giovedì 24 settembre 2015

Morto 90 anni fa ma ancora vivo, il mistero del monaco buddista

La Stampa
carla reschia

Nel tempio di Ivoginsk, nell’estrema periferia russa, dove è conservato “il lama vivente”. I capelli crescono, il corpo ha la temperatura di 35,3 gradi e non è stato sottoposto ad alcuna procedura di imbalsamazione



“Volete vedere il lama vivente?”. Rada è una guida competente e colta, parla un eccellente inglese e non indulge a nessun vezzo da guida. Fa semplicemente e correttamente il suo lavoro. Che è accompagnarci a scoprire il datsan di Ivoginsk, un tempio buddista a 35 km da Ulan Ude, capitale della repubblica buriata, uno dei territori più periferici della federazione russa. 

Anche a vent’anni dalla Perestrojka un tempio buddista nell’ ex feudo dell’ ateismo di Stato, e nell’ attualissimo reame dell’ ortodossia cristiana, è degno di visita. Questo poi è anche l’unico costruito per diretta intercessione del tiranno Stalin, che i templi di ogni credo solitamente li spianava. Ma nel 1946 si fece intenerire dai monaci locali, i quali durante la Grande guerra patriottica si erano prodigati per i feriti al fronte.

Non al punto da permettere loro di ricostruire il grande e antico tempio che aveva fatto saltare per aria sul lago di Gusinoe, ma abbastanza per concedere l’uso di una palude a distanza di sicurezza dalla città. Oggi il tempio è in pieno boom edilizio perché i fedeli aumentano. Stanno ricostruendo l’università e c’è persino un allevamento di magnifici mastini siberiani tenuti con ogni cura e disponibili per accoppiamenti e cucciolate.

Di lama in giro se ne vedono parecchi, sembrano tutti in salute. Rada, che diavolo è il lama vivente? E Rada la razionale cambia espressione e linguaggio raccontando la storia di Khambo Itighelov, rispettato Bancho Lama della comunità buriata, ricevuto anche a corte dall’ ultimo zar, che nel 1926 invitò i suoi discepoli a lasciare il paese perché, disse, tutto il loro mondo stava per essere travolto. Lui tuttavia restò, salvo lasciare un anno dopo, questa Terra. Si congedò in modo composto, raccogliendosi nella posizione del loto, recitando le opportune preghiere e, semplicemente, smettendo di respirare. Tornerò, promise.

E raccomandò di riesumare il suo corpo dopo una ventina d’anni. Così fu fatto. Ma le prime riesumazioni, condotte, pare, in tutta segretezza, in pieno regime, non furono divulgate, mentre quella del 2002 ha avuto una grande visibilità mediatica e anche un servizio fotografico, per attestare come a 75 anni dalla morte il lama fosse perfettamente integro. Imprecisati rapporti medici avrebbero accertato nel tempo che gli arti sono flessibili, la pelle è indistinguibile da quella di una persona viva, i capelli crescono, il corpo ha la temperatura di 35,3 gradi e non è stato sottoposto ad alcuna procedura di imbalsamazione. Insomma, un morto non morto, che continua la sua vita in un altro modo, un mistero, un miracolo e una grande attrazione per il monastero. 

Talvolta il lama viene esposto in occasione delle feste religiose e sì, è possibile vederlo, previa autorizzazione (è comunque vietato fotografarlo): chiuso in un piccolo tempio dedicato, circondato dalle offerte, dai paramenti e dalle immagini votive tradizionali, vestito come ogni monaco di giallo zafferano e porpora, il lama è lontano, piccolo e insondabile, protetto da una teca di cristallo. Una versione buddista del sempiterno mausoleo di Lenin a Mosca. Siede a gambe incrociate - sta proprio così, non ha alcun sostegno, bisbiglia Rada- e ha la testa china e gli occhi chiusi. Dietro le palpebre nella luce debole della stanza sembrano intravedersi i bulbi oculari, la bocca é serrata. Anche Richard Gere, il buddista più glamour di Hollywood è venuto a vederlo, pare. Mentre il Dalai Lama è stato bloccato alla frontiera per evitare incidenti diplomatici con la Cina.

Insulti su Facebook al writer morto. E la madre denuncia gli autori

Corriere della sera

di Roberto Rotondo

«Voglio un segnale contro la crudeltà in rete». Edo ucciso da un convoglio: «Era un artista, un ragazzo che dipingeva. Non è possibile giudicare senza pietà»

Edoardo Baccin

Varese « Mio figlio è morto schiacciato da un treno - sospira Stefania, con la voce spezzata -, eppure c’è chi ha festeggiato la tragedia su Facebook. È giusto fare finta di niente?». Dilaniato da un convoglio merci, alla stazione di Arona. Così è morto Edo (Edoardo Baccin), il giovane writer di Somma Lombardo, 19 anni, che la notte del 6 agosto non si accorse del passaggio di un treno tra i binari della stazione piemontese dove era entrato di nascosto con gli amici.

Per dipingere, o forse imbrattare: dipende dai punti di vista. Per dare sfogo alla propria arte, anche se clandestinamente e in maniera illegale. Storia controversa, quella dei writer. Artisti o delinquenti? La tragedia avvenuta quella notte aggiunge altra carne al fuoco. Nessuno potrà restituirle il figlio, ma Stefania Pasqualon, 45 anni, ha deciso di non stare più zitta. Vuole lanciare un segnale, far discutere, e in special modo si rivolge agli utenti di internet.

