzoni dei Rolling Stones, grattacieli colorati e star della televisione



Era il 24 agosto del 1995, esattamente 20 anni fa, quando Microsoft scriveva uno dei capitoli più felici della sua storia. Era il giorno in cui Bill Gates, con un vero e proprio show, presentava al mondo Windows 95, il sistema operativo che forse ha segnato più di tutti gli altri il mercato dei personal computer. Ma Windows 95 è stato un fenomeno popolare prima ancora di essere un sistema operativo che funzionava e piaceva.

Il suo successo ha più di una ragione: oltre al pacchetto di programmi per i tempi erano degni di nota la facilità di utilizzo, la scomparsa dell’interfaccia DOS e un multitasking degno di questo nome. Ma la svolta fu impressa dalla prima vera grande campagna pubblicitaria dedicata a un prodotto tecnologico. Il budget di Microsoft per promuovere il sistema operativo ammontava ai tempi a 200 milioni di dollari. Per intenderci, nel 2007, anno del lancio del primo iPhone, l’intera spesa di Apple per la pubblicità ammontava a 467 milioni. Poco più del doppio. Ma non è solo una questione di quantità: i soldi bisogna anche saperli spendere e nel 1995 Microsoft sapeva il fatto suo.

Nei mesi che avevano preceduto il lancio la parola chiave era “Start” ed evocava un nuovo inizio per i computer con gli spot che andavano in onda su tutte le tv americane sulle note di “Start Me Up” dei Rolling Stones. La colonna sonora della campagna pubblicitaria di Bill Gates, che per i diritti sborsò 3 milioni, preannunciava nient’altro che il pulsante “Start” (o “Avvio”), che per la prima volta faceva la sua comparsa e che è diventato a sua volta un simbolo di Microsoft grazie alla semplicità con cui permetteva di accedere a tutti i programmi.



Si arrivava così al 24 agosto. Quella mattina, a Londra, il quotidiano The Times veniva distribuito gratuitamente per la prima volta in 200 anni di storia: un gentile omaggio di Microsoft, che usciva in edicola con un inserto che sponsorizzava così l’evento dell’anno. Poche ore dopo un’altra trovata lasciava a bocca aperta l’altro capo del mondo: a New York le luminarie dell’Empire State Building si tingevano dei quattro colori del logo dell’azienda di Redmond. Era la prima volta che qualcuno si permetteva di cambiare il volto di uno dei simboli della Grande Mela. 

Tutto puntava allo show della serata, la presentazione in pompa magna in uno stadio di 12 acri nel campus dell’azienda: a fare da presentatore c’era Jay Leno, il volto per eccellenza della tv americana che da 3 anni conduceva il Tonight Show (per intenderci, è l’unico che abbia fatto ombra a David Letterman). Fu un successo, con 1500 spettatori, di cui 300 giornalisti, e oltre 70 mila persone collegate via satellite da tutto il mondo.

Nulla era lasciato al caso, dal jingle di avvio composto niente meno che da Brian Eno, fino alla videoguida interpretata in chiave comica da Jennifer Aniston e Matthew Perry, protagonisti della sit-com Friends, in onda da un anno e già un culto del piccolo schermo per tutti gli Stati Uniti. Era un vero e proprio successo per Bill Gates, che quell’anno riusciva a portare nelle casse di Microsoft ben 8,7 miliardi di dollari dalle sole vendite di Windows 95. Che, per inciso, veniva offerto a un prezzo tra i più popolari della storia dell’azienda: solo 89 dollari per mettere le mani su quello che allora sembrava il futuro e, in un certo senso, lo era davvero.

L'ingegnere indiano che pulisce i codici degli smartphone rubati

Giovanni Neve - Sab, 22/08/2015 - 10:31

Le mani di questo gruppo di indiani sono capaci di realizzare un miracolo informatico finora apparso impossibile: poche ore dopo il furto i telefonini sono già irraggiungibili

C'è chi lo chiama Ishan. Qualcun altro lo conosce come Pramesh o doctor Rajendra. Ma c'è anche chi si rivolge a lui con il semplice appellativo di "l'ingegnere".



