martedì 15 settembre 2015

Swaziland: a scuola una settimana dopo per lavorare nei campi del re

Corriere della sera

di Michele Farina

Mswati III, il ricchissimo sovrano assoluto del poverissimo Stato africano rinvia l’inizio dell’anno scolastico per farsi servire anche dai suoi piccoli sudditi



Quest’anno le scuole nello Swaziland hanno aperto con una settimana di ritardo, perché gli alunni hanno dovuto seminare nelle tenute del re. Il quarantasettenne Mswati III regna su un Paese francobollo incollato al Sudafrica: su un milione e 200 mila abitanti, il 67 per cento vive con meno di 2 dollari al giorno, il 25 per cento dei bambini è orfano di almeno un genitore per via dell’Aids (il 40 per cento degli abitanti è sieropositivo, il tasso più alto al mondo), almeno quindicimila famiglie sono composte di soli minorenni.
Quel re ricchissimo anche di mogli: ne ha almeno una dozzina
Fortuna che la ricchezza nazionale è assicurata dalle casse del sovrano, dove sono stipati 50, forse 200 milioni di dollari. Senza contare proprietà, società, terre. Le mogli sono almeno una dozzina e chi le conta più (ogni anno ne arriva una, scelta dal sovrano in mezzo a una schiera di ragazze danzanti a seno nudo), i figli finora una trentina. Il mega Mswati non avrebbe certo bisogno delle corvée dei sudditi juniores (il 38 per cento della popolazione ha meno di 15 anni), già sottoposti a un massacrante doppio turno (prima in classe, poi nel campetto di famiglia). Però lavorare nelle fattorie reali «è un orgoglio e un dovere nazionale - ha detto il ministro degli Esteri - Lo faccio volentieri anch’io».
Lavorare tutti, lavorare gratis
Serve l’impegno (possibilmente gratuito) di tutti, specie dei piccoli perché le braccia dei grandi sono sfinite dall’Aids. Tanto da fare: semina del mais, raccolta del cotone, la canna da zucchero da tagliare a mano. Essendo lo Swaziland all’altro capo del mondo, il calendario scolastico come le stagioni sono capovolti rispetto a noi. Così le lezioni sono cominciate a gennaio (con quella settimana di ritardo dovuta alle semina, posticipata per ragioni di meteo). L’ultima vacanza «invernale» (niente compiti, ancora lavoro agricolo) è terminata martedì 8 settembre. Ancora un paio di mesi in classe ed è finita. Presto sarà tempo del festival del Ncwala, «la cerimonia del primo raccolto» tra dicembre e gennaio (la data è stabilita dagli astronomi di Sua Maestà in base alla luna): serve a celebrare la fertilità, indovinate un po’, della famiglia reale. Il primo «frutto», generalmente una zucca, se lo pappa chi? Il re. E i bambini lo guardano. Pronti per una nuova corvée.

@mikele_farina

15 settembre 2015 (modifica il 15 settembre 2015 | 10:48)

Caldaie e scaldabagni: nuove etichette delle classi energetiche

Corriere della sera

di Giulia Torbidoni

Entra in vigore una normativa per prodotti per il riscaldamento degli ambienti, acqua calda sanitaria, impianti di cogenerazione e pompe di calore

 

