mercoledì 26 agosto 2015

Quando si muore che cosa succede ai dati sul web?

La Stampa
massimo russo

Come si gestisce l’eredità digitale, una questione sempre più attuale

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Un ingegnere che lavora all’estero muore all’improvviso. I due figli sanno che aveva depositato i risparmi in una banca straniera, ma non hanno gli estremi del conto. Le informazioni sono custodite nella posta elettronica, per accedervi occorrono le credenziali. Come richiederle? Due anni fa a Roma, poco prima della finale di Coppa Italia, un tifoso del Napoli viene ucciso sulla strada per lo stadio. C’è il rischio che il suo profilo Facebook, nei commenti, diventi terreno di scontro tra ultras. Per la famiglia sarebbe un dolore ulteriore. Ma chi può ottenere l’accesso alla pagina di un defunto sui social?

Sono solo due esempi delle questioni che si pongono sempre più spesso, e che sono ricomprese sotto il nome di «eredità digitale». La rete è ormai parte integrante della nostra vita. Naturale che lo sia anche della nostra morte. Su Internet acquistiamo libri e musica: come faremo a lasciare a qualcuno i romanzi comprati su Amazon o le canzoni di iTunes? E ancora, ogni giorno conserviamo documenti e immagini in spazi disco, oppure archiviamo la nostra corrispondenza. Capitoli della nostra esistenza che potrebbero avere un’enorme importanza per chi resterà dopo di noi.

Le grandi piattaforme
Le grandi piattaforme digitali lo sanno, e si stanno attrezzando per rendere possibile agli utenti stilare un testamento digitale. Google, ad esempio, permette di indicare una persona che riceverà un messaggio con le nostre proprietà digitali, nel caso in cui l’account risulti inattivo. Da qualche giorno anche il social più frequentato ha introdotto in Italia l’opzione del testamento digitale, come ha spiegato Laura Bononcini, responsabile relazioni istituzionali di Facebook Italia, aggiungendo che «la novità è in fase di rilascio graduale». Gli utenti possono designare un parente o amico come contatto, che avrà facoltà di gestirne l’account dopo la propria morte. Si potrà scegliere in alternativa che il profilo sia cancellato, oppure congelato. 

«Quella di Facebook mi sembra una scelta ponderata», commenta Ugo Bechini, notaio genovese. «La persona designata potrà gestire il profilo, ma non avrà accesso ai nostri messaggi privati». Bechini è membro della commissione informatica del notariato, e segue il tema ormai da otto anni. I notai hanno anche steso un decalogo con le regole base per gestire la propria eredità. Alcune, dettate dall’esperienza, sono in apparenza controintuitive, come la numero sette, che recita: «Condividere la password con il proprio partner non sembra essere una buona idea, in genere». Un consiglio motivato «dal non fornire al partner un’arma in caso di crisi coniugale». 

Gli accordi
Ma, a fronte dei pochi che pianificano anche il proprio trapasso o il rischio di divorzio, ci sono i molti che non ci pensano proprio. In questi casi come si fa? «Stiamo lavorando per realizzare un accordo con le grandi piattaforme», racconta Bechini. «Gli eredi, attraverso di noi, potranno domandare di accedere alle risorse del defunto». Al tavolo di discussione partecipano Google, Microsoft, Facebook, lo studio legale Portolano Cavallo e il professor Oreste Pollicino dell’università Bocconi. A regime, prosegue Bechini, «ci sarà una procedura informatizzata che consentirà ai fornitori di servizi di ricevere i nomi degli aventi diritto agli account della persona scomparsa». Entro fine anno dovrebbe essere raggiunto l’accordo. Sarà una prima a livello europeo. 

La questione non riguarda solo gli eredi diretti. Nei documenti di un professionista - ad esempio le cartelle cliniche di un medico - potrebbero essere conservate anche informazioni delicate che riguardano altri. Quello dei dati sensibili è un nodo tutto da sciogliere. «Pensiamo alla corrispondenza privata che riveli una paternità», ipotizza il giurista Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione. «Chi muore potrebbe aver voluto che non fosse mai resa nota, oppure per converso potrebbe aver preferito che con la sua scomparsa i suoi cari conoscessero la verità». Chi deciderà in questi casi? E chi tutelerà i diritti di un eventuale minore? «Sono questioni giuridiche che sconfinano nell’etica», conclude Scorza. Per le quali troveremo soluzioni solo strada facendo.

Gattini e tramonti per sempre grazie all’immortalità digitale

La Stampa
massimo russo

Si moltiplicano i servizi che creano avatar di defunti. Il rischio è diventarne prigionieri

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C’è un episodio della serie televisiva inglese Black Mirror, intitolato «Torno subito», in cui una giovane donna di nome Martha perde il compagno, grande appassionato di social network. Pur di avere un clone e lenire il dolore del lutto, Martha si affida a un servizio che - raccogliendo online commenti, foto e condivisioni dell’uomo quando era in vita - ne costruisce una copia-robot.È più o meno quel che promette di fare un nuovo servizio, Eter9, che garantisce una sorta di immortalità digitale ai propri sottoscrittori. Attraverso un sistema di intelligenza artificiale Eter9, fondato un anno fa dall’imprenditore portoghese Jorge Henrique, raccoglie quel che abbiamo condiviso in vita sui Social e crea un nostro avatar digitale che posterà lo stesso tipo di contenuti anche dopo la nostra scomparsa.

Dunque se ci piacciono gattini e tramonti, così sarà anche quando non ci saremo più, e i nostri amici continueranno a ricevere le nostre notifiche in eterno. Per citare un altro film, qualcosa di simile a «Ricomincio da capo», in cui il protagonista è condannato a rivivere la stessa giornata per sempre. Qui sarà la nostra immagine - o meglio le sciocchezze o le perle di saggezza che avremo saputo distillare in vita - che sarà perpetuata sine die a chi resta. Spiega il fondatore, di cui hanno parlato in questi giorni Bbc e siti specializzati come ZdNet: «Stiamo cercando di creare un sistema di intelligenza artificiale che impari presto da altre piattaforme, come Facebook». Forse l’iniziativa fallirà, anche se nella fase di test ha raccolto 5mila utenti.

