domenica 6 settembre 2015

Vigevano, la roccaforte della Lomellina: "Qui non c'è posto per i clandestini"

Joni Scarpolini - Sab, 05/09/2015 - 10:18

L'urlo degli abitanti: "Qui non c'è posto per i clandestini". Ecco i numeri e i volti di un'invasione favorita da Renzi e Alfano

Vigevano - L’invasione ha le dimensioni compatte di uno smartphone e quelle sconfinate di una risaia pavese. Thabo è lì che smanetta con il suo Samsung Galaxy S6, seduto bellamente sulla terrazza di una vecchia pensione immersa nelle campagne della Lomellina. Comunicare con Thabo, ventenne nigeriano scappato dalla guerra o più semplicemente attratto dalla nostra ospitalità, è una battaglia persa in partenza.



Non conosce la nostra lingua, l’inglese lo mastica a singhiozzo e non ha alcuna intenzione di staccare gli occhi da quel cellulare ultimo modello. Per fortuna a farci da “pr” ci pensa il più loquace Runako, sbarcato in Italia qualche mese prima del suo connazionale. Spiega che in albergo ci sono altri 23 migranti africani, tra cui una ragazza madre con bebè al seguito.

Il titolare, che ha vinto un bando indetto dallo Stato, offre loro vitto e alloggio, ricevendo in cambio dalla prefettura 35 di euro al giorno per ogni persona accolta. È il business su scala nazionale generato dai flussi migratori. Un giro d’affari giunto anche nella provincia di Pavia, dove fino all’anno scorso i clandestini si vedevano solo in tivù. Ma oggi, per colpa della crisi, anche la “Svizzera lombarda” non è più impermeabile alle calate forestiere: parecchi proprietari di strutture ricettive a rischio chiusura scorgono l’occasione per risollevare la propria attività nell’avvento dei presunti profughi. Eccoli, i nuovi e provvidenziali clienti. Ospiti sacri ai quali garantire un tetto, un letto, pasti caldi e una serie di servizi. Magari anche un telefonino di ultima generazione, già che ci siamo.

Vigevano, la roccaforte della Lomellina: "Qui non c'è posto per i clandestini" 1










I piccoli comuni a ovest di Pavia stanno assistendo passivamente a questa progressiva colonizzazione: Sant’Angelo Lomellina conta 25 immigrati, a Castello d’Agogna ne soggiornano 28 in un ostello, Robbio è a quota 50, Mortara, che è il paese più grande tra le frazioni limitrofe, ne contiene a stento un centinaio. Cifre destinate ad aumentare nei prossimi mesi.

"Il problema è che sono mal distribuiti, soprattutto nelle località di neppure mille abitanti, per questo la loro presenza balza subito all’occhio - ammette una volontaria di un’associazione locale dedicata all’integrazione (o, come la chiama lei, interazione) - noi e la Croce Rossa aiutiamo questi ragazzi stranieri tra i 20 e i 25 anni, per lo più cristiani provenienti dalla Nigeria e perseguitati da Boko Haram, a inserirsi nel nostro tessuto sociale attraverso diversi stage formativi, per esempio accanto ad agricoltori, imbianchini o idraulici, in modo che possano comprendere come si lavora da noi.

Quindi non è vero, come tanti dicono, che passano le giornate a fare niente. Delinquenti? Abbiamo accolto alcuni ragazzi espulsi da altre strutture perché si erano scazzottati con i compagni di stanza, cose che succedono alla loro età, ma non c’è mai stato alcun problema con la giustizia". Eppure un senso d’ingiustizia traspare eccome nei confronti dei lomellinesi, che non si ritengono affatto razzisti “ma presi in giro dai nostri i sindaci che spalancano le porte agli immigrati e le sbattono in faccia a noi cittadini”.

Nella Lomellina soltanto Andrea Sala, primo cittadino di Vigevano da due mandati consecutivi (2010 e 2015), ha detto e continuerà a dire no ai clandestini che tenteranno di penetrare nel suo comune con la spintarella del governo: “Quando saranno a posto gli italiani, allora si discuterà su come aiutare gli immigrati, ma a casa loro", dichiara a il Giornale.it il sindaco leghista, che raggiungiamo in municipio, a due passi dalla splendida Piazza Ducale.

"Tutto il mondo sta facendo così: l’Australia, la Francia, la Spagna. L’Inghilterra ha preso una posizione ben precisa addirittura nei confronti dei comunitari. Solo il nostro esecutivo fa entrare chiunque”.

Sala ci mostra una lettera inviata il 6 agosto scorso al prefetto di Pavia in cui respinge al mittente la richiesta di concedere spazi pubblici di Vigevano (fabbricati dismessi o non in uso) ai migranti, “ma lungi da me dal prendermela con il prefetto o con il questore, che non sono altro che braccia operative dello Stato”, precisa Sala, “il mio messaggio è per Renzi: mi chiedi immobili pubblici?

Non te li do. Mi chiedi interventi sul privato? Io li contrasterò, sempre nel rispetto delle leggi”. Il cittadino privato, infatti, può sottoscrivere degli accordi con il Ministero degli Interni che, attraverso le sue prefetture, verifica se coloro che vogliono mettere a disposizione la propria struttura alberghiera ai migranti detengono anche i requisiti tecnici.

“Su Vigevano questa situazione di disponibilità così concreta non c’è, personalmente non sono a conoscenza di iniziative simili. Però, qualora qualche privato si muovesse in questa direzione, studierò la giusta contromisura. Se apro un’attività, devo prima essere sottoposto al controllo della Asl o dei Vigili del Fuoco, i miei impianti devono essere a norma, quindi non è che in nome dell’emergenza-immigrazione posso bypassare tout court quelle che sono le leggi stabilite ugualmente per tutti. Ripeto, se qualche privato dovesse fare il furbo sul mio territorio, prenderò seri provvedimenti.

