lunedì 21 settembre 2015

Attacco hacker contro l’App Store di Apple, a rischio anche WeChat

La Stampa
andrea nepori

Il malware cinese XcodeGhost è riuscito a infettare applicazioni per iOS disponibili. Colpite anche alcune app diffuse in Europa e negli Stati Uniti



Nei giorni scorsi i ricercatori di Palo Alto Networks hanno rivelato i dettagli di XcodeGhost, un malware che può infettare applicazioni per iPhone e iPad pubblicate con una versione infetta e non ufficiale di Xcode, il software Apple che gli sviluppatori utilizzano per realizzare e compilare i programmi per Mac e iOS. 

Le app infette scoperte finora sono 50 (in calce una lista completa). Si tratta per la maggior parte di applicazioni di basso profilo disponibili solo in Cina, con un paio di eccezioni eccellenti. Come WeChat, app di messaggistica alternativa a WhatsApp diffusa anche in Europa, e CamCard, applicazione per la scansione dei biglietti da visita con una buona base d’utenza negli Stati Uniti. 

Le applicazioni infette possono ricevere comandi remoti dai server degli autori del malware e sono in grado di trafugare dati sensibili dai dispositivi. In alcuni casi il malware è in grado di aprire siti compromessi su Safari o di attivare pop-up ingannevoli realizzati ad arte per invitare l’utente all’inserimento delle credenziali di iTunes o di altri servizi online. 

Il livello di allerta resta alto, perché alcune delle applicazioni compromesse hanno passato i controlli di Cupertino e sono riuscite ad arrivare sull’App Store; la maggior parte degli sviluppatori colpiti ha però già pubblicato aggiornamenti privi del malware, mentre Palo Alto Networks sta collaborando con Apple per aiutare l’azienda a risolvere il problema nella maniera più rapida possibile. 

Per proteggersi da XcodeGhost basta disinstallare subito qualsiasi applicazione inclusa in questa lista dei software colpiti dal malware. Il malware è stato scoperto all’interno di tutte le versioni non ufficiali di Xcode dalla 6.1 alla 6.4 ed è in grado di infettare qualsiasi applicazione compilata con una copia compromessa del software. 

XcodeGhost è riuscito a diffondersi facilmente in Cina perché molti sviluppatori spesso preferiscono scaricare versioni non ufficiali di Xcode da Baidu anziché dal sito Apple, a causa della lentezza del collegamento con i server di Cupertino. Baidu ha già provveduto a rimuovere dai propri server tutte le copie compromesse di Xcode.

L’attacco viene considerato il primo su larga scala nei confronti dell’azienda ma non è il primo in Cina: agli inizi di settembre, i pirati informatici attraverso un malware noto come KeyRaider, erano entrati in possesso di 225mila account Apple, la maggiore parte dei quali in Cina, prima di essere scoperti dal gruppo di sicurezza informatica Palo Alto Networks, che avevano individuato attività inusuali su un alto numero di dispositivi mobili. 

«Apple - si legge in una nota dell’azienda - prende la sicurezza molto sul serio e iOS è progettato per essere affidabile e sicuro dal momento in cui accendi il tuo dispositivo. Offriamo agli sviluppatori gli strumenti più avanzati del settore per creare grandi applicazioni. Una falsa versione di uno di questi strumenti è stata rilasciata da fonti non sicure che potrebbe compromettere la sicurezza degli utenti attraverso applicazioni create con questo strumento contraffatto.

Per proteggere i nostri clienti, abbiamo rimosso dall’ App Store le applicazioni che sappiamo essere state create con il software contraffatto e stiamo lavorando ora con gli sviluppatori per assicurarci che stiano utilizzando la versione corretta di Xcode per ricostruire le loro app». 