Nuova etichettatura energetica dal 26 settembre

Una nuova etichettatura energetica, ulteriori specifiche di progettazione ecocompatibile e un’etichetta «di insieme». Sono queste le novità per caldaie, pompe di calore, impianti di cogenerazione, scaldacqua tradizionali, solari e a pompa che arriveranno in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea dal 26 settembre.
Gli apparecchi interessati
L’etichettatura riguarda tutti quei prodotti per il riscaldamento degli ambienti e per la produzione di acqua calda sanitaria fino a 70 kilowatt di potenza nominale e i bollitori con volume fino a 500 litri, mentre le misure di Ecodesign riguarderanno i prodotti per il riscaldamento degli ambienti e per la produzione di acqua calda sanitaria fino a 400 kilowatt di potenza nominale e i bollitori con volume fino a 2 mila litri.
Nuove etichette
Ogni apparecchio avrà una nuova etichetta che riporterà caratteristiche di efficienza energetica stagionale, prestazioni, classe energetica, emissioni, potenza sonora e nominale massima di funzionamento. Per avere il marchio CE (che sta per Comunità europea e non China Export, come vogliono imitare i prodotti cinesi per accreditarsi sul mercato europeo con un marchio quasi identico che trae in inganno i consumatori, ndr) , i prodotti dovranno rispettare requisiti più restrittivi. L’etichetta di insieme, invece, è quel documento che classificherà un sistema fatto di più apparecchi, come gli impianti per l’acqua calda sanitaria e il riscaldamento composti da un impianto solare e una caldaia.
Visibilità dell’etichetta
A fornire l’etichetta - che dovrà comparire anche nei siti internet, sul materiale promozionale, listini e offerte commerciali - sarà il fabbricante, mentre il rivenditore farà in modo che sia ben visibile su ciascun apparecchio nei punti vendita. L’etichetta di insieme, invece, verrà rilasciata dal produttore, dal distributore nel caso di un sistema composto da apparecchi forniti da produttori diversi, o dall’installatore quando assembli e installi apparecchi forniti da produttori diversi.
«Una svolta epocale»
Secondo le associazioni professionali del settore (Assotermica , Assistal e Angaisa ), è «una svolta epocale». Per gli attori della termoidraulica, che in Italia occupa 11.500 addetti e fattura oltre 2 milioni di euro all’anno, la nuova etichettatura porterà maggiori competenze tecniche, crescerà l’efficienza energetica unita alla diffusione di tecnologie a elevate prestazioni come caldaie a condensazione e pompe di calore.
Risparmi
In Italia l’80% dei consumi domestici è dovuto al riscaldamento e alla produzione di acqua calda sanitaria, ma con la sostituzione della caldaia tradizionale con una a condensazione e la messa a punto del sistema di termoregolazione, si potrà risparmiare fino al 30%. Con ricadute positive anche sui costi delle bollette della luce e sull’ambiente.
La storia delle etichette energetiche
La storia delle etichettature energetiche europee nasce negli anni Novanta con la direttiva 92/75 Cee. Da allora la norma ha subito diverse modifiche. L’etichetta è uno strumento di informazione per i consumatori che si applica non solo ai grandi elettrodomestici (lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, congelatori), ma a tutti i prodotti che consumano energia e a quelli legati al consumo di energia come le finestre. Da un lato, quindi, i consumatori possono acquistare i prodotti più efficienti, dall’altro i produttori sono incentivati a migliorare le prestazioni dei loro apparecchi.
Sette livelli
Sette sono i livelli in cui rientra il consumo di un apparecchio: dalla A alla G. Per prestazioni maggiori entrano in campo le categorie A+; A++; A+++. Poiché la norma limita a sette il numero totale di classi, la scala muta a seconda del singolo elettrodomestico. Ad esempio, un apparecchio classificato A+++ avrà un’etichetta energetica che arriva fino alla lettera D; uno A++ fino a E; uno A+ fino a F. Un sistema disomogeneo, accusato anche di «confondere i consumatori», come ha detto il commissario europeo all’Energia e al clima, Miguel Arias Cañete, visto che, secondo alcune stime, un apparecchio A+ consuma fino al 41% in più di uno A+++ e dovrebbe, quindi, scalare a livello B o C.

Ecco perché nei mesi scorsi la Commissione Europea ha proposto di creare un’etichettatura energetica più semplice, con una scala uguale per tutti dalla A alla G che elimini il sistema dei «+». La proposta fa parte del primo pacchetto di misure Ue in vista degli obiettivi in tema di clima ed energia per il 2030 e verrà presentata nei prossimi mesi al Parlamento europeo. Si prevede un iter di un anno, ma quando entrerà in vigore, ad adeguarsi dovranno essere tutti i nuovi prodotti.

15 settembre 2015 (modifica il 15 settembre 2015 | 09:57)

Subito.it, vale 19 milioni di euro il mercato delle pulci digitale

La Stampa
federico guerrini

Crescono gli utenti del sito, aumentano quelli da tablet e smartphone. Ma a spingere il business dell’usato online non è solo la crisi



È un po’ il mercatino delle pulci di Internet. Il luogo dove ogni mese, transitano innumerevoli oggetti di seconda mano, e milioni di utenti. Un milione e mezzo di visitatori unici in un giorno medio. Punte di cento milioni di visite mensili. Numeri che hanno trasformato Subito, emanazione italiana del gruppo norvegese Schibsted, un colosso con altri 28 siti di compravendita di oggetti usati in tutta Europa, nel numero uno del settore nel nostro Paese, davanti a concorrenti come Kijiji e Bakeca. Cosa si compra e si vende, sulla piattaforma? “Di tutto – risponde la manager Melany Libraro – dal passeggino, alle automobili, dagli orologi ai trattori”. 