L’idea comunque ci parla di due questioni assai rilevanti. In primo luogo il fine vita sul digitale, in cui - come in ogni altra dimensione della nostra esistenza - si ripropone il bisogno ancestrale di lasciare un segno. Sia Google sia Facebook, come pure servizi specializzati come Legacy Locker o Entrustnet, permettono di designare un erede che riceverà le chiavi della nostra posta o del nostro profilo e in alcuni casi potrà mantenere online una pagina di ricordo, una specie di Spoon River su Internet. La stessa cosa fa Life.vu. Un esperimento del Massachusetts Institute of Technology cerca di andare oltre: il ricercatore romeno Marius Ursache sta lavorando su Eternime, un progetto di avatar 3D che parli e si comporti come noi, creato sulla base dei dati che in vita avremo lasciato su tutti i Social frequentati online.

La piattaforma, che sarà forse disponibile tra alcuni anni, ha già raccolto l’interesse di oltre 20mila persone. Il secondo elemento chiave comune a queste iniziative è l’intelligenza artificiale. È Lo stesso insieme di algoritmi che governa - non sempre nel migliore dei modi - le transazioni nella finanza mondiale. Che promette di portare sul mercato auto che guidano da sé. Che - attraverso reti neurali - permette già di creare macchine che apprendono e sono in grado di impadronirsi da sole di concetti astratti, partendo da un’enorme quantità di dati, o di riconoscere persone e oggetti nelle immagini.

Anche qui i nomi sono i soliti, con Google che negli anni scorsi ha compiuto importanti acquisizioni di aziende specializzate nel settore, quali l’inglese DeepMind o l’americana Boston Dynamics, che realizza robot a due e quattro zampe a cui è molto interessato anche l’esercito. Siamo ancora lontani da cervelli in grado di superare il test di Turing, ovvero di essere indistinguibili dagli esseri umani, ma già numerosi scienziati chiedono l’elaborazione di codici etici a cui vincolare la ricerca.

In Black Mirror l’epilogo è tristissimo: Martha vorrebbe liberarsi del clone, ma gli è psicologicamente legata e non ci riuscirà mai. Con Eter9 basterà uscire dal servizio, per fermare il proliferare di gattini e tramonti post mortem. Ma se un giorno davvero ci sarà una macchina in grado di pensare e agire come noi in eterno, spegnerla non sarà un po’ come farci morire un’altra volta?

@massimo_russo

Ucraina, Olocausto dei proiettili: scoperte duemila fosse comuni, morì oltre un milione e mezzo di ebrei

Il Messaggero
di Federica Macagnone

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Un orrore senza fine, senza tempo. Verità rimaste nascoste sotto la coltre dell'omertà e della paura e che adesso, a settanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, vengono a galla: i racconti dell'Olocausto nazista in Ucraina stanno rivelando tutto il loro orrore grazie al pionieristico lavoro di un prete cattolico, Padre Patrick Desbois, che ha deciso di mettersi alla ricerca della verità su quelle esecuzioni raccapriccianti che sono state tenute al buio per troppo tempo.

Circa 2mila fosse comuni, dove sono state sepolti tra l'altro bambini e donne di religione ebraica, sono state localizzate ma si potrebbero scoprire fino a 6mila siti dove le persone sono state ammucchiate durante quello che è stato definito “l'Olocausto dei proiettili”: a differenza di quanto accaduto in Polonia e in Germania, dove le camere a gas sono state usate come mezzi di sterminio, in Ucraina molte delle vittime sono state uccise sotto il fuoco dei proiettili e sepolte in fosse comuni. In molti casi, agli ebrei fu ordinato di scavare buche e spogliarsi prima di essere uccisi. In tanti furono ammassati sotto i cadaveri, ancora vivi. Poi le fosse furono coperte di terra: secondo i testimoni, per giorni, il terreno dal quale sgorgava sangue, sembrava respirasse. Storie terribili, storie di morte.

Adesso la verità si fa strade tra il cumulo di silenzio che ha regnato per anni. «Fino all'avvento di Gorbaciov, sotto l'Urss non si è mai parlato dell'Olocausto degli ebrei, l'Olocausto fu ignorato in Unione Sovietica – ha dichiarato Alla Gerber, storica e scrittrice, presidente della Fondazione Holocaust di Mosca, la cui famiglia è stata sterminata dai nazisti - Gli ebrei ammazzati dai nazisti durante l'occupazione tedesca venivano citati come russi caduti durante la Guerra di liberazione. Solo ora comincia a prendere corpo un vero e proprio archivio della Shoah. Stalin prima tradì gli ebrei per dimostrare amicizia a Hitler, poi per nascondere le proprie responsabilità nei pogrom (cioè i massacri antisemiti).

I comunisti, successivamente, hanno cancellato l'Olocausto per coprire le proprie stragi e per non ammettere la diffusa complicità popolare nella Shoah per mano dei collaborazionisti».
Padre Patrick Desbois, adesso, si è messo alla ricerca della verità per fare giustizia su quelle morti, seguendo i racconti del nonno, prigioniero di guerra tenuto in un campo di concentramento dai nazisti nel Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale: in poco tempo ha scoperto, tramite i racconti dei testimoni, che tante persone venivano uccise per divertimento, per rabbia, per noia, per ubriachezza o per violentare le ragazze. Lo storico Mikhail Tyaglyy ha detto al MailOnline che il numero delle vittime ebraiche in Ucraina è tra 1 milione e 400mila e 1 milione e 600mila.

La ricerca di Desbois lo ha portato in quattro luoghi intorno a Rava Ruska, vicino al confine tra Ucraina e Polonia, dove 15.000 ebrei furono uccisi e dove suo nonno, Claudio Desbois, venne detenuto in in campo come prigioniero di guerra. Giorno dopo giorno, frequentando quei luoghi, scoprì che gli anziani che avevano assistito alla tragedia degli ebrei e che avevano taciuto per tutta la vita sotto il regime sovietico avevano bisogno di parlare, di liberarsi di quell'orrore stampato per sempre nei loro occhi e nelle loro menti.

