domenica 4 ottobre 2015

Roma, Marino e la cena «sospetta» pagata con la carta del Comune

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Il ristorante smentisce gli scontrini del sindaco: «Il giorno di Santo Stefano era qui con la famiglia»



La storia delle sue ricevute, per Ignazio Marino, rischia di diventare ancora più pericolosa del Panda gate (le multe non pagate e il «pasticcio» che ne è seguito), delle legnate di Matteo Renzi e di papa Bergoglio. Perché l’operazione trasparenza, fatta dal sindaco solo dopo la richiesta di accesso agli atti di M5S e l’intervento dei carabinieri, può trasformarsi in un nuovo boomerang. Intanto per le vaghe giustificazioni delle cene di rappresentanza: appuntamenti con non meglio precisati «parlamentari, giornalisti, comunicatori, medici».

Ma poi c’è un dettaglio che può mettere seriamente nei guai il sindaco, che usa una carta di credito a lui intestata ma «appoggiata» sui conti del Campidoglio. Il 26 dicembre del 2013 Marino va a cena all’«Antico Girarrosto Toscano» di via Campania, a Roma. Ristorante a due passi da via Veneto ma anche, fatalità vuole, a pochi metri dalla casa della madre di Marino, dove il sindaco va spesso. Il sindaco dichiara «sotto la sua responsabilità» che era lì per «una cena con alcuni rappresentanti della stampa per illustrare iniziative dell’amministrazione a carattere sociale per il periodo natalizio».

Al ristorante - dove conoscono bene Marino, la madre e gli altri parenti - però, ricordano un’altra cosa: «Era una cena familiare, ed erano in cinque o sei». Sei, per l’esattezza. Conto da 283 euro, scontato a 260: due bottiglie di vino (70 euro), sei secondi di carne (163 euro), acqua, contorni, dessert, caffé. Sicuri sulla data? «Assolutamente, era Santo Stefano. E Marino era con la famiglia».

Tanto che la Lista Marchini è già pronta «a portare tutto alla Corte dei Conti». E le altre ricevute?

Il sindaco pare prediligere due locali: «Sapore di Mare» e «Archimede», ristoranti in centro, meta di vip, tutti e due a pochi metri da casa di Marino. Lì il sindaco cena con deputati e senatori, ordina champagne e vini pregiati, mangia pesce e cibi prelibati. Al «Sapore di Mare», il 26 ottobre 2013, va «con alcuni esponenti della Comunità di Sant’Egidio» che si occupa dei poveri, e l’ordinazione è di «8 spaghetti all’aragosta». Conto da 263 euro, ribassato a 150. Ma da Sant’Egidio arriva una smentita: «Qui nessuno ha mai cenato con il sindaco».

Altro locale: il «Manfredi», roof garden sopra al Colosseo. Marino ci porta il magnate uzbeko Usmanov (conto da 3.500 euro) ma anche «chirurghi di fama internazionale che devono andare in udienza dal Papa»: 1.270 euro in dodici. Finita? Non ancora. Tra gli alberghi c’è la ricevuta del Ritz Carlton di Filadelfia, intestata a «Ignazio Marino della Thomas Jefferson University», dove Marino non insegna più da anni. Ultimo particolare: il sindaco dice di aver speso 44 mila euro, 1.700 al mese. Però, come spese di rappresentanza, ci sono altri 128 mila euro spesi nel 2014 .

Prelato polacco si dichiara gay. Il Vaticano: "Dovrà lasciare incarichi". Lui: "Omofobia paranoica"

La Repubblica

Alla vigilia del Sinodo, monsignor Krzysztof Charamsa sfida "l'attuale dottrina" dicendo di avere un compagno e chiedendo "una famiglia anche per l'amore omosessuale". Padre Lombardi: "Gesto non responsabile, indebita pressione mediatica"

Prelato polacco si dichiara gay. Il Vaticano: "Dovrà lasciare incarichi". Lui: "Omofobia paranoica"

CITTA' DEL VATICANO - Papa Francesco fatica ancora a scuotersi di dosso l'accusa rimbalzata dall'America di aver sposato con un abbraccio l'integralismo cattolico anti-lgbt, che un sacerdote polacco con alti incarichi in Vaticano dichiara di essere gay, di avere un compagno. Che anche l'omosessualità è amore e merita una famiglia. Ed ecco una trama in grado di far apparire gli intrighi di Dan Brown dilettantesche fantasie, avvolgere nelle sue spire, con perfetto tempismo, l'attesa del Sinodo sulla famiglia a due giorni dall'inizio dei lavori in Vaticano. Non c'è antimateria che tenga. E' su questo terreno che la Chiesa si gioca la sua credibilità nella partita col futuro.

Il prelato Krzysztof Olaf Charamsa, 43 anni, segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede, dovrà "lasciare ogni incarico" presso la Santa Sede, annuncia padre Federico Lombardi, per le dichiarazioni rese all'edizione polacca del Newsweek e al Corriere della sera.