Le applicazioni compromesse: 

Mercury
WinZip
Musical.ly
PDFReader
guaji_gangtai en
Perfect365
PDFReader Free
WhiteTile
IHexin
WinZip Standard
MoreLikers2
CamScanner Lite
MobileTicket
iVMS-4500
OPlayer Lite
QYER
golfsense
ting
installer
golfsensehd
Wallpapers10000
CSMBP-AppStore
MSL108
ChinaUnicom3.x
TinyDeal.com
snapgrab copy
iOBD2
PocketScanner
CuteCUT
AmHexinForPad
SuperJewelsQuest2
air2
InstaFollower
CamScanner Pro
baba
WeLoop
DataMonitor
MSL070
nice dev
immtdchs
OPlayer
FlappyCircle
BiaoQingBao
SaveSnap
WeChat
Guitar Master
jin
WinZip Sector
Quick Save
CamCard

I disertori del Califfato “Scappiamo per non uccidere in nome di Allah”

Corriere della sera

testo di Marta Serafini e infografica di Carlo Lodolini

«Quando ho visto decapitare un mio amico, ho capito che dovevo andarmene. Non potevo più sopportare». Abu Ibrahim ha 22 anni. Secondo Foreign Policy che l’ha intervistato sembra uno studente universitario. Maglietta, jeans, ben rasato, prima dell’inizio della guerra in Siria studiava informatica a Deir Ezzor. Oggi è un disertore dello Stato Islamico.  Il suo nome, insieme a quello di altri 50 uomini e 9 donne ora compare nel Database Defector, l’archivio dei disertori. Un elenco dettagliato che il Corriere della Sera ha potuto consultare in anteprima e che, sotto l’egida del Dipartimento di Stato americano, è stato compilato dall’Information Coordination Cell, ufficio addetto alla contro propaganda ai danni dello Stato Islamico.

Ultimo di cinque figli di una famiglia della classe media siriana, Abu non si occupava di politica. Un giorno, davanti ai suoi occhi, i soldati di Assad arrestano un gruppo di 15enni con l’accusa di essere oppositori. Nei mesi successivi il gruppo qaedista di Al Nusra prende il controllo della regione dove vive Abu. Iniziano a parlare del jihad, della gloria eterna. «Pensavo seriamente di unirmi a loro», racconta Abu. Tuttavia, prima che il ragazzo possa farlo, la sua regione, compresa la città di Raqqa, passa sotto il controllo dell’Isis. «Molti amici daesh (Isis in arabo) mi dicevano che non c’era alcuna differenza con Al Nusra, così iniziai a frequentare i loro incontri».

In quelle occasioni, tra una lettura del Corano e l’altra, ad Abu viene spiegato che chi non sostiene lo Stato Islamico è un kafir, un infedele. Finito il corso Abu si unisce alle milizie di Al Baghdadi.

Salario mensile, 250 dollari. Il suo compito è spiare gli abitanti dei villaggi per capire chi si oppone allo Stato Islamico. «Andavo dal barbiere, mi mettevo in fila e sentivo cosa raccontavano», ricorda. «Altre volte facendo finta di leggere il Corano ascoltavo le chiacchiere in moschea». Abu credeva che ne valesse la pena, in nome dell’amicizia tra fratelli combattenti. «C’erano gruppi di americani, francesi e arabi. Ci si prendeva cura gli uni degli altri e non c’erano discriminazioni».

Con il passare dei mesi il ragazzo si rende però conto di come Isis tratta la popolazione. «Molti siriani che si uniscono a Isis cambiano nome per paura di quello che potrebbe succedere loro dopo la guerra, la popolazione li odia». La molla che fa scattare la decisione di Abu di disertare è però un’altra. «Isis iniziò a uccidere membri di Al Nusra che aveva catturato. Molti di loro erano miei amici». Il giovane inizia così a studiare un piano per scappare. Impresa non facile, considerato che nel Califfato la pena per chi diserta è la condanna a morte. Oggi Abu vive in Turchia, nella città di Urfa.

Sta pensando di riprendere gli studi ma non ha amici e quelli di un tempo li ha persi tutti. «Qui non ho più paura per la mia vita. Mi annoio e basta», dice. Tornare alla vita di tutti i giorni per chi diserta non è per nulla facile, soprattutto per il timore di vendette da parte dei jihadisti o di essere bollato come spia.

Cattura

Diviso per provenienza, nazionalità, motivazioni del reclutamento, motivazioni della diserzione e status attuale, il database, basato su informazioni open source, è utile per ricostruire la vita all’interno dello Stato Islamico e per comprendere quali siano i punti deboli dei miliziani. Non a caso nei prossimi giorni verrà usato dall’Information Coordination Cell per una campagna di contro propaganda in rete con l’hashtag #daeshdefector. Ma non solo, costituisce anche un lavoro inedito. 