Yaroslav è stato uno dei primi testimoni. Ha condotto il sacerdote in un sito poco fuori dalla città dove nel 1942 aveva assistito al massacro di un ragazzino ebreo di 13 anni. Dopo di lui tanti altri hanno seguito il suo esempio.Yaroslav ha descritto come gli ebrei arrivavano a piedi ed erano costretti a spogliarsi prima di essere portati su un lato di una fossa comune di Rava Ruska e giustiziati con una velocità che era frutto di una meccanicità dei movimenti spaventosa: i loro corpi furono ammassati, i vestiti e gli oggetti di valore furono portati via.

«Abbiamo visto arresti, uccisioni, esecuzioni – ha raccontato Olha Havrylivna – Un giorno li abbiamo visto riempire una fossa di corpi. Mi ricordo che ore dopo la terra ancora si muoveva: alcuni erano vivi. Era difficile guardare, è stata una tragedia. Una grande tragedia».

«I nazisti uccidevano prima vecchi e bambini, lasciavano in vita solo le persone di età compresa tra i 18 e i 45 anni che potevano lavorare – ha raccontato Gregory Haven – Eravamo a tre chilometri di distanza, abbiamo sentito gli spari, le persone cadevano come mosche. Ho visto un giovane ebreo che portava i cadaveri in un carrello verso il cimitero ebraico. Era l'inverno del 1942, la terra era rossa per il sangue.

Gli ebrei venivano spogliati, abbiamo visto i tedeschi che prendevano abiti, soldi, anelli, orologi d'oro. Le donne venivano denudate in strada e massacrate di botte in tumulti organizzati dai nazisti». «Non potrò mai dimenticare quanto ho visto uccidere un bimbo di due anni – ha raccontato un testimone – un nazista lo ha scippato dalle braccia della madre e ha iniziato a sbattergli la testa al muro fino a ucciderlo. C'era sangue dappertutto, i genitori in lacrime non hanno potuto far nulla per salvarlo».

«Mio nonno non parlava mai – ha raccontato il sacerdote a caccia della verità - Diceva solo che fuori dal campo, dove era prigioniero, era anche peggio. Volevo capire perché, e ho scoperto che 18.000 ebrei sono stati fucilati nel villaggio di Rava Ruska. Gli ucraini anziani come Yaroslav, testimoni di questo orrore, hanno voluto mettere fine al loro voto di silenzio sulle cose terribili che hanno visto in gioventù.

Le persone che erano presenti alle uccisioni hanno voluto parlare prima di morire: molti di loro sono stati “arruolati” per scavare le fosse comuni, per riempirle, per trainare carri di cavalli che trasportavano cadaveri, per vendere gli abiti. La gente deve capire che Rava Ruska è stato un enorme centro di sterminio: prima per gli ebrei, poi per i prigionieri politici, e quindi per la popolazione locale. Ogni persona qui è stata uccisa. Non possiamo dimenticarlo».

In 32.000 sono stati sepolti intorno a Rava Ruska e nelle città vicine come Bakhiv, dove per anni i contadini hanno scavato e hanno trovato fosse comuni e corpi umani. In tutto, un milione e mezzo di ebrei ucraini sono stati uccisi dalle truppe di Hitler. «La sfida è raccogliere più prove possibili sullo sterminio degli ebrei in queste zone e scoprire le fosse comuni – ha continuato il sacerdote - Domani i testimoni scompariranno e i negazionisti sono già pronti a dire che gli ebrei hanno falsificato la storia. Io dico sempre che l'Olocausto non è stato uno tsunami. È stato un crimine. E quando c'è un delitto ci sono anche le prove ed è facile trovarle in questi villaggi. Se non si comprende l'importanza di quanto è successo c'è il rischio che la storia possa ripetersi».

Martedì 25 Agosto 2015, 18:45 - Ultimo aggiornamento: 19:27

Profughi alla Festa dell'Unità Il Pd adesso fa retromarcia: "Non lavoreranno per noi"

Mario Valenza - Mar, 25/08/2015 - 18:25

Dopo le proteste della Lega 30 nigeriani non presteranno più servizio alla Festa dell'Unità. Salvini twitta: "Vittoria!"



Si conclude anzitempo l’esperienza di volontariato di 30 profughi a FestaReggio, la festa provinciale del Pd di Reggio Emilia. Ad annunciarlo è il segretario provinciale della Lega Nord Gianluca Vinci: "A sorpresa - si legge in una nota dell’esponente leghista - si apprende la decisione della Cooperativa Sociale Dimora d’Abramo di sospendere il servizio di questi 30 volontari con l’intento dichiarato di far cessare le polemiche".

Ma il Carroccio non ferma qui le sue iniziative su questa vicenda: "Pur apprezzando - scrive ancora Vinci - la sospensione del servizio presso la Festa Provinciale dell’Unità FestaReggio, la Lega Nord invierà oggi al Prefetto di Reggio Emilia una richiesta di chiarimenti circa le modalità di affidamento, le possibilità di lavoro, i costi per lo Stato ed il dichiarato risparmio per le casse dello Stato in caso di utilizzo di tali profughi in particolare per i 4 giorni di servizio prestato presso FestaReggio".

Vinci ricorda che la sospensione del servizio alla kermesse provinciale del partito democratico arriva "dopo la presentazione giovedì scorso di un Esposto alla Direzione Territoriale del Lavoro ed all’Ausl di Reggio Emilia seguito nella giornata di ieri dal deposito di una denuncia presso la Procura della Repubblica di Reggio Emilia, ai quali non sono seguite le spiegazioni più volte richieste dalla Lega Nord al Segretario Provinciale del Pd ed alle cooperative sociali che ospitano i 30 profughi". La Lega con il suo segretario provinciale chiede trasparenza sul volontariato dei profughi alla festa del Pd:

«Le domande circa la regolarità del loro impiego, l’ammontare di contributi statali destinati agli stessi e l’eventuale risparmio per lo Stato dichiarato dal Segretario Provinciale del Pd Andrea Costa, non hanno ancora avuto risposta".