Sulle cui pagine Charamsa ha rivendicato che "l'amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno di una famiglia", che "una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri". "Gli altri aspetti della sua situazione - precisa il portavoce vaticano - sono di competenza del suo Ordinario diocesano". Ovvero, del vescovo di Pelplin, essendo Charamsa sacerdote della diocesi polacca, ordinato il 28 giugno del 1997.

All'intervento di padre Lombardi, il sacerdote polacco replica incontrando la stampa in un ristorante di Roma, avendo accanto Eduard, il suo compagno di origini catalane. "Chiedo perdono per tutti gli anni in cui ho sofferto in silenzio davanti alla paranoia, all'omofobia, all'odio e al rifiuto degli omosessuali che ho vissuto in seno alla Congregazione per la dottrina della fede. Che è il cuore dell'omofobia nella Chiesa. Non possiamo più odiare le minoranze sessuali, perché così odiamo una parte dell'umanità".

Monsignor Charamsa: ''Chiedo perdono agli omossesuali per i ritardi della Chiesa''

Sulla prossima rimozione dai suoi incarichi in Vaticano, Charamsa si rimette alla "volontà di Dio" e taglia corto: "Cercherò lavoro". E annuncia, "pronto per la stampa, in italiano e in polacco, un libro in cui metto la mia esperienza a nudo". Intanto, già attivo sui social network, da Twitter a Linkedin, Charamsa dallo scorso agosto ha inaugurato un suo blog, dove si presenta al pubblico della rete con una foto in t-shirt gialla e con un saluto in diverse lingue. Il sacerdote ringrazia il "fantastico papa Francesco, ci ha fatto riscoprire la bellezza del dialogo, non dialogavamo. Ora il Sinodo sulla famiglia sia davvero di tutte le famiglie e nessuna sia esclusa". E chiede al Pontefice di modificare il catechismo, aggiungendo che informerà personalmente il Pontefice: "Devo ancora consegnargli la lettera".

Alla domanda se ci siano "tantissimi" gay in Vaticano, Krysztof Charamsa dapprime annuisce, poi spiega: "In ogni società di soli uomini ci sono più gay che nel mondo come tale". E dedica "il mio coming out" proprio a quei "tantissimi sacerdoti omosessuali che non hanno la forza di uscire dall'armadio. Ma vorrei che fossero felici perché sono ottimi sacerdoti. Liberi dall'omofobia interiore, sono ottimi ministri di Dio per gli uomini di questo mondo". La dedica abbraccia anche "la mia famiglia, mia madre, mio fratello, mia sorella, che amo semplicemente con il cuore di un gay che gli vorrebbe avvicinare il cielo. Vorrei che mi accettassero, lo fanno già. Vorrei che non soffrissero per l'omofobia del nostro ambiente polacco. Vorrei che non dovessero pagare l'orribile prezzo che per una mentalità collettiva probabilmente dovranno affrontare".

Nelle interviste che hanno fatto irrompere il caso, Charamsa ha spiegato che le sue posizioni non appartengono "all'attuale dottrina, ma sono presenti nella ricerca teologica". Di qui, un coming out che mira a "scuotere un po' la coscienza di questa mia Chiesa" proprio nel momento in cui tutta l'attenzione è rivolta al Sinodo sulla famiglia i cui lavori partiranno lunedì. Dichiarazioni fermamente condannate da padre Lombardi. "Nonostante il rispetto che meritano le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse, la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia della apertura del Sinodo - sottolinea il capo della Sala Stampa vaticana - appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l'assemblea sinodale a un'indebita pressione mediatica".

Una reazione dura, che Charamsa aveva previsto. "So che dovrò rinunciare al mio ministero - dice nell'intervista -. La Chiesa mi vedrà come uno che non ha saputo compiere il proprio dovere (riferimento alla castità, ndr), uno che si è perso e per di più non con una donna ma con un uomo. Ma io - tiene a far sapere Charamsa - non faccio questo per vivere con il mio compagno, lo faccio per me, per la mia comunità, per la Chiesa. E' una decisione molto più profonda, che nasce dalle mie riflessioni su ciò che guida la Chiesa".

L'ex sacerdote: "Anch'io ero stanco di mentire. Hanno cercato di curarmi, poi sono stato messo alla porta"

La Repubblica
di PAOLO GRISERI

ORMAI è un "ex". Racconta con distacco. O almeno ci prova. Poi però aggiunge una riflessione che non ti aspetti: "Eh sì, forse è stato lui a licenziarmi. O qualcuno del suo ufficio". Parla di Monsignor Krzystof Charamasa, il gay del Sant'Uffizio che ha fatto coming out provocando l'ira del Vaticano. Don Mario Bonfante, 44 anni, non è più un prete cattolico dall'ottobre di tre anni fa. Quando parla del "licenziamento" si riferisce alla decisione della Curia romana di aprire un processo canonico contestandogli un atteggiamento verso la sessualità non consono alla dottrina.