Sulla sua identità, però, non si sa granché di concreto. Anche la nazionalità è incerta. C'è chi dice che sia un indiano. Ma niente di più. L'unica certezza è che è richiestissimo nei call center che a Napoli affollano i vicoli della Duchesca e corso Garibaldi. Nell'immenso mercato della ricettazione di smartphone, tablet ed Ipad napooletano, l'ingegnere è, infatti, il migliore a pulire i codici della merce rubata.

Da mesi, come racconta il Mattino, i carabinieri del comando provinciale di Napoli guidato dal generale Antonio De Vita sgli stanno dando la caccia. Per il momento, però, l'ingegnere e i suoi fidati collaboratori sono riusciti a operare nell'ombra senza lasciarsi prendere.  

"Le mani di questo gruppo di indiani - si legge su quotidiano partenopeo - sono capaci di realizzare un miracolo informatico finora apparso impossibile, attraverso la clonazione dei 'codici genetici' del cellulare (i cosiddetti codici Imei) fanno sì che solo poche ore dopo il furto o la rapina quei telefonini siano irraggiungibili, e perciò mai più rintracciabili, anche attraverso sofisticate ricerche investigative".

Quando un prete disse no al funerale di Casamonica

Luca Romano - Lun, 24/08/2015 - 10:42

Subito dopo la morte del boss, i Casamonica andarono dal parroco di Vittorio. Che però negò le esequie

Dire no ai Casamonica si può. Non appena è morto Vittorio Casamonica, gli uomini del suo clan sono andati dal sacerdote della parrocchia in cui si trovava la sfarzosa casa del boss per chiedergli di celebrare le esequie.

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Come spiega Il Messaggero, però, quel prete disse no. Che quel funerale proprio non si doveva fare. Come scrive Il Messaggero, "dopo il suo no, i clan ha ripiegato su un'altra chiesa, quella di don Bosco, ora finita al centro della bufera, grazie alla disponsbilità del parroco, un salesiano, don Giancarlo Manieri".

Secondo il diritto canonico, il funerale, come il battesimo, la cresima e la comunione, dovrebbe avvenire all'interno della parrocchia di residenza. Ma per Vittorio Casamonica non è stato così. Giustamente Il Messaggero si pone questo quesito: "I parenti del defunto sono andati in chiesa a chidere che si celebrasse il funerale o hanno completamente bypassato il parroco?".

L'ipotesi più probabile - ricostruita da Il Messaggero - è questa: "Morto il capoclan, i Casamonica si sono recati nella chiesa di San Girolamo Emiliani e hanno parlato con il parroco, o si sono rivolti a una seconda persona che ha fatto da messaggero. Ci sarebbe stata anche una discussione, il parroco si sarebe informato sulle modalità del funerale ben conoscendo l'identità del morto". Capito che quel funerale rischiava di essere un puro sfoggio di potere, il parroco ha detto niet.

I Casamonica si sono così diretti alla chiesa di don Bosco, forse suggestionati dal fatto che lì era stato celebrato il funerale di Enrico De Pedis, esponente di spicco della Banda della Magliana.

Wi-Fi pubbliche: 7 consigli per navigare in sicurezza

La Stampa
andrea nepori

Le reti senza fili aperte, come quelle dei bar, degli aeroporti o degli hotel, pongono rischi, troppo spesso sottovalutati, per i dati sensibili degli utenti. Bastano alcune semplici precauzioni, però, per navigare gratis in totale sicurezza



Nel corso degli ultimi anni il numero di Wi-Fi pubbliche, cui si può accedere liberamente o previa accettazione dei termini d’uso, è cresciuto in maniera esponenziale. L’utente medio, però, rimane spesso all’oscuro dei rischi che si corrono ad utilizzare una rete pubblica senza le dovute precauzioni. Il furto dei propri dati e delle credenziali di accesso ai maggiori servizi online non è una possibilità così remota. 

