martedì 8 settembre 2015

Non venite nel nostro Paese”: la Danimarca pubblica una lettera sui giornali libanesi

La Stampa
maurizio molinari

Il governo paga una pagina sui quotidiani del paese che ospita oltre 2 milioni di profughi siriani


«Non venite nel nostro Paese perché abbiamo dimezzato gli aiuti a profughi ed immigrati»: è questo il messaggio che il governo della Danimarca ha fatto pubblicare a pagamento sui maggiori giornali libanesi, al fine di sconsigliare ai rifugiati siriani di mettersi in viaggio verso Copenhagen. 

L’inserzione a pagamento è sotto forma di lettera, assai esplicita nei contenuti: «La Danimarca ha deciso di inasprire i regolamenti sui rifugiati in molte aree» a cominciare dalla riduzione «fino al 50 per cento» dei sussidi e dunque «non è il caso di venire da noi». 

La scelta di affidarsi ai giornali del Paese dei Cedri nasce dal fatto che ospita oltre 2 milioni di profughi siriani ed è da qui che parte un flusso di migrazione, diretto verso Germania e Svezia, che vede un cospicuo numero di persone fermarsi in Danimarca, considerandola un Paese dalle condizioni molto ospitali. 

A firmare, e pagare, l’avviso pubblicato in lingua araba è il governo di Copenhagen, guidato dal partito “Venstre” che in giugno ha vinto le elezioni presentando una piattaforma contraria all’immigrazione degli stranieri. Alleato del “Venstre” è il Partito del popolo danese che, forte del 20 per cento dei voti, sostiene posizioni dure proprio contro l’arrivo degli immigrati ed è riuscito a far approvare al governo i nuovi regolamenti, inclusa la riduzione dei sussidi.

«Chi arriva nel nostro Paese e non viene accettato, deve andarsene velocemente» sottolinea il testo nell’evidente fine di spingere i migranti ad andare altrove.

Sono islamici, via dalla canonica": i fedeli fermano il prete pro-rifugiati

La Repubblica
di JENNER MELETTI

Nel Vicentino l'assemblea dei parrocchiani boccia l'ospitalità. Il sacerdote: "Sommerso da urla da stadio, ma io non mi arrendo"

"Sono islamici, via dalla canonica": i fedeli fermano il prete pro-rifugiati

VALLE DI CASTELGOMBERTO (VICENZA). Gli pesa ancora sul cuore, quell'"assemblea avvelenata ". "Non me l'aspettavo proprio. Volevamo ospitare sei, al massimo dieci profughi in una canonica abbandonata da anni. Ne abbiamo discusso in assemblea, nella chiesa di Santa Cecilia. Quasi tutti hanno detto no. "'Mio nonno ha costruito quella canonica per i preti, non per i musulmani"', ha gridato uno di loro".

Don Lucio Mozzo, 63 anni, parroco di Valle e di Trissino, è ancora scosso. Una chiesa così piena  -  250 persone  -  la vede solo a Natale. Anche mercoledì sera era colma ma quando una ragazza ha mostrato la sua maglietta con la scritta "Chi ha paura muore tutti i giorni..." e ha detto che lei i migranti li avrebbe accolti, "subito si sono alzati  -  racconta il parroco  -  i buu e le urla, come allo stadio".

"Per fortuna, domenica dopo pranzo, mi è arrivato il primo messaggino. "Don Lucio, il Papa la pensa come te". Spero che con l'aiuto di Francesco le cose cambino. Ma ho i miei dubbi". Boschi e annunci di sagre, nel paese di Valle, 1.200 abitanti. La canonica è grande, perché ospitava non solo parroco e perpetua ma aveva anche stanze per i missionari. "L'edificio ci è stato chiesto  -  racconta don Lucio Mozzo  -  dall'associazione Giovanni XXIII, quella fondata da don Oreste Benzi, per ospitare migranti in attesa di esame, soprattutto donne e bambini. Non abbiamo voluto decidere solo noi, come Consiglio pastorale. Ci sembrava giusto ascoltare il parere dei fedeli che dovranno convivere con quelle persone.