Qui non c’è trippa per gatti”. A Vigevano, spiega il sindaco, “ci sono tante partite Iva e la disoccupazione è aumentata. La crisi economica ha fatto vittime anche qui: grandi aziende hanno chiuso e troppa gente ha difficoltà a ricollocarsi nel mondo del lavoro, pertanto io devo badare a queste persone, non all’ultimo arrivato da un altro Paese. Il 90% dei migranti non scappa da nessuna guerra e, per via di una legislazione parecchio ombrosa, scaduto il permesso di soggiorno, può chiedere una proroga e intanto gironzola indisturbato per le nostre strade. Mandarli via? Non puoi, perché questo vuoto legislativo lascia tutto in sospeso. Ma io i clandestini li fermo ancora prima che entrino”.

A Vigevano, 63.442 abitanti, secondo comune più popolato della provincia dietro Pavia, vivono diversi immigrati regolari. Gli egiziani (1.692) formano la comunità più massiccia che rappresenta il 18,8% dei residenti stranieri. Seguono rumeni (13,7%), albanesi (11,2%), marocchini (7,7%), ecuadoregni (5,6%), cinesi (4,9%), tunisini (4,1%) e a scendere le altre etnie. “Abbiamo tutto sommato una situazione di equilibrio. C’è un rapporto di assoluto rispetto, ognuno fa il suo e non ci sono problemi. Ogni tanto alziamo il tono dei controlli, tenendo in considerazione i solleciti dei cittadini che ci segnalano certe anomalie.

Sull’idoneità alloggiativa abbiamo applicato degli importi consistenti, necessari per far fronte alle spese vive di una speciale squadra mobile con cani antidroga che ho istituito durante il mio primo mandato nell’ambito di una politica basata sulla sicurezza. Siamo intervenuti anche nelle mense scolastiche dove c’era una forte fragilità di conti: gli insoluti riguardavano soprattutto famiglie straniere, ma alcune erano italiane.

Da quando ho applicato il controllo elettronico tutti pagano regolarmente. Il mio caso attirò l’attenzione nazionale (nel marzo 2013 Sala fu intervistato da Le Iene, ndr), ma il concetto è semplice: se tu rispetti le regole, se ti comporti come uno dei nostri, io non ho nulla da dire. Chi era fuori dai canoni è stato ricondotto entro essi. In realtà i miei cittadini non sono preoccupati di quello che succede a Vigevano, ma di quello che succede nel Paese e nel mondo, perché sanno che il loro sindaco sta dalla loro parte, al contrario di chi sta al governo".

Sala, 44 anni, militante della Lega Nord dal 1989, difende il Carroccio dalle accuse di razzismo: “La Lega non è razzista, vuole solo il rispetto delle regole. Lo stato delle leggi deve essere forte e sorvegliato perché la regola va non solo scritta e applicata ma anche sorvegliata. Il vero leghista mette le regole, le fa rispettare e le controlla. Salvini premier? In questo momento storico sarebbe l’ideale per un motivo ben preciso: l’autorevolezza. E’ l’unico che ha avuto il coraggio, entrando nel Parlamento Europeo, di dire alcune cose che alla politica radical chic appaiono scomode.

Salvini ha il merito di aver sdoganato il concetto di tradizione e di affetto per il proprio territorio, restituendo al pugliese la voglia di valorizzare la propria regione come un lombardo valorizza la Lombardia. Ha sdoganato il principio di identità su tutto il territorio nazionale. Qual è l’identità del vigevanese?

Il vigevanese è storicamente un grande imprenditore. Il suo spirito di intraprendenza proviene dalla posizione geografica in cui è nato: è abituato a interagire con una metropoli come Milano, a confrontarsi con una realtà più provinciale come Pavia e a mantenere i contatti con città “di frontiera” come Novara, che quasi è più lombarda che piemontese. Insomma, la capacità imprenditoriale ce l’ha nel Dna. Oggi il vigevanese soffre perché lo Stato gli impone costi di lavoro altissimi e investe poco nelle infrastrutture.

Il vigevanese vuole essere rincuorato dallo Stato. Solo così tornerà a essere l’imprenditore vincente e apprezzato non solo in Italia ma anche nel mondo”.

La rinascita dell'asilo Mariuccia

Michelangelo Bonessa - Sab, 05/09/2015 - 08:39

La storica istituzione ha 120 ospiti tra mamme e bimbi. Oggi è guidata da un generale dell'esercito in congedo

Quando Maria, detta Mariuccia, morì di difterite, la madre Ersilia Bronzini Majno diede vita a un'istituzione simbolo da oltre un secolo di aiuto per le donne e i bambini vittime di maltrattamenti.



Oggi l'Asilo Mariuccia, che nei 112 anni di attività ha accolto oltre cinquemila donne, bambini e adolescenti, è tornato a splendere dopo essere stato affossato da una gestione che portò l'allora presidente Walter Izzo a essere accusato di truffa aggravata dai pm Tiziana Siciliano e Alfredo Robledo.

Dalla sede centrale in via Pacini, dove ci sono dieci appartamenti occupati da cinquanta bimbi e mamme sui 120 ospiti totali, l'ente socio assistenziale ha riorganizzato le proprie attività, la struttura e il patrimonio sotto la guida del generale in congedo dell'Esercito Camillo De Milato. È rimasto però salvo il retaggio di chi l'aveva fondato: «All'epoca gli enti assistenziali cattolici davano da mangiare ai bisognosi, mentre quelli socialisti insegnavano un lavoro». E questa seconda tradizione, accompagnata da una riorganizzazione ispirata al rigore militare, è stata sempre il tracciato principale dell'attività svolta dall'asilo Mariuccia.

A Porto Val Travaglia, sul lago Maggiore, c'è il fiore all'occhiello della onlus: una comunità dove il 98 per cento dei giovani che vi crescono trovano lavoro. E per un motivo molto semplice: «Noi non insegniamo solo a lavorare – precisa De Milato, che è stato insignito anche dell'Ambrogino d'oro – ma a saper lavorare: la puntualità, il rispetto delle regole, l'educazione dei nostri ragazzi spingono le stesse attività della zona a cercarli». E qualcuno riesce anche ad avviarsi agli studi universitari, come uno degli ex ospiti che ora frequenta con profitto il secondo anno all'Università dell'Insubria.

