domenica 13 settembre 2015

E gli italiani di Crimea sono "riabilitati"

Fausto Biloslavo - Dom, 13/09/2015 - 08:48

La nostra comunità fu vittima delle "purghe" staliniane

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha riabilitato la comunità italiana della Crimea deportata e massacrata da Stalin. «È un momento storico.



Abbiamo lottato anni per questo riconoscimento morale e di giustizia. Tutto si è risolto in tre giorni grazie ad un incontro informale a Yalta con Putin e l'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi» dichiara emozionata al telefono con il Giornale , Giulia Giacchetti Boico. La coraggiosa presidente della comunità, che tiene in casa il Tricolore come una reliquia, vive a Kerch, all'estremo lembo orientale della penisola annessa dalla Russia. Gli italiani, fra i più dimenticati della storia e dalla madrepatria, sono in tutto 500. «È un riconoscimento non solo per noi, ma per tutti i morti, deportati e fucilati con l'accusa ingiusta di essere fascisti», sottolinea Boico.

La svolta è scattata venerdì in un caffè di Yalta. Berlusconi e Putin durante la loro visita in Crimea hanno voluto incontrare i rappresentanti dell'Associazione degli italiani. «Quasi non ci credevo: abbiamo parlato della nostra drammatica storia a due personalità così importanti, che ci stavano ad ascoltare», osserva Boico. La principale doglianza era il mancato riconoscimento dello status di minoranza deportata.

«Una riabilitazione davanti alla storia perché siamo stati vittime innocenti di una persecuzione – scrive su Facebook la rappresentante degli italiani - che concederebbe alcuni piccoli vantaggi di carattere economico di grande aiuto per i nostri anziani». Un agognato obiettivo inseguito inutilmente da decenni. Il 21 aprile scorso Putin aveva firmato il decreto che riabilitava le minoranze perseguitate da Stalin come i tatari, gli armeni, i bulgari e i tedeschi. Ma non c'erano gli italiani. «Desidero comunicare al nostro amico Berlusconi - ha dichiarato ieri Putin da Sebastopoli - che ho già firmato, nella mattinata, gli emendamenti al decreto sulla necessità di riabilitare anche gli italiani che vivevano qui in Crimea».

A Yalta l'ex presidente del Consiglio ha ascoltato a lungo i racconti di Natale De Martino, un sopravvissuto alle atrocità di Stalin, che ripete sempre: «Fu la deportazione più crudele. Si moriva di freddo, di fame, di stenti».Berlusconi con un intervento telefonico alla convention del Pdl organizzata a Fiuggi ha ricordato il dramma degli italiani di Crimea e annunciato la firma del decreto che li riabilita. E aggiunto: «Sto lavorando per contribuire alla nascita di una grande coalizione internazionale per sconfiggere l'Isis, che veda coinvolta l'Ue, la Federazione russa, gli Usa, la Nato, sotto la bandiera dell'Onu».

Marinai e contadini dalla Liguria e soprattutto dalla Puglia erano emigrati in Crimea ai tempi degli Zar. A Kerch passò anche l'eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi. Stalin, durante la seconda guerra mondiale li considerava una spina nel fianco e li deportò in Siberia. Il dittatore non c'è più, ma Loretta la nonna di Giulia Boico, raccontava sempre dei soldati con la stella rossa ed i mitra spianati arrivati a casa per intimare che avevano un'ora per partire e potevano portare solo 8 chilogrammi di roba. «Era il 28 gennaio 1942 - racconta Giulia - Li imbarcarono sulle navi, come bestie nelle stive, al buio». Il peggio, però, doveva ancora venire.

A Novorossiysk gli italiani, che a Kerch erano 5mila, furono chiusi in carri bestiame, come gli ebrei dell'Olocausto. Si veniva giustiziati per una sciocchezza: «Due fratelli ad una sosta avevano osato prendere del carbone della locomotiva per riscaldarsi. Li hanno fucilati». Adesso la sanguinosa ingiustizia fa parte dei ricordi atroci della storia. La presidente dell'associazione degli italiani in Crimea non ha dubbi: «Possiamo continuare a vivere e guardare avanti».