Don Bonfante, come le hanno detto che la sua omosessualità non era gradita?
"Mi ha convocato il vescovo. Ero viceparroco in Sardegna, a Guspini. Ha cominciato a fare allusioni, giri di parole. L'ho interrotto. Gli ho detto: "Eccellenza mi volete allontare per la mia omosessualità?". Mi ha risposto che sì, non era opportuna. Ho replicato che il suo predecessore, il vescovo che mi aveva ordinato sacerdote, era perfettamente a conoscenza del fatto che sono un omosessuale. Non è servito. Nonostante le proteste dei parrocchiani sono stato allontanato. Voleva mandarmi in terapia".

Esiste una terapia per l'omosessualità?
"La chiamo io terapia. Esiste un convento nel Nord Italia dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Mi sono rifiutato di andarci".

Che cosa ha fatto senza parrocchia?
"Sono tornato nella mia Lombardia. Il vescovo di Milano era Dionigi Tettamanzi. Ho ottenuto un accordo tra la diocesi sarda e quella milanese, un accordo che si rinnovava ogni anno, una specie di co. co. pro. Sono stato sacerdote a Milano fino a quando, con l'arrivo di Angelo Scola, è stato deciso di interrompere il contratto. Intanto dal Vaticano hanno scelto di aprire il processo canonico per spretarmi".

Ora basta ignorare l'odio degli imam in Italia

Magdi Cristiano Allam - Dom, 04/10/2015 - 08:22

Nelle moschee e nelle scuole coraniche d'Italia gli imam ortodossi e zelanti praticano il lavaggio di cervello inculcando il rifiuto e l'odio della nostra civiltà nel nome del "vero islam"

L'espulsione lo scorso 28 agosto dell'imam di Schio, l'algerino Sofiane Mezzereg, per aver indottrinato genitori e bambini al rifiuto della musica e a vivere conformemente a quanto ha prescritto Allah e a quanto ha detto e ha fatto Maometto, al punto da indurli a esaltare il terrorismo, non è un caso isolato.


È piuttosto la punta dell'iceberg. La verità è che nelle moschee e nelle scuole coraniche d'Italia gli imam ortodossi e zelanti praticano il lavaggio di cervello inculcando il rifiuto e l'odio della nostra civiltà nel nome del «vero islam».

La verità è che questi imam non sono un corpo estraneo o contrastante con le «comunità islamiche» che li seguono, ma rappresentano una realtà ideologica speculare e diffusa nel nostro Paese. Ma soprattutto è vero che il «nemico» da combattere e sconfiggere non sono né i singoli imam né l'insieme delle «comunità islamiche», ma è l'islam stesso che li ispira e che impone loro di invaderci strumentalizzando le nostre leggi e di sottometterci per imporci la sharia, la legge islamica.

Così come è vero che la strategia di islamizzazione dell'Italia e dell'Europa si sta attuando solo perché siamo noi italiani ed europei a consentirlo e persino a favorirlo, assoggettandoci alla dittatura del relativismo valoriale, perseguendo l'ideologia del multiculturalismo e del meticciato antropologico e culturale, per ingenuità, ignoranza, odio di se stessi, paura, interesse materiale o condivisione dell'islam.

In un'intervista pubblicata ieri dal «Giornale di Vicenza», l'imam Mezzereg sostiene candidamente: «Non ho mai fatto niente di male, ho solo portato avanti la mia missione religiosa», «voglio insegnare ai miei fratelli il vero islam». Nello specifico spiega che «Maometto ha detto che gli strumenti musicali sono un peccato», «invece che fare musica, è meglio se i bambini studiano la matematica, sono le parole del Profeta».

I fatti che hanno portato alla sua espulsione «per motivi di ordine pubblico» risalgono allo scorso gennaio, quando tre bambini di origine maghrebina della scuola elementare Marconi di Schio si tapparono le orecchie con le mani, dicendo che la musica è peccato e spiegando che l'imam aveva proibito loro di ascoltarla. E ai loro compagni dissero convintamente: «Quando siamo grandi torniamo in Italia con le bombe e vi facciamo saltare in aria. Vi ammazziamo tutti».

A fronte di questi gravissimi fatti, registriamo non solo la reazione indignata dell'imam, ma anche il sostegno ricevuto dai gestori e dai fedeli della sua moschea, il Centro islamico «La Guida Retta» di Schio. L'ex presidente, Abderrazzak Frimane, ha detto: «Questa inchiesta è una bomba che ha colpito Schio, una città accogliente, dove predicava un grandissimo imam, Sofiane, un uomo giusto. Qualcuno lo avrà sulla coscienza».