Ma la nuova punta di diamante sarà la struttura di via Jommelli, oggetto di un investimento di un milione di euro avviato quest'anno e testimonianza della ritrovata salute anche economica dell'ente. Un edificio che si andrà aggiungere, oltre alla sede storica di Lambrate, a quelle di via Loira, di via Gorizia a Sesto San Giovanni e di Porto Val Travaglia.

Tutti immobili di proprietà dell'Asilo Mariuccia che attualmente ospita complessivamente 120 persone, di cui 32 mamme e gli altri minori, e impiega 53 persone più 8 consulenti e 8 volontari. E anche dalla provenienza degli ospiti si capisce come sia cambiata la società, ma non l'agire della onlus il cui presidente onorario è ancora un membro della famiglia Majno: il 70 per cento delle mamme sono straniere, mentre poco più della metà dei bambini è italiano.

Gli ospiti arrivano su segnalazione dei tribunali dei minorenni o dei servizi sociali e alle rette provvedono i comuni provenienza. Le fonti di approvvigionamento dell'Asilo però sono molteplici, e non si parla solo di soldi: «Ci sono tante donazioni materiali che non vengono conteggiate – precisa De Milato. Anche il numero dei volontari «è basso perché è stata questa amministrazione ad avviarlo».

Quelli che non giocano mai. "Noi in panchina per 50 anni"

Massimo M. Veronese - Sab, 05/09/2015 - 08:33

Facce da anti eroi, carriere spese in attesa, nomi da fumetti (Sattolo, Astutillo, Pigino). Oggi compie mezzo secolo la norma che istituì il ruolo più anonimo e snobbato: il n°12

Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. E un gattopardo ci sta bene tra pantere e giaguari.



Perché sono aumentate le partite, i cambi in corsa, il retropassaggio da non toccare con le mani, l'espulsione diretta da ultimo uomo, il gap tra il primo e il secondo, ma lui, il portiere di riserva, resta l'ultimo panchinaro, l'unico della rosa per cui "turnover" è una parola dal significato vagamente sfottente, la ruota di scorta che monti se buchi. Nemmeno il "numero 12" si usa più perché porta più sfiga del 17: Neto alla Juve ha il 25 (il 12 l'hanno dato ad Alex Sandro), Abbiati ha il 32, Carrizo il 30, De Sanctis il 26.

Bravi, bravissimi, ma non abbastanza; affidabili, affidabilissimi ma solo nei ritagli di tempo. Una compagnia di antieroi dalla tremenda capacità di far sembrare la porta più larga, che un tempo aveva nomi che sembravano usciti dai fumetti ma che poi sono entrati nella mitologia anche se dalla porta di servizio: Sulfaro e Sattolo, Pigino e Copparoni, Pintauro e Grudina, Astutillo e Pacifico, indimenticabili comparse, a volte con più scudetti che partite, vite consumate nell'attesa o indifferenti allo scorrere del tempo, rassegnati alcuni, vagamente iettatori altri.

Il secondo portiere compie 50 anni, figlio di una legge che voleva cancellare l'ingiustizia del portiere volante in caso di infortunio del titolare che faceva zoppe le partite. Persino Pelè e Bobby Moore andarono tra i pali e pararono un rigore tutti e due. Il numero uno dei numeri dodici, cioè il primo della lista, è stato Gastone Ballarini, pugile e poi ciclista, prima di ritrovarsi quasi per caso tra i pali e uscire dalla vita a quarantacinque anni appena. Era la prima del campionato 1965-66, il cinque di settembre, era la Juve contro il Foggia, minuto 17 della ripresa, quando si dice la scaramanzia: Traspedini spedì Moschioni in infermeria e Ballarini prese il suo posto. Fu l'unico cambio della partita, finì uno a zero per la Juve, segnò Traspedini appunto, ma il gol non lo prese Ballarini.

A perfezionare il ruolo è stato stato Giulio Nuciari, vicentino di Piovene Rocchette, la faccia triste di un italiano in gita, 333 partite in panchina, 17 in campo e nemmeno tutte intere: (nella prima in A con il Milan prese quattro pere dall'Avellino e capì subito l'antifona). Un imbattibile almeno nel record. E se è vero che i momenti più spettacolari dell'esistenza non sono legati al successo ma al fallimento Giancarlo Alessandrelli superò se stesso quando dopo quattro anni di panchina a Zoff, nella sua ultima partita alla Juventus, sul tre a zero per la Signora, a meno di mezz'ora dalla fine, prese tre gol dall'Avellino. Disse: «Chi volete che si ricordi tra trent'anni di questa cosa...».

Una volta era la pensione dorata della vecchia volpe prima della rottamazione o la sala d'attesa della giovane promessa. Non sempre però: Cudicini il vecchio, chiamato da Rocco a far da balia al giovane Belli, lo soffocò nella culla e diventò il Ragno nero; Abbiati il giovane era persino il terzo dopo Lehmann e Rossi ma lo scudetto del centenario fu suo e della mano de dios che mise a Perugia sul tiro di Bucchi.

È vero che oggi giocano di più ma a farli entrare in campo è più l'arbitro che il mister, il rigore e espulsione più che la scelta tecnica, e se lavori bene quasi sempre torni da dove sei venuto. Come Alberto Fontana che sostituì Toldo nell'Inter senza prendere un gol per dieci partite. Ma invano. O Storari che ora va alla ricerca del tempo perduto dopo aver vigilato per anni su Buffon lui che stava una spanna sopra almeno a metà dei suoi colleghi titolari. All'estero è diverso: Mourinho, ma anche Ancelotti, usava Casillas in Liga e Diego Lopez in Champions, Mou poi ci riprovò al Chelsea mettendo Courtois contro Cech.

E sapete tutti com'è andata a finire. Il Barcellona ha Ter Stegen e Bravo che sono bravi uguali, ma fino a quando? Mille pomeriggi meravigliosamente inutili possono però diventare attimo fuggente. Ad Ascoli nel 1989 il Napoli senza Maradona e Carnevale quando perse anche Careca mandò dentro al suo posto Raffaele Di Fusco, il secondo portiere al posto del bomber: «Mister Bianchi mi diceva che in allenamento ero bravo in attacco...». A Piloni, vice di Zoff per una vita, dedicarono invece una commedia. Si intitolava: «Perseverare humanum est». E fu come sfondare una porta aperta.