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Socci: Papa Francesco scatena il divorzio nella Chiesa

Libero

Socci: Papa Francesco scatena il divorzio nella Chiesa

Newsweek ha messo in copertina Bergoglio e questo titolo: «Il papa è cattolico?». Sottotitolo: «Naturalmente sì. Ma non lo diresti stando a ciò che si legge sulla stampa».

In effetti è lecita la domanda, visto che il Papa argentino va a pregare alla Moschea e dichiara nell' intervistaa Scalfari: «Non esiste un Dio cattolico». Dentro la Chiesa la preoccupazione si è ingigantita dopo l' 8 settembre scorso. Infatti, con i due Motu proprio sulla nullità matrimoniale, abbiamo un atto ufficiale del magistero di Bergoglio dove - secondo autorevoli pareri - si esce dai binari istituendo una sorta di «divorzio cattolico».

Cosa che significherebbe il rinnegamento del comandamento di Cristo sull' indissolubilità del matrimonio e la cancellazione di duemila anni di magistero della Chiesa. Per capire la gravità della materia basti dire che la Chiesa ha subito uno scisma gravissimo nel XVI secolo, perdendo l' Inghilterra intera, lo scisma anglicano, solo perché il Papa non ha riconosciuto un solo divorzio, quello del re Enrico VIII, basato su una pretestuosa ragione di nullità del primo matrimonio.

Il Motu proprio bergogliano potrebbe provocare un nuovo scisma? Può essere. Del resto se lo stesso cardinale Müller, capo dell' ex Sant' Uffizio, nei giorni scorsi, ha parlato di scisma possibile in riferimento al Sinodo, a maggior ragione lo si paventa dopo l' 8 settembre. Già si sono segnalate, nei giorni scorsi, liti molto rumorose a Santa Marta con qualche importante cardinale. E il Sinodo si annuncia esplosivo.

Bergoglio, in barba alla «collegialità» che proclama a parole, ha deciso tutto prima del Sinodo convocato proprio su questo argomento. E non per dare attuazione a quanto chiesto dai vescovi nell' ottobre 2014, perché la Commissione che ha elaborato il Motu proprio è stata istituita da lui, con quel mandato, ben due mesi prima, il 27 agosto 2014. In pratica perché il Motu proprio dal punto di vista cattolico sarà contestato?

Anzitutto - spiega il professor De Mattei - l' insieme delle riforme (apparentemente di facilitazione e sveltimento) vanno in senso opposto a quello sempre percorso dalla Chiesa. È un totale ribaltamento di prospettiva: non più la difesa del sacramento prima di tutto (per la salvezza delle anime), ma anzitutto la facilità e la velocità dell' ottenimento della nullità.

Basti pensare all' abolizione della doppia sentenza. Scrive De Mattei: «il cardinale Burke ha ricordato come esiste in proposito una catastrofica esperienza. Negli Stati Uniti, dal luglio 1971 al novembre 1983, entrarono in vigore le cosiddette "Provisional Norms" che eliminarono di fatto l' obbligatorietà della doppia sentenza conforme.

Il risultato fu che la Conferenza Episcopale non negò una sola richiesta di dispensa tra le centinaia di migliaia ricevute e nella percezione comune il processo iniziò ad essere chiamato "il divorzio cattolico"». D' altra parte quale sia l' obiettivo di questa riforma lo ha apertamente proclamato mons. Pinto, decano della Rota romana e presidente della Commissione che ha partorito il Motu proprio. Ha scritto sull' Osservatore romano che papa Bergoglio chiede «ai vescovi una vera e propria "conversione", un cambiamento di mentalità che li convinca a seguire l' invito di Cristo».

Secondo monsignor Pinto «l' invito di Cristo, presente nel loro fratello, il vescovo di Roma», sarebbe quello «di passare dal ristretto numero di poche migliaia di nullità a quello smisurato di infelici che potrebbero avere la dichiarazione di nullità». Non si era mai saputo che Cristo volesse uno «smisurato» numero di nullità. Ma ora è chiaro che l' obiettivo del Motu proprio è un divorzio di massa, ancor più veloce, gratuito e facile di quello statale (e c' è già chi fa i conti per capire se conviene divorziare dai preti).