La coop guadagna con i profughi: così i soci si spartiscono 60mila euro

Claudio Cartaldo - Mar, 25/08/2015 - 17:38

La cooperativa "Dimora di Abramo" al centro delle polemiche per aver procurato alcuni profughi come "volontari" alla festa del Pd a Reggio Emilia: ecco il fatturato

Ospitalità e fatturazione. Potremmo chiamarlo così il nuovo business che ruota attorno all'accoglienza dei profughi. Lo sanno bene le cooperative, che non si lasciano sfuggire nemmeno un bando di gara che mette all'asta i 37 euro giornalieri che lo stato assicura a chi dà un pasto caldo e un tetto sotto cui dormire ai migranti.



La dimostrazione arriva da Reggio Emilia, dove la cooperativa Dimora di Adamo è finita sotto l'attenzione dei media a causa del Pd.

Nei giorni scorsi, infatti, la Lega Nord emiliana aveva denunciato l'utilizzo di un gruppo di profughi per farli lavorare alla kermesse del Pd. Il Pd, per voce del segretario reggiano Andrea Costa, aveva detto che l'obiettivo era quello di "permettere a questi ragazzi di fare un po' di socialità" e che l'operazione avrebbe garantito un risparmio sicuro allo Stato. "Stato ci guadagna – aveva spiegato Costa alla Gazzetta di Reggio – il vitto che i ragazzi consumano quando lavorano a FestaReggio viene decurtato dal contributo che lo Stato riconosce per la loro gestione". Peccato che né il Pd né la cooperativa sono riuscite a dimostrare documenti alla mano l'accordo con lo Stato per decurtare i 21.600 euro, il contributo che il governo avrebbe dovuto dare alla Dimora di Abramo nei giorni della kermesse piddina.

Così sono iniziati a venir fuori anche alcuni retroscena sulla stessa coop, che ha vinto il bando per la gestione dei profughi di Reggio. A quanto pare, grazie all'ospitalità ai migranti, si arricchisce enormemente. Ed arricchisce i suoi soci. Dai documenti contabili della cooperativa, infatti, risulta che nell'ultima assemblea del 26 maggio, due sacerdoti che da anni si occupano di accoglienza hanno votato contro la chiusura del bilancio 2014. Il motivo è la decisione da parte dei soci di distribuirsi 59mila euro di utili della cooperativa. Non pochi, e occorre considerare che sono solo una parte degli utili che ogni anno la cooperativa riesce ad ottenere. Nel 2014 il fatturato è passato da 2,22 milioni a 3,51 milioni, l'utile di esercizio è cresciuto da 77mila euro a 170mila e in cassa la coop dell'accoglienza ha 795 mila euro.

Per questo il presidente Luigi Codeluppi - come riporta Il Resto del Carlino - ha proposto un ristorno ai soci di 59.950 euro. Una parte di questi, 27.800,98 "ad aumento della quota sociale", mentre ben 32.149,02 euro finiranno "in busta paga". Insomma, i soci hanno guadagnato con i profughi e si premiano con 32mila euro. Alla faccia dell'accoglienza.

I due parroci che hanno votato contro il bilancio 2014, infatti, denunciavano proprio l'inopportunità della redistribuzione degli utili. "Cosa ne facciamo di questi soldi? - si era chiesto don Giuseppe Dossetti - se l’utile è dovuto all’attività con gli immigrati, in che modo ne ridistribuiamo anche a loro?". Don Daniele Simonazzi, invece, aveva manifestato "la sua preoccupazione di un bilancio in attivo quando si fa riferimento alla povera gente, considerando che a suo parere la Dimora è al servizio della povera gente".

Oggi don Simonazzi è tornato, intervistato dalla Gazzetta di Reggio, sulla vicenda: "Ricordo bene quell’assemblea - dice - e le cose che dissi allora le confermo: allora i soci della Dimora d’Abramo votarono per dare a loro stessi gli utili. Come si fa per una società qualsiasi. Peccato che la Dimora d’Abramo non sia una società qualsiasi". Nessuno dovrebbe guadagnarci con l'accoglienza, ma evidentemente non è così. "Quei soldi - continua il parroco - dovevano servire per dare altri e migliori servizi a quella povera gente che vogliamo accogliere. Altrimenti facciamo altro".

Ed è proprio quello che ha fatto la coop. Dimora di Adamo e che probabilmente faranno molte altre in giro per l'Italia: fanno utili con i profughi. E con i soldi degli italiani.

La Russia blocca Wikipedia per un articolo sull’hashish. Poi ci ripensa

La Stampa

Durata qualche ora la stretta sul web russo. L’enciclopedia online non è mai piaciuta al Cremlino



Nuovo colpo alla libertà di informazione in Russia: ha chiuso per alcune ore la versione russa di Wikipedia, uno dei siti più visitati del Paese (1,5 mln di collegamenti l’ora), reo di aver pubblicato un articolo sul charas, un tipo di hashish prodotto dall’estrazione della resina di cannabis.

Roskomnadzor, l’agenzia federale per i mass media, le ha ordinato di bloccare la pagina incriminata ma l’enciclopedia universale ha spiegato che il protocollo protetto usato (https) non lo consente e sarà costretta a bloccare tutte le risorse. Si è allungato così l’elenco delle decine di siti già bloccati, tra cui quello degli oppositori Alexiei Navalni (su LiveJournal) e Garry Kasparov (Kasparov.ru), Grani.ru. Dopo qualche ora però è arrivata la retromarcia: l’agenzia federale ha tolto il bando, dicendo che la voce incriminata era stata modificata e non violava più la decisione di un tribunale.