Come fa notare l’esperto di psicologia del terrorismo John  Horgan nel suo libro Psicologia del terrorismo (edizione Edra) «pochissimo sappiamo di ciò che succede a chi si dissocia dai gruppi terroristici». La fase di disengagement (disimpegno) dei terroristi è però uno strumento efficace per comprendere i meccanismi di de radicalizzazione. «Questa non è determinata necessariamente da una sorta di illuminazione del terrorista. Ma può essere legata anche a motivi più banali, come la noia per le mansioni di routine».

Tra le motivazioni più ricorrenti che emergono dalle storie raccolte c’è anche la disillusione nel progetto proposto dallo Stato Islamico e il disgusto per i metodi cruenti e crudeli utilizzati dai leader del Califfato. E questo vale soprattutto per le reclute di sesso femminile. Nel database dei disertori infatti compaiono 9 donne. Quasi tutte sono state membri della divisione femminile di Al Khansaa, la brigata femminile di Isis che ha il compito di controllare la “moralità” delle altre donne. Anche loro sono fuggite dopo essere state testimoni degli orrori e aver visto come Isis tratta le donne. Dua, 28 anni, in realtà ha fatto di più che guardare.

«Un membro di Isis saudita è venuto dalla mia famiglia e ha offerto 2500 dollari per sposarmi. I miei genitori sono poveri e io non me la sono sentita di dire no». Dopo le nozze Dua viene costretta a far parte della brigata. «Facevo delle ronde nei mercati, le donne che non indossavano il niqab venivano frustate. Fino a 40 volte. Anche io le ho torturate», ha spiegato alla Nbc News. Insieme a Dua, è scappata anche Umm Asma. Truccata di tutto punto, aveva l’obbligo di punire le donne che usavano prodotti di make up. Ma non solo. Tra i suoi compiti anche quello di accogliere le donne straniere. «La maggior parte di loro sono francesi, tedesche, inglesi.

Al loro arrivo un traduttore le accoglie e spiega loro di salire in auto per raggiungere un quartiere generale dove sarà spiegato loro come vestirsi». Per entrare nella brigata non servono particolari capacità. «L’addestramento dura un mese. 15 giorni di corsi religiosi, poi il corso militare durante il quale viene spiegato come usare una pistola». Uscirne però può costare la vita. In qualità di spose di Isis, Umm e Dua sono state testimoni degli orrori di Raqqa. «Ho visto il cadavere di un ragazzino esposto in piazza. Puzzava e un cane lo stava mangiando. Era disgustoso».  Oggi le due donne sono scappate e vivono in Turchia.

Anche per la guardia del corpo di Saddam Jamal, un ex trafficante di droga, diventato prima leader dei ribelli e poi di Isis, sono stati gli orrori di cui è stato testimone a convincerlo a scappare. In un’intervista al Telegraph Abu Abdallah, questo il nome dell’uomo, sostiene che Saddam Jamal abbia disertato dal Free Syrian Army per unirsi all’Isis non tanto per motivi politici. «A lui non importava niente della religione, voleva solo diventare più potente. Se dovesse emergere un gruppo ancora più potente lui si unirà a questo». Abu Abdallah e le altre guardie del corpo per mesi hanno visto il loro capo decapitare bambini di fronte ai genitori per assoggettare la popolazione locale.

Disgustati hanno deciso anche loro di disertare ma per motivi totalmente opposti da quelli di Saddam Jamal. «Per noi uccidere non significava essere buoni musulmani», racconta l’uomo che oggi, come la maggior parte dei casi passati in rassegna nel database, vive in Turchia da uomo libero.
Diversa sorte è toccata ad Areeb Majeed. Areeeb fa parte della schiera dei foreign fighters, i 20 mila combattenti dello Stato Islamico che secondo le stime dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence arrivano dall’estero. Ventitré anni, indiano, dopo essere stato reclutato via internet, una volta arrivato in Siria Areeb si accorge di quanto la realtà sia diversa da quanto gli era stato promesso dagli account Twitter delle divisioni media del Califfato.  Una volta al fronte, il ragazzo viene obbligato a pulire le toilette, una realtà molto diversa rispetto alla promessa di avere donne e soldi con gran facilità.