Ancor più significativa è la solidarietà espressa dalle insegnanti della scuola elementare Marconi: «Noi maestre siamo rimaste di stucco. Mezzereg era venuto diverse volte a scuola perché uno dei suoi figli frequentava qui, ma si era sempre comportato in maniera distinta e corretta». Viene sminuita l'importanza del fatto dei bambini che si sono tappate le orecchie perché la musica è peccato, dato che «è durato un giorno». Da rilevare che questa scuola elementare ha ben il 60% di bambini stranieri ed è stata elogiata come modello di integrazione.

Ricordo che quando il 6 settembre 2005 si decise di chiudere la scuola coranica della moschea di viale Jenner a Milano, dove circa 500 bambini da ben 15 anni venivano indottrinati ad esaltare la «guerra santa islamica» nell'inno mattutino, mentre sui testi veniva inculcata loro la cultura dello scontro, della separazione identitaria, della violenza religiosa e del martirio islamico, il prefetto Bruno Ferrante ne ordinò la chiusura non perché illegale, ma banalmente per «inagibilità dei locali». Fu così che si trasferì prima nei locali della moschea di via Quaranta e infine nei locali in via Ventura messi a disposizione dalle Acli.

Le istituzioni non sanzionarono né i predicatori d'odio che praticavano il lavaggio di cervello ai bambini né i genitori che sottraevano i figli al dovere della scuola dell'obbligo. All'opposto assecondarono gli islamici aiutandoli a preservare la loro scuola coranica sotto mentite spoglie. Ecco perché sono preoccupato non tanto per l'arbitrio, l'arroganza e la violenza degli islamici, quanto per l'ignoranza, l'ignavia e la collusione ideologica degli italiani.

La fine del Movimento francescano

La Stampa

Ho letto la busta paga di un senatore del M5S

Come sapete (lo scrissi su La Stampa alcuni giorni fa), è in corso un serrato dibattito all'interno del Movimento cinque stelle - nel direttorio  e non solo - su come modificare la regola francescana voluta da Casaleggio sulla restituzione dei soldi guadagnati da parlamentari. Al momento i parlamentari restituiscono (dovrebbero restituire) una quota fissa dell'indennità, e una quota variabile dei rimborsi, a un Fondo utilizzato prevalentemente per il microcredito.

La Stampa ha anticipato in quell'articolo che presto non sarà più così; non sarà più solo così. Mentre fino a oggi i parlamentari dovevano restituire i soldi a questo Fondo terzo, a breve potranno usarli direttamente (che è diversissimo dal restituirli), naturalmente, usarli "politicamente" o, come dice qualcuno di molto emergente nel Movimento, "usarli in maniere politicamente più proficue". Tradotto: significa finanziare feste di partito (pardon, di Movimento), eventi politici, eventualmente meet up e territori. Insomma, esattamente quello che fa un qualunque altro partito.

USARE I SOLDI POLITICAMENTE
Nulla di male, per carità: ma bisognerebbbe dirlo un po' chiaro alla pubblica opinione. Come capite, non è infatti questione di poco conto, o folkloristica: è il tassello decisivo della trasformazione in corso del Movimento cinque stelle da un alieno della politica a un partito che si sta insediando con le logiche dei partiti, e quindi si finanzia, spende soldi per i suoi eventi politici, eventualmente finanzia gruppi e territori. Naturalmente, la possibilità di usare i soldi (e non restituirli) aprirà spazi totalmente legittimati alla più ampia discrezionalità dei parlamentari. Se a qualcuno dei parlamentari verrà obiettata qualche disinvoltura - già oggi conosciamo molte storie di questo tipo - potrà sempre rispondere di aver finanziato il suo meet up. Proprio come un eletto del Pd.

Ogni tanto mi vengono segnalate storie incredibili, utili forse da conoscere perché simboliche, storie che testimoniano come già adesso si sia configurata in alcuni casi l'applicazione della regola dei soldi nel M5S. Grazie alla trasparenza che proprio il M5S ha introdotto, è molto facile, su un sito apposito, consultare le buste paga di tutti i parlamentari. Nella maggior parte dei casi le restituzioni sono aggiornate sul sito solo fino a maggio 2015, in qualche caso si è fermi più indietro. Ma va più che bene lo stesso. Per esempio è gustosissima, mi segnalano fonti interne al Movimento catanese, la situazione di Mario Giarrusso, avvocato, siciliano, noto per il suo temperamente gioviale e certe sue uscite in punta di garantismo (tipo "Renzi sarebbe da impiccare"). Ecco. La sua ultima busta paga pubblicata online dal Movimento è di marzo 2015. Leggiamola. 