Finora, fino a Benedetto XVI, i tribunali ecclesiastici sono stati rimproverati dai papi perché erano troppo di manica larga nei riconoscimenti di nullità. Con Bergoglio si ribalta tutto e vengono attaccati per la ragione opposta: se ne vuol fare delle fabbriche di annullamenti di massa. Ha ragione dunque l' onorevole Alessandra Moretti quando afferma trionfante che «la riforma epocale» del Papa «ricalca la legge sul Divorzio breve che mi ha vista come relatrice alla Camera». E sottolinea «la comune visione di Stato e Chiesa su questo tema».

Ma c' è di più. Con questo Motu proprio si prospettano - senza alcuna base magisteriale e teologica - nuove ragioni di nullità che potrebbero ribaltare di fatto lo stesso ruolo della Chiesa: non sarebbe più colei che deve verificare la nullità originaria del matrimonio sacramentale agli occhi di Dio, ma rischia di diventare un' entità che di fatto «scioglie» matrimoni, sacramentalmente validi per ragioni inventate oggi.

Infatti nel Motu proprio, scrive De Mattei, «l' affermazione teorica dell' indissolubilità del matrimonio si accompagna nella prassi, al diritto alla dichiarazione della nullità di ogni vincolo fallito. Basterà, in coscienza, ritenere invalido il proprio matrimonio per farlo riconoscere come nullo dalla Chiesa». La carica di dinamite sta specialmente dall' articolo 14 delle «Regole procedurali» dove si evoca la «mancanza di fede» dei nubendi come possibile causa di simulazione o errore nel consenso e quindi di nullità del matrimonio.

Finora la carenza di fede come causa di invalidità del matrimonio è sempre stata esclusa dalla Chiesa, la quale si limita a elevare a sacramento il matrimonio naturale. Spiegava Benedetto XVI: «Il patto indissolubile tra uomo e donna, non richiede, ai fini della sacramentalità, la fede personale dei nubendi; ciò che si richiede, come condizione minima necessaria, è l' intenzione di fare ciò che fa la Chiesa». Cioè l' intenzione di sposarsi. Tanto è vero che la Chiesa riconosce come sacramentale anche i matrimoni misti, con un coniuge ateo o di altra religione: basta volere il matrimonio naturale.

Ora tutto si ribalta. E, secondo lo stile bergogliano, si usa una forma ambigua per far credere al mondo cattolico che la dottrina non cambia. Così il 9 settembre, su Avvenire, il canonista Paolo Moneta sosteneva che «la mancanza di fede non era causa di nullità prima e non lo è neppure oggi». Ma, nelle stesse ore, monsignor Pinto, presentando il Motu proprio, ha esaltato «la novità del pontificato di Francesco» e ha parlato del «sacramento celebrato senza fede» che porterà a uno «smisurato» numero di nullità «per l' evidente assenza di fede come ponte verso la conoscenza e quindi la libera volontà di dare il consenso sacramentale».

Cosa che apre davvero la strada a milioni di annullamenti. Milioni! Ma da quando in qua per sposarsi validamente occorre essere santi o prendere una laurea in teologia alla Gregoriana? La Chiesa, per riconoscere un matrimonio ha sempre chiesto solo la libera decisione di sposarsi, secondo le caratteristiche del matrimonio naturale. E ha sempre insegnato che la disposizione spirituale degli sposi (la loro santità) incide sui frutti del sacramento, non certo sulla sua validità.

Ora tutto cambia. E tra le circostanze che spalancano la possibilità del divorzio superveloce c' è «la brevità della convivenza coniugale», o il fatto che due fidanzati si siano sposati «per la gravidanza imprevista della donna». E che c' entra con la validità del consenso? L' incredibile elenco si conclude addirittura con un «eccetera». Vuol dire che si può ampliare ad arbitrio? Ma che giurisprudenza è? Saranno le parti più deboli (donne e figli) a fare le spese di questa rivoluzione che destabilizzerà le famiglie, già sotto pesante attacco dalla cultura mondana.