Come gli altri indiani è considerato troppo debole per combattere e viene destinato ai compiti più umili. Ad un certo punto, riesce però a farsi mandare in prima linea dove viene ferito. Solo una volta arrivato all’ospedale Areeb decide di tornare a casa. Ad aspettarlo all’aeroporto non ci sono però fiori e saluti. Ma la polizia. Areeb è infatti uno degli otto disertori del Califfato che sono finiti in cella.
Anche Ebrahim B (il nome è di fantasia), 26 anni, passaporto tedesco, oggi è dietro le sbarre. Ebrahim è stato reclutato in una città tedesca da un predicatore. Aveva difficoltà a scuola, le cose con la fidanzata non andavano bene. Così il ragazzo nel maggio del 2014 si convince a partire.

Una volta varcato il confine tra la Siria e la Turchia viene arrestato da Isis con l’accusa di essere una spia. Poi, la possibilità di salvarsi la vita: «Puoi scegliere se diventare un kamikaze o andare a combattere», gli dicono i miliziani. In agosto  con la scusa di riaccompagnare un compagno ferito Ebrahim torna in Germania, e approfittando di quell’occasione diserta. Pochi mesi dopo la polizia tedesca lo arresta con l’accusa di essere un terrorista. Ma «stare in prigione in Germania è meglio che essere libero in Siria», assicura lui parlando con un giornalista del Telegraph.

Paura e orrore, unite al pentimento sembrano dunque le principali motivazioni che muovono i disertori. Più difficile è scoprire come queste persone siano riuscite a scappare. Per capire quale sia la loro sorte oggi bisogna analizzare i loro profili. La maggior parte di essi prima di arruolarsi con lo Stato Islamico vivevano in Siria e in Arabia Saudita. «Questo non significa tuttavia che non ci siano anche disertori europei», avverte Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo del Center for Cyber and Homeland Security della George Washington University.

La ragioni sono altre. «Innanzitutto i foreign fighters sono meno numerosi dei miliziani locali. Inoltre i paesi occidentali, a differenza di quelli mediorientali, tendono a tenere coperta l’identità di chi decide di abbandonare i gruppi terroristici sia per proteggerli sia perché spesso i disertori vengono utilizzati a scopi di intelligence», continua Vidino. Attenzione però a chiamarli disertori. Se infatti lo scopo dell’amministrazione americana è di proporre le loro storie come esempio  affinché siano di ispirazione per altri «il termine disertore assume una valenza decisamente negativa, che subito fa pensare a una spia». Meglio quindi pensare a un’alternativa affinché le fila dello Stato Islamico si assottiglino sempre di più. 

Twitter @martaserafini

Non serviamo pasti a indiani in solidarietà coi nostri marò". ​E il ristorante viene attaccato

Sergio Rame - Dom, 20/09/2015 - 19:45

La scelta di campo di un ristoratore milanese: "Ognuno di noi, nel suo piccolo, deve impegnarsi". Ma sui social viene presi di mira

Una scelta di campo netta. "Non serviamo pasti agli indiani in solidarietà con i nostri marò".



A prenderla è stato un ristorante di Milano che, nella quartiere chic che sorge ai piedi dell'Arco della Pace, ha avuto il coraggio di esporre il cartello in strada. Per questo, però, la Posteria di Nonna Papera è finita sotto attacco sui social network. Con Repubblica che si fionda a sentenziare:

"Il menu del giorno del ristorante milanese sa di razzismo e il messaggio ai clienti sulla lavagna del locale si trasforma in un danno d'immagine inarrestabile". "Mi viene solo da ridere - commenta il titolare del ristorante, Lamberto Frugoni - io la mia clientela ce l'ho, non mi spaventa di certo. Era una provocazione. I miei dipendenti sono dello Sri Lank, sono garante del mutuo di un peruviano, e io sarei razzista? Sono tra anni che questi ragazzi aspettano un processo, per caso la comunità indiana in Italia ha mai fatto qualcosa per chiedere giustizia? Ognuno di noi nel nostro piccolo deve impegnarsi, facile troppo facile mettersi su Facebook e attaccare".

Ma c'è a chi proprio non va giù che un ristoratore possa schierarsi al fianco dei nostri fucilieri di Marina che sono ancora ingiustamente trattenuti in India. Tanto che si propongono di segnalare il caso a Tripadvisor. "Se cucinano come scrivono i cartelli che espongono contro il popolo indiano - tuona uno su Facebook - statene alla larga". E ancora: "Non ci metterò mai piede, fate schifo".