Ieri ha presentato alla questura di Varese una denuncia contro un iscritto a Facebook, un ragazzo che commentò con crudeltà la notizia della scomparsa del figlio. Frasi violente, scritte dal giovane su un profilo personale ma anche aggiunte di proposito in una pagina pubblica di discussione. Parole come queste: «Sììì. Godooo....un bastardo bimbominkia in meno!». E altre. Perché tanta violenza? Non bisogna nascondere la verità. Le «crew» della bomboletta spray clandestina sono tante e sui treni hanno già causato danni per migliaia di euro.

Denaro pubblico, di tutti i cittadini. E forse anche per questo motivo che quella mattina, quando i siti di notizie lanciarono la storia, alcuni utenti di Facebook non esitarono a esprimere soddisfazione per la morte di Edoardo. Mamma Stefania ha però deciso di ribellarsi al fatto che qualcuno possa festeggiare la morte di un 19enne, qualunque sia l’azione che abbia commesso. «

Mio figlio era solo un ragazzo che dipingeva - osserva la signora Pasqualon - neanche a un animale vengono rivolte offese così gravi. Ho parlato con la polizia - continua - e ho deciso di querelare l’autore del commento più grave, perchè vorrei lanciare un segnale e far riflettere tutti sulla crudeltà che spesso si nasconde dietro alle tastiere di internet. Non si possono giudicare le persone e offendere i morti senza pietà».

La polizia, finora, si è mossa ipotizzando il reato di manifestazioni oltraggiose verso i defunti. La digos di Varese aveva già avviato una propria indagine quando, ad agosto, uno degli amministratori della pagina Facebook in cui comparve il commento incriminato, segnalò in questura l’autore delle offese. Ma in generale i commenti comparsi in rete contro il writer, quel giorno, non furono certo pochi. «Sapeva a che cosa poteva andare incontro...non mi strappo i capelli», scrisse un altro utente.
Al quale seguirono ne seguirono altri ancora.

«Capisco, ma in un caso si è andati davvero troppo oltre - ribatte Stefania -, non so se voglio incontrare questa persona, ma di sicuro gli lancio un appello. Chieda scusa e faccia una riflessione sul valore della vita umana. E io ritirerò la denuncia». Secondo la madre di Edoardo Baccin è il pregiudizio il male oscuro che ha guidato i pensieri di chi, usando i social network, ha inveito contro il figlio: «Se non conosci questi ragazzi, li giudichi male, io stessa non volevo che Edo frequentasse i writer.

Lui mi raccontava tutto, mi diceva che andava a pitturare. Io mi opponevo, non ero d’accordo. Oggi però li ho conosciuti e ho cambiato idea. Edo ha seguito un ideale e anche se alcune azioni sono illegali - fa notare la donna - non si tratta di delinquenti ma di artisti. Non uccidono, non spacciano. Scrivere sui treni, per loro, significa far viaggiare la propria arte per il mondo.

So che può essere discutibile, ma è così. Inoltre non pitturano sempre in maniera illegale, ma spesso hanno partecipato a manifestazioni artistiche alla luce del sole, come quando mio figlio e i suoi amici si diedero da fare per abbellire i sottopassaggi comunali, grazie a uno spazio concesso dal comune di Somma Lombardo».

Resta da sottolineare una cosa: comunque la si pensi, i writer si stanno dimostrando una comunità. Hanno organizzato una giornata di ricordo per Edo. Qualcuno lo ha ritratto su un muro in provincia di Milano come un angelo con la bomboletta spray. «I suoi amici da quel terribile giorno mi stanno continuamente vicino - rivela la donna -, mi vengono a trovare a casa, mi impediscono di restare troppo da sola. Non giudicateli. I treni si possono pulire, alla morte invece non c’è rimedio».

24 settembre 2015 | 09:07



Lettore_3647836 24 settembre 2015 | 11:32
Mi sembra perfettamente coerente con il "trend" di questo paese. Invece di pagare i danni si denunciano gli utenti di facebook. Avanti così che va tutto bene.


omissam 24 settembre 2015 | 10:41
mi spiace per la madre, ma non era uno che disegnava. Era un imbrattatore a danno di tutti i cittadini, ora la madre ripaghi i danni causati dalla vernice del figlio e non faccia la piangina forse con una educazione migliore sarebbe ancora vivo


Lettore_663149 24 settembre 2015 | 10:38
I treni li farei pulire con i suoi soldi, cara signora mia. Io non gioisco per la morte di nessuno, nemmeno di suo figlio, ci mancherebbe.


manuel10 24 settembre 2015 | 9:59
certo i treni si possono pulire peccato che per farlo ci vogliono i soldi, soldi di gente a cui dell'"arte" di queste persone non frega nulla. se il ragazzo avesse espresso la sua arte su una tela magari oggi sarebbe ancora vivo. io non mi sento affatto triste per quello che gli è successo


Lettore_9146507 24 settembre 2015 | 9:52
Ma che lanciasse un messaggio agli imbrattatori invece!


