sabato 26 settembre 2015

Una funzione nascosta di iOS 9 sta consumando i dati dell’abbonamento sul tuo iPhone

La Stampa
francesco zaffarano

L’Assistenza Wi-fi introdotta con l’ultimo aggiornamento è attiva senza che gli utenti lo sappiano. Ecco come disattivarla



C’è una funzione nel nuovo sistema operativo iOS 9 (e nella versione aggiornata 9.0.1) che rischia di far aumentare i consumi di traffico dati dei vostri iPhone e iPad. Si tratta dell’Assistenza Wi-fi, un sistema che permette di migliorare la qualità della navigazione da smartphone quando il segnale di casa è troppo debole.

La premessa è che si tratta di uno strumento molto utile: si tratta di un meccanismo che permette di passare da wifi a rete cellulare in automatico per avere sempre la miglior connessione possibile in fase di navigazione. Il problema è che l’Assistenza Wi-fi è impostato su attivo sugli iPhone che hanno effettuato l’upgrade all’ultimo sistema operativo. Gli utenti, quindi, rischiano di consumare il traffico dati più in fretta del solito senza accorgersene.

La buona notizia è che la funzione può essere disattivata semplicemente: basta andare su Impostazioni, Cellulare e cliccare sul pulsante alla voce Assistenza Wi-fi. Una piccola accortezza per non superare i giga del vostro piano tariffario ed evitare esborsi imprevisti.

L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni diventa un fumetto

Corriere del Mezzogiorno

di Ignazio Senatore

Un racconto per immagini della prima «strage di Stato» che si perpetrò
in Campania nel 1861 firmato da Riccardo Fortuna

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Si può insegnare la Storia e rispolverare una delle pagine più dolorose dell’Unità d’Italia, utilizzando un fumetto? Sfogliando l’appassionato e coinvolgente volume «14 Agosto 1861… di Pontelandolfo e di Casalduni non rimanga pietra su pietra» di Riccardo Fortuna, sembrerebbe proprio di si.«L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni dell’agosto del 1861, afferma Fortuna, è la prima strage di Stato di una lunga serie mai interrotta.

Chi è al potere ha iniziato a seminare morte già quattro mesi dopo l’Unità d’Italia e a premiare gli assassini. Da allora non si sono più fermati; da Piazza Fontana alla strage dell’Italicus, da Ustica all’Ilva. Non ho scelto a caso una pagina della storia d’Italia, volutamente dimenticata ed in questi ultimi quattro anni da quando ho accarezzato il progetto, ho pensato a questo fumetto come una sorta di docu-fiction su carta e non su video.

Anche se amo Moebius ho dato risalto più ai volti dei soggetti che agli esterni ed hoTrentasette anni, un diploma in pittura presso l’Accademia delle Belle Arti, vignettista, illustratore e qualche striscia su qualche sito online, Fortuna è al suo primo fumetto pubblicato su volume. «C’è stata una casa editrice del Nord che si è mostrata molto interessata al mio tratto artistico ed ai miei disegni, ma non ha voluto pubblicare il fumetto perché non era interessata al tipo di angolazione con la quale avevo trattato gli eventi storici del 1861. Sono andato dritto per la mia strada ed ho scelto di autoprodurlo. Adoro il bianco e nero perché rende più forte l’impatto dei soggetti disegnati.

Sto presentando il mio fumetto in giro, ho incontrato scolaresche ed associazioni culturali. Proverò anche a proporlo a Vicenza, patria del generale Cialdini, perché non dimentichino questa dolorosa pagina della storia italiana».Grazie a questo volume l’eccidio di Pontelandolfo e di Casalduni, già immortalato nella pungente e rabbiosa canzone degli Stormy Six, continua a vivere nella memoria di chi non ha dimenticato il carissimo prezzo pagato dal Sud per l’Unità d’Italia.