Una donna alla guida
Alla guida di Subito da un anno, dopo una carriera passata in gran parte all’estero, lavorando prima per Cisco e poi per Vodafone, Libraro ha le idee chiare sul futuro del sito, che ha da poco subìto un restyling per far fronte alle sfide del mercato. Il principale cambiamento è che oggi gli accessi arrivano per il 60% da dispositivi mobili: cellulare e tablet. “In molti pensano ancora che si tratti di qualcosa di realizzato da due ragazzi in un garage – racconta Libraro - Ci scrivono per darci consigli, in modo molto informale”. Ma di amatoriale, Subito non ha nulla. A cominciare dal fatturato: 19 milioni di euro nel 2014 e in costante crescita, anche se il boom vero e proprio c’è stato fra 2010 e 2011. Ora la curva ascendente è sempre costante, ma meno pronunciata. 

Viene un dubbio: che, nel successo del sito, c’entri qualcosa la crisi? La necessità, da parte di molte persone, di ricavare un introito extra sbarazzandosi a pagamento di oggetti inutili? Una ricerca dello scorso anno, commissionata dalla società, sembra smentire questa impostazione, riconducendo la tendenza piuttosto a un mutamento di mentalità nei confronti del possesso, non visto più come conditio sine qua non di status sociale, ma come situazione transitoria. Un atteggiamento particolarmente diffuso fra i millennial, anche se la fascia di utenza maggiormente presente (29%) è quella fra 35 e 44 anni. 

Espansione
Fra gli obiettivi per il futuro, c’è l’allargamento al pubblico più giovane, e l’espansione delle alleanze con alcune categorie professionali, come concessionarie d’auto e agenzie immobiliari, già presenti in maniera significativa sulla piattaforma. Un po’ come accade su eBay, possono aprire un “negozio nel negozio”. Ma, a differenza di eBay, i venditori su Subito non vengono scremati e valutati attraverso il giudizio assegnato dagli altri utenti, e il sito non interviene in alcun modo sull’aspetto economico della transazione, che viene lasciato alla buona fede e alla serietà dei frequentatori. 

Il che non significa che non esista alcun tipo di verifica. Un primo controllo viene fatto a monte, tramite un filtro automatico, che verifica la congruità di immagini, testo, prezzo: “se c’è un Rolex d’oro in vendita a 200 euro – spiega Librario – è chiaro che scatta un campanello d’allarme”. Segue poi un ulteriore controllo da parte di un operatore umano, e solo se anche questo va a buon fine l’annuncio viene pubblicato. Il sito collabora inoltre con le forze dell’ordine, nel caso fosse necessario risalire al nominativo di un venditore dopo una transazione andata male. “Le truffe sono una goccia nel mare, ma questo non significa che non prendiamo il problema seriamente – dice la manager”. 

Pari opportunità
Problemi marginali, che non fermano la crescita dell’azienda, arrivata oggi a 102 dipendenti, e con la prospettiva di assumerne altri 20 entro fine anno. Maschi, per lo più. Non è un problema di discriminazione: lo si deve al fatto che la maggior parte degli assunti sono programmatori e sviluppatori, due categorie ancora in larga parte appannaggio dei maschi. Anche se pure su questo fronte Libraro intende apportare dei cambiamenti, cercando di creare opportunità per le giovane donne interessate a intraprendere questo tipo di percorso professionale. 

La copertina di NewsWeek: "Papa Francesco è cattolico?"

Mario Valenza - Mar, 15/09/2015 - 08:43

Il settimanale statunitense lancia la provocazione in copertina e cita un sondaggio Gallup: "Il gradimento del Papa è in picchiata"

Il titolo dell'ultimo numero di NewsWeek di certo non passerà inosservato. Copertina nera, foto del Pontefice e una domanda: "Il Papa è cattolico?".