Mirmidone 24 settembre 2015 | 9:46
sono solo dei vandali tutto il resto è aria fritta.


giorgio2009 24 settembre 2015 | 9:44
Di quello che ho letto salvo solo il dolore della madre. Tutte le altre considerazioni, ivi compresa quella del "ragazzo che dipingeva", sono castronerie prive di senso. No signora, il suo non era un ragazzo che dipingeva. Era un vandalo, un delinquente, uno che sfogava la sua "passione" in maniera illegale, che costava a lei (ma questo chissenefrega) e soprattutto a me (che invece rispetto la legge sempre e comunque) fior di soldi.


Lettore_9078739 24 settembre 2015 | 9:30
volenti o dolenti io non li definirei writer o artisti ma vandali che costano migliaia di euro che vanno a ricadere sugli utenti.non mi esprimo sul contenuto dell'articolo ma penso che si debbano usare i termini giusti.così come la Levato non è una bocconiana(e finalmente non la definiscono più tale da un po') ma una donna e Boettcher non un broker ma un mantenuto.

Riforme, è caos emendamenti Boschi: no a veti né algoritmi Calderoli: leggete il regolamento

Corriere della sera

L’avvertimento del presidente Grasso: «Non consentirò il blocco dei lavori dell’Aula». La replica del leghista: «Non esistono tetti agli emendamenti»

È scontro al Senato sugli 85 milioni di emendamenti al ddl Boschi presentati dal leghista Roberto Calderoli. Il presidente del Senato Grasso ha fatto sapere che non accetterà il tentativo di bloccare Palazzo Madama, specificando anche la valanga di modifiche proposte dal Carroccio rappresenta una «offesa alla dignità delle istituzioni». Proprio a Grasso ha replicato in Aula Calderoli: «Gli consiglio - ha detto il leghista - di leggere il regolamento, dove non c’è un tetto al numero di emendamenti, pertanto tutto quello che è consentito si può fare». Intanto l’Aula del Senato ha bocciato la richiesta delle opposizioni di non passare all’esame degli articoli del ddl Riforme, con 165 no: i lavori quindi andranno avanti dopo la riunione dei capigruppo che stabilirà il calendario del provvedimento.
«Siamo a un passo dal traguardo»
Sulla valanga di emendamenti è tornata la stessa Boschi. «Abbiamo sempre riconosciuto il valore sacro del Parlamento, ed è un valore di sicuro più alto del generare automaticamente degli emendamenti, crediamo nel Parlamento e non in un algoritmo». Il governo, ha voluto chiarire Boschi - non lascerà nulla di intentato per un accordo ampio, ma allo stesso modo non accetterà veti da parte di nessuno. «È la volta decisiva - ha affermato Boschi al Senato - . Con le nostre riforme, con le vostre riforme, l’Italia è tornata ad esser terra di opportunità. Siamo a un passo dal traguardo». Durissima la replica al ministro di Calderoli: «Il suo intervento non so se mi ha ricordato di più una lettura di una paginetta di Wikipedia sulla storia della Costituzione o la discussione di una tesina di laurea».

24 settembre 2015 (modifica il 24 settembre 2015 | 11:53)

Un coro di insulti per la Boldrini che vuole "cancellare" Mussolini

Francesco Curridori - Ven, 17/04/2015 - 17:37

Dagli storici al web, dai politici ai critici d'arte, tutti in difesa dell'obelisco odiato dalla Boldrini

“Ma cosa vuole che le dica? È una cazzata”. Non va proprio giù a storici e critici d’arte l’idea del presidente della Camera Laura Boldrini di cancellare la scritta Mussolini dall’obelisco del Foro Italico.“Quella lì cosa si è messa in testa di essere? La regina d’Italia? Non merita neppure la mia opinione”, ha commentato duramente lo storico Arrigo Petacco raggiunto telefonicamente dal giornale.it.

“Meglio se cancella la sua carta d’identità”, ha esordito lo storico d’arte Vittorio Sgarbi che ha invitato la Boldrini a dimettersi: “Non è degna della carica di Presidente e non ho tempo da perdere con questa imbecille”. Il suo collega Philippe Daverio ha considerato l’idea “in linea con la politica dell’Isis che tende a cancellare la storia” e ha condannato la “damnatio memoriae” del presidente della Camera.

“Un conto è se, immediatamente dopo la caduta del comunismo si butta giù la statua di Stalin, ma oggi nessuno si permetterebbe di togliere la statua di Luigi XIV da piazza della Vittoria a Parigi in nome della Repubblica. Ormai la rivoluzione francese è finita da secoli”. L’autore di “canale Mussolini” Antonio Pennacchi si è limitato a suggerire di “cancellare anche il nome di Nerone dai libri di storia”.

Anche il popolo dei social network si è divertito con commenti dello stesso tenore. Su Twitter Antonella Scutiero ha scritto: “Comunque nel Colosseo ci ammazzavano i cristiani, secondo il ragionamento della #Boldrini dovremmo abbatterlo”, Giorgio Gaias, invece, allerta chi vive in provincia di Roma: “Un avviso agli abitanti di: Latina, Pomezia, Sabaudia, Aprilia, Pontinia e Guidonia, iniziate a migrare. #Boldrini”. Anche il comico @Pinucciotwit ha espresso un’opinione molto critica: “Boldrini: "È ora di togliere la scritta Mussolini Dux dall'obelisco del Foro Italico"cancellare qualcosa è una azione fascista (Mia suocera)”.