La cooperazione ha fallito e l'integrazione è lontana

Piero Ostellino - Gio, 03/09/2015 - 15:13

La cultura dell'accoglienza da noi puzza di speculazione

Se l'Italia e/o l'Europa non si daranno una cultura dell'immigrazione - dell'integrazione oltre a quella dell'accoglienza -, casi come quello del Catanese, dove un giovane immigrato ha sterminato una coppia di coniugi anziani che voleva derubare, si ripeteranno.



La cultura dell'accoglienza è priva di senso o rischia di averne uno scandaloso - il parcheggio degli immigrati nei campi di accoglienza per tempi indefiniti - se non favorisce l'integrazione (la possibilità di trovare un lavoro, di avere un'abitazione in tempi brevi e, entro certi limiti, sottostare alle stesse regole del gioco di chi è nato, e cresciuto, in Italia e/o in Europa, eccetera, eccetera).

La difficile situazione economica non favorisce l'integrazione: non c'è lavoro per gli italiani, figuriamoci se ce n'è per gli immigrati. La cultura dell'accoglienza, così come si concreta, puzza lontano un miglio di speculazione. È nell'interesse di chi la sostiene - organizzazioni cattoliche e/o di sinistra - poter disporre di manodopera a basso costo.

L'Europa continua sostenere che l'Italia è stata lasciata sola di fronte al fenomeno epocale. Ma, poi, di suo non fa niente per rimediare. In Italia, cattolici e sinistra predicano l'accoglienza indiscriminata senza porsi il problema dei costi e tenendo contemporaneamente d'occhio i vantaggi economici privati che ne possono derivare (costi pagati, oltre tutto, dalla dissestata finanza pubblica). L'uccisione dei due coniugi nel Catanese è un'avvisaglia di quello che potrebbe accadere se continuasse l'attuale andazzo.

A suo tempo, l'Italia aveva varato un programma di cooperazione economica con in Paesi in via di sviluppo. Si tratta di ripetere l'esperimento, evitandone le deviazioni. Come spesso accade dalle nostre parti, i soldi erano finiti ai partiti, che se li erano spartiti, lasciando vuote le casse della cooperazione. Oggi, il copione è cambiato, ma i risultati rischiano di essere gli stessi: immigrati abbandonati a se stessi nei campi di accoglienza - che poi uccidono per rubare - e dispersione della finanza pubblica a vantaggio dei soliti noti privati.

Il problema consiste nell'evitare che partano e un investimento nei Paesi di forte immigrazione è la soluzione, a condizione che si faccia sul serio. Abbiamo bisogno di manodopera a basso costo? Invece di importarla a costi economici e sociali intollerabili, andiamo a cercarla da dove parte e investiamo lì, come già abbiamo fatto negli ex Paesi comunisti, a beneficio della Germania. È mai possibile che non riusciamo a metter su un programma di cooperazione economica con l'estero da dove arrivano gli immigrati, senza finire per sovvenzionare sotto banco una parte della classe politica in Italia o favorire la signora Merkel per ottenerne in cambio favori personali in Europa?

piero.ostellino@ilgiornale.it

Spot olio Cuore mente su colesterolo

Libero

Spot olio Cuore mente su colesterolo

La pubblicità dell'olio Cuore fa discutere il mondo dell'alimentazione. Una famigliola felice è seduta a tavola per il pranzo. Tra chiacchiere e sorrisi condiscono i cibi con una bottiglia di olio Cuore e una voce fuori campo dice "Ogni giorno Cuore con acido linoleico che aiuta a controllare il colesterolo”. Secondo quanto segnalato dal Fatto Alimentare però, nello spot c'è qualcosa di non veritiero.

Scorrettezze - La pubblicità risulta scorretta perché usa delle parole diverse rispetto a quelle richieste dal regolamento che invece prevede queste scritte : “L’acido linoleico contribuisce al mantenimento di livelli normali di colesterolo nel sangue”. Quindi l'olio della famosa marca non abbassa il colesterolo, come lo spot faceva intuire, ma lo mantiene nella norma, senza particolari effetti benefici. Altri dubbi sui metodi di comunicazioni, non proprio trasparenti, arrivano esaminando l'ettichetta del prodotto. Qui viene semplicemente trascritto lo slogan che passa in tv senza chiarificare la questione.

Denunce - Il Fatto Alimentare non ha perso tempo e ha già segnalato il problema all'Antitrust e a questo proposito dice:" A nostro avviso sia pubblicità sia la confezione non sono a norma e ingannano il consumatore". Da ricordare inoltre che l'olio Cuore non è nuovo a denunce all'Autorità Garante. Qualche anno fa un messaggio pubblicitario era stato censurato perché garantiva elementi di leggerezza nel prodotto che in realtà non c'erano. Chissà se questa volta finirà allo stesso modo.

Montesano: “via Ignazio Marino e il suo codazzo”

Gabriele Lazzaro

Un attore, un ex parlamentare europeo, e anche una testa pensante. Enrico Montesano nei giorni scorsi ha espresso un giudizio molto tranchat sul sindaco di Roma: “Non dovrebbe andare via soltanto Ignazio Marino. Dovrebbero andare via anche le mille persone che formano il suo codazzo. Qui nessuno controlla il controllore. La dico come la direbbe ‘er Pomata : ce vò ‘na cura da cavallo”

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Ed ecco la nostra Intervista cult all’attore romano:  I 70 anni di un genio che non si prende sul serio. I colleghi, la politica, da cui è scappato. I Maestri. 


Ci racconta un episodio OFF degli inizi della sua carriera?
Scusi, scusi, scusi… e che vor di’ OFF?

Un aneddoto che ricorda con particolare piacere dei suoi inizi…
Ah, certo… Carina come domanda, originale… Ve possino! Vi ho fatto uno dei miei primi personaggi, che diceva sempre “che vor di’”. Vuole sapere qualche cosa che è avvenuta… come si può dire… al di fuori delle normali interviste e cronache?