Gli storici ricordano che il 7 agosto del 1861, nel corso della festa di San Donato, alcuni «briganti», provenienti da Casalduni e da altri paesi del beneventano, dopo aver inneggiato ai Borbone, calpestarono lo stemma sabaudo, assaltarono e bruciarono l’esattoria comunale e costituirono un nuovo governo. L’11 agosto quarantacinque soldati, capitanati dal tenente Luigi Augusto Bracci, si diressero nella cittadina per sedare i disordini, ma furono uccisi. Informato dei fatti, il generale Enrico Cialdini del Regio Esercito Italiano, con l’ordine che «di Pontelandolfo e di Casalduni non rimanga pietra su pietra», inviò quattro compagnie di bersaglieri, capitanati dal maggiore Pier Eleonoro Negri e dall’ufficiale Carlo Melegari.

Alle luci dell’alba, i soldati colsero di sorpresa gli abitanti e, dopo aver violentato le donne, uccisi vecchi e bambini, rubato ori e denari, incendiarono e distrussero il paese, provocando la morte di centinaia pontelandolfesi. Come è noto il generale Cialdini ed il maggiore Negri furono insigniti di una medaglia d’oro al valor militare e molti dei soldati che parteciparono all’eccidio ricevettero una menzione d’onore. A tutt’oggi Vicenza si fregia ancora di un viale dedicato al sanguinario generale Cialdini. Un’ulteriore conferma, laddove ce ne fosse bisogno, che la storia la scrivono i vincitori.

resistito alla tentazione di romanzare la narrazione, prediligendo il taglio documentaristico».

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La strana azienda del babbo che arruolava clandestini

Massimo Malpica - Sab, 26/09/2015 - 08:40

La "Arturo" di Tiziano Renzi finì nei guai per gli immigrati-strilloni. Tra gli stranieri un futuro uxoricida e uno sfruttatore di prostitute

Al centro di tutto c'è una srl, la Arturo, che Tiziano Renzi fonda nel 2003 restandone socio al 90 per cento, con il restante 10 per cento delle quote in mano alla sorella, Tiziana.



La società apre una sede a Genova, dove deve occuparsi della distribuzione del Secolo XIX , in subappalto proprio dalla Chil, altra società di famiglia dei Renzi fino al 2010, al centro dell'inchiesta genovese.

E a inizio 2007 la Arturo assume, come strilloni, un gruppo di stranieri. Tutto bene, tutto in regola? Mica tanto. Gli extracomunitari devono lavorare da mezzanotte alle sei del mattino, tutti i giorni, per 28 euro al giorno. E senza rimborsi spese per l'uso del mezzo proprio. Così la notte del 12 aprile del 2007 molti dei dipendenti della Arturo mettono in scena una protesta, bloccando l'attività e chiedendo di essere «messi in regola». Qualcuno, però, chiama le forze dell'ordine. Che arrivano per sedare una lite, ma in realtà scoprono che «tra gli scioperanti, tutti stranieri, vi erano alcuni non in regola con il permesso di soggiorno».

I guai, però, non li passa Renzi. Che, appena un mese prima, con fortunato tempismo, ha lasciato la carica di amministratore unico a un suo vecchio conoscente, il fotografo e regista Pier Giovanni Spiteri. Che per il suo ruolo si becca la denuncia per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli stranieri irregolari, invece, finiscono in questura per l'identificazione. A verbale resta l'elenco dei loro nomi.

Tra gli «strilloni» dell'azienda di Renzi Senior c'era anche il nigeriano Talatu Akhadelor, che un anno più tardi ammazzò la compagna colpendola con un tagliere e poi soffocandola. E nell'elenco di dipendenti «clandestini» stilato quella notte spicca anche il nome di Saturday Osawe, che ha poi cambiato mestiere finendo condannato, nel 2010, per riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

Un terzo nome di quella lista è finito anni dopo sui giornali, ma per un altra storia. Si tratta di Evans Omoigui, che nel 2013, dopo aver vinto la causa di lavoro con la Arturo, non essendo stato saldato dall'azienda - che nel frattempo era stata cancellata - si era arrampicato su una gru minacciando di uccidersi. A rileggere la sua storia, si scopre tra l'altro che proprio all'indomani della protesta, finita con l'arrivo della polizia e con la denuncia della società per aver assunto clandestini, l'uomo, insieme ad altri colleghi, era stato licenziato de facto , trovando i cancelli della Arturo chiusi.