Su Facebook è invece nata una pagina che promuove l’evento: “Selfie sotto l’obelisco, ciao Boldrì” programmato polemicamente per il 25 aprile, giorno della Liberazione. Anche dal mondo politico arriva una voce di inaspettato dissenso da parte del presidente del Pd Matteo Orfini che, interpellato da Omniroma, ha affermato:” "Noi siamo un Paese antifascista, i principi della lotta antifascista sono scritti nella nostra Costituzione. Non abbiamo bisogno di cancellare la nostra memoria, seppur a tratti drammatica.

Credo che la ‘damnatio memoriae’ sia un elemento di debolezza e non di forza da parte di chi la esercita". E anche questa volta le parole della Boldrini hanno riscosso un grande (in)successo.

Marino è più presente su Facebook che a Roma: pioggia di pagine e sfottò

Mary Tagliazucchi - Gio, 24/09/2015 - 09:54

Un esercito di utenti anima le comunità virtuali contro il chirurgo di Genova

Le polemiche su Ignazio Marino, il sindaco di Roma più contestato della storia capitolina, anziché fermarsi proseguono a ritmo battente.



Complice anche l'ultimo viaggio negli Stati Uniti del primo cittadino, il quale ancora una volta, si è giustificato dicendo che è lì per cercare nuovi investitori. Vero o no, oggi vogliamo evidenziare un altro aspetto, del sindaco Marino, ovvero quello “social”.

Dalla sua ascesa al Campidoglio infatti sono nate un'infinità di pagine facebook, o account (falsi) di Twitter a lui dedicati. Mai prima d'ora un sindaco di Roma aveva creato così tanto fermento e ironia tra gli utenti del web. Certo ora siamo in piena era dei social network, ai tempi di Veltroni ad esempio questo non poteva accadere.

In un solo coro web e social network gridano: “Marino fatti da parte”. Un esercito di 42 mila utenti complessivi anima le comunità virtuali contro il chirurgo di Genova. Pochissimi, se non rari coloro che lo sostengono. Su Facebook da subito sono nate pagine dal nome come: "Togliete il vino ar Sindaco Marino". Una vera e propria rassegna di articoli tratti da siti internet della principali testate romane accompagnano ogni giorno gli oltre 30.580 follower.

Le dichiarazioni del sindaco o le decisioni prese dalla sua amministrazioni si commenterebbero da sole, ma gli amministratori della pagina e gli utenti non mancano di ridere amaramente di quello che succede nella Capitale. Altra pagina seguitissima con i suoi 3.233 visitatori è "Marino non è il mio sindaco, via da Roma", qui i commenti sul “Sindaco dei Rom” si sprecano. Foto di degrado, commenti sui trasporti da terzo mondo si sprecano. E non è da meno "Roma non merita un Sindaco come Ignazio Marino" con i suoi 43.713 seguaci.

Esilarante la frase postata dall’amministratore della pagina che dice: “Lui sta a fa’ er piacione in Ammmmerica e Roma continua la sua deriva”. Questo esercito di utenti che ridono per non piangere della situazione della loro città, si ritrovano quotidianamente su questa piazza telematica di Facebook per criticare, sbeffeggiare e ridere insieme delle disavventure di chi, come loro vive a Roma. Persino l’ex sindaco Gianni Alemanno, anche lui a suo tempo preso di mira dai social ha voluto dire la sua, questa volta attraverso Twitter riguardo il nuovo viaggio americano di Marino: "E #Marino riparte negli USA.

Con la scusa di accompagnare il Papa a #Filadelfia scappa ancora una volta da #Roma”. E se gli utenti del web ridono amaramente, lui sembra sorridere incurante di tutto.

Apple: taglia da 1 milione di dollari per chi riesce a violare iOS 9

La Stampa

A metterla è la nuova società di cybersicurezza Zerodium, che offre la cifra a chi riuscirà a sfruttare una vulnerabilità del sistema operativo per prendere il controllo da remoto di iPhone e iPad



Una taglia da un milione di dollari pende sulla testa di iOS 9, il sistema operativo mobile diffuso da Apple mercoledì scorso. A metterla è la nuova società di cybersicurezza Zerodium, che offre la cifra a chi riuscirà a sfruttare una vulnerabilità di iOS 9 per prendere il controllo da remoto di iPhone e iPad. «L’iOS di Apple è al momento il più sicuro sistema operativo mobile, ma sicuro non significa inviolabile», scrive sul suo sito la società, che in totale ha messo a disposizione 3mln.

Chi voglia cimentarsi con la sfida, si legge nelle condizioni poste da Zerodium, deve scovare una falla di sicurezza in iOS 9 che consenta di controllare iPhone e iPad, attraverso una pagina web visitata dall’utente o un semplice sms, in modo da permettere di installare un’applicazione sui dispositivi all’insaputa dei legittimi proprietari. Chi riesce ad hackerare il sistema operativo deve poi impegnarsi a rivelare la vulnerabilità scoperta esclusivamente all’azienda.

Zerodioum è stata fondata nel luglio scorso da Chaouki Bekrar, già fondatore della società francese Vupen che, come l’italiana Hacking Team vittima di un hackeraggio nel luglio scorso, vende programmi di sorveglianza informatica ad agenzie governative e grandi imprese private. Un eventuale sistema per spiare gli iPhone potrebbe quindi finire nei prodotti offerti dalla società, e probabilmente a caro prezzo: con l’eccezione delle app infette appena scoperte in Cina e subito rimosse dal negozio di applicazioni, la piattaforma di Apple è considerata come sicura. 