La domanda se la pone il settimanale statunitense che si prepara così alla visita di Bergoglio nelli States il prossimo 22 settembre. Un interrogativo che di certo agiterà il Vaticano. Il settimanale, che, va detto, ha delle influenze ebraiche, passa in rassegna tutte le mosse e le frasi del Pontefice. Azioni, dichiarazioni e note in cui il Papa ha espresso la sua posizione su diversi argomenti. Vengono elencate ad esempio le sue parole sugli omosessuali ("chi sono io per giudicare un gay?") o quelle sui divorziati a cui il Pontefice vorebbe nuovamente concedere la comunione.

Inoltre,Newsweek, cita un sondaggio Gallup secondo il quale il gradimento del Papa è in picchiata, questo per lo "scollamento tra opinione pubblica e realtà dei fatti". Le cifre di fatto parlano chiaro: la popolarità del Papa è scesa nel 2014 dall'89% al 71 per cento. Inoltre Bergoglio sarebbe sgradito al 55% di chi, in America, è su posizioni politiche conservatrici. Rispetto ad un anno fa ha il 27% di critici in più. Sempre Newsweek spiega: "Ha promesso troppo ai progressisti dottrinali e politici, ma ha spaventato i tradizionalisti per i quali la fede dev'essere immune dalle pressioni politiche". Insomma la domanda rimbomba anche in Vaticano: "Il Papa è cattolico?"

Cord, un’app per tornare a usare lo smartphone come telefono

La Stampa
dario marchetti

Funziona come una chat, ma consente di scambiarsi soltanto messaggi vocali. L’hanno inventata due ex dipendenti di Google




Sviluppata da due ex dipendenti di Google, quest’applicazione, disponibile anche per smartwatch e Apple Watch, rimette la voce al centro dello smartphone, eliminando testi, foto e video.

Tra Messenger, Whatsapp, Snapchat e le altre decine di app che oggi utilizziamo per scambiare messaggi tra smartphone, la telefonata è un’azione dal sapore sempre più ‘vintage’. Ma c’è ancora qualcuno che crede nel potere comunicativo della voce. Come Thomas Gayno e Jeff Baxter, i due ex-dipendenti di Google che l’anno scorso hanno lasciato Mountain View, dove si occupavano di gadget indossabili, per lavorare a tempo pieno sul loro progetto personale, Cord.

Quest’app, disponibile su tutte le piattaforme, da Android e Android Wear fino a iOS e Apple Watch, permette di fare una cosa piuttosto semplice: scambiare messaggi vocali della durata massima di 12 secondi. Niente di particolarmente innovativo, visto che tante app, come WhatsApp, WeChat e Messenger, permettono di fare la stessa cosa in maniera facile e intuitiva. La differenza è che in Cord la voce è al centro di tutto: non ci sono emoji, foto, video e testi, ma solo pochi filtri vocali da applicare alla registrazione, ottimi per scherzare tra amici.

Come altre chat, Cord permette di creare gruppi oppure di comunicare con una singola persona. E poi ci sono i ‘Canali’, ovvero discussioni pubbliche a tema alle quali chiunque può contribuire con il proprio messaggio: attualmente tra le più quotate ci sono ‘Hello World’, dove i nuovi utenti si presentano al resto della community, ‘Beat Box’, dove gli appassionati di musica sfoggiano le loro doti ritmiche e ‘Trump Quotes’, un vademecum di citazioni del multimiliardario Donald Trump, candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il partito repubblicano.

Ma per quanto ben realizzata, divertente e intuitiva, il successo di un’app si misura dalla quantità di persone che la utilizzano, fattore che spinge altri utenti a scaricarla per entrare a far parte di una comunità: da inizio 2015, Cord ha raggiunto quota 500mila download, distribuiti sui sistemi operativi, anche se in Italia gli utenti sono ancora pochissimi. Ma grazie all’arrivo di Apple Watch e alla futura espansione degli smartwatch, il dispositivo che più sembra essere adatto a Cord, chissà che questo piccolo progetto non sia destinato a diventare l’app di riferimento per la chat vocale. In ogni caso, per ora la cara vecchia telefonata può ancora dormire sonni tranquilli.