11MILA EURO DI ENTRATE NETTE IN UN MESE
Giarrusso ha regolarmente restituito l'indennità eccedente (1657,83 euro netti su 4843 euro netti di indennità). Ma sui rimborsi le cose si fanno un po', come dire, poco francescane.  In effetti in quel mese dichiara di aver ricevuto rimborsi forfettari per 9420,68 euro netti (già una bella cifra, per un "cittadino" comune nell'Italia 2015), di averne spesi 8099,31 e di aver restituto la ben magra cifra di 654,71 euro di questi rimborsi.

Ancora più interessante (il poverello di Assisti però non si divertirebbe, e molto probabilmente neanche quel suo grande appassionato che è Gianroberto Casaleggio) è il dettaglio di queste spese: tolti 3446 euro netti per i collaboratori, ce ne sono 1880 euro di casa, un migliaio di taxi (un po' tantini eh, ma nulla di grave), un altro migliaio per il vitto (anche questo un po' tantino, considerando che il ristorante del Senato offre a dieci euro a pasto un buffet che consente di evitare il rischio della denutrizione), 214 di telefono, e 363 di altre spese e 244 di eventi sul territorio.

Insomma: in totale, in quel mese, tra stipendio e rimborsi sono rimasti nelle tasche del senatore del Movimento cinque stelle 11461,31 euro netti. Forse ricordo male, ma le cifre di cui parlava Grillo mi pare fossero lievemente più basse (nello Tsunami tour diceva che 2500 euro netti al mese andavano benissimo, per come era messa l'Italia, poi s'è un po' ammorbidito; e molti parlamentari hanno fatto il resto). Sia chiaro: Giarrusso non fa nulla fuori dalle leggi, nulla che non gli spetti: se fosse di un partito qualunque. Nel Movimento, diciamo che spende un po' tanto per le premesse francescane. 
Vedrete, la regole dei soldi al microcredito verrà cambiata.

Viaggio nella città del fumo dove nascevano le "bionde"

Stefano Giani - Sab, 03/10/2015 - 10:49

Oltre tre secoli di Manifattura tabacchi da via Moscova a Fulvio Testi Le sigarette hanno lasciato il posto a un museo e a una scuola di cinema

Il giorno che ci ha rimesso piede, la Pina ha pianto. L'ultima volta era uscita da lì più di tre lustri prima. E non ci era mai più voluta tornare. Evitava perfino il quartiere. Neanche fosse la peste. O la tana del demonio.



E quando l'Alberto - che di professione, dopo essere stato operaio, faceva suo marito - le proponeva di portarla a spasso là per rispolverare l'album dei ricordi, lei nicchiava. S'ingrugniva. Improvvisamente intristita. Allora lui cambiava programma e lei tornava a sorridere. La Pina aveva un'età, ormai. E, con i capelli bianchi, la nostalgia gioca tiri maldestri.

Alla Manifattura tabacchi ci era entrata ragazzina. Con un pugno di sogni in tasca, alla fine degli anni Cinquanta. Quelli della ricostruzione. E ne era uscita col magone. Un vitalizio in borsa. E la fine di una favola che coincideva con il tramonto di un millennio. Ci era cresciuta, là dentro, la Pina. Si era sposata. Aveva fatto due figli. Ci aveva lavorato, ma questo non l'aveva mai impensierita. Tutt'altro. Era quell'avventura che si chiamava vita. E, in quell'addio, sembrava morire con lei.

Lacrime spuntarono, nell'atrio, davanti a quello schermo. A quelle voci un po' così. Familiari. Rotte dall'emozione di quei tempi andati. La Manifattura ha cambiato nome. E di foglie di tabacco, là dentro, non ne entrano più. Oggi c'è un museo di cinema. Una scuola di recitazione. Insomma, è una piccola Cinecittà alla milanese, che ha voluto rendere omaggio al suo passato. Ha invitato i suoi reduci. Donne che hanno incartato sigarette per decenni. I tabacchini.

E la Pina ha dovuto rimetterci piede. Perché pareva brutto non farlo. Ci era entrata suo malgrado. Con gli occhi rossi. Si è ritrovata una cuffia in testa. E in mano un cellulare di ultima generazione. Una roba strana, diceva lei. Risentire vecchi rumori. Rivedere gli stanzoni dove si cambiava. Dove tirava via la costola senza rompere la foglia. Altrimenti la maestra urlava. Tosanett, fasen andà i man , gridava secca. Fin quando toccò a lei sorvegliare che i tosann facessero il loro lavoro. Ossia, ogni giorno 2400 bionde per una squadra di trenta ragazzine svagate che cantavano tutto il santo giorno. Chiacchieravano. E si davano di gomito se vedevano passare un bellimbusto.

La chiamavano maestrina, quella che oggi sarebbe la caporeparto. Era la carica più alta di una carriera al femminile. Oltre, non si andava. E quel nome sapeva di beffa. Anche se non lo era. Tuttavia aveva un fascino quella fabbrica del fumo. Dove le donne avevano conquistato il diritto alla sigaretta prima del voto. E dove era proibito fumare, tranne in mensa. Ma dove tutti se ne accendevano una e nessuno diceva niente. Perché dovunque ci si girasse c'era una stecca pronta.