Ecco perché ci metti troppo a caricare questo sito

La Stampa
francesco zaffarano

Secondo l’ultimo report Akamai sullo stato di Internet, l’Italia è al terzultimo posto tra i Paesi EMEA per velocità media di navigazione. Ma ci sono anche delle buone notizie



Si naviga di più, si naviga meglio e si naviga sempre più velocemente. Ma non nello stesso modo in tutto il mondo. E stando all’ultimo report Akamai sullo stato di Internet, che fotografa la situazione relativa al secondo trimestre del 2015, l’Italia non se la passa bene, dal basso della sua 54esima posizione nella classifica mondiale sulla velocità di navigazione.

A guardare il dato puro e semplice, potremmo festeggiare un aumento della velocità media di navigazione su internet nel nostro Paese, oltre al superamento della soglia dei 4 Mbps. Il problema è che a migliorare sono tutti i Paesi EMEA (l’area economica che comprende Europa, Medio oriente e parte dell’Africa) e tra questi, noi siamo i terzultimi per velocità di navigazione.

Dovremmo e potremmo fare di più per risollevarci dalla terzultima posizione alla quale siamo relegati, ma il problema è che fino ad ora non lo abbiamo fatto. Almeno non quanto i nostri vicini di casa: rispetto a un anno fa, gli italiani navigano a una velocità media che è aumentata del 12%. Si poteva fare di meglio, come mostrano gli sforzi degli Emirati Arabi Uniti, della Norvegia e di molti altri Paesi che ci staccano di parecchie decine di punti percentuali.

C’è da dire, però, che rispetto all’ultima rilevazione di Akami, relativa al primo trimestre del 2015, il miglioramento (del 4,6%) è decisamente più sensibile, soprattutto se messo a confronto con gli altri Stati dell’area EMEA. 

La classifica, insomma, cambia notevolmente se si prendono in considerazione i piccoli passi del nostro Paese: siamo al quindicesimo posto su base annuale ma raggiungiamo il nono su base trimestrale. La rivoluzione è ancora lontana ma a migliorare la situazione potrebbe essere il piano da 6 miliardi per la banda ultralarga approvato dal Consiglio dei ministri. E se riuscissimo a centrare l’obiettivo del governo di rendere fruibili per l’85% degli italiani le reti di quarta generazione entro il 2020, non migliorerebbe solo la velocità della nostra connessione ma anche il prodotto interno lordo, dell’1,5%.

Così i profughi usano i nostri soldi nelle sale giochi

Claudio Cartaldo - Mer, 23/09/2015 - 15:16

Le immagini e le denunce dei cittadini arrivano da tutta Italia. Così si giocano i 75 euro al mese che l'Italia gli mette a disposizione



Se tre indizi fanno una prova, qui siamo ben oltre. Siamo alla certezza: i soldi che l'Italia mette giornalmente a disposizione dei profughi non vengono utilizzati per la sopravvivenza, per le sigarette o per chissà cosa. Ma per le scommesse.

Ore ed ore passati sui tavoli delle sale giochi a puntare sui numeri. Totocalcio, lotteria, estrazioni: i soldi dei contribuenti finiscono in scommessa. Noi, invece, scommettiamo che i cittadini italiani risparmierebbero con piacere i 75 euro al mese (2,50 al giorno) per 12 mesi per tutti i profughi ospitati nelle strutture italiane. A conti fatti, si parla di 44 milioni di euro all'anno per i 48.000 profughi ospitati nelle strutture di accoglienza provvisorie. Un numero, insomma, al ribasso.



Il primo a denunciare il fatto è stato Giampiero Reguzzoni, vicesindaco leghista di Busto Arsizio. "Li ho visti lì - raccontava a maggio Reguzzoni - Io bevevo il caffè e intanto c’erano quattro o cinque profughi che scommettevano".Ma non è tutto. Perché le storie di immigrati sbarcati in Italia che utilizzano le nostre risorse per affidarsi alla dea bendata delle scommesse sono continuate a girare. Un'altro esempio è stato Cremona. Dove i cittadini sono andati a chiedere alla Caritas diocesana (che aveva preso in carico i profughi) di controllarli, in quanto troppo spesso li trovavano nelle sale di scommessa.



Anche a Peschiera Borromeo, poi, le immagini si sommano all'indignazione dei cittadini. Di forte impatto politico locale è stato anche il caso di Gallarate. In questi giorni la Lega Nord locale ha pubblicato le foto su Facebook di numerosi profughi pronti a puntare i loro (nostri) soldi su chissà cosa. "Caro PD - scrivono sui social - questo non è uno "squallido fotomontaggio" ma la "vergognosa realtà". Anche un politico del Pd ha confermato la notizia: "Li vedo anch’io quei ragazzi in sala scommesse, quando torno dalla stazione, ma non ne farei un dramma", ha ammesso Angelo Senaldi, deputato gallaratese del Pd a laprovinciadivarese.it.