Scuolabusivo

La Stampa
massimo gramellini

A San Pellegrino c’è un istituto alberghiero servito malissimo dai pullman, che hanno ulteriormente ridotto le corse dopo gli ultimi tagli della Regione, conseguenza inevitabile di quelli del governo. Potendoselo permettere, le famiglie dei milleduecento studenti affittano un paio di automezzi e organizzano un servizio alternativo di scuolabus. Lo spirito è quello di Alessandro Gassmann che prende la scopetta per pulire il marciapiede sotto casa. Il privato che subentra al pubblico e supplisce alle sue carenze, riconoscendo un’amara verità: certi servizi, un tempo finanziati dalle tasse, oggi per funzionare richiedono un contributo supplementare - in tempo e in denaro - da parte di chi ne fruisce. Quand’ecco la sorpresa. La Provincia di Bergamo (ma non erano state abolite, le province?) blocca il progetto dei genitori degli alunni, tacciandolo di concorrenza sleale. 

A riprendere in mano i fili della storia, sembra di impazzire. Un’istituzione che non dovrebbe più neppure esistere mette i bastoni tra le ruote (è il caso di dirlo) a un’iniziativa privata sorta per garantire un servizio che gli enti locali non sono più in grado di fornire. Bollandola come concorrenza sleale. Ma concorrenza sleale a chi? A qualcosa che non c’è o comunque non funziona. Per il burocrate di casa nostra, evidentemente spalleggiato dalle leggi, il cittadino è costretto ad accontentarsi della sbobba sempre più scadente passatagli di mala grazia dal convento pubblico. Se pretende un piatto di spaghetti al dente ed è persino disposto a pagarselo, deve rinunciare perché trattasi di concorrenza sleale. Alla sbobba.

Quel plotone nemico del blocco dei barconi

Massimo Malpica - Mar, 15/09/2015 - 08:03

Da Vendola alla Mannoia, ecco chi si era schierato contro la distruzione dei battelli

Roma - Il via libera dell'Unione europea all'uso della forza militare in missioni mirate contro gli scafisti, che prevede la possibilità di distruggere i barconi come elemento della strategia per smantellare le organizzazioni dei trafficanti di esseri umani, rischia di spiazzare i tanti che, in Italia, avevano partecipato con voci più o meno sdegnate alla levata generale di scudi contro l'ipotesi di affondare le imbarcazioni sulla costa libica, avanzata dall'esecutivo all'indomani del tragico naufragio di aprile scorso nel Canale di Sicilia.

Tra questi, l'ex premier e presidente della commissione europea, Romano Prodi. «Non c'è nessuno - confidò al Manifesto - che mi dica come si fa. Con questo sistema si rischia la strage di uomini, ma non mi sembra una soluzione (...) che facciamo, bombardiamo i migranti?». Bontà sua, Prodi concesse che «se uno potesse distruggere i barconi vuoti» sarebbe stato d'accordo.

Sull'equivoco vuoto-pieno scivolò Alba Parietti, polemizzando con la parlamentare di Forza Italia Daniela Santanché che su Twitter aveva invitato a bombardare i barconi. La Parietti ai microfoni della Zanzara definì l'esponente azzurra «razzista, ignorante e nazista», prima che i conduttori del programma le facessero notare che ovviamente i barconi da «bombardare» erano quelli vuoti. Le fece eco Fiorella Mannoia, invitando la Santanché e Matteo Salvini ad andare «personalmente» e «fisicamente» a «sparare sui barconi». Senza mandare l'esercito, «troppo comodo».

Ma la galleria dei «no» agli affondamenti, ad aprile, s'è arricchita di molti nomi noti. Tra i quali quello di Laura Boldrini. La presidente della Camera si disse dubbiosa di fronte all'ipotesi del Viminale. «Per farlo - osservò l'esponente di Sel - serve l'autorizzazione del Paese in cui sono presenti, e a chi si chiede, in Libia, questa autorizzazione?». Anche il leader del suo partito, Nichi Vendola, criticò il dibattito sulla «possibilità di affondare i barconi», chiedendo «di affrontare il vero nemico», l'Isis. Contrari per Sel anche Luca Casarini («pura ipocrisia») e la deputata Celeste Costantino.