Aveva un fascino unico perché precorreva i tempi. A metà del Novecento vantava ciò che nessuna azienda aveva. E, a conti fatti, nemmeno oggi ha. Una mensa. Una sala materna che ora si chiamerebbe nido. Un asilo. La bocciofila. Una chiesa. Perfino la sartoria. C'era spazio per tutto, laggiù in Fulvio Testi al 121. Ai margini della città. E ancora di più ce n'era nella sede precedente dove ai dipendenti venivano affidati perfino appartamenti. Un monolocale per chi era solo. Alloggi più ampi se si aveva a carico pure la famiglia. E si finiva così per abitare nel cuore di Milano a costo zero.

Oggi, di quello stabile tra il 22 e il 28 di via della Moscova, non è rimasto più nulla. L'ha sventrato una delle bombe del '43. E mai più fu ricostruito. Prima che vi entrassero tonnellate di tabacco era un convento. E Ferdinando II lo rispettò. Da oltranzista ultra cattolico, quale egli fu, si guardò bene dal toccare l'ordine, benchè certo non gli mancasse l'autorità. Assolutista ma non spietato, uomo buono e padre esemplare, l'imperatore d'Asburgo pretendeva di imporsi sui protestanti e serviva sua madre Chiesa. Istituì la Regalia del tabacco, non minacciò i Carmelitani scalzi che là si erano trasferiti nel Cinquecento e di lì a qualche settimana morì in pace. Sua. Ma non europea. Era il 1637. E la guerra dei Trent'anni, innescata proprio da lui, infuriava ancora.

A dare un tetto al fumo milanese fu un edificio a pochi metri da lì, proprietà dei conti Casati, che nel canone d'affitto pretesero 18 libbre di quello da fiuto. E venne Giuseppe II, nipotino di Ferdinando per parte di mammà e sovrano illuminato. Ma poco pio. Tanto che soppresse i Carmelitani, ne confiscò i beni e ci mandò i «fumatori», che lì rimasero. In saeculorum saecula . Correva l'anno del Signore 1780. E ne passarono 160 prima che le bombe sfrattassero le bionde.

In Fulvio Testi la Manifattura arrivò nel dopoguerra, ma già nel '27 i locali di via della Moscova avevano dato segnali di inadeguatezza e già allora il Demanio acquistò i terreni dalla Società anonima quartiere industriale Nord Milano. Nel '39 si comprò pure il binario del treno perché più comodamente fossero scaricate le forniture. Poi, dopo la guerra, fu l'ora del trasloco.

E proprio in quegli anni di lenta ripresa che si sarebbe trasformata nel Boom economico, la Pina, all'epoca poco più che una ragazza, iniziò a cercar lavoro. Ma non marito. Per il primo poteva bastare un concorso, il secondo era più complicato. Lei però, vincendo la gara, avrebbe trovato l'uno e l'altro. Ma, quel giorno, non lo sapeva. Perché l'Alberto era un «collega», per così dire. Scaricava le botti di Kentucky. Lavori di fatica. Riservati ai maschietti. Lei invece incartava sigarette. Più manuale. Meno impegnativo. Adatto anche a chi era incinta. E la Pina non aveva smesso neanche col pancione.
Come mai trovasse innaturale staccarsi dal lavoro, le sue coetanee non lo avevano mai capito.

La verità è che si era innamorata. In tutti i sensi. Delle mansioni. Del luogo. E di chi vi stava dentro. Insieme si sentivano una squadra unica, di quelle che corrono per vincere. Confezionavano Nazionali e Ms. E quando si ritrovarono queste ultime a chiare lettere su un bolide di Formula 1, sembrò anche a loro di sfrecciare a tutta birra sulle strade della vita. Negli anni Ottanta, l'Osella di Eddie Cheever non era macchina da primi posti, eppure era sempre in griglia. Piena di grinta. Come loro, che l'azienda non l'avrebbero mai lasciata. Ma avevano dovuto. A fine millennio, l'automazione sostituiva gli uomini. E fu l'addio. Ecco perché quel giorno la Pina piangeva.

«Fabbrica fantasma - Viaggio in realtà aumentata dell'ex Manifattura tabacchi» è il film multimediale realizzato dai ragazzi della Civica scuola di cinema, diretta da Laura Zagordi, che ha sede nell'ex stabilimento. Presentato come esperimento a Milano film festival, permette di rivivere una giornata del '55 nella fabbrica, osservando - attraverso un filmato sul telefonino e i rumori da ascoltare in cuffia - quanto vi avveniva quotidianamente. Il progetto verrà replicato.