In nome dei cristiani

Alessandro Sallusti - Sab, 19/09/2015 - 23:28

Ci sono vescovi che vogliono accogliere islamici prima di aver messo al sicuro i cristiani? Si accertino che tra loro non ci sia qualcuno che nel suo paese i cristiani li ha sgozzati

Ieri, con un editoriale a firma del direttore Marco Tarquinio, il quotidiano dei vescovi, Avvenire , ha preso le distanze dalla nostra proposta che l'Italia si impegni ad accogliere in primis profughi cristiani.

«Non in nome nostro» è il titolo-sentenza all'articolo di Tarquinio. Premesso che non si capisce bene chi ingloba quel «nostro», tranquillizzo il direttore: non pensiamo e scriviamo mai in nome e per conto di altri, ma in proprio; e, quindi, non abbiamo sperato o millantato di parlare a nome dei vescovi italiani. I quali, per la verità, nel loro insieme rappresentano una realtà astratta, come mi ricordò il vescovo Ersilio Tonini il giorno - sono passati trent'anni - che mi nominò capo redattore di Avvenire . «Ricordati - mi disse - che hai 122 editori (tanti erano i vescovi italiani, ndr ) che non la pensano uguale su nulla, a volte pure sull'esistenza di Dio».

Detto questo, l'analisi di Tarquinio parte da un falso, cioè che io abbia sostenuto che si debbano accogliere «solo i profughi cristiani». Ripeto per chiarezza. All'Italia - e mi sembra che su questo non ci siano dubbi da parte di nessuno, neppure di Salvini - toccherà farsi carico di una quota di profughi che fugge da persecuzioni e guerre. Visto che il numero dei richiedenti - tra veri e falsi profughi - sarà sicuramente superiore alla capacità di accoglienza, io mi chiedo: come li scegliamo?

La Merkel ha già deciso: i siriani. E noi? Procediamo per ordine alfabetico, per sorteggio, per anzianità di sbarco (impossibile da stabilire visto che non li registriamo)? Io propongo: prima i cristiani, perché sicuramente fuggono da una persecuzione e perché fratelli di fede e cultura, dovessimo anche andare a recuperarli là dove sono nascosti o in pericolo. Semplice, non mi sembra una bestemmia da essere bollata dal giornale dei cattolici con un «non in nostro nome».

Ci sono vescovi che vogliono accogliere islamici prima di aver messo al sicuro tutti i cristiani, sempre nel limite delle nostre possibilità? Si accomodino, ma almeno si accertino che tra loro non ci sia qualcuno che nel suo paese i cristiani li ha sgozzati e crocefissi in nome di Allah, o abbia anche solo assistito muto e compiaciuto allo scempio. Perché è vero che siamo tutti figli di Dio, ma c'è Dio e Dio. E il nostro è il più caritatevole, non il più stupido.

Io, musulmana del Pd non entrerò in moschea. Il Comune ha sbagliato"

Alberto Giannoni - Lun, 21/09/2015 - 08:29

Maryam Ismail, antropologa italo-somala, è nella segreteria dei democratici: "La maggioranza dell'islam, laico e moderato, è stata esclusa"

«Sono una libera musulmana». Maryan Ismail è preoccupata e l'ha spiegato anche al Qt8, in un incontro sul caso moschee. Maryane ha doppia cittadinanza ed è nata a Mogadiscio.
«C'erano due chiese cattoliche - ricorda - il vescovo (poi ucciso), una sinagoga, un tempio induista e uno buddista, ognuno pregava il suo Dio». Quella sua Somalia non esiste più. «Oggi - spiega - è la palestra internazionale delle brigate di musulmani fondamentalisti stranieri.

Tutti i pazzi della Terra sono andati lì ad addestrarsi. I tagliatori di teste si sono allenati con le teste dei somali. Stiamo pagando un tributo altissimo». Sei mesi fa suo fratello, Yusuf Mohamed Ismail, ambasciatore somalo all'Onu di Ginevra, è stato ucciso in un attentato jihadista. Maryan è antropologa e da anni a Milano impegnata in politica. Ha guidato il circolo «Città Mondo» e oggi fa parte della segreteria del Pd. Ma è preoccupata e delusa.