Nelle deposizioni di fronte al giudice, sia Evans che altri colleghi sostengono che la polizia era stata chiamata «dai responsabili» dell'azienda, dopo che i lavoranti avevano chiesto un aumento. Ed Evans durante il processo ha spiegato al giudice di aver chiesto lumi al suo supervisore, Adeniji Taoreed, che gli avrebbe risposto così: «Mi disse che non poteva più farmi lavorare. E che per chiarimenti dovevo rivolgermi al signor Tiziano Renzi, di Firenze».


Lotti padre dà il mutuo e Matteo assume Lotti jr
Gian Maria De Francesco - Sab, 26/09/2015 - 07:00

Il funzionario della banca che diede l'ok è n

Roma. La complicata storia della Chil e del suo fallimento passa per una serie di strane coincidenze. Casualità talmente improbabili da far affiorare il sospetto di un conflitto di interessi. La vicenda, documentata in questi giorni dal Giornale , si chiarifica nel quadro delle indagini compiute dalla Procura di Genova e dalla caparbietà del capogruppo di Fdi alla Regione Toscana, Giovanni Donzelli, che ha di fatto «costretto» l'ente locale a insinuarsi al passivo della società.

Tutto parte nel 2009 quando Chil chiede alla Bcc di Pontassieve un finanziamento di 700mila euro. Il 15 giugno Fidi Toscana rilascia la garanzia fino all'80% del mutuo, trattandosi di un'impresa operante nella Regione e, per di più, di proprietà di Laura Bovoli, madre dell'attuale premier e al tempo sindaco di Firenze. Il 26 giugno Marco Lotti, funzionario dell'istituto cooperativo, dà un primo parere positivo.

Anche se Chil e i Renzi non sono clienti, hanno «buone referenze raccolte dalla consorella Bcc di Cascia» verga Lotti. Il 13 luglio 2009 il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, nomina Luca Lotti (ora sottosegretario) responsabile della segreteria. Il 14 luglio 2009 Marco Lotti (padre di Luca), dà l'ok definitivo alla pratica «vista la bontà del business in questione (distribuzione di volantini e di allegati ai quotidiani, ndr ) e la provata esperienza dei nominativi».

Nel dicembre 2014, però, Lotti affermerà di aver conosciuto Tiziano Renzi «solo quando gli è stato presentato». All'erogazione del mutuo a firmare per Chil Post è Renzi-papà e non la consorte perché in poche settimane c'è già stato un passaggio di proprietà (la compagine femminile, secondo la Finanza, serviva a ottenere il massimo di garanzia possibile). La banca non dice niente.

Così come poche obiezioni si avranno nell'agosto 2011 quando Tiziano Renzi ottiene di sostituire l'ipoteca sulla casa di famiglia, a garanzia del prestito della società nel frattempo ceduta, con un libretto di risparmio da 75mila euro raccolti da tre amici. Si tratta di: Alfio Bencini (ristoratore e candidato con la lista Renzi alle Comunali 2009), Mario Renzi (cugino del premier e padre di Samuele, socio di Bencini) e di Andrea Bacci, nominato da Renzi prima alla guida dell'agenzia di comunicazione della Provincia di Firenze e poi nel 2010 alla guida della municipalizzata dell'illuminazione. Difficilmente queste coincidenze capitano a un cittadino qualunque.


Promosso a Como il pm che ha chiesto di archiviare
Massimo Malpica - Sab, 26/09/2015 - 08:36

Piacente è ora capo: voleva chiudere il caso ma il gip lo ha bocciato

Roma. A volte succede. Il magistrato genovese Nicola Piacente, che a marzo scorso insieme al sostituto Marco Airoldi, ha chiesto l'archiviazione per il padre di Matteo Renzi, Tiziano, ad agosto è stato promosso. Da novembre sarà il nuovo procuratore capo di Como.

Al di là delle coincidenze, è curiosa anche la parabola del teorema della procura. I due magistrati, infatti, prima di caldeggiare l'archiviazione per Renzi senior (respinta dal gip a giugno scorso), erano convinti della solidità dell'accusa di bancarotta fraudolenta per Renzi senior. Che avrebbe, di fatto, «svuotato» la società Chil, cedendo a un'altra impresa di famiglia un ramo d'azienda con i settori più redditizi, prima di venderla a Mariano Massone. Sul punto, anche la guardia di Finanza aveva qualcosa da ridire.