Le tecniche utilizzate dai malintenzionati sono principalmente due: lo “sniffing”, che consiste nell’acquisizione di tutti i pacchetti di dati che passano attraverso una rete non sicura, e gli attacchi di tipo “Man in the Middle”, quando l’hacker si interpone fra due computer e intercetta o modifica la comunicazione in corso. L’altra possibilità è che la rete Wi-Fi aperta sia una trappola creata ad hoc per rubare i dati di chi si connette. 

Per fortuna bastano pochi accorgimenti per continuare ad utilizzare le reti Wi-Fi pubbliche in tutta sicurezza ed evitare il furto dei propri dati sensibili.

1 - Disabilitare la condivisione
La prima cosa da fare è controllare le opzioni di condivisione del proprio Mac o del proprio PC per evitare che le impostazioni utilizzate sul network di casa per accedere ad una stampante di rete o scambiare file su due computer rimangano invariate anche quando vi connettete ad una rete pubblica.

Su PC aprite il Pannello di Controllo, poi la voce Rete e Internet e poi le opzioni di Rete e Condivisione. Da qui si possono modificare le opzioni avanzate: accertatevi che tutte le opzioni siano disattivate, in modo che il computer eviti di condividere file e stampanti con altri sconosciuti che utilizzano il medesimo network. Su Mac la procedura è ancora più semplice: aprite le Preferenze di Sistema e poi il pannello Condivisione. Da qui rimuovete tutte le spunte dalle voci attive.

2 - Abilitare il firewall
Il router della Wi-Fi Pubblica che garantisce la connessione ad Internet è solitamente dotato di un firewall che protegge la rete locale dagli attacchi esterni. Ma quel firewall non garantisce la sicurezza dei singoli utenti nel caso di attacchi interni al network. 

PC e Mac hanno un firewall integrato che è spesso una precauzione sufficiente per proteggere il computer da accessi indesiderati. L’importante è verificare che sia attivo. Su PC potete controllare e modificare le impostazioni sotto Pannello di Controllo, poi Sistema e Sicurezza e ancora Windows Firewall. Su Mac aprite le Preferenze di Sistema, poi Sicurezza e Privacy e da qui cliccate sulla voce Firewall, in alto.

3 - Connettersi solo a reti sicure
Il primo passo, più importante di qualsiasi impostazione software, è la verifica dell’attendibilità della rete cui vi state connettendo. Se vi trovate in un esercizio pubblico, è buona norma verificare con il gestore il nome della Wi-Fi.

Nei luoghi pubblici diffidate delle reti aperte che non siano ricollegabili ad un soggetto identificabile come sicuro (come gli hotspot di Vodafone, di Skype, la rete pubblica attivata dal vostro comune, e così via). Il rischio, in questi casi, è che la Wi-Fi sia in realtà un “HoneyPot”, una rete creata ad hoc per rubare i dati di chi si connette. 

4 - Usare un VPN
Un Virtual Private Network, VPN in breve, è un servizio che crea una connessione sicura fra il vostro computer e il sito Web che state visitando, indipendentemente dal tipo di rete che utilizzate per accedere ad Internet. Utilizzare un VPN per accedere ad una Wi-Fi pubblica è il metodo più semplice per garantire una sicurezza totale del proprio collegamento.

Esistono VPN gratuiti o a pagamento. I secondi sono decisamente da preferire nel caso utilizziate spesso connessioni potenzialmente insicure per connettervi a servizi online che prevedono il trasferimento di dati sensibili (email, online banking). I prezzi possono variare a seconda del servizio offerto, del numero di utenti che si possono connettere contemporaneamente con lo stesso account e della banda disponibile.