Dottoressa Ismail, che giudizio dà sul caso moschee?
«Io ho a cuore l'idea di una moschea di tutti i musulmani, ci sono tanti islam. Quello di cui posso parlare io, l'islam africano, è universalistico, aperto, con una componente animistica. Fra Milano e provincia ci sono 150mila musulmani. Di senegalesi, somali, indonesiani, dei sufi, nessuno parla. La mia idea era una moschea neutra, senza fazioni. La stragrande maggioranza dei musulmani non vuole la politicizzazione della religione».

Del bando comunale cosa pensa?
«Dico “finalmente c'è stata quella iniziativa”, ma i risultati sono infelici, non solo per noi musulmani ma per il centrosinistra. Quel che lascia l'amaro in bocca è che la stragrande maggioranza dei musulmani, moderati, laici, via via sono stati esclusi. Si è posto come elemento decisivo della trattativa quello economico».

Quali sono i motivi di preoccupazione?
«Ho condiviso la lettera al sindaco di un gruppo di donne musulmane. Sottoscrivo le preoccupazioni di quelle donne, Con loro ho a cuore il diritto al culto sancito dalla Costituzione. Ma l'islam è religione particolare, nessuno può essere scevro dal contesto mondiale, dove islam gioca un ruolo problematico. Avevamo spinto sul fatto che la moschea fosse trasparente, sulla parità di genere, sulla separazione fra politica e religione, sul no a una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano. Invece viene sempre rappresentato l'islam arabo, che ha l'egemonia, e questo non va bene, tutti quanti abbiamo dignità».

Cosa avrebbe fatto lei?
«Serviva una visione metropolitana. Penso alla sinagoga: via Guastalla e tante piccole. La stessa cosa perché non può essere fatta con l'islam? Serviva una moschea gestita da un board con tutti, costruita con la città, con le zone. Chi avrebbe detto no a una moschea di senegalesi? Che paura può fare la piccola comunità somala? Nel percorso qualcosa non è andato bene. La non apertura, la non separazione fra islam religioso e politico. Il timore è che si rappresenti chi oggi detta una linea politica molto forte».

Che aggettivo userebbe per il Caim, il coordinamento che con una sua associazione ha «vinto» l'area di Lampugnano?
«Il Caim non mi rappresenta. Non entro in conflitto con loro, riconosco il loro diritto di rappresentarsi ma non faccio parte di quella parrocchia, per l'utilizzo della politica nella religione e viceversa. Ci sono 20 associazioni dentro ma tutte legate a una visione».

Il punto per lei è il rapporto politica-religione?
«La commistione politica-religione mi ripugna. Attraverso le bombe sappiamo cosa significa l'uso della religione in politica».

Quanto incide la tragedia personale che ha vissuto?
«Questa posizione l'avevo anche prima. La lettera l'ho firmata prima dell'attentato a mio fratello. La morte di mio fratello evidenzia quello che ho sempre pensato».

Dove prega oggi?
«Io? in via Meda»

Entrerebbe mai nella moschea di Lampugnano?
«In una moschea gestita nei termini che ho detto? No. Mai dire mai ma non ci andrei a pregare. Almeno fin quando non c'è una chiara scelta, inequivocabile. E non sto facendo una questione di sigle, Caim sì, Caim no. È questione di orientamento. Non posso essere rappresentata da un'area che non ha ancora scisso la religione dalla politica».

L'impotenza di un'Europa che si arrende all'invasione

Francesco Alberoni - Dom, 20/09/2015 - 18:33

I popoli e i governi europei non sanno fronteggiare la crisi dei migranti. Non l'hanno prevista, ne hanno negato l'esistenza

I popoli e i governi europei non sanno fronteggiare la crisi dei migranti. Non l'hanno prevista, ne hanno negato l'esistenza, non ne hanno studiato le cause e ora reagiscono scompostamente.
La ragione profonda di questo comportamento è che noi europei da settant'anni viviamo in pace e in prosperità, un periodo lunghissimo, come non c'è mai stato nella storia. Non abbiamo più avuto esperienza di guerre, di invasioni, non ci siamo più trovati nella necessità, di prendere decisioni drammatiche, di usare la violenza. Le nuove generazioni credono che la pace sia uno stato normale mentre le guerre e i bombardamenti siano dei fatti patologici che avvengono in Asia e in Africa.