L’articolo in questione infatti era stato vietato a giugno da una corte di Astrakan, con una inedita sentenza censoria su un contenuto di Wikipedia. Nei giorni scorsi il direttore esecutivo di wikimedia.ru, Stanislav Kozlovski, aveva difeso la pubblicazione sottolineando che si basa su informazioni riprese dal sito dell’Onu e su fonti accademiche.

Che alle autorità russe non piacesse l’enciclopedia online promossa da una fondazione Usa non era un mistero: alla fine del 2014 la Biblioteca presidenziale, intitolata al defunto presidente Boris Yeltsin, aveva annunciato il progetto di creare insieme alla Biblioteca nazionale di Russia e all’associazione russa delle biblioteche «una alternativa a Wikipedia», ritenendo che quella attuale non abbia «sufficienti informazioni dettagliate e affidabili sulle regioni russe e sulla vita del Paese». Della serie: le informazione sulla Russia le fornisce la Russia.

La decisione di ieri - anche se poi di fatto rientrata - sembra confermare la tentazione di un giro di vite contro il web russo, una delle ultime isole di libertà e critica in un Paese forgiato sempre più da una martellante propaganda di Stato e da un controllo diretto o indiretto dei mass media. In estate è stata approvata la legge sul cosiddetto diritto all’ oblio su internet, in base alla quale i motori di ricerca come Google, su richiesta dei cittadini interessati, sono obbligati a cancellare i link contenenti informazioni che li riguardano ritenute non più attuali o diffuse violando la legislazione: oppositori e blogger temono che dietro quella che altrove appare come una battaglia di civiltà si possa nascondere il tentativo di rimuovere le informazioni negative riguardanti i politici.

Ma in primavera Roskomnadzor si era già scagliato contro Google, Facebook e Twitter minacciando multe e divieti se non avessero bloccato le pagine internet con quelli che le autorità russe considerano «contenuti estremisti» e non avessero condiviso le informazioni sul traffico online. Vita dura anche per i blogger come Navalni, l’oppositore numero uno di Putin: quelli con almeno 3000 utenti al giorno, sono stati equiparati ai mass media e ai loro obblighi di verificare l’attendibilità delle informazioni diffuse, di non violare la privacy dei cittadini, di evitare pubblicazioni di carattere estremista.

Dal febbraio 2016, invece, scatta il divieto per gli stranieri di detenere più del 20% in qualsiasi media russo: uno sgambetto alla stampa più scomoda, contro l’influsso della «propaganda occidentale». In compenso il Cremlino inietta finanziamenti sempre più ingenti nei media statali e promuove fabbriche di troll, come quella smascherata recentemente dalla giornalista freelance russa Liudmila Savchuk.

(L’articolo è stato aggiornato alle ore 20 per includere il cambio di decisione dell’agenzia russa)

I valdesi al Papa: “Non possiamo perdonare”

La Stampa
domenico agasso jr

Il Sinodo: «Commossi dalla richiesta ma non possiamo sostituirci a quanti hanno pagato col sangue la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro»

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«Caro fratello in Cristo Gesù, il Sinodo della Chiesa evangelica valdese riceve con profondo rispetto, e non senza commozione, la richiesta di perdono da Lei rivolta, a nome della sua Chiesa, per quelli che Lei ha definito “gli atteggiamenti non cristiani, persino non umani” assunti in passato nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri». Ma l’esordio non inganni, perché nella lettera di risposta al Papa c’è anche un «però» che pesa: «Questa nuova situazione non ci autorizza a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro».

La missiva indirizzata al Pontefice è stata approvata oggi dai 180 sinodali (riuniti fino a venerdì a Torre Pellice, in provincia di Torino). È la replica alle parole pronunciate dal Pontefice lo scorso 22 giugno nella sua visita - la prima in assoluto di un papa in un luogo di culto valdese - al tempio di Torino. «Il dialogo fraterno che oggi conduciamo è dono della misericordia di Dio - hanno scritto - che molte volte ha perdonato, e ancora perdona, la sua e la nostra Chiesa, invitandole al pentimento, alla conversione e a novità di vita, permettendo loro così di assumere ogni giorno di nuovo il compito di servirlo».

I valdesi accolgono le parole di Francesco «come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi».

Poi aggiungono: «La nostra comune fede in Cristo ci rende fratelli nel Suo Nome, e questa fraternità noi già la sperimentiamo e viviamo in tante occasioni con sorelle e fratelli cattolici: è un grande dono che ci viene fatto e che speriamo possa essere condiviso da un numero crescente di membri delle due Chiese».

Tuttavia, «questa nuova situazione non ci autorizza a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro. La grazia di Dio, però, “è sovrabbondata, là dove il peccato è abbondato” (Romani 5,20), e questo noi crediamo e confessiamo, certi che Dio vorrà attuare questa sua parola anche nella costruzione di nuove relazioni tra le nostre Chiese».

L’iPhone all’idrogeno che dura una settimana

La Stampa
andrea nepori

L’azienda inglese Intelligent Energy ha creato un prototipo di iPhone 6 con una batteria che dura una settimana, grazie all’energia prodotta da una cella a combustione d’idrogeno. E si vocifera già di una collaborazione con Apple

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Il miraggio di uno smartphone che funziona per una settimana senza dover essere ricaricato potrebbe presto diventare realtà. L’azienda inglese Intelligent Energy ha svelato un prototipo funzionante di iPhone 6 la cui batteria può essere ricaricata da una cosiddetta “fuel cell”, una cella a combustione di idrogeno e durare così per un’intera settimana. Per ricaricare la cella basta una cartuccia di polvere di idrogeno.

Il prototipo, a detta dei giornalisti del Telegraph che l’hanno potuto esaminare nei laboratori di Intelligent Energy a Loughborough, è pressoché identico agli iPhone 6 disponibili sul mercato. L’unica differenza sono due piccole griglie di ventilazione necessarie per garantire la fuoriuscita della trascurabile quantità di vapor acqueo prodotta dalla cella. Lo spessore non cambia e la cartuccia di ricarica si inserisce nell’ingresso del jack audio. Per le versioni commerciali Intelligent Energy ipotizza la possibilità di uno slot dedicato sul lato del telefono.