E' sufficiente? No, perchè il 13 settembre la polizia è intervenuta a Rovigo in un locale per scommettitori quando è stata avvertita della numerosa presenza di stranieri. Conclusi i controlli, si è potuto appurare che alcuni di loro erano profughi ospitati nel centro di Ceregnano. Ed ecco che oggi a ilGiornale.it arrivano altre foto. A Biella il consigliere comunale leghista Giacomo Moscarola ci mostra le immagini e dice: "Soprattutto al sabato e alla domenica pomeriggio si trovano tutti nei centri scommesse cittadini". E in effetti sembra proprio così. Gli immigrati scommettono a rischio zero. Tanto paghiamo noi.

Intercettazioni, quando è giusta la pubblicazione

La Stampa
vladimiro zagrebelsky

Il testo di modifiche al processo penale approvato ieri dalla Camera è rimasto a lungo bloccato sullo scoglio duro delle intercettazioni, che, si ritiene, troppo spesso vengono pubblicate. L’intenzione di limitarle è stata accompagnata da un’eccessiva semplificazione del problema, come si è visto sulla questione che, in mancanza di accordo nella maggioranza, ha spinto a non sciogliere il nodo e dar delega al governo. Trovi il governo la soluzione, se non la troverà il Senato che ora esaminerà il provvedimento.

Si tratta del modo di selezionare, tra le conversazioni intercettate, quelle utili al processo cancellando le altre. A quella selezione è legato anche il regime della pubblicabilità. V’era alla Camera chi voleva eliminare la attuale udienza in cui le parti esprimono il loro parere prima che il giudice decida. Ma il processo equo è retto da un principio costituzionale essenziale, quello del contraddittorio.

Il giudice non può decidere se non dopo avere sentito le parti, il pubblico ministero, gli avvocati delle parti civili, gli avvocati degli imputati. Sarebbe impensabile che il giudice da solo scegliesse ciò che serve o non serve al processo e, pensando che sia irrilevante, escludesse questa o quella conversazione. Perché la decisione del giudice tenga conto degli argomenti di tutte le parti, occorre trovare il modo di far loro conoscere le conversazioni intercettate e poi raccogliere le loro opinioni sull’utilità di ciascuna.

Ma, si dice, l’udienza con la partecipazione delle parti fa scappare fuori dell’ufficio del giudice conversazioni che, essendo inutili al processo, dovrebbero essere cancellate. Se troppe persone ne vengono a conoscenza, diviene impossibile garantire il segreto o scoprire chi lo ha violato. Tuttavia qualunque procedura venga immaginata, una cosa è certa. Non è possibile selezionare le conversazioni intercettate senza che il giudice che decide senta tutte le parti, dopo che queste ne sono state messe a conoscenza.

Non solo su questo punto occorrerebbe maggiormente considerare che l’ascolto e la registrazione delle comunicazioni che intercorrono tra le persone, si pongono all’incrocio di esigenze numerose e confliggenti. La Costituzione riconosce come inviolabile la libertà e la segretezza di ogni forma di comunicazione. Nel medesimo senso sono le convenzioni internazionali in materia di diritti fondamentali. Ma la stessa Costituzione ammette limitazioni al diritto alla riservatezza delle comunicazioni.

Vi sono infatti necessità che giustificano intromissioni da parte della autorità pubblica. La più nota è quella che riguarda le indagini sui reati e i conseguenti processi. La Costituzione non indica espressamente quali siano le ragioni che giustificano l’intercettazione di comunicazioni. Solo impone che a ordinarla sia l’autorità giudiziaria, con un atto motivato, con le garanzie previste dalla legge.

Tra quelle garanzie rientrano i limiti posti alla pubblicizzazione delle conversazioni intercettate. Si tratta di limiti e non di divieto assoluto, come dimostra la regola della pubblicità dei processi (che conosce poche eccezioni), che espongono al pubblico fatti anche estremamente delicati che normalmente sarebbero coperti dalla riservatezza cui in linea di principio ha diritto ogni persona. Ma ancora dalla Costituzione emergono altri legittimi limiti alla riservatezza. 

La libertà della stampa implica evidentemente anche quella di pubblicare fatti e opinioni che le persone preferirebbero mantenere segrete o almeno non conosciute dal grande pubblico. Il giornalista non può offendere la reputazione delle persone, se non violando le regole deontologiche della sua professione e rischiando una querela per diffamazione, ma vi è una grande area di fatti di cui comunque può dare notizia, perché sono di interesse pubblico. Non si tratta di fatti utili a soddisfare la curiosità del pubblico, ma che riguardano personaggi della vita politica, economica, sociale e che in una democrazia il pubblico deve poter conoscere.

Ogni divieto di pubblicazione dell’esito delle intercettazioni legittimamente disposte dal magistrato deve confrontarsi con l’obbligo di non interferire con il diritto di dare e di ricevere la maggior informazione possibile su fatti di interesse pubblico. I divieti e le sanzioni che esistono e quelli che introduce la nuova legge non possono entrare in collisione con la libertà di informare e di essere informati. E i fatti di interesse pubblico non sono solo quelli che riguardano gli indagati nel processo penale o che sono penalmente rilevanti, come invece si è preso a dire come fosse ovvio. Non è vero e eccessi e abusi nelle pubblicazioni non dovrebbero consentire soluzioni che impediscano l’uscita di notizie utili, anche se scomode. Spesso vediamo fare scandalo la pubblicazione di certi fatti, piuttosto che i fatti stessi. 