Oppure le fanno gli americani. Noi, invece, siamo tutti buoni, tutti pacifisti, non abbiamo nemmeno una frontiera. Questa Europa pacifica e ricca, grazie alla televisione, è apparsa ai popoli in guerra e affamati come il paese di Bengodi. A poco a poco gli asiatici e gli africani hanno provato a venire. Si sono accorti che non venivano respinti con le armi ma accolti, ospitati in una gara di generosità. E allora sono partiti a migliaia.

Poi sono state create organizzazioni che li raccolgono e li portano sulle nostre coste a centinaia di migliaia. Infine si sono mossi i profughi siriani e gli uni e gli altri stanno dilagando per l'Europa dove nessuno sa come fermarli perché travolgono o aggirano ogni ostacolo. Bisognerebbe fermarli e aiutarli prima che arrivassero, ma questo è un argomento che non viene affrontato dai politici europei perché l'Ue non ha una politica estera.

Eppure siamo essenziali nella Nato, Inghilterra e Francia hanno diritto di veto nel Consiglio di sicurezza e siamo potentissimi sul piano economico. Potremmo fare molte cose. Potremmo offrire una cifra enorme alla Turchia perché attrezzasse i campi profughi e fermasse i gommoni che vanno in Grecia, potremmo fare pressioni sugli Usa perché la smettessero di litigare con la Russia in Siria e potremmo chiedere all'Arabia Saudita e al Qatar di non finanziare più gli jihadisti in Libia. Ma i nostri 28 capi di Stato o primi ministri non esprimono una volontà unica e non riescono a far pesare l'immensa potenza dell'Ue. E così si prendono anche i rimproveri di Ban Ki Moon.

La foto del baby profugo che gattona: troppo bella per essere autentica?

Marcello Foa

baby siriana

Ah, i giornalisti. O meglio: i fotoreporter. La foto di Aylan, che ha commosso il mondo cambiando la percezione dell’opinione pubblica sul problema dei rifugiati, era autentica: non c’è stata manipolazione e i tentativi di dimostrare il contrario si sono dimostrati fallaci perché basati solo sul sospetto.

In queste ore un’altra foto sta facendo il giro del mondo: quella del piccolo siriano (verosimilmente una bambina) che gattona di fronte ai poliziotti. E questa volta la mia valutazione cambia. Sia chiaro: per averne la certezza dovrei essere sul posto e pertanto non posso formulare un giudizio definitivo, ma l’esperienza di inviato speciale e di esperto di tecniche di spin mi induce a diffidare della spontaneità della scena.

Mettetevi nei panni di un fotoreporter, che ha assistito con un misto di ammirazione e di invida allo scopo della fotografa siriana che ritratto il piccolo Aylan sulla spiaggia di Bodrun. Un fotoreporter sa che uno scoop di quel tipo ti cambia la vita e sa che le redazioni sono molto sensibili a foto analoghe. Mentre fino a poche settimane fa quelle dei migranti faticavano a finire in pagina o in home page, ora vengono richieste insistentemente, soprattutto se riguardano bambini.

La foto del neonato che gattona è troppo innaturale. Osservatela con attenzione: intorno a sé non ha nessuno, non si vedono altri profughi, non si vede la folla. La qualità della foto, però, è eccellente. Il gioco delle luci e delle ombre perfetto. Il fotografo si sdraia per scattare la prima foto. Roba da professionisti. Tutto è nitido, perfetto, l’immagine ha pathos, intenerisce, ma, esaminandola razionalmente, appare inverosimile. E il sospetto che la scenografia sia stata ideata ad arte diventa perlomeno plausibile.

gattona 2

Basta un fotografo particolarmente sveglio e intraprendente, alla ricerca di un altro scoop a forte impatto emotivo, che individua una giovane coppia con la bambina in braccio e li convince a spostare la loro piccola proprio di fronte ai poliziotti, i quali aspettano da ore sotto il sole di fronte a una folla pacifica, non sono aggressivi né diffidenti; lasciano fare quei giovani genitori. Basta osservare l’espressione degli agenti che guardano quella piccolissima profuga; è di sorpresa e di umana simpatia, sufficiente per intuire che quel piccolo non stava davanti ai loro occhi da ore. L’hanno portato lì in quel momento; giusto il tempo di due scatti. Destinati a fare il giro del mondo. E a rendere ricco e felice un intraprendente e molto furbo fotoreporter.