La cosa più strana, che non ha mai raccontato in nessuna intervista, relativa ai suoi inizi.
E mo’ ve la vengo a raccontà a voi?

Mi faccia fare uno scoop…
Una cosa carina che mi viene in mente risale a quando venni a Milano per mio debutto su Rai Uno… Una volta c’erano dei dirigenti molto attenti che andavano nei teatrini: mi videro Castellano e Pipolo al vecchio Bagaglino – che ai tempi era ancora agli esordi, nella cantina e non al Salone Margherita, quando c’era una certa libertà e facevo una mia satira che non era né di destra né di sinistra – e mi chiamarono.

Lì ho conosciuto Pino Caruso e per risparmiare prenotavamo insieme il vagone letto: dopo lo spettacolo prendevamo il treno per Milano alla stazione Tiburtina e arrivavamo alla mattina, col nebbiun, perché nel 1968 Milano gh’avea la nebia, non è come adesso… Un altro episodio curioso è successo in una libreria di Milano, quasi vent’anni fa: un signore mi guarda e dice: “Questo è romano ma lavora, eh!”, perché aveva visto “Bravo!”. Quella era una Milano ancora molto milanese… sono andato bene?

Benissimo!
Devo sforzarmi di trovare una storia ancora più OFF?

A parte che ci ha ricordato che ci hanno tolto anche la nebbia a Milano, quella che ci ha raccontato andava benissimo!
Ma guarda che allora mi dicevano: “Ma questo chi è?” e stavo in un alberghetto, sul davanzale c’era veramente la fuliggine! Un motivo d’imbarazzo per noi era chi se spogliava per primo tra me e Caruso: eravamo insieme in questo vagone letto, chi dormiva sopra e chi dormiva sotto, chi si spogliava, e girate de qua e girate de là, “Ma che, te stai a guardà?”, gli dicevo io… c’erano questo romano e questo siciliano, come degli emigranti un po’ più di lusso, che andavano a laurà a Milan. Però, insomma, Milan l’è un gran Milan. E ci è andata bene, perché quella è stata la mia città padre.

Enrico, lei ha detto: “satira né di destra, né di sinistra”. Allora. la domanda forzata è cosa pensa della satira di Crozza?
Ecco, questa è una domanda OFF! Diciamo che Crozza è il primo comico serio, serissimo! Ballantini di Striscia è straordinario, però trovo Crozza bravo e simpatico quando fa le imitazioni. Invece, quando fa i suoi monologhi è il comico più serio al mondo.

… Ma è un complimento dire a un comico che è serio?
Non lo so, bisogna vedere come lo si prende. Insomma, certe volte la sua è una satira un po’ stiracchiata. Credo che bisognerebbe essere un po’ più liberi quando si fa la satira e non cercare la captatio benevolentiae di nessuna parte.

Andando a ritroso nella sua carriera, posso chiederle qual è il ricordo più bello che ha di Alighiero Noschese?
Beh, Alighiero è stupendo… Quando eravamo ai vecchi stabilimenti di Dino De Laurentiis sulla Pontina, siccome in quel momento non c’erano altre produzioni, avevano assegnato a lui il camerino di Sophia Loren e a me quello di Peter O’ Toole, che erano grandi come due appartamenti. E il corridoio con tutti gli altri camerini era vuoto, e lui faceva la voce di Totò o Tina Pica, e io gli rispondevo o come Tina Pica, o come Totò.  Mi faceva: “Contessina carissima, come pensa che sia andata la giornata?”, e io rispondevo: “Ah, caro conte, benissimo”. Poi andavamo via insieme, c’era l’autista con la Mercedes, un modello degli anni ’50, color crema, meravigliosa.

L’autista era perfino più basso della Mercedes, usava dei cuscini per guidare, ma era stupendo: Armando, che teneva la macchina come un gioiello e ci accompagnava. Spesso gli facevo compagnia mentre Alighiero si cambiava. Aveva sempre con sé la terra benedetta e la medaglietta di Santa Lucia Posillipo, e le baciava. Questo rito molto di devozione, ma anche molto napoletano, mi affascinava. Mi sono divertito con Alighiero, lui mi chiedeva spesso che ne pensassi di Chiaretta, sua figlia. Che poi è diventata una brava e grande attrice. A me piace molto, Chiara Noschese.

Lei è un grande protagonista della commedia all’italiana, però d’autore…
Posso dire una cosa OFF?

Certo.

Quando mi presentavo a Ettore Scola, gli dicevo: “Che, non mi fai fare una cosa con te? Io sono er comico de mezzo”, perché sopra di me c’erano, scusate se è poco, i campioni del mondo dei pesi massimi: Tognazzi, Manfredi, Sordi, Gassman… Non so se hai capito noi chi avevamo sopra la testa, a parte Mastroianni. Prima di loro c’erano Totò e De Sica. Bisognava fare di tutto per assomigliare a loro, per essere un minimo accettati. Loro non ci cagavano di pezza – come direbbe Tognazzi, mi perdoni l’eufemismo… o come diceva Gassman, la semantica dell’eufemismo – questo ci ha spinti a fare di meglio. Poi sono arrivati Verdone, Benigni, Troisi… ma loro erano i nipoti, noi invece eravamo i figli. Adesso però… non lo so che succede…

Esattamente qui volevo arrivare. La comicità che è iniziata con il filone De Sica figlio, lei come la vive? Cosa ne pensa, da comico?
Non credo che rimarrà nella storia. Credo che rimarrà nella storia De Sica padre. Christian è un ragazzo simpaticissimo, è una persona educata, carina, ma non credo che i cinepanettoni rimarranno nella storia. Io mi sono rifiutato di farli, e per questo poi mi son fermato. Noi cercavamo di fare delle belle commedie, ovviamente era un sogno arrivare ad avere una sceneggiatura di Age & Scarpelli, quando mai avrebbero scritto per noi?