Secondo quest'ultima, la soluzione del ministero dell'Interno ora approvata dall'Ue era «davvero inopportuna»: «Non si fa carico né del futuro dei profughi, condannandoli ulteriormente, né della cooperazione con Paesi divisi da guerre civili e tensioni politiche». Tra le voci contrarie, anche una interna all'esecutivo. Quella del ministro all'Ambiente Gian Luca Galletti, che tagliò corto: «Se affondassimo i barconi in acque internazionali violeremmo almeno tre Convenzioni, quella di Barcellona, quella di Londra e quella sulla rimozione dei relitti in mare. Sarebbe meglio rimorchiarli, portarli sottocosta e lì creare una filiera produttiva per uno smaltimento corretto e non inquinante dei barconi».

L'altro fronte ostile all'ipotesi era quello del Vaticano. «Se affondiamo i barconi, condanneremo a morte certa un milione di persone che restano sulla riva», tuonò il cardinale Francesco Montenegro, presidente Caritas. «Idea mostruosa, orrenda, inumana, bloccare persone disperate che fuggono dalla fame o falla guerra», ringhiò invece Margaret Archer, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, paragonando i blocchi a «un crimine di guerra». Stesse posizioni per il monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, per il quale «parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva», pur concedendo che il contrasto ai trafficanti fosse «importante». Esattamente quello che, adesso, pensa anche la Ue.

La Cassazione: no ai festivi obbligatori a lavoro

La Stampa

La Suprema Corte dà ragione a un dipendente: «Solo chi è impiegato nel settore sanitario può essere costretto a prestare servizio»



Nessuno può essere obbligato a lavorare nei giorni festivi. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha respinto il ricorso della Loro Piana di Romagnano Sesia. L’azienda tessile famosa in tutto il mondo aveva sanzionato una commessa che non si era presentata al lavoro il giorno dell’Epifania. La multa era stata giudicata illegittima dal Tribunale di Vercelli e dalla Corte d’Appello di Torino. Ora il principio è stato sancito anche dai giudici supremi.

L’importanza di questa sentenza risiede nel principio secondo cui «il riposo per le festività, così come il riposo domenicale, non hanno una semplice funzione di ristoro ma un’importante fruizione di tempo libero qualificato», spiega Barbara Grazioli, responsabile dell’Ufficio vertenze della Cgil Vercelli Valsesia, nonché ricorrente in giudizio in favore della lavoratrice, che ha reso noto la decisione dei giudici. «La Cassazione ha ribadito che solo per il personale dipendente di istituzioni sanitarie pubbliche o private sussiste l’obbligo della prestazione lavorativa durante le festività per esigenze di servizio e su richiesta datoriale».

Il fatto risale al 6 gennaio di undici anni fa. La commessa non si era presentata al lavoro ed era quindi stata sanzionata. Per l’azienda aveva infatti disatteso ciò che aveva chiesto ai proprio dipendenti. Ovvero di prestare servizio nei giorni festivi di apertura del punto vendita di Romagnano: oltre all’Epifania, anche Santo Stefano, 25 aprile e primo maggio.

Il Tribunale di Vercelli, nel 2008, aveva accolto il ricorso dell’addetta alle vendite: la multa inflittale era stata giudicata illegittima perché il datore di lavoro non poteva trasformare in modo unilaterale la festività in giornata lavorativa. Anche la Corte d’Appello di Torino aveva dato ragione alla lavoratrice, rimarcando la sistematicità della violazione del divieto al riposo della stessa azienda, per di più ripetuta su più giorni.

La Cassazione, nei giorni scorsi, ha messo fine una volta per tutte alla questione, rigettando il ricorso della azienda tessile che da un paio d’anni è stata acquisita dal gruppo francese del lusso Lvmh. La sentenza 16592/2015 ribadisce infatti che «il lavoratore può prestare servizio durante le festività infrasettimanali celebrative di ricorrenze religiose o civili solo se c’è accordo con il datore di lavoro e non può essere obbligato».

In Libia ci vorrebbe un nuovo Italo Balbo

Giacomo Petrella

Italo Balbo, l'avversario più fiero di Mussolini

“Ammettiamolo, da quando si parla di diritti umani, si fa una vita da cani”. Il giornalista Karl Kraus, noto autore di aforismi, non poteva sintetizzare meglio le contraddizioni della modernità occidentale. Contraddizioni sempre più lampanti, se si osservano, da vicino, i grandi conflitti in atto nel Mediterraneo. Le Primavere Arabe, esempio multiforme dell’esaltazione superficiale dell’umanitarismo, si sono trasformate infatti nell’incubo fondamentalista del Califfato, in una minaccia costante alle porte dell’Europa.