5 - Reti salvate
Smartphone e tablet (e in alcuni casi anche i computer) potrebbero connettersi in automatico ad una Wi-Fi libera disponibile nei paraggi. L’utente, in questo caso, non ha modo di impedire la connessione ad una Wi-Fi trappola. Non succede soltanto nei film di spionaggio, anzi. Aeroporti, conferenze e luoghi affollati dove pullulano dispositivi elettronici sempre connessi sono i posti più a rischio, come dimostrano vari esperimenti che gli esperti di sicurezza hanno condotto negli ultimi anni. 

Per proteggersi da questo tipo di rischio è importante disattivare l’accesso automatico alle Wi-Fi libere. Su iPhone aprite le Impostazioni, poi il pannello Wi-Fi. Qui controllate che l’opzione “Richiedi accesso Reti” sia attiva. Su Android le impostazioni di base impediscono al dispositivo di connettersi ad una rete pubblica che non sia già stata approvata in precedenza. In ogni caso per gestire al meglio le impostazioni di connessione è consigliabile l’utilizzo di un’applicazione come Sentry (disponibile sul Play Store). 

6 - Rimanere aggiornati
Per garantire la massima sicurezza possibile del dispositivo utilizzato per la connessione alla rete, è bene accertarsi di avere sempre installato gli ultimi aggiornamenti di sicurezza disponibili. Sembra un consiglio banale, ma in molti casi le falle utilizzate dai “cracker” per rubare dati e condurre attacchi sono note e già risolte dai produttori. Un dispositivo non aggiornato, magari per semplice pigrizia, rimane una preda fin troppo facile. 

Il consiglio è valido ovviamente anche nel caso non utilizziate spesso delle Wi-Fi libere, visto che alla risoluzione di una vulnerabilità da parte degli sviluppatori corrisponde spesso una diffusione pubblica di dettagli tecnici che i creatori di malware, ad esempio, possono continuare a sfruttare consapevoli che molti utenti non installeranno gli aggiornamenti di sicurezza disponibili.

7 - Attivare l’autenticazione a due fattori
Un altra misura di sicurezza che può mettere al riparo dai rischi legati al furto di dati sensibili su reti pubbliche è l’autenticazione a due fattori, che consiste in un duplice passaggio di verifica dell’identità dell’utente che accede ad un servizio online. 

Chi effettua l’accesso, in questo caso, dovrà conoscere la password e confermare la propria identità tramite un’ulteriore passaggio, come ad esempio l’inserimento di un codice univoco ricevuto tramite SMS su un dispositivo approvato. Se la password del vostro indirizzo email viene rubata, ad esempio, sarà comunque molto difficile violare l’account e leggere o inviare messaggi, a meno di avere a disposizione anche il dispositivo utilizzato per la seconda verifica.

Molto utilizzata nel caso di accesso a servizi bancari e per altre operazioni particolarmente sensibili, l’autenticazione a due fattori si può attivare per i servizi online più disparati, come Gmail, Facebook, iTunes Store e App Store, Paypal e molti altri ancora.

Cari vescovi, rileggete Tucidide… e Biffi

Giampaolo Rossi
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 UNA CHIESA LIQUIDA
Il cattocomunismo è la più incredibile anomalia genetica del cristianesimo; per certi versi peggiore della Teologia della Liberazione la quale aveva velleità più sociali e meno moraliste
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E di fronte al dramma dell’immigrazione il cattocomunismo dà il meglio di sé persino superando la retorica stomachevole del vecchio pacifismo con cui, ai tempi della guerra del Golfo, i preti impegnati riempivano le loro parrocchie di bandierine arcobaleno neanche fossero ad un raduno del Gay Pride. Frasi tipo: “anche Gesù era un migrante” sono addirittura più stupide del “Cristo fu il primo comunista”.
La Chiesa italiana di questo squarcio di nuovo secolo non è più quella di Camillo Ruini, ma quella del card. Bagnasco e di monsignor Galantino; non più una straordinaria presenza forte e discreta, ma quella di un Presidente della Cei che si riduce, in campagna elettorale amministrativa, a difendere gli assessori amici colpiti dagli avvisi di garanzia e un Segretario dei vescovi che combatte a spada tratta il virus diabolico del populismo nel modo più populista possibile: sparando contro la politica.