Più di un miliardo di dispositivi Android a rischio

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Una nuova edizione del bug Stagefright minaccia i dispositivi del robottino verde



Non c’è pace per Android. A minacciare il robottino una nuova edizione del bug Stagefright, una delle più gravi vulnerabilità nella storia del sistema operativo mobile di Google. La falla originale, scoperta a fine luglio (l’abbiamo raccontata qui) permette di prendere il controllo del dispositivo e sottrarre dati attraverso l’invio di un Mms. È tanto più insidiosa perché dà all’attaccante la possibilità di coprire le proprie tracce: sul telefono può esser cancellata perfino al notifica del messaggio infetto. È un attacco fantasma.

Soprattutto, non è legato a un’app o a un particolare modello di telefono: coinvolge un componente nel cuore di tutti i dispositivi Android. Stagefright era stata segnalata a Google nell’aprile scorso e lentamente i produttori stanno correndo ai ripari (è possibile verificare se il proprio dispositivo ne è affetto scaricando l’app Stagefright Detector). Nel frattempo Zimperium zLabs – l’aziendac che ha scoperto il primo bug – ha trovato un nuovo vettore d’attacco, perfino più grave del precedente. A essere coinvolto è sempre il sistema di gestione dei file multimediali (la libreria Stagefright appunto e Libutils), ma questa volta il codice malevolo può essere confezionato dentro video mp4 o file audio mp3, i formati più comuni per i filmati e la musica.
Come funziona Stagefright 2.0
Dal punto di vista dei criminali, la prima vulnerabilità aveva un limite: richiedeva la conoscenza di informazioni dettagliate della vittima, e cioè il numero di telefono al quale mandare l’mms infetto. Questa volta no: la nuova falla, chiamata Stagefright 2.0, è composta da due bug separati e può insediarsi anche dentro un sito accessibile a tutti. Può agire a strascico. L’utente può essere attaccato visitando una pagina web contenente file audio o video impacchettati con codice malevolo.
Non solo: possono essere create app che sfruttano il bug e possono essere infettate reti wi-fi.

Sfruttando i bug, i criminali potranno prendere possesso del dispositivo, sottrarre dati e perfino installare altri malware, e guadagnarsi così una porta d'accesso segreta ai terminali. Se la versione 1.0 del bug riguardava più di 950 milioni di dispositivi, questa volta – secondo i ricercatori di Zimperium – i device interessati supererebbero abbondantemente il miliardo. Perché, non riguardando più solo gli mms, la falla coinvolge anche i tablet senza una schedaSim.
Chi è a rischio
Non sono al riparo neppure i dispositivi aggiornati di recente con la correzione alla prima edizione della vulnerabilità. Né quelli con gli ultimi rilasci dell'attuale versione di Android, Lollipop. E gli antivirus mobile, in questo caso, sono inutili. Google è a conoscenza di Stagefright 2.0 dal 15 agosto e l’ha etichettata come “falla critica”. Sappiamo però che la correzione ai due bug verrà rilasciata da da Mountain View la prossima settimana. È proprio a causa di Stagefright 1.0 che, quest'estate, il robottino ha cambiato politica per gli aggiornamenti, per garantire agli utenti la minor esposizione possibile ai sempre più frequenti bachi nella sicurezza del sistema. Ora le correzioni sono diventate più regolari e cadono circa ogni 30 giorni.

Ma ciò riguarda quasi esclusivamente i terminali Nexus, e cioè i dispositivi a marchio Google: dovrebbero esser messi al sicuro già il 5 ottobre, quando è previsto anche il rilascio di Android Marshmallow (a quanto risulta, la versione 6.0 del robottino non è affetta da Stagefright 2.0). Di recente anche Samsung e Lg hanno assicurato cicli di update più rapidi: in questo caso Big G metterà a disposizione la soluzione al baco il 10 ottobre. Bisognerà poi attendere che i produttori applichino le correzioni e le diffondano sui loro dispositivi (potrebbero esser necessarie 2 o 4 settimane). Per tutti gli altri smartphone e tablet del vasto e frammentato mondo Android i tempi, purtroppo, sono più lunghi. Inoltre, è probabile che i device più vecchi di 18 mesi (di solito la durata del supporto da parte delle aziende) non verranno mai più aggiornati. E rimarranno sempre vulnerabili.
Come mettersi al riparo
Zimperium, che ha sviluppato anche Stagefright Detector, ha comunicato un aggiornamento dell’app, disponibile dal giorno in cui Big G rilascerà la correzione, che così sarà in grado di individuare anche la nuova edizione della falla. Suggeriamo a tutti i possessori di un dispositivo con il sistema operativo del robottino di scaricarla e verificare se il proprio terminale è vulnerabile. La buona notizia è che Symantec, una delle più grandi società specializzate in sicurezza, non ha ancora rilevato software malevoli in grado di sfruttare i nuovi bug. Finché tutti gli smartphone e tablet non verranno messi al sicuro, l’unica opzione valida è la cautela: meglio non visitare i siti di cui non siamo sicuri e non connettersi a reti wi-fi non protette. Infine consigliamo di aggiornare il telefono non appena comparirà la notifica di un aggiornamento del sistema operativo.