In questo senso, l’avanzata dell’Is- Stato Islamico, in Libia tocca l’Italia sin troppo da vicino; in termini strategici certamente, ma soprattutto storico-politici. Fu infatti Italo Balbo, nel 1934, unendo Tripolitania e Cirenaica a dare il via ad una storia di tradizioni e culture diverse fra loro, nel nome di un colonialismo assai differente da quello di matrice anglosassone; un colonialismo di sviluppo, di integrazione fra coloni e colonizzati, e di cittadinanza.

La via Balbia, più di 1800 km di litoranea, fu il simbolo di uno sforzo civilistico assai più profondo della già complessa creazione dei sistemi sanitari, scolastici e di sviluppo agricolo conosciuti dalla colonia. Italo Balbo, in qualità di Governatore della Libia, ebbe modo di mettere in pratica quell’idea di fascismo universale, di motore storico di un’Italia nuovamente imperiale, capace di integrare nel proprio progetto di cittadinanza il più ampio numero di nazioni.

Un’idea condivisa trasversalmente con gli animi più intelligenti e liberi del fascismo regime, quali appunto il direttore dell’Universale, Berto Ricci; non a caso, entrambi Italiani di pensiero ed azione, morti in armi sul fronte Libico. Un fronte che per Balbo e Ricci venne a rappresentare qualcosa di più di un semplice scenario di guerra. L’Italo Balbo governatore fu dunque emblema di un’Italia consapevole della propria identità e del proprio ruolo nel Mediterraneo: ostile al razzismo biologico hitleriano, ostile al razzismo ipocrita delle potenze alleate, Balbo mise in pratica un dialogo costante con il mondo musulmano, nella convinzione di poter ridare a Roma quel ruolo di potenza pacifica e di equilibrio avuto nel passato.

Fu proprio il carisma “romano” di Balbo a garantire a Mussolini la consegna della Spada dell’Islam, nel 1937, ed il seguente titolo di Protettore dell’Islam. La Libia italiana fu dunque esperimento più alto dell’ottocentesco bisogno di espansione coloniale. Fu la riaffermazione di una pace classica, diversamente intesa: la pace non come superficiale assenza di conflitto, dunque, ma come fondazione di Stati e Civiltà. Insomma l’esatto contrario di quanto sta avvenendo oggi, a poche miglia da Lampedusa, dove la miopia utilitaristica di un Occidente privo di identità, ha ridestato il mostro storico della Tirannia fondamentalista.

Roma, le «case per ferie» della Chiesa: 140 euro a notte con piscina e campo da tennis

Corriere della sera

di Alessandro Capponi

Nella Capitale uno ogni quattro hotel appartiene alla Chiesa. Ma queste strutture non pagano Imu e tassa dei rifiuti. Cento strutture sono in contenzioso con il Comune

La piscina di Villa Irlanda in via Santissimi Quattro (foto da  irishcollege.org )

«Scusi, mi perdoni, ma... 140 euro al giorno?».
«Sì, ma oltre alla prima colazione nel prezzo è compreso l’uso di piscina, campo da tennis, aria condizionata, wi-fi...».

Se cercate un convento, forse, vi conviene riattaccare il telefono.

A Roma le «case per ferie» sono poco meno di trecento: alcune, evidentemente, hanno prezzi e servizi da hotel a quattro stelle. I posti letto complessivi sono tredicimila: e se la Capitale ha - tra alberghi, B&B e residence - 1.041 strutture ricettive private, ecco che ogni quattro hotel uno appartiene alla Chiesa. Il punto, però, è un altro: per il Comune il 38 per cento delle «case per ferie» non ha pagato l’Imu. Mai. E la Tasi? Quasi lo stesso: un terzo delle strutture non l’ha mai versata. E tra gli elenchi del Campidoglio ce n’è uno che incrocia i dati dei versamenti Imu (dal 2012) e Tasi (dal 2014): 59 strutture non le hanno pagate. Né l’una né l’altra, mai.