Le celle a combustibile producono elettricità grazie all’energia chimica che si sprigiona nella reazione fra due carburanti, nel caso specifico ossigeno e idrogeno. L’unico prodotto di scarto è l’acqua (o il vapor acqueo). Una tecnologia con una storia lunga, collaudata e già utilizzata in vari ambiti professionali, le cui rivoluzionarie applicazioni commerciali di largo consumo, però, rimangono un’eterna promessa.

Intelligent Energy ci sta già provando con Upp, un caricabatterie d’emergenza - disponibile dal 2014 - che può fornire 5 ricariche complete ad uno smartphone come l’iPhone 6. Il dispositivo costa 150 sterline, ma ce ne vogliono 6 per rigenerare le cartucce in un centro specializzato. Un costo e un impegno ancora troppo grande, a fronte della convenienza delle attuali soluzioni a batteria.Il direttore finanziario di Intelligent Energy, Mark Lawson Statham, è convinto però che i tempi siano maturi per l’approdo di una versione potenziata e miniaturizzata della tecnologia nel settore mobile. Il problema, adesso, è sviluppare un modello che possa funzionare sul mercato.

“A questo punto il limite non è la tecnologia, il più è fatto,” ha spiegato al Telegraph. “Fisicamente sappiamo come fare, ora si tratta di capire il cliente.” L’ipotesi più probabile è quella di un piano di licenze: da una parte le concessioni ai produttori per l’utilizzo delle tecnologie, dall’altro quelle per la commercializzazione delle ricariche, che potrebbero costare circa 3 euro l’una. La difficoltà, in quel caso, sarà convincere gli utenti che il lusso di un’iPhone che dura una settimana vale una spesa di 150€ all’anno.

Apple è l’azienda che più di ogni altra potrebbe riuscire in una simile impresa. E se i dirigenti di Intelligent Energy non si lasciano scappare nulla, non mancano gli indizi che fanno pensare ad una collaborazione con la Mela. L’interesse di Apple verso la tecnologia a celle di combustibile è dimostrata da una serie di brevetti al riguardo che l’azienda ha ottenuto nel corso degli ultimi anni.

L’altro prototipo mostrato da Intelligent Energy ai giornalisti, poi, è un MacBook Air e almeno un analista - Tom McCalm di Zeus Capitals - metterebbe la mano sul fuoco riguardo una collaborazione in corso fra le due aziende. Infine, come in un storia di spionaggio, c’è quella penna con la scritta “Cupertino Inn”, un hotel a pochi passi dal quartier generale Apple, abbandonata distrattamente sul tavolo della sala riunioni di Intelligent Energy e notata da un reporter del Telegraph dall’occhio di lince.

L'alimentazione a idrogeno anche per computer e dvd

La Stampa

ROMA. Non solo l'auto o il riscaldamento della casa, ora anche i lettori Dvd possono essere alimentati a idrogeno, grazie a sistemi portatili o alimentatori per computer a celle a combustile. A presentare il primo prototipo degli alimentatori del futuro a fuel cell per pc e dvd è il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) che due gioni fa ha illustrato a Roma, durante il workshop «Energia e mobilità ad una svolta» svoltosi nell'ambito dell'edizione 2006 di H2Roma, una serie di progetti, comprese nuove tecnologie a idrogeno destinate ai veicoli speciali.

Il prototipo, che ha fini dimostrativi e didattici ed alimenta un lettore Dvd portatile, è stato presentato nell'ambito della manifestazione organizzata dal Consiglio nazionale delle ricerche, dall'Enea, dall'Università «La Sapienza» di Roma e dal Politecnico di Torino. Il progetto, inoltre, comprende il primo centro testing nazionale dell'Itae-Cnr per favorire il rapporto tra potenziali utenti e produttori delle nuove tecnologie dell'idrogeno.

«L'alimentazione a idrogeno è spesso citata come una prospettiva incoraggiante, seppur ancora incerta. Quasi sempre, però, -sottolinea il Cnr- si sente parlare dell'utilizzo di tale elemento nel settore dei trasporti, mentre il Consiglio nazionale delle ricerche sostiene da anni l'impegno volto anche a sviluppare la tecnologia destinata ai sistemi portatili, come alimentatori per computer e dvd, e alle applicazioni domestiche, come piccoli generatori per la produzione di elettricità e calore».

Ed è proprio in questa direzione che l'Itae ha messo a punto un primo progetto che ha visto la realizzazione del prototipo di unità di alimentazione, basata su celle a combustibile, per sistemi elettronici e che può erogare 12W a 9.5 V. Un progetto che ha un obiettivo specifico: dimostrare la fattibilità e l'efficienza dei sistemi basati su celle a combustibile alimentate con idrogeno per sistemi elettronici.

«Il cuore del dispositivo è una batteria di celle a combustibile ad elettrolita polimerico (Pefc), nella versione 'ad aria liberà, in grado di erogare 15W a 5-6 volt di tensione» spiega Cacciola. «Il sistema -continua il ricercatore- è stato realizzato interamente nei laboratori dell'Itae, utilizzando esclusivamente componenti sviluppate in loco e disegnate per un rapido trasferimento alla produzione ed è costituito da 10 celle Pefc da 25 cm2».

«Le celle -prosegue Cacciola- sono posizionate in serie e non necessitano del pompaggio di aria, nè di un suo condizionamento, come riscaldamento o umidificazione. L'idrogeno, inoltre, è a consumo e necessita solo di un controllo della pressione. L'idrogeno necessario per il funzionamento è accumulato in una semplice piccola bombola a bassa pressione, che può essere sostituito da altri sistemi di accumulo per aumentarne l'autonomia».