Ma il confronto è stato quasi impossibile. Io ho detto che il cristiano, di fronte a chi ha bisogno, non può guardare da un'altra parte. Non può dire soltanto "prima i nostri", come annunciano i nostri sindaci. "Prima i nostri" può andare bene ma non può significare "nulla per gli altri". Onestamente, quelli della Giovanni XXIII hanno spiegato che donne e bimbi sarebbero stati la maggioranza, ma non potevano escludere la presenza di uomini. E allora tanti si sono messi a protestare. "Fate finta di consultarci e invece avete già deciso. La canonica sta fra la scuola elementare e il parco giochi dei bambini. I nostri piccoli non potranno più uscire di casa". Non si è votato, naturalmente, ma almeno l'80% dei miei parrocchiani ha detto no".

Non è finita. Domani sera si riunirà il consiglio pastorale, nella parrocchia di Trissino. Quelli di Valle stanno organizzandosi per andare a protestare. "Guardiamo la televisione anche qui  -  raccontano Gigi Poletto dell'osteria "El punaro"  -  e assieme a lui Romina, Davide, Francesco, Benni  -  e sappiamo cosa succede quando arrivano questi profughi. Gli extracomunitari sono qui da vent'anni, ci sono serbi e cinesi, brasiliani, sudamericani...

Ci sono bambini di 12 nazionalità, a giocare nel parco.Basta un adulto per sorvegliare tutto. Non c'è mai stato razzismo, in paese. Ma questi stranieri si sono integrati qui con umiltà, non ci sono stati imposti. Dietro di loro ci sono quelli che fanno business sulla loro pelle. In assemblea ci hanno anche detto che se non prendiamo questo piccolo gruppo magari la prefettura requisisce un hotel o delle case e ce ne manda cinquanta. Questa è una vera minaccia".

Il vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, ospita già 4 migranti nel palazzo vescovile. A febbraio ha lanciato un appello perché i 22 vicariati che guidano le 355 parrocchie della diocesi ospitino "almeno una famiglia ". Non solo alloggio, ma anche assistenza continua di volontari esperti. Finora hanno risposto 7 vicariati. "Siamo rincuorati  -  dice oggi  -  dall'appello del Papa. E chiediamo che anche le parrocchie possano dare una risposta positiva. Possono essere comprensibili timori e titubanze ma non possiamo permettere che il cristiano ceda alla paura".

Don Lucio Mozzo sta pensando al Consiglio di domani sera. "Dopo quell'assemblea velenosa, speriamo di poter discutere non con la pancia ma con intelligenza, cuore e fede. Ma c'è un punto fermo: un cristiano non può chiudere la porta a chi ha bisogno. Lo spiegheremo anche a quelli che, fedeli o no, verranno a contestarci da Valle. Forse il nonno che ha costruito la canonica non pensava davvero che sarebbe stata usata da musulmani, ma certamente oggi obbedirebbe al Papa". Davanti alla chiesa di Trissino c'è un monumento in bronzo "All'Emigrante". "La speranza sia sempre più forte della paura", c'è scritto. Sembra un appello di papa Francesco: la firma è quella di Tacito.

Il confine sul Monte Bianco diventa un caso, scoppia una nuova lite tra l’Italia e la Francia

La Stampa
enrico martinet

Il sindaco di Chamonix blocca l’accesso al ghiacciaio del Gigante dal rifugio Torino, considerandolo in territorio francese. L’ad della nuova funivia: «Atto di arroganza»



La transenna posizionata dai francesi per bloccare l’accesso al ghiacciaio del Gigante

Le montagne uniscono? Sarà, ma quanto sta accadendo dall’inizio dell’estate sul Monte Bianco è quanto di più reale per imbastire la più clamorosa delle smentite. I francesi continuano a spingere la loro azione «di Stato» verso Sud, cioè lungo il versante italiano di graniti e ghiacciai. L’ultimo atto «di arroganza», come lo definisce Roberto Francesconi, amministratore delegato di Sky Way, la nuova funivia del Bianco da Courmayeur, è accaduto venerdì: due guide alpine inviate dal sindaco di Chamonix Eric Fournier a «morsettare» il cancello che dall’ultima stazione funiviaria sul versante italiano conduce al ghiacciaio del Gigante. Territorio italiano. «Lo so», ha detto il sindaco francese al maresciallo della Finanza Delfino Viglione, ma ha inviato le due guide (non i gendarmi) lo stesso. Due morsetti impediscono anche agli alpinisti di raggiungere il ghiacciaio.