In un'annotazione di giugno 2014, le Fiamme gialle scrivevano che si può «tranquillamente sostenere che i vari passaggi che hanno portato la Chil Post al fallimento siano stati meramente strumentali, col fine di disfarsi di una società dopo averla svuotata dei contenuti di pregio tramite la cessione di ramo d'azienda nel quale sono confluiti i veri valori dell'azienda medesima». E a conferma dell'ipotesi «tranquillamente» sostenuta, i finanzieri ricordano poi come Renzi avesse ceduto la società a Massone «a titolo gratuito, anche perché ormai la società era priva di alcun contenuto». Tutto sommato, la ricostruzione della Gdf non è così dissimile da quanto messo a verbale dall'ex dipendente di Massone Cristina Macellaro.

Che però, ascoltata come persona informata sui fatti dai pm lo scorso 20 gennaio, ai magistrati le chiedono che cosa ricordi della cessione della Chil dai Renzi a Massone, risponde aggiungendo un retroscena di gusto politico. «Dalle voci che giravano in ufficio - racconta l'ex assistente - l'operazione Chil Post è passata come una donazione da parte della famiglia Bovoli/Renzi verso di fatto Gambino (moglie di Massone)/Massone Mariano, questo al solo scopo di liberarsi i Renzi/Bovoli dell'azienda che aveva trascorsi da allontanare sia dalla Toscana che soprattutto dal nome Renzi, considerata l'intrapresa carriera politica da parte del figlio Matteo Renzi».

Nonostante le testimonianze e la «tranquillità» della ricostruzione delle fiamme gialle, alla procura genovese è bastato interrogare Renzi senior per convicersi a cambiare idea, chiedendone l'archiviazione.

La grande menzogna" sulla Grande guerra

Alberto Guy - Sab, 26/09/2015 - 09:51

In allegato con "il Giornale" un volume dedicato agli aspetti meno noti del primo conflitto mondiale

«L a memoria ufficiale è corta. Le prove delle atrocità marciscono negli archivi istituzionali, eppure la memoria della inumanità della guerra non sbiadisce con il tempo.



Aleggia con i suoi fantasmi. È possibile seppellire mai completamente i morti?». Queste righe di James Hillman, tratte da Un terribile amore per la guerra (Adelphi) introducono il volume Prima Guerra Mondiale. La grande menzogna , in edicola oggi a 7,60 euro oltre il prezzo del quotidiano. Il libro, scritto a sei mani da Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella, mostra la Grande Guerra da un punto di vista «diverso» (non a caso il sottotitolo è «Tutto quello che non vi hanno mai raccontato») e non convenzionale. Gli autori prendono in considerazione - dal loro punto di vista - alcuni degli episodi meno conosciuti e più controversi dell'ingresso, della partecipazione e della memoria degli italiani durante il conflitto che venne dichiarato ufficialmente il 23 maggio 1915.

Si parla molto - e con orrore - dell'Olocausto e delle terribili condizioni in cui versavano i prigionieri nei campi di concentramento hitleriani e staliniani, ma anche nella guerra precedente vi fu il grande dramma dei prigionieri, in quanto la prigionia di massa fu uno degli elementi di (tristissima) novità proprio della Grande Guerra. Gli internati italiani nei campi di prigionia furono 600mila (quasi tutti soldati di truppa, dato che gli ufficiali catturati furono 19.500), molti catturati dopo la disfatta di Caporetto, «un numero altissimo se si pensa che quelli degli altri stati vincitori, per cui la guerra durò un anno di più, erano molti meno (i francesi 520mila, i britannici 180mila)».

Deteniamo quindi il non invidiabile primato della più alta percentuale di prigionieri morti in prigionia. Sarebbero oltre 100mila rispetto ai 30-40mila francesi. I nostri muoiono principalmente di fame e di freddo. «I prigionieri italiani sono etichettati dal Comando regio come vigliacchi e disertori - scrivono gli autori - che si sono consegnati spontaneamente al nemico per sfuggire alla guerra...I principali responsabili della disfatta di Caporetto secondo Cadorna, imboscati d'Oltralpe li bolla con disprezzo D'Annunzio...Pertanto vanno puniti, non fornendo loro quell'assistenza indispensabile alla sopravvivenza che invece tutti gli altri Stati dispensano ai loro prigionieri».