Mosca, verranno riesumati i corpi dello zar e della sua famiglia

Corriere della sera

di Fabrizio Dragosei

In realtà le perizie dei magistrati hanno accertato l’identità dello zarevich e di Maria al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma la Chiesa ortodossa non si fida

(Ansa)

MOSCA – Non c’è pace per Nicola II, l’ultimo Zar di Russia e per la sua famiglia. Un tribunale ha deciso di esumare nuovamente i corpi per verificare con assoluta certezza l’identità dello zarevich Aleksej e della principessa Maria, i figli che furono rintracciati solo nel 2007, sedici anni dopo tutti gli altri membri della famiglia imperiale. Nicola II venne destituito dalla rivoluzione d’Ottobre e trasferito a Ekaterinburg, città ai piedi degli Urali, dai bolscevichi i quali volevano evitare il rischio che le armate bianche potessero liberarlo. Rinchiuso in uno scantinato con la moglie, i figli e il medico personale, Nicola venne poi trucidato. I corpi furono sotterrati segretamente nelle paludi non lontano dalla città. Il sito della sepoltura fu individuato nel 1979, ma per anni non si fece nulla. Solo nel 1991 si decise di esumare le salme. Dopo varie perizie, anche negli Stati Uniti, le salme furono portate a San Pietroburgo nel 1998.
I dubbi della Chiesa ortodossa
Con una grande cerimonia, la famiglia imperiale fu sepolta nuovamente, ma questa volta nella cattedrale San Pietro e Paolo sulla Neva, il fiume che attraversa la città baltica. Solo che all’appello mancavano i due figli di Nicola II, che sono stati trovati nel 2007. I magistrati, in realtà, sono convinti di aver accertato l’identità dello zarevich e di Maria al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma la Chiesa ortodossa, che ha dichiarato martire l’intera famiglia, non si fida e vuole l’assoluta certezza.

23 settembre 2015 (modifica il 23 settembre 2015 | 21:13)

Mail, chat e ricerche su Internet Così l’Nsa spiava tutti i pc del mondo

La Stampa
federico guerrini

31/07/2013

Il quotidiano svela l’esistenza di Xkeyscore, un programma in grado di monitorare le azioni in Rete di qualsiasi utente. Gli Usa: «Dal 2008 abbiamo catturato più di 300 terroristi»



Una delle affermazioni più controverse fatte da Edward Snowden, il leaker che ha rivelato al mondo l’esistenza dei più avanzati e capillari programmi di spionaggio mai realizzati dai servizi segreti americani (e non solo) era la seguente: “dalla mia scrivania potevo intercettare chiunque, da te al tuo commercialista, fino a un giudice federale e perfino al Presidente, conoscendo la sua email personale”. “Impossibile! Sta mentendo! - hanno strillato in coro politici del Congresso come il repubblicano Mike Rogers, presidente del comitato sull’Intelligence, e rappresentanti dell’Nsa. In realtà, pare che le cose stiano proprio così. 

È l’ultimo scoop del quotidiano britannico Guardian che, con una politica assai attenta di centellinamento del materiale a disposizione, sta cercando di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica. Qualsiasi argomento a lungo andare stanca, lo sa bene chi fa il giornalista e il Datagate, che pur ha ottenuto risultati importanti – in un recentissimo sondaggio del Pew Center per la prima volta gli americani si sono detti più preoccupati della privacy che della sicurezza nazionale - non fa eccezione; le ultime rivelazioni del Guardian, riguardanti l’esistenza di un programma chiamato Xkeyscore, non hanno avuto lo stesso impatto delle precedenti. Eppure si tratta dello strumento di monitoraggio più pervasivo di cui finora si sia venuti a conoscenza. 

Stando a nuove slide interne della Nsa pubblicate dal giornale, Xkeyscore darebbe accesso a “praticamente qualsiasi cosa un utente tipo faccia su Internet”. In sostanza, si tratterebbe di un’interfaccia grafica per analisti, tramite cui personale anche di basso livello, come era lo stesso Snowden, potrebbe accedere a email personali, siti web visitati, metadati, chat private e messaggi su Facebook. Gli impiegati dell’Nsa avrebbero a disposizione una vasta gamma di scelte per interrogare i database online ed effettuare le ricerche: oltre che per indirizzo mail possono scoprire quello che fa un dato soggetto inserendo come parametri il suo numero di telefono, l’indirizzo Ip, tipo di browser utilizzato, parole chiave adoperate, lingua di navigazione, in modo da restringere od allargare la ricerca. 

Esempio: partendo dal nome di dominio di un certo sito Web sarebbe possibile risalire a tutti gli Ip dei visitatori, e da qui verificare se nell’elenco c’è l’indirizzo della persona che si sta monitorando. In una delle slide si afferma che, dal 2008 ad oggi, il programma avrebbe portato alla cattura di 300 terroristi. Non è chiaro come avverrebbe, dal punto di vista tecnico, il monitoraggio, ossia come gli analisti riescano a collegarsi online ed ottenere tutti questi dati. Vengono invece forniti alcuni dettagli su come i servizi segreti riescano a mantenersi sul piano della legalità, se non altro dal punto di vista formale. Ogni volta che un analista opera un’intercettazione non deve far altro che pescare l’apposita “giustificazione” da un menù a discesa, all’interno di un numero di opzioni preimpostate, e specificare la durata temporale dell’intercettazione. 