Per accelerare il processo di introduzione nel mercato delle nuove tecnologie dell'idrogeno, inoltre, sorgerà a Messina il primo centro testing nazionale. «Il progetto, avviato a gennaio 2006 -dice ancora il direttore dell'Itae-Cnr- prevede la realizzazione di una struttura, di circa 7000 m3 costituita da laboratori e aule, capace di organizzare e favorire il rapporto tra potenziali utenti e produttori delle nuove tecnologie dell'idrogeno prossime alla commercializzazione, mediante la fornitura di un servizio testing e la formazione del personale, in modo da agevolare l'avvio del mercato».

La struttura avrà stazioni di prova per celle a combustibile e sistemi di produzione di idrogeno per potenze comprese tra 5 e 50 kW; stazioni di prova per sistemi energetici utilizzanti celle a combustibile in configurazioni stazionarie e mobili. L'Itae provvederà all'avviamento del centro e all'addestramento del personale.

Arriva l'iPhone a energia solare

La Stampa

Il progetto è allo stato di prototipo ma la Apple ha già registrato il brevetto

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Apple ne sta preparando un’altra delle sue. Sotto lo schermo al tatto dell’iPhone, il cellulare che integra le funzioni di un sofisticato palmare, potrebbero presto essere montati piccoli pannelli solari, in grado di ricaricare o prolungare la durata della batteria, se esposti al sole. Il progetto è al momento allo stato di prototipo, ma la casa della Mela ha già registrato il brevetto presso le autorità competenti.

Mandando in pensione cavi e alimentatori, Apple renderebbe i suoi gadget più che mai portatili. Oltre all’iPhone la novità riguarderebbe anche l’iPod Touch, il riproduttore di video e musica digitale con schermo al tatto, e potrebbe trovare applicazioni anche nel settore dei laptop.

Il problema, secondo gli addetti ai lavori, sarebbe di spazio. Non è la prima volta che i produttori di telefoni cellulari pensano all’integrazione di pannelli solari. Ma lo spazio non basta. Lo schermo dell’iPhone, da tre pollici e mezzo, occupa l’intera superficie del gadget e potrebbe essere trasformato per intero in un pannello solare.

Il software di gestione è già pronto. Oggi le batterie degli iPhone consentono agli utenti circa otto ore di utilizzo del telefono e sette ore di video, audio e altri funzioni, come la navigazione su internet. Con l’introduzione - attesa per i primi giorni di giugno - dei modelli a larga banda 3g consumerà la batteria ancora più in fretta.

Sul mercato esistono già batterie solari esterne in grado di consentire 20 minuti di utilizzo di un telefono cellulare per ogni ora di esposizione dei pannelli solari.

Il frigorifero intelligente ruba la password di Gmail

La Stampa

La falla è stata scoperta in un elettrodomestico Samsung

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Occhio al frigorifero intelligente: non dimenticherete mai più di comperare il latte, ma potreste avere qualche discussione con i vostri vicini di casa. La società inglese Pen Test Partners ha scoperto un baco nel frigorifero intelligente della linea Samsung Smart Home: con l’elettrodomestico connesso a internet c’è la possibilità visualizzare sullo schermo il calendario di Gmail. «Se si aggiorna il calendario, le modifiche vengono visualizzate anche sul display - ha spiegato Ken Munro, ricercatore della Pen Test -. Grazie a questa “porta” per un hacker mediamente esperto può essere semplice accedere alla rete e rubare non solo la password del malcapitato amante della domotica, ma anche quelle dei vicini di casa».

Insomma il frigorifero che ci avvisa quando sono finite le uova potrebbe rivelare non solo le nostre password, ma anche quelle della nostra famiglia e dei nostri vicini di casa. Sul blog la società esperta di sicurezza informatica ha riportato i tentativi di introdursi nel frigorifero: dopo diversi fallimenti, ha trovato la via d’accesso. Difficile che capiti anche a voi: il modello non è ancora disponibile in Europa e Samsung ha fatto sapere di essere già al lavoro per risolvere la questione. «Proteggere la privacy dei nostri consumatori è una priorità - si legge in una nota dell’azienda- e ci impegniamo ogni giorno per migliorare i nostri prodotti».

Eri iscritto Ashley Madison? Ecco cosa (non) fare

La Stampa
carola frediani

I dati di 30 milioni di utenti online dopo l’attacco hacker al sito d’incontri extraconiugali



Un attacco che ha investito come un treno oltre 30 milioni di utenti. Bisogna partire da qua per capire l’impatto della vicenda Ashley Madison, il sito di relazioni extraconiugali squadernato online insieme ai profili dei suoi veri e presunti fedifraghi dopo un blitz informatico. E partire dal fatto che buona parte dei documenti e dei dati riversati su internet da Impact Team – l’hacker o il gruppo di hacker artefici dell’assalto – sono reali, come verificato da diversi esperti di cybersicurezza a partire dal giornalista Brian Krebs che per primo ha dato la notizia dell’attacco e lo ha seguito da vicino. Gli indirizzi email pubblicati però non “provano” che i loro proprietari siano dei traditori potenziali o effettivi. E nemmeno che si siano iscritti al sito. Come è possibile? 

Ashley Madison non validava gli indirizzi email inseriti. Quindi resta la possibilità – per quanto remota – che un indirizzo sia stato scritto da qualcun altro per errore, specie nel caso di nomi molto comuni. O addirittura per scherzo o dispetto. Ok, non sarà un alibi a prova di partner infuriato, ma è per dire che su questa storia – che coinvolge anche gli italiani, anzi il BelPaese spicca tra gli Stati con più utenti, a netta prevalenza maschile, e concentrazione attorno alle grandi città - bisogna muoversi coi piedi di piombo.

Ad esempio, sono sbucati diversi siti che consentono di fare una ricerca sul proprio indirizzo email (o, più verosimilmente, su quello altrui) per vedere se faccia parte di quelli diffusi su internet. Semplice e veloce come fare una ricerca su Google, senza dover andare a scaricare tutti i 10 GB di dati. Ashley.cynic.al e Trustify sono tra questi. Ma anche qui il consiglio degli esperti è di evitarli, perché potrebbero raccogliere e svelare proprio quelle informazioni riservate che si teme siano state diffuse. In particolare il ricercatore di sicurezza Troy Hunt ha rilevato come Trustify mandi delle email a persone il cui indirizzo sia stato cercato da qualcuno nel proprio motore di ricerca, salvo poi offrire consulenze su come agire o capire quello che sta succedendo.