Poi però alla fine già Benvenuti e De Bernardi ci scrissero delle sceneggiature e cercammo di fare delle cose buone. Ho fatto dei film con Giorgio Capitani, con Sergio Corbucci, ma fu una scalata lenta perché i nostri predecessori erano molto severi. Cosa che non siamo stati noi con questi qui. Ora c’è una carrettata di commedie che non capisco. Ecco, a parte la genialità di di Troisi e Benigni, per il resto…

Lei al cinema ci va?
Io sono un membro della Academy del Donatello, avendo vinto più di un premio tra cui una statuetta come regista esordiente. Vedo tutti i film, anche in streaming sulla rete, perché abbiamo questa possibilità come giurati. Ho visto un po’ di commedie, ma adesso non mi posso esprimere, non voglio influenzare gli altri: sono in uscita le cinquine del David… io li vedo, sì, cerco di vederli. Ci sono tanti registi esordienti, tante storielline, e io a volte alla fine mi dico: “Ma perché hanno fatto ‘sto film?”

Mi aspettavo una risposta così…
Con Pasqualino Festa Campanile, il mio maestro, o Sergio Corbucci, facevamo pomeriggi interi a discutere quando si doveva fare un film per Cecchi Gori, per babbo Mario, o per Aurelio e Luigi De Laurentiis… Luigi riprendeva suo figlio: “Aurelio, ma che dici?”… Aurelio, che adesso è the big president… e Pasqualino mi diceva: “Ma il personaggio qual è? I film si fanno coi personaggi!”, invece Corbucci faceva: “Senti ma la storia qual è? Ah, sì… uno paralitico che incontra uno cieco…”. Lui non ha voluto fare quel film, poi lo fecero, mi pare, Pozzetto e quell’altro attore… che si offenderà, perché non mi viene in mente al volo… Corbucci lo criticava molto, questo film. Questo per dire come si discuteva sulle storie.

Lei ha mai pensato: “Questo film forse non lo avrei dovuto fare”? C’è un film che si è pentito di aver fatto?
Qualche volta mi volevo rifiutare di fare certi film, e poi ero costretto a farli sennò mi avrebbero detto peste e corna… Ma tanto le hanno dette lo stesso! Perché in Italia se uno cerca di fare il serio e di fare le cose bene, se non è il momento e non ha la persona giusta davanti, come dice Borges, “per ignoranza o per invidia”, si dice che è un rompipalle e un pignolo. Comunque non posso dirti i titoli, perché quelli li ho cancellati proprio dalla memoria. Ma sicuramente due o tre film non dovevo farli, erano proprio brutti. Non mi hanno giovato, io quelli che ricordo sono  “Aragoste a colazione”, “Il ladrone”, “Il conte Tacchia”, “Febbre da cavallo”, erano commedie divertenti…

De “Il conte Tacchia” ricordo benissimo la canzoncina…
Faremo un concerto con l’orchestra della Magna Grecia e le musiche del maestro Armando Trovajoli, e canterò pure quella…

Dove lo farà? Che meraviglia…
L’Orchestra della Magna Grecia per statuto fa per prima cosa concerti lì in Puglia e Lucania, fra Potenza e Taranto, Bari…

A Piazza Pulita, lei ha detto di aver votato il Movimento 5 Stelle perché Grillo, a differenza di Letta e di Renzi, ha visto la buca davanti a casa sua… alle prossime Europee voterà ancora Grillo? (leggi le interviste di Pippo Baudo e Enzo Iacchetti su Beppe Grillo)
Confesso che ho dato i miei due euro per le primarie, che considero una cosa giusta, per  la votazione di Renzi. Cosa che, se ci fossero le primarie di Forza Italia, farei ugualmente. Sono un cittadino libero e vorrei che ci fosse più libertà e democrazia. Quindi sono libero di dare due euro e dire: “Guardate, questo giovane di Forza Italia può aiutare il nostro paese, questo giovane del PD è più onesto e scende meno a compromessi, come i giovani dei 5 Stelle in quel momento”.

Qui ci vogliono etichettare per forza, mi sono preso degli improperi sulla rete perché a Piazza Pulita ho detto quelle cose. Perché i trinariciuti, come diceva Guareschi, non vedono al di là del loro naso. Io sono un cittadino libero, due cose non posso cambiare: la mamma e la squadra del cuore. Per il resto, dubito ergo sum. Quindi io dubito di te, e alle amministrative mi esprimo in un modo, alle politiche mi esprimo in un altro, alle Europee forse in un altro ancora. È finita l’adesione ideale. Non si sono resi conto che è finita la Guerra Fredda, è caduto il Muro di Berlino, e il più grande partito capitalista del mondo è quello comunista cinese.

Secondo lei il Movimento 5 Stelle è efficace? Che cosa ha prodotto?
Beppe Grillo è un attore, quando vede la gente che batte le mani e ride, si gasa e gli sale l’adrenalina e sta un poco esagerando. Dovrebbe stare attento a quello che dice: “Io faccio quattro comizi, tre gratis e uno a pagamento” e vabbé, in quello a pagamento puoi dire quello che ti pare, però sei anche un capo politico quindi attento. Perché se la dico io una battuta a teatro posso pure smaronare e rimane lì tra millecinquecento persone, anche se posso dì ‘na cosa OFF. Una volta ho detto una battuta su Maria De Filippi, gliel’hanno riferita e mo’ me odia e nun me chiama mai!

Qual era la battuta?
Era su una moglie coi baffi, o qualcosa del genere. Che era milite esente. Allora, siccome le cose riportate sono sempre peggio, in Italia c’è l’ostracismo: “Ah, tu hai detto una battuta contro di me? E io non ti chiamo più”. Fazio mi chiamava, i primi tempi, e io gli dicevo: “Fabio, io non ho né un film né un libro, devo venire a Milano gratis? Vengo la prossima volta”, poi quando ho avuto il libro mi è stato risposto: “No, non venivi prima e non vieni neanche adesso”.  Perché questa è l’Italia del rancore, del risentimento, se la legano al dito e c’è l’ostracismo. Non è un atteggiamento molto intelligente…

Forse Fazio avrebbe preferito averla per parlare di politica…
Ma se mi chiama, io ci vado volentieri. Però non è che mi metto a tappetino, come tante volte fa lui… e questo è OFF, questo è proprio OFF! Madonna, che ho detto, adesso mi sono fatto un altro nemico…

Vuole chiedere scusa alla De Filippi approfittando di questa intervista?
Voglio chiedere scusa a Maria, che trovo un genio della televisione commerciale, e chiedere scusa a Fabio perché è un amico ed è un intervistatore… meno bravo di me, però, io so’ più bravo de lui.