Per la gestione del tempo libero dei soldati la Chiesa aveva creato «Le case del soldato», alternativa all'osteria, nelle quali i militari al fronte potevano godere modico divertimento. «Un'azione definita di supplenza cattolica rispetto alla totale assenza dello Stato liberale», però l'esercito organizzò metodicamente, a poco più di due settimane dall'inizio del conflitto, portarono al fronte i casini inviando plotoni di prostitute per il ristoro dei soldati. Un altro capitolo è dedicato ai fanti che, quando esitavano a lanciarsi all'assalto, venivano trucidati dai carabinieri appostati alle loro spalle. Non mancano le curiosità, come le canzoni contro la guerra, ad esempio O Gorizia tu sei maledetta (1916) per cui personaggi come il musicologo Roberto Leydi furno denunciati per vilipendio alle forze armate.

La selezione della razza

La Stampa
massimo gramellini

In rete c’è un filmato che mi ha lasciato secco. Si vede un gruppo di animalisti strappare letteralmente dalle mani di un barbone il suo cagnolino. Il pover’uomo prova invano a divincolarsi dall’abbraccio paralizzante del capo del commando. La bestia guaisce e scalcia per lo spavento, mentre viene sottratta al padrone contro la volontà di entrambi. Una sequenza angosciosa. Un sequestro in piena regola nel centro di Parigi, ripreso da un passante col telefonino.

I rapitori, non saprei definirli altrimenti, si sono vantati dell’impresa sulla loro pagina Facebook con parole che rivelano una visione lievemente nazista dell’esistenza: «Abbiamo portato via il cane a un nomade che chiedeva l’elemosina. La polizia non ha agito, noi sì». Sarebbe vano cercare in questo dispaccio trionfale le tracce di un qualche imbarazzo per avere interferito nel destino di due esseri viventi che si stavano facendo gli affari loro. I sequestratori hanno anche ribattezzato la preda «Vegan».

Ecco, già chiamare Vegano un cagnolino fieramente carnivoro la dice lunga sulla volontà di imporre agli altri il proprio punto di vista e su quel sentirsi in missione per conto di Io che è il marchio di fabbrica dei fanatici di ogni risma. Dovrebbero spiegarci chi ha dato loro il diritto e l’autorità per compiere un rapimento che mi auguro la polizia francese perseguirà. L’amore senza umanità è solo una proiezione frigida della mente. Un’ideologia che, come tutte le ideologie, produce crimini travestiti da atti di bontà. 

Parroco anti-migranti: "Invasione legalizzata, fa mangiare i buonisti"

Giovanni Masini - Sab, 26/09/2015 - 14:55

Don Luigi Larizza, parroco in un quartiere popolare di Taranto: "Gli immigrati si lamentano di come mangiano e dei luoghi in cui dormono. I veri poveri, invece, hanno la dignità di non chiedere"

L'arrivo dei migranti? È una "invasione legalizzata".

Parola di don Luigi Larizza, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Taranto.

Che, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, non nasconde di essere contro l'accoglienza "indiscriminata".

Fondatore della comunità "Il Risorto" per tossicodipendenti, don Larizza predica: "Mafia Capitale insegna. Il fenomeno è un business, un'invasione legalizzata che sta favorendo soltanto la mafia e i buonisti a pagamento che si stanno facendo soldi. Gli immigrati si lamentano di come mangiano e dei luoghi precari in cui dormono – dichiara con veemenza il sacerdote – I veri poveri, invece, hanno la dignità di non chiedere e soprattutto ringraziano chi li aiuta".

"Non sono insensibile quando vedo anziani e bambini che arrivano sul nostro territorio da molto lontano - prosegue il sacerdote - ma è nostro dovere sostenere anche i nostri poveri." Una presa di posizione suggerita forse dal lavoro quotidiano nel quartiere - popolare - dove la sua parrocchia, il quartiere Paolo VI. D'altronde don Larizza non è solo: basti pensare che a Roma, su 334 parrocchie, appena una trentina hanno dato disponibilità per accogliere i profughi. Come aveva invece chiesto il Santo Padre Francesco.