Ogni volta che avvengono attacchi informatici con un ampio rilascio di dati, con milioni di nomi, email e profili di utenti, nel giro di poco tempo si aggrega attorno alla vicenda una economia criminale pronta ad addentare un pezzo della preda, come tanti piranha opportunisti. Sbucano pertanto siti, app ed email truffaldine che tentano di rubare altri dati alle persone impaurite, fingendo di linkare a siti o informazioni utili. L’esperto di cybersicurezza di TrendMicro Tom Kellerman già qualche giorno fa prefigurava che presto sarebbero arrivate torme di spammer e truffatori esperti nel phishing, impegnati a creare mail provenienti da finti rappresentanti di Ashley Madison, o avvocati e studi legali, per cercare di ingannare gli utenti che pensino di essere coinvolti nella diffusione di dati. Senza contare il rischio di vere e proprie estorsioni, magari fatte anche in modo mirato. 

Tra i consigli che arrivano dai consulenti di sicurezza, c’è semmai quello di cancellare, se possibile, l’account email usato per registrarsi al sito di Ashley Madison. E in ogni caso di cambiare le password. Non solo: anche chi frequenta altri siti di dating dovrebbe ragionare su quali rischi stia correndo. Da una analisi delle email interne del management di Ashley Madison, condotta dal giornalista Joseph Cox che segue da vicino la vicenda, è emerso che almeno un concorrente del sito aveva gravi problemi di sicurezza: ovvero era possibile accedere ai dati degli utenti. Tanto che il fondatore di Ashley Madison, stando alla ricostruzione di Motherboard, voleva provare ad hackerare il sito rivale.

Nel frattempo, in Canada sono partite le prime cause legali collettive contro il sito che non ha protetto adeguatamente le informazioni dei suoi clienti. E siamo solo all’inizio. 

Funerali choc: dalla bara in sidecar al brillante con le ceneri dei defunti

La Stampa
giacomo galeazzi

Kitsch e sfarzo: quando persino l’estremo saluto diventa un evento

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L’ultima follia è il brillante con le ceneri del defunto. Tranne nei fuochi d’artificio, in nulla Roma è seconda a Napoli per le esequie-show. Di esagerazioni e stranezze sono costellati i servizi funebri della capitale. Stefano Lorenzetti, la cui famiglia è nel settore da quattro generazioni, ne elenca una raffica clamorosa: bare di motociclisti trasportate in sidecar, riunioni di famiglia in sala commiato, addobbi, musiche legate alla professione del caro estinto, fanfare, bande, esibizioni dal vivo, carrozze fatte arrivare in treno da Salerno. Fino alla novità: il brillante realizzato dalle spoglie cremate. Senza limiti di spesa né osservanza delle consuetudini. 

CAMPIONARIO E STRAPPI
Stranezze indicate nel testamento, volontà particolari del defunto alle quale i congiunti fanno di tutto per attenersi. «Si sentono quasi obbligati», spiega Lorenzetti. Nelle agenzie romane di pompe funebri, la memoria condivisa traccia un «funeral party» tra eccessi ed eccentricità. Dalle scuderie comunali per le cerimonie descritte da Fabozzi ai sei cavalli portati alle esequie di Vittorio Casamonica da Luciano Vaccaro.

Alla ditta Cesarano sottolineano come l’uso dei cavalli non appartenga solo alla cultura rom o sinti: «Facciamo funerali anche nella capitale a persone che non hanno nulla a che vedere con i rom». Giovedì scorso a San Giovanni Bosco semmai le anomalie sono state i petali di rosa lanciati dall’elicottero, la colonna sonora del «Padrino» e i manifesti sulla facciata del defunto boss vestito da Papa. Esasperazioni record. «Le parrocchie solitamente non concedono l’affissione», ammette Vaccaro. A Roma poi.

L’agenzia Scifoni, leader nella capitale, allarga la casistica dello sfarzo dalla scenografia agli articoli in vendita. Un campionario che include lussuose imbottiture delle casse in taffetà, velluto, seta, lino e altri tessuti pregiati e i costosi feretri in mogano e rovere massello (come quello di Casamonica). E poi allestimenti personalizzati delle camere ardenti: ad esempio «l’ultimo set» per il regista Francesco Rosi alla Casa del Cinema di Villa Borghese. E poi addobbi floreali da Festival di Sanremo e necrologi a pioggia. 

Nei paesi chiudono un occhio, a Roma non può superare i cento metri. E invece c’è chi chiede cortei a piedi di quattro chilometri fino al cimitero, con annessa recita del rosario, sacerdote e chierichetti in testa. 

Da Zega descrivono funerali di stranieri con banchetti a fine cerimonia, bare intarsiate e lavorate a mano da 20mila euro. O richieste assurde come feretri in marmo («impossibili da trasportare») o in cristallo. All’azienda «Madre Teresa» di via Portuense raccontano di bare con lastra di vetro per vedere il defunto durante la messa, mentre da Di Tommaso al Tuscolano aggiungono come servizi «a la page» il carrello coi candelabri e il trasporto della salma in carro-Jaguar. Lusso e sfarzo.

FUORI NORMA
Eppure nella circolare vaticana del Culto divino (approvata da Francesco e inviata ai vescovi un anno fa) si raccomandava sobrietà per «evitare eccessi, gesti inappropriati e canti che disturbino il raccoglimento». Per le esequie la Santa Sede raccomanda che persino «il gesto di darsi la pace durante la messa non diventi occasione per esprimere condoglianze tra i presenti». Difficile conciliare la «sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione» (stabilita dall’esortazione post-sinodale «Sacramentum caritatis») con il chiassoso catalogo degli organizzatori dei «funeral party». Una clientela disposta a «pagare alte cifre» per tramutare il triste rito in evento kolossal.