Suor Lucia, la veggente di Fatima, un giorno disse al cardinal Caffarra: «Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva di Satana con Cristo sará il matrimonio e la famiglia». Ci siamo. Se è il tempo del «vescovo vestito di bianco» saranno dolori per tutti (ricordate la visione della città in rovina?).

di Antonio Socci

Il manifesto dei vescovi anti Bergoglio

Libero
08 Settembre 2015

Un titolo manicheo, «Dio o niente». Sembrerebbe il contrario di quel che appare oggi la chiesa nell' era di Papa Francesco. Ma è il titolo di un libro-intervista con un principe della Chiesa, un cardinale. Uscirà da questo venerdì in tutta Italia per i tipi di Cantagalli, e contiene le conversazioni sulla fede che il giornalista francese Nicolas Diat ha avuto con il cardinale Robert Sarah, attuale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e già il più giovane vescovo del mondo a Conakry, in Guinea (scelto da Paolo VI e ordinato a soli 34 anni da Giovanni Paolo II).

Il testo è già uscito in Francia e in Germania prima della traduzione italiana, e viene letto oggi come una sorta di manifesto contro la deriva ideologica del magistero, che sta raccogliendo gran parte della Chiesa mondiale alla vigilia del sinodo sulla famiglia. Lo ha già recensito il papa emerito Benedetto XVI, in una lettera inviata al cardinale Sarah dove si elogia «la sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria di genere, che mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica». Anche per questo è stato letto in altri paesi come un manifesto alternativo alla Chiesa di Francesco.

Sarah è un cardinale, e vescovo di lunga esperienza, e non si contrappone in questo dialogo che si snoda per 373 pagine al Papa. Cita in continuazione Francesco, e se a qualcosa si contrappone è all' immagine mediatica del Pontefice che ormai è largamente diffusa nel mondo, a una interpretazione del pontificato che cozza duramente contro i testi scritti di Francesco (anche quelli quotidiani della messa mattutina di Santa Marta), che nessuno legge e divulga.

Manifesto però «Dio o niente», lo è: sulla purezza primigenia della liturgia, sulla indissolubilità del matrimonio, sul celibato dei preti, sul ruolo che la storia della Chiesa ha assegnato alle donne, sull' intangibilità della vita che non è proprietà di nessuno, nemmeno di una madre. E sulla famiglia, questione cruciale su cui il cardinale Sarah avverte alla vigilia del Sinodo: «Pongo la mia fiducia nella fedeltà di Francesco». Un modo per dirsi sicuro della fedeltà del Papa alla Chiesa, alla sua storia, alla dottrina che nasce nelle pagine del Vangelo. Un modo certamente duro, un po' choc di guardare al Papa.

«Pongo la mia fiducia nella fedeltà di Francesco». Ricordando che «a Manila il suo discorso sulla famiglia è stato particolarmente forte», e citando le parole pronunciate allora da papa Bergoglio: «Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia. Non nascono dal sogno, dalla preghiera, dall' incontro con Dio, dalla missione che Dio ci dà, vengono da fuori e per questo dico sono colonizzazioni».

Il cardinale Sarah non si nasconde dietro un dito: nel libro-intervista fa capire come la battaglia del Sinodo sulla famiglia sia cruciale, e che molte tesi, a partire da quelle del suo collega cardinale Reinhard Marx, sui divorziati risposati non sono «una sfida urgente per le chiese di Africa e di Asia». L' urgenza «è quella di formare famiglie cristiane solide». Di più: «l' idea che consisterebbe nel porre il magistero in un bello scrigno distaccandolo dalla prassi pastorale, che potrebbe evolversi in base alle circostanze, alle mode e alle passioni, è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica».

Da africano Sarah aggiunge: «Vorrei affermare con solennità che la Chiesa di Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l' insegnamento di Gesù e del magistero». «Oggi, la Chiesa di Africa si impegna in nome del Signore Gesù a mantenere invariato l' insegnamento di Dio e della Chiesa sull' indissolubilità del matrimonio: l' uomo non separi, quello che Dio ha unito. Come potrebbe un sinodo ritornare sull' insegnamento costante, coerente e profondo del Beato Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI?».