Secondo i dati di Roma, l’Imu viene pagata regolarmente da 94 strutture: quattro su dieci, quindi. In verità la legge prevede l’esenzione (decreto Monti, 2012) ma, come spiega il consigliere comunale Radicale Riccardo Magi «per godere del beneficio l’ente proprietario non deve essere a scopo di lucro e l’attività va esercitata con modalità non commerciale, quindi, si legge nel testo, “a titolo gratuito o simbolico, e comunque non superiore alla metà dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività”». Gratuito o simbolico? «Da noi la “ superior “ costa 140 a notte, la prima colazione è inclusa e viene servita nel nostro roof garden».

Difficile capire quanto valga, complessivamente, questa partita: Graziano Delrio, nel 2012 presidente Anci, parlò di 500 milioni l’anno. Di certo, nella Capitale, le difficoltà di riscossione riguardano anche la tassa sui rifiuti, la Tari: 91 case per ferie sono sconosciute al fisco. Certo, sono partite ingiunzioni di pagamento per 19 milioni: 32 strutture hanno pagato, 101 però hanno avviato un contenzioso.

Come le Piccole Ancelle del Cristo Re, in causa per 320 mila euro; o la Congregazione delle Mantellate: 281 mila euro versati, ancora in ballo più di un milione e mezzo; come le Suore Oblate del Bambino Gesù: hanno pagato 9.176 euro su un contenzioso che ne vale 694 mila. Invece «Domus Sessoriana» e «Villa Irlanda» sono nell’elenco del Comune delle strutture che non hanno pagato né Imu né Tasi: roof garden di qua, piscina di là. E il costo della «doppia» tra 120 e 140 euro. Al giorno, certo.

15 settembre 2015 | 07:52

Grillo condannato a un anno per diffamazione. Lui: io come Pertini e Mandela

La Stampa

Il leader M5S aveva attaccato Franco Battaglia, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia, sulle centrali nucleari: «Affermava delle coglionate in tv»


Beppe Grillo è stato condannato dal tribunale di Ascoli Piceno a un anno di reclusione (pena sospesa) per diffamazione aggravata nei confronti del professor Franco Battaglia, docente del Dipartimento di Ingegneria «Enzo Ferrari» dell’Università di Modena e Reggio Emilia. I fatti risalgono all’11 maggio del 2011, durante un comizio elettorale tenuto da Grillo a San Benedetto del Tronto, dove era giunto per un incontro pubblico in vista della referendum sul nucleare. 

«Non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, e mi riferisco a Battaglia - disse il leader dei Cinque Stelle - che è un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci, ti mando via dalla televisione, e ti denuncio» disse Grillo riferendosi alle dichiarazioni di Battaglia ad una puntata del programma tv «Anno Zero». 

Il pubblico ministero Lorenzo Destro ha contestato al leader politico l’accusa di diffamazione aggravata per l’attribuzione di un fatto determinato, la consulenza alle multinazionali, e la diffusione in rete. Nella sua testimonianza al processo, il professor Battaglia ha riferito anche di danni alla sua auto e di una strana telefonata ricevuta in ateneo prima dell’atto vandalico. Il comico genovese dovrà anche pagare una multa di 1.250 euro, mentre alla parte offesa è stata riconosciuta una provvisionale di 50 mila euro. 

Grillo sul suo blog ha commentato così: «Oggi è stata emessa la sentenza dal tribunale di Ascoli Piceno contro di me per diffamazione, per aver detto in un comizio che il professor Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale del Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari dell’Università di Modena e Reggio affermava delle coglionate in merito al nucleare». «Il pm - precisa il leader M5S - aveva chiesto una multa di 6.000 euro. Il giudice mi ha invece tolto la condizionale condannandomi a un anno di prigione e a 50.000 euro di risarcimento».

«Se Pertini e Mandela - afferma - sono finiti in prigione potrò andarci anch’io per una causa che sento giusta e che è stata appoggiata dalla stragrande maggioranza degli italiani al referendum». «Io sono fiero - conclude - di aver contribuito a evitare la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia. È un’eredità che lascio ai nostri figli che potranno evitare incidenti come Chernobyl e Fukushima».

Grillo: "Io come Pertini e Mandela". Il web non perdona

La Repubblica
Grillo: "Io come Pertini e Mandela". Il web non perdona
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