Una Chiesa liquida e minimale, incapace di leggere la complessità del reale, fedele consigliera dello Spirito del Tempo che ci vuole rigorosamente passivi rispetti ai cataclismi che la storia sta producendo (con il contributo interessato delle elité del potere tecnocratico); spesso complice di chi vuole cancellare il “nomos” a fondamento della civiltà europea che la Chiesa stessa ha contribuito faticosamente a costruire con secoli di testimonianza, annunci ma anche guerre, lacerazioni, progressi, contrapposizioni, conflitti (a partire proprio da quello tra fede e ragione). Un nomos che ha dato vita alle nostre nazioni, al nostro diritto, alle nostre economie, alla nostra concezione della libertà individuale.
LEGGERE TUCIDIDE
Se i vescovi italiani la smettessero di fare i replicanti della Boldrini e di Gino Strada potrebbero trovare il tempo di leggere Tucidide il primo grande realista della storia e recuperare la consapevolezza che la politica estera di uno Stato (quando esso è sovrano) si basa sul principio dell’interesse nazionale. Questo principio non è un concetto astratto ma la base di sicurezza e stabilità che fonda il rapporto di lealtà tra lo Stato e gli individui che ne fanno parte;
L’interesse nazionale traduce in epoca moderna, il concetto di “utile” che fin dai tempi antichi Tucidide vedeva contrapposto all’idea del “giusto”.
Uno Stato democratico si distingue da uno non democratico perché cercherà di far coincidere il più possibile i due concetti (utilità e giustizia); ma va da sé che se i due concetti non sono conciliabili, inevitabilmente uno Stato deve far prevalere ciò che per sé è utile sacrificando ciò che potrebbe essere giusto.
Non esistono obblighi internazionali (né umanitari) che possano contrastare con il principio fondamentale della propria sicurezza (cioè dell’interesse), pena la necessità di svincolarsi da quell’obbligo. Il principio della sicurezza è alla base dell’esistenza di un ordine sociale, ciò che giustifica l’esistenza di uno Stato e legittima la sovranità di una nazione.
 NOSTALGIA DI MONSIGNOR BIFFI
Giacomo Biffi è stato una delle più straordinarie figure del cattolicesimo italiano di questo passaggio di secolo. Grande teologo capace di spiegare la verità dell’Annuncio attraverso la favola di Pinocchio, dove Mastro Ciliegia diventa “il maestro dell’anti-fede (un legno è solo un legno)” e l’intera avventura umana della fuga, del ritorno e della “partecipazione al destino del Padre” racchiuso nella storia di Geppetto,  la Fata Turchina e il Gatto e la Volpe.
Il 12 Settembre del 2000 (15 anni fa!), Biffi pubblicò una nota pastorale che creò “scandalo e stoltezza” (come ogni verità irriducibile allo spirito del Tempo). Di fronte all’emergere del problema immigrazione (quando ancora esso non era il dramma epocale che stiamo vivendo) ammoniva sulla necessità di “salvaguardare l’identità della nazione italiana” perché “non tutte le culture sono conciliabili con la nostra”. E ancora, “l’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto”.
Biffi anticipava il tema attuale dell’islamizzazione dell’Occidente, del rischio reale che i flussi migratori di culture irriducibili alla nostra, alterino la nostra civiltà; e ricordava che se anche  il cristianesimo non è più religione ufficiale di Stato, esso rimane la nostra “religione storica”, “fonte precipua di identità e ispirazione determinante delle nostre più autentiche grandezze”.

Il suo apprroccio realistico è lontano anni luce dalla Chiesa virtuale di Galantino e di Bagnasco: un Chiesa, la loro, utopica e perciò etimologicamente senza più luogo.

Monsignor Biffi è morto lo scorso luglio a 87 anni e se ne sente già la mancanza.