I divorziati. «Sono numerosi oggi i cattolici», spiega il cardinale Sarah, «che sono ricorsi al divorzio secondo la legge civile e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa mantiene, per fedeltà alla Parola di Gesù Cristo, la sua posizione: non è possibile riconoscere come valida una nuova unione se lo era il primo matrimonio. I divorziati che si sono risposati civilmente si trovano in una situazione che contravviene oggettivamente alla legge di Dio. Pertanto, non possono accedere alla comunione eucaristica per il tempo in cui persiste questa situazione. Per le stesse ragioni, questi uomini e queste donne non possono esercitare alcuna responsabilità ecclesiale».

Francesco e i divorziati. L' intervistatore ricorda però che una delle novità di papa Francesco è proprio quella di chiedere più attenzione alla realtà, che «è più importante dell' idea». Sarah come sempre inizia in modo diplomatico, trattando del Papa, ma poi ha parole nette e di una durezza non comune: «Penso che Francesco», esordisce, «desideri ardentemente dare alla Chiesa il gusto del reale, nel senso che i cristiani e anche i preti possono talvolta avere la tentazione di nascondersi dietro le idee per dimenticare le situazioni reali delle persone».

E subito affonda: «Al contrario, alcuni si preoccupano che questa concezione del Papa possa mettere in pericolo l' integrità del magistero.Il recente dibattito sulla problematica dei divorziati risposati è stato spesso trascinato da questo tipo di tensioni. Da parte mia, non credo che il pensiero del Papa sia mettere in pericolo l' integrità del magistero. In effetti, nessuno, nemmeno il Papa, può distruggere nè cambiare l' insegnamento di Cristo. Nessuno, neanche il Papa, può opporre la pastorale alla dottrina. Sarebbe ribellarsi a Gesù Cristo e al suo insegnamento».

Gender. Sarah è stato vescovo in un regime comunista per lunghi anni, e considera il comunismo come uno dei grandi mali della storia dell' uomo.Ovvio che abbia parole dure e nette contro la teologia della liberazione, che pure affascina ancora oggi molti presuli. Ma le parole più dure e non molto di moda nella chiesa di oggi vengono sui valori non negoziabili e sulla teoria gender.«Non ho timore di dire che la Chiesa dovrà sempre confrontarsi con le menzogne ideologiche. Oggi si trova ad affrontare l' ideologia del gender, che Giovanni Paolo II non esitava a qualificare come la "nuova ideologia del male".

D' altronde, il genere, frutto della riflessione degli strutturalisti americani, è un figlio deforme del pensiero marxista».E ancora: «L' ideologia del gender veicola una menzogna grossolana dal momento che nega la realtà dell' essere umano in quanto uomo e donna.Le lobby e i movimenti femministi la promuovono con violenza. Si è rapidamente trasformata in battaglia contro l' ordine sociale e i suoi valori. Il suo obiettivo non si ferma soltanto alla decostruzione del soggetto, s' interessa soprattutto alla distruzione dell' ordine sociale.

Si tratta di seminare il dubbio sulla legittimità delle norme sociali e d' introdurre il sospetto circa il modello eterosessuale; per il gender, bisogna abolire la civiltà cristiana e costruire un mondo nuovo».Più in là ancora: «La Santa Sede deve fare la sua parte.Non possiamo accettare la propaganda e i gruppi di pressione delle lobby LGBT - lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Il processo è tanto più inquietante in quanto è rapido e recente (…) I primi nemici delle persone omosessuali sono proprio le lobby LGBT. È un grave errore ridurre un individuo ai suoi comportamenti, nello specifico sessuali».

Ruggito del cardinale Sarah: «Nemmeno il Papa può cambiare l' insegnamento di Cristo» Da venerdì anche in Italia il libro elogiato da Ratzinger Il manifesto dei vescovi anti Bergoglio.