Prima di chiedergli scusa, facciamolo arrabbiare, visto che sentirà questa intervista…
Ma no, siccome lui è uno intelligente, se il temperamento non sovrasta l’intelligenza io me la cavo. Se il temperamento sovrasta, io so’ fottuto! E infatti, fino a adesso ha sovrastato il temperamento. Perché anche di quelli che stanno intorno: “Ah, lo hai chiamato e non ha voluto venì, quello stronzo!”… ecco, noi siamo Capuleti e Montecchi, amico mio, bianchi e neri, Guelfi e Ghibellini, non cambierà mai ‘sto paese, ostrega.

Lei è sempre stato politicamente attivo, però si è dimesso dal gruppo socialista europeo senza maturare la pensione, questa cosa è singolare…
Nel mio prossimo spettacolo speciale per voi, delle serate live, racconterò la mia esperienza al Parlamento Europeo.

E com’è stata?
È stata… Inutile. Positiva, perché ha dimostrato l’inutilità del Parlamento e dei parlamentari europei. I corridoi erano pieni di gente che faceva finta di lavorare, camminava velocemente su e giù con dei fogli in mano. Poi c’era un tavolo, noi eravamo in verde e in azzurro i francesi, tutto tradotto nelle varie lingue. Ho lavorato due anni a una direttiva che poi la commissione ha portato in consiglio, e il consiglio l’ha bocciata, quindi abbiamo lavorato due anni inutilmente! Mi alzavo la mattina alle cinque per essere là, e poi non potevo andare quando c’era la sessione plenaria se stavo girando una fiction, e il partito lo sapeva, però qualcuno rosicava e diceva: “Ma quand’è che se ne va ‘sto Montesano?”.

E io me ne sono andato alla prima dei non eletti: sono stato due anni, ma bisognava stare lì due anni e mezzo per maturare la pensione. Sono contento perché non gravo sulle tasche dei miei concittadini. Però si eleggeva un altro, che non ha fatto una mazza e non ha portato centomila voti come ho fatto io. Perché io ci credevo, volevo difendere il mio paese, allora quando l’aula è vuota e si parla di un treno con le scorie atomiche che gira per l’Europa, non c’è nessuno. Quando si parla del vino, l’aula è piena e allora mi si chiede che dobbiamo fare, ma io non ho letto niente sul vino! Io sto seguendo “TV sans frontière”… questa è OFF: mi hanno messo nella commissione trasporti marittimi!

Ma io faccio l’attore! Là già c’erano Augias e Barzanti, quindi ci fu la cosa curiosa che l’Italia nella commissione cultura aveva tre membri. E poi, il parlamentare europeo non conta un piffero, perché non decide nulla. La commissione parla con qualcuno dei capigruppo e poi riferisce al consiglio, arriva il ministro e dice di no. E basta. Abbiamo due sedi, una a Strasburgo e una a Bruxelles: la cassetta dei miei documenti viaggiava avanti e indietro, avevamo un telefono a disposizione per chiamare tutto il mondo: ma a chi devi telefonà? Io non telefonavo a nessuno, ogni tanto chiamavo mia moglie e le dicevo: c’ho ‘sto telefono, non so a chi telefonà…

Ma la cosa che mi sconvolgeva erano le assistenti parlamentari: quelle finlandesi, quelle irlandesi, buzzicone, quelle altre bone, quelle spagnole, quelle greche, che giravano per il parlamento… Poi però devi fare una cosa, e ti dicono: “Devi andare alla ventiduesima ripartizione”, che è un ufficio di tecnici che non cambiano mai, son sempre loro: noi facciamo le elezioni europee, ma sono i dipartimenti che comandano. Come nei nostri comuni gli uffici tecnici, le ripartizioni: se anche cambia l’assessore che gli frega? Quello è stato utile per capire l’inutilità del Parlamento Europeo, io ero deputato dal popolo italiano a rappresentarlo e non contavo una mazza.

Alzavo solo la mano per votare. Che ci andavo a fare, per muovere la mano? Poi quando finalmente ho preso la parola… “Sbrigate, Montesano, hai la parola! Hai un minuto!”, peggio dell’esame di Maturità Classica. Oddio! Mi ero preparato il discorso col cronometro: “Egregio signor presidente, io non ci tengo né ci tesi mai, come diceva Petrolini…” i traduttori si son bloccati e si son messi a ridere, perché non capivano come dovevano tradurre ‘sta frase in fiammingo, in greco… L’Europa è un gran casino. Bellissimo, spirito straordinario, Altiero Spinelli,Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi… bello, i popoli d’Europa devono essere uniti, idealmente è bellissimo, ma praticamente? Ce dicono quanto dev’esser lunga la banana? Ognuno la banana sua ce l’ha lunga quanto gli pare!

Adesso va di moda la foto con la banana…
Esatto, dopo il fatto del giocatore del Basilea…

La cosa curiosa è che lei rinuncia alla pensione da parlamentare e abbiamo tanti personaggi dello spettacolo della televisione anni ’90 che invece hanno fatto della politica un lavoro, come ad esempio Iva Zanicchi e tanti altri…
Forse è perché ancora si illudono. Io poi mi sono allontanato dalla politica perché sono rimasto un po’ deluso. Quando ero consigliere comunale, mi riconoscevano a Roma, e mi fermavano e io dicevo a tutti “Vediamo che possiamo fare, dammi il numero”. Come attore e personaggio conosciuto andavo dall’assessore facendo una prassi non regolare, d’accordo, mi avvicinavo al banco degli assessori e dicevo “Onorevole, faccia la trafila” – me stava per partire un vaffa, quel giorno, però essendo una donna non gliel’ho detto – questa è un’altra cosa OFF, cioè ma cos’è ‘sta roba? Ma che state a fa’? State lì anni e cosa fate? Poi andate in televisione e ci dite che cosa dobbiamo fare, ma se stiamo in questa situazione i responsabili siete voi! E allora la tentazione di dire che devono andare tutti a casa mi viene anche a me.