Quei telegiornali della Rai senza rispetto per chi li paga

Vittorio Feltri - Lun, 06/07/2015 - 07:00

Siamo ai primi di luglio e il personale della Rai è già quasi tutto in ferie, almeno con la testa. Lo si capisce dai prodotti che manda in onda senza vergogna. Se la vacanza è un diritto dei lavoratori, ammesso che i dipendenti dell'ex monopolio possano definirsi tali, esso non deve ledere quello degli abbonati - che pagano un canone annuo di oltre 100 euro - di ricevere programmi che ne giustifichino il prezzo.

Non sono uno che vive con lo sguardo fisso sul video, ma ogni tanto gli do un'occhiata (...)
(...) non furtiva, dato che sono in regola con i versamenti della tassa cosiddetta di possesso (del televisore). Ieri, per esempio, alle 13 mi sono sintonizzato sul Tg2. Volevo informarmi sugli avvenimenti di giornata. Scorrono alcuni servizi talmente maldestri da farmi pensare di essermi sbagliato a pigiare il tasto del telecomando. Un notiziario del genere avrebbe sfigurato perfino se emesso da un'antenna artigianale di un Comune periferico. Roba da non credere.

La conduttrice, gradevole e abbastanza spigliata, annuncia un fatto corredato da un filmato. Attendo fiducioso. Trascorrono alcuni secondi e ricompare la conduttrice imbarazzata. Spiacente - dice - ma a causa di un disguido, dobbiamo rinviare il pezzo. Vabbè, può succedere. Il telegiornale prosegue per un paio di minuti, e la signorina mezzobusto annuncia un altro fatto corredato, come il precedente, da un filmato. Aspetta e spera. Di nuovo, la giornalista, incolpevolmente confusa, è obbligata a comunicare che anche stavolta non c'è niente da fare: il filmato non ne vuole sapere di librarsi nell'etere.

A questo punto mi rendo conto che può accadere di tutto, e tutto in effetti accade. La giovane donna, probabilmente alle prime armi nel ruolo di riserva alla guida del notiziario, va totalmente nel pallone e riesce a pronunciare una serie impressionante di stupidaggini indegne financo di un'emittente rionale. Cito solo due perle. Prima perla: due giovani ragazze. Se sono ragazze è ovvio che siano giovani. Così come è ovvio che un neonato sia un bambino piccino piccino. Seconda perla: un giovane a bordo di un motorino. Segnalo che i motorini (meglio dire scooter) non hanno un bordo, contrariamente alle automobili e alle barche. Errori veniali? Tutti gli errori sono veniali se valutati uno per uno, ma commetterne due di fila dopo le topiche dei filmati presentati e mai proposti è troppo: non passano inosservati.

Per carità cristiana non scrivo il nome della signorina spedita allo sbaraglio sul teleschermo, che merita solidarietà e protezione. Conviene semmai chiedersi perché, con l'arrivo dell'estate, il Tg2, che in verità non brilla neppure d'inverno quando gli organici sono pieni, si riduca in questo stato, senza rispettare gli utenti ossia i datori di lavoro, coloro che sborsano - guai se non lo facessero - un pacco di euro per finanziare il telegiornale. Possibile che la redazione e la squadra dei tecnici, allorché si alzi la temperatura, fuggano al mare o ai monti abbandonando quattro sfigati al loro destino di rincalzi?

Non è finita. Deluso dal Tg2, aziono il telecomando e mi posiziono sul Tg1, il più autorevole della Rai, confidando nella professionalità dei colleghi teoricamente più prestigiosi in ambito televisivo. Ma c'è un ma. La conduttrice di consumata esperienza si affretta a precisare che il notiziario sarà breve, dovendo ella cedere la linea al Gran premio di Formula Uno. La signora è di parola. Esaurisce in otto o dieci minuti al massimo la lettura di quanto successo in Italia e all'estero.

Non faccio in tempo a stupirmi, e scatta la pubblicità, che dura di più del tiggì; poi la scena è dominata dai bolidi. Per sapere come va il mondo non rimane che ripiegare gratis sulle tivù commerciali, La7 e Mediaset. Se questa è la Rai, non conviene riformarla, ma incendiarla con i suoi 13mila dipendenti, che dipendono da tutto tranne che dalle nostre esigenze.