Italia contro Francia, la guerra del Monte Bianco

La Stampa
enrico martinet

Si inasprisce la lite sui confini. Il generale che li tracciò: “La vetta è metà per uno”



Pare ridicolo, se non grottesco, sapere di una «guerra di confine» sui ghiacci del Monte Bianco quando l’Europa si dice unita. Eppure, nonostante studi e carte militari, il tira e molla dei francesi che vogliono tenersi stretti la vetta più alta d’Europa nel loro territorio senza condividerla con «les italiens» è lì a dimostrare che ogni pretesto è valido per rinverdire polemiche più o meno sopite.

Adesso c’è la nuova funivia del Monte Bianco, la Skyway italiana, che ha con il suo successo di clientela fatto ingoiare un rospo inatteso ai francesi e aumentato, nonostante i cartelli di pericolo, le passeggiate sul ghiacciaio del Gigante. E il sindaco di Chamonix Eric Fournier, che si dice «disinteressato a problemi di invidia commerciale o di confine» il 4 settembre ha piazzato due morsetti per chiudere il cancello d’accesso al ghiacciaio. Motivo: «Se qualcuno si fa male ne rispondo io, l’accesso non deve essere solo segnalato, ma vietato». 



Quella «porta» di ferro in fondo alle scale dell’ultima stazione italiana della funivia, Punta Helbronner, è in Francia? Fournier: «Non lo so. Fosse vero che fosse italiano tutto il ghiacciaio del Gigante, così non avrei problemi. E sono d’accordo su quanto hanno ricostruito i cartografi di Milano, gli Aliprandi, confine sullo spartiacque». L’altro ieri mattina qualcuno ha deciso di prendere a piccozzate e a spinte tutto il ferro, ha divelto i morsetti, abbattuto cancelli, transenne, cartelli. Sfasciato tutto. Ora le funivie e il Comune di Courmayeur stanno rimettendo a posto «con un cancello chiuso, che obbliga a una manovra chi vuole passare», dice il sindaco di Courmayeur Fabrizia Derriard. Ma la questione dei confini resta in attesa di giudizio. Negli anni ci sono stati polemiche e tentativi di intese, ma l’ufficialità è sempre rimasta nelle intenzioni.

Il generale centenario
C’è un uomo, Enzio Campanella, generale di divisione, che a dicembre compirà cent’anni. È molisano, vive a Roma, ha vestito la divisa delle truppe alpine, ha comandato la compagnia che nel marzo del 1944 occupò e respinse gli attacchi al Monte Marrone, poco più a Nord di Monte Cassino. Fra le sue tre lauree c’è anche quella di giurisprudenza ed esercita ancora come avvocato. Alpinista, sciatore, conosce il Monte Bianco a memoria, è sceso con gli sci da Punta Helbronner, sia sul ghiacciaio del Toula sia sulla Mer de Glace, verso Chamonix.

«Almeno dieci volte», ricorda. E nel Dopoguerra si è occupato di acque e di confini di Stato. «A Entrèves - dice - arrivai all’inizio degli Anni 60. Ero tenente colonnello e fui mandato da Roma per far parte della commissione Confini. Si trattava di individuare il punto dove tracciare la demarcazione tra Italia e Francia all’interno del traforo che stavano finendo». In quattro anni, dal 1961 al 1965, in varie riprese, la commissione mise a punto «in assoluto accordo ogni questione».

Punta Helbronner
Dice il generale: «Non ci furono problemi. Avevamo una squadra di trigonometristi affiatata e eccezionale. C’era una squadriglia dell’Istituto geografico militare. Ricordo che io misi a disposizione anche le mie conoscenze alpinistiche. Il confine a Punta Helbronner non era puntiforme come quello in galleria, c’è una cresta da seguire, così come al colle del Gigante». Calcoli trigonometrici, certo, ma sulla base di quali documenti lavoravate? «Ce n’era uno soltanto. Non v’era dubbio, il trattato di annessione della Savoia, quello del 1862. I confini erano evidenziati sulla linea dello spartiacque e di lì cominciammo.

La vetta era metà italiana e metà francese, quindi». E i francesi non obiettarono nulla? «No, si lavorava insieme. Conoscevo molto bene alcuni di loro, erano anche compagni di sciate sulla Mer de Glace». Il generale che in quegli anni definì anche la questione dell’uso delle acque al Moncenisio, sempre con i francesi, fece poi un’analisi sull’intera questione dei confini con la Francia. «Nel 1975 scrissi un librino - spiega - che diedi all’Istituto geografico militare e ideai una forma geometrica, tre parallele concentriche. La prima passa dal Monte Bianco al passo di Cadibona».