Teoricamente, prima di procedere gli analisti devono procurarsi un mandato soltanto nel caso monitorino cittadini americani; ci sono però delle zone grigie: comunicazioni di un cittadino americano che si trovi all’estero, o che dialoghi con una controparte estera. Nella pratica, non c’è niente, se non eventuali controlli interni, che impedisca a un qualsiasi funzionario di accedere a un contenuto a piacere.

E in ogni caso, le tutele che valgono per i cittadini Usa non valgono per gli stranieri. Le informazioni raccolte vengono conservate generalmente per pochi giorni: il flusso di dati è tale da rendere impossibile archiviare tutto, ma pare che l’Nsa devi i contenuti particolarmente interessanti in un database separato, chiamato Pinwhale, che può contenere dati per un quinquennio. 

Da ultimo c’è da registrare la risposta rilasciata dall’Nsa a quanto pubblicato dal Guardian, in coda al pezzo del giornalista Glenn Greenwald: “Xkeyscore – afferma l’agenzia – fa parte di un sistema di raccolta legale di informazioni di intelligence dall’estero. Le accuse di un accesso capillare e incontrollato da parte degli analisti ai dati raccolti dall’Nsa sono semplicemente non vere. L’accesso è limitato soltanto al personale che richiede l’autorizzazione per un compito che gli è stato assegnato. Oltre a ciò ci sono molteplici controlli, tecnici, manuali e da parte di supervisori, all’interno del sistema, per impedire che si verifichino abusi deliberati”. 

L’Europa difende la privacy dei suoi cittadini: “No al trasferimento di dati personali ai server Usa”

La Stampa
marco zatterin

L’avvocato della Corte di Giustizia Ue punta il dito contro l’ingerenza della Nsa e dei servizi segreti americani nelle vite degli altri: il loro controllo esercitato sui dati «è massiccio e non mirato»



Il parere dell’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue è complesso, ma la sostanza è chiara. Gli stati europei possono sospendere, se lo ritengono, il trasferimento dei dati personali dei cittadini europei verso i server americani. In pratica, una capitale può vietare che i profili degli iscritti a Facebook siano inviati nelle centrali di archivio informatico dall’altra parte dell’Atlantico, se ritiene che questo sia necessario per garantire la riservatezza. 

L’opinione non è vincolante e la decisione spetta alla Corte che, raramente, sconfessa il suo avvocato generale. Il quale, oltretutto, punta il dito contro l’ingerenza della Nsa e dei servizi segreti americani nelle vite degli altri: il loro controllo esercitato sui dati «è massiccio e non mirato», afferma. Indirettamente, viene messo sotto accusa il sistema del Safe Harbour, il porto sicuro per i dati definito da Ue e usa. Questione imbarazzante, soprattutto nel momento in cui le due parti stanno negoziando per rinverdire l’accordo. 

La cronaca. La direttiva sul trattamento dei dati personali, afferma una nota della massima magistratura europea, dispone che il trasferimento di tali dati verso un paese terzo può avere luogo se esso garantisce per questi dati un livello di protezione adeguato. Quest’ultimo, deve essere certificato dalla Commissione Ue, braccio esecutivo dell’Unione. In caso di verdetto favorevole, il trasferimento di dati può avvenire.

Il signor Maximillian Schrems, uno studente di legge austriaco e utente di Facebook dal 2008, non è d’accordo. Non vuole che il suo profilo sia conservato oltreoceano. Così ha presentato una denuncia presso l’autorità irlandese per la protezione dei dati, ritenendo che, alla luce delle rivelazioni fatte nel 2013 da Edward Snowden in merito alle attività dei servizi d’intelligence negli Stati Uniti (in particolare della National Security Agency, o «NSA»), «il diritto e le prassi statunitensi non offrano alcuna reale protezione contro il controllo ad opera dello Stato americano dei dati trasferiti verso tale paese» .

L’autorità irlandese ha respinto la denuncia. Schrems si è allora rivolto alla Corte di Giustizia Ue e oggi l’avvocato Bot gli ha dato soddisfazione. «L’esistenza di una decisione della Commissione che dichiara che un paese terzo garantisce un livello di protezione adeguato per i dati personali trasferiti non può elidere e neppure ridurre i poteri di cui dispongono le autorità nazionali di controllo in forza della direttiva sul trattamento dei dati personali». Pertanto «la decisione della Commissione non è valida».

L’avvocato ritiene che i poteri d’intervento delle autorità nazionali di controllo «devono rimanere integri», pena la perdita dell’indipendenza. Se dunque si considera che un trasferimento di dati arrechi pregiudizio alla protezione dei cittadini dell’Unione per quanto attiene al trattamento di loro dati deve avere facoltà di fermarlo. «In altre parole, la Commissione non dispone della competenza di limitare i poteri delle autorità nazionali di controllo».

Non solo. L’avvocato generale reputa inoltre che «l’accesso dei servizi di intelligence americani ai dati trasferiti costituisca un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata e nel diritto alla protezione dei dati a carattere personal». Oltretutto, «la circostanza che per i cittadini dell’Unione sia impossibile essere sentiti sulla questione dell’intercettazione e del controllo dei loro dati negli Stati Uniti rappresenta un’ingerenza nel diritto, tutelato dalla Carta, di ogni cittadino dell’Unione ad una effettiva difesa». Tale intromissione, si sottolinea, «è contraria al principio di proporzionalità, soprattutto perché il controllo esercitato dai servizi di intelligence americani è massiccio e non mirato».