Le viene spontanea…
Un pochino. Però capisco anche che per le nostre sorti ogni mattina mi sveglio e dico: “Caro Gesù, aiutalo tu. Si chiama Renzi, vedi un po’”, come avrei fatto per qualsiasi altro presidente del consiglio. Non si può fare una guerra ogni anno e mezzo-due. La gente vuole essere curata negli ospedali, non vuole aspettare sei mesi, ci sono le buche, l’Italia frana, le scuole crollano… e noi stiamo ancora a parlare?

Capisci la politica delle cose reali? Io faccio l’attore, l’attore è colui che agisce. Posso andare in un parlamento dove non si agisce o si agisce solo per il tornaconto personale? Io ho rifiutato tutto. Forse posso fare un po’ più di politica parlando con voi, nel senso aulico del termine, la Politica con la P maiuscola… abbiamo avuto troppe delusioni, così ho deciso che continuavo a fare un altro mestiere. Posso farlo facendo uno spettacolo. D’altronde io prima di Grillo li facevo gli spettacoli comizio, e non a caso, sennò non avrei preso 8400 preferenze al Comune di Roma e 120 000 preferenze alle Europee.

Ma perché lei si è dichiarato contrario ai sovvenzionamenti dello Stato per il cinema?
Questo è un paese dove ognuno pensa solo al proprio figlio, io capisco che bisogna voler bene ai figli, ma non mi metti tuo figlio che non è capace a fare il chirurgo o a dirigere un ufficio delle poste, che poi si fanno i casini. Ognuno ha un figlio, un parente, un amico… io ho fatto una domanda, una volta, per una sovvenzione e mi hanno detto che non avevo i requisiti. Forse non avevo sufficienti amici. Ma tutti questi soldi, per esempio si finanziano dei film che non escono mai. Chi li vede? Sono soldi buttati. Però quelli hanno i requisiti. Allora io ho proposto di fare una cosa dove non entra l’arbitrio personale o l’amicizia o la raccomandazione: abbattiamo tutti gli oneri sociali e tutte le tasse che gravano sul mondo della cultura, così l’aiutiamo, è uguale per tutti.

Se assumo un ballerino sono costretto a dargli la paga sindacale, ma sopra ce ne metto altrettanto. C’è l’IVA, l’IRAP… Facciamo che non voglio soldi, agevolatemi al massimo. Un teatro è diventato un problema: questo nun se po’ fa’, quello nun se po’ fa’, lì ce stà l’ambulanza e i vigili del fuoco, e sul costo dei biglietti ci sono tremila balzelli… è diventato un ministero, il teatro. La burocrazia sta distruggendo il mondo della cultura e dello spettacolo. Io devo andare a questuare, fare un chilo e mezzo di documenti e la prima volta che mi presento mi danno 10-15 mila euro. Che ci faccio? Niente. Agevolami, non farmi pagare tutti questi oneri sociali e queste tasse. Così però si perde un po’ di potere. Se io tengo i cordoni della borsa, ho potere.

Possiamo confermare quel luogo comune che poi forse luogo comune non è che vuole il cinema in mano alla sinistra? Il cinema è di sinistra?
Una volta mi disse un deputato molto simpatico che conoscevo che dopo la guerra la DC e i centri popolari si beccarono le poste e l’amministrazione statale, alla sinistra lasciarono la cultura perché non gli interessava. Adesso allora non possiamo certo rimproverare la sinistra per avere questa egemonia nel mondo del cinema e della cultura. Però d’altronde il mondo dello spettacolo è un po’ più progressista. Io per esempio sono un anarchico e mi prendono di petto quelli di sinistra e quelli di destra. Anche perché trovo obsoleta questa distinzione. Quale destra? Quale sinistra? Ragazzi, siamo nel 2014. Io dividerei tra quelli di sopra e quelli di sotto.

Tra chi fa bene e chi ruba, come ha detto una volta…
Bravo, tra chi lavora in modo onesto e serio ed è fesso, perché la logica di oggi è questa, e chi fa il paraculo e sfrutta la massa. Ormai cos’è di destra e di sinistra? È una distinzione obsoleta, c’è chi vuol fare le cose e chi non le vuol fare. Su questo ha ragione Renzi. Smettiamola di fare i gufi, sempre. Difficile, eh?

Lei è un grandissimo tifoso della Lazio…
Ahi ahi ahi…

Cosa ne pensa di quello che sta succedendo negli stadi?
Grazie, questa è una domanda OFF, ma neanche troppo. Mi piace, perché alla fine l’atteggiamento del nostro presidente, tanto vituperato, alla fine risulta abbastanza giusto dopo i fatti della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Perché in tutte le curve ci sono quei personaggi, nessuna esclusa. E i tifosi non vengono più allo stadio perché tutti ci siamo detti che se devono venirci quei personaggi come quel signore lì, Gennaro ‘a Carogna, è meglio che non vengano.

Ma il campionato lo fermiamo o no? Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
Io farei come hanno fatto altre nazioni, che avevano questo problema: prendiamo esempio da quello che c’è di buono, dalla Spagna e dall’Inghilterra, soprattutto. Cos’hanno fatto loro per risolvere il problema? Mi meravigliano le facce stupite di questi, che si guardano senza sapere che fare. Sono vent’anni e anche più che c’è questo problema, state lì a scaldare la poltrona e a rendere i vostri emolumenti molto alti, come dimostrano le inchieste di Report?

Quindi le società hanno una buona dose di responsabilità in tutto questo…
Non tanto le società, perché poi la società sta fra due fuochi, quanto le autorità del calcio: la federazione, il CONI… gente che prende soldi dallo Stato. Fate poche leggi, ma che siano più chiare possibili!

9 maggio 2014