Gela, in carcere 11 anni per due omicidi: assolto dopo 17 anni

Corriere della sera

Era stato accusato da sette pentiti. Torna libero definitivamente



CALTANISSETTA - Undici anni in carcere per due omicidi che non aveva commesso. Dopo 17 anni di guai giudiziari, diventa definitiva la sentenza di assoluzione per Mirko Eros Felice Turco, 35 anni, di Gela, che dopo essere stato condannato all’ergastolo per due omicidi e aver scontato quasi 11 anni di carcere, adesso è tornato libero. La sentenza è stata emessa dalla Corte d’appello di Messina che ha rigettato il ricorso della procura generale contro la revisione del processo che aveva scagionato Turco.
«Finito un lungo calvario»
«È finito un lungo calvario. Alla fine è stata fatta giustizia», dice il suo avvocato, Flavio Sinatra. E dopo averlo assistito per 17 anni in diverse aule giudiziarie, «ora sono contento per lui». Turco, vittima di un clamoroso errore giudiziario, condannato all'ergastolo per due omicidi, tra cui quello di un ragazzino, adesso è stato definitivamente prosciolto da ogni accusa, dopo la revisione dei processi. Ma quasi 11 anni della sua vita, li ha trascorsi in carcere da innocente. Anni bui, che adesso può lasciarsi definitivamente alle spalle. «Un incubo».
Accusato da sette pentiti
Fu accusato da sette pentiti di aver ucciso, all’età di 17 anni, un sedicenne di Gela, Fortunato Belladonna, il cui corpo venne ritrovato bruciato in un canneto sul lungomare, solamente nel 2008 (due esponenti del clan Emmanuello, Carmelo Massimo Billizzi e Gianluca Gammino, da boss a pentiti, si autoaccusarono del delitto) Turco fu rimesso in libertà. Ora la sua assoluzione è definitiva.
Il secondo omicidio
Turco era stato ingiustamente accusato anche di un altro omicidio, quello di Orazio Sciascio, un salumiere di 67 anni, ucciso sempre nel ‘98. Nel 2012 si scoprì che anche in qual caso non c’entrava nulla e dopo una prima condanna fu assolto dalla Corte d’appello di Catania. Il salumiere, infatti, era stato ucciso da due mafiosi, Salvatore Rinella e Salvatore Collura, perché non pagava il pizzo.

12 settembre 2015 | 15:29



Lettore_5447702 12 settembre 2015 | 20:07
perchè ci sia giustuzia ma penso solo che sia un sogno. Mandare in galera tutta la procura generale che si è opposta alla revisione del processo. Pensate che sia un sogno?? penso proprio di si.

schengen 12 settembre 2015 | 20:20
e la superficialità delle indagini e dei magistrati che condannano secondo simpatia o antipatia . Per meglio dire nel dubbio io intanto ti condanno poi si vedrà....

Il mitico bagnoli 12 settembre 2015 | 20:28
ora che succede per i giudici e PM???? nulla assolutamente nulla.......vergognoso

carcará 12 settembre 2015 | 22:00
la piaga è in vewriotà dare troppo credito ai famosi "pentiti". "Cui prodest" l'uso dei pentiti? Quersta e la domanda da fare sempre. Ma ai PM e ai giudici è più comodo dare retta ai "pentiti" che fare delle belle e profonde indagini. si fatica meno, e poi non è che la polizia si impegni troppo nell'indagini. Solo quuando fa comodo a qualche "potente".

caimano65 12 settembre 2015 | 22:21
Ora farei fare dodici anni di galera ai PM e ai giudici che hanno "creato" il mostro! Undici di ammenda e uno di punizione nuda e cruda!

Lettore_1664124 12 settembre 2015 | 22:58
Ecco perché è assolutamente necessario introdurre nel nostro sistema giudiziario il principio della responsabilità personale dei giudici oltre a quello della separazione delle carriere.