Il paradosso è che l’altra notte gli stessi uomini del soccorso alpino e della Finanza hanno dovuto scavalcare quella barriera di ferraglia al rientro dal salvataggio di tre scalatori italiani. Cancello e cartelli di attenzione (anche firmati dalla Finanza) ci sono da sempre per impedire ai turisti non attrezzati di accedere al ghiacciaio, zona di grande pericolo. Ma il sindaco di Chamonix, temendo che qualche incidente potesse accadere sulla parte francese e di incorrere così in eventuali responsabilità, ha deciso di chiudere a chiave. Il sindaco di Courmayeur, Fabrizia Derriard, gli ha parlato: «Capisco la sua apprensione per eventuali responsabilità, ma questo è un atto senza senso. Gli ho chiesto di rimuovere i morsetti».

Il maresciallo Viglione ha scritto alla Procura di Aosta, oltre che al Comune di Courmayeur, al suo comando e all’Istituto geografico militare che dall’inizio dell’estate si sta occupando della vicenda dei confini di Stato. La Francia non ha tenuto conto dell’ultimo trattato, subito dopo l’Unità d’Italia, che faceva passare il confine in vetta al Monte Bianco, e ha ripristinato il precedente, che scendeva molto più a Sud, facendo una curiosa orecchia a oltre cento metri di dislivello dalla vetta. Ora l’Istituto geografico militare sta riesaminando l’intero limite di Stato, dal Piccolo San Bernardo fino al col Ferret.

La «guerra» dei confini si è all’improvviso acuita dopo la conclusione dei lavori della nuova funivia del Monte Bianco sul versante italiano, opera che ha provocato una sorta d’invidia da parte dei francesi: non hanno partecipato all’inaugurazione e hanno perfino ritoccato i prezzi dei biglietti. Francesconi: «Senza avvertirci hanno aumentato da 27 a 39 euro il costo del biglietto andata e ritorno da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, mentre l’hanno tenuto invariato per chi parte dalla Francia, cioè dall’Aiguille du Midi». 

Parola di Angela

La Stampa
massimo gramellini

Tra le lezioni impartiteci dalla vicenda dei profughi c’è che la politica esiste ancora. E’ bastato che in Germania un politico dicesse «Li prendiamo noi» perché il Paese tutto, dai semplici cittadini agli apparati statali, si mettesse in moto con slancio e raziocinio per trasformare il verbo in gesto. Angela Merkel non è un politico qualsiasi e da sempre la Germania sa essere una macchina da guerra anche quando lavora per la pace.

Però la reazione di una comunità intera alle affermazioni della cancelliera trascende la sua personalità e rivela che è la classe dirigente tedesca nel suo complesso a non avere perso la propria autorevolezza. Lì il patto di fiducia tra leadership e popolo funziona ancora. E si tratta di un legame profondo che trae la sua legittimazione da una lunga pratica di credibilità. Lì le parole della politica hanno un peso. Lo hanno sempre avuto, nel bene e nel male. Lì quando uno sbaglia si dimette. E dopo averlo detto lo fa davvero.

Ogni paragone con altri agglomerati umani collocati più a Sud suona stridente e in fondo inutile. Noi abbiamo altre caratteristiche. Su tutte, una sfiducia atavica nel potere, che è il retaggio di invasioni millenarie. In Italia ogni cambiamento significativo - dalla rivoluzione industriale all’economia sommersa - è avvenuto non attraverso la politica ma contro di essa, comunque a sua insaputa e in un clima di disinteresse per i suoi litigi, i suoi riti, le sue parole vuote.

Qui la classe dirigente non è mai stata la locomotiva di nulla. Nelle sue espressioni migliori, si è limitata a scambiare qualche binario e ad agganciare qualche vagone. Nelle peggiori, a fare deragliare il treno.