@vinscagliarini

AdBlock ma non troppo: ora mostrerà le pubblicità “accettabili”

La Stampa

L’estensione per browser web ha aderito all’Acceptable Ads Program e non filtrerà più tutti i contenuti pubblicitari, ma lascerà passare alcuni banner, video e spot. Il cambio di strategia potrebbe essere una scelta del nuovo proprietario, ancora anonimo

chiara severgnini



AdBlock, l’estensione per Opera, Chrome e Safari che nasconde le pubblicità, ha cambiato politica. Da oggi non bloccherà più tutte le inserzioni ma solo quelle ritenute fastidiose, lasciando visibili quelle «accettabili». La ragione? AdBlock ha aderito all’Acceptable Ads Program , un manifesto cui partecipano diversi siti internet, applicazioni ed estensioni uniti dall’obiettivo di «rendere internet un posto migliore per tutti - liberandolo dalle inserzioni fastidiose». 
I 40 milioni di utenti di AdBlock hanno saputo dell’importante cambiamento nella politica dell’estensione tramite un messaggio da parte del suo sviluppatore, Michael Gundlach: 



Nel testo si precisa che gli utenti potranno scegliere di disabilitare la nuova policy in qualunque momento. Ma perché questo cambiamento di rotta? Gundlach spiega che in precedenza non aveva voluto aderire al manifesto perché a controllare la lista delle pubblicità «accettabili» era AdBlock Plus, un’estensione rivale. Secondo Gundlach, il fatto che a stabilire quali inserzioni siano accettabili e quali no fosse AdBlock Plus non era l’ideale.

Solo pochi mesi fa, alcuni grandi inserzionisti - come Microsoft e Amazon - sono stati accusati di pagare l’estensione perché i loro banner rientrassero nella lista bianca. AdBlock Plus ha sempre sostenuto che a nessun inserzionista era consentito pagare per entrare nella lista delle pubblicità accettabili, ma la scarsa trasparenza nella sua gestione ha indotto Gundlach a non aderire al manifesto. Adesso, però, le regole sono cambiate: le decisioni saranno prese da un «gruppo di esperti imparziali», e anche AdBlock ha deciso di entrare nel programma. 

La vendita di AdBlock
Nel messaggio che annuncia le novità, il creatore di AdBlock rende noto anche che l’estensione è stata venduta a un anonimo acquirente. I dettagli non sono ancora stati resi noti, e questo ha sollevato alcune perplessità: c’è chi si chiede se «l’estensione potrà ancora essere reputata affidabile se il nuovo proprietario è sconosciuto». Quel che è certo è che AdBlock e i suoi simili fanno gola a molti. Ad acquistare l’estensione potrebbe essere stata un’azienda coinvolta nel business della pubblicità, oppure un inserzionista interessato a favorire i propri annunci. 

Come funziona l’Acceptable Ads Program
Le inserzioni «accettabili» devono essere chiaramente riconoscibili come pubblicità: i banner che inducono a cliccare imitando tasti o altre funzioni di un sito non vengono accettati. Le pubblicità, inoltre, non devono essere fastidiose, animate, rumorose o ingannevoli e non devono oscurare i contenuti delle pagine web. La lista delle pubblicità cui viene concesso di raggiungere gli utenti - assicura AdBlock Plus - può essere soggetta a cambiamenti in base alle segnalazioni degli utenti. 

Utenti e pubblicità online
Google ha calcolato che, in media, nel mondo viene visualizzato solo il 54 per cento di tutti gli annunci sul web (ma su YouTube la percentuale sale al 91 per cento). In Italia siamo nella media: visualizziamo il 56 per cento degli annunci sul web e l’89 per cento su YouTube. Le dimensioni del fenomeno sono tali da preoccupare chiunque abbia nelle pubblicità un’importante fonte di guadagno. 
Questi numeri, però, non significano che gli utenti siano contrari alle pubblicità di per sé. Un sondaggio di AdBlock Plus condotto nel 2011 ha rivelato che solo il 25 per cento degli utenti è «assolutamente contrario» alle inserzioni: per tutti gli altri, la pubblicità, purché sia «accettabile», è un giusto prezzo da pagare per sostenere economicamente i propri siti preferiti.

Questo è anche lo spirito dell’Acceptable Ads Manifesto, che sostiene: «Non odiamo le pubblicità, ma nessuno vuole inserzioni intrusive o pop-up che oscurano i contenuti. Quindi abbiamo trovato un buon compromesso: quello delle pubblicità accettabili». 

Apple al lavoro su un anello smart?

La Stampa
dario marchetti

È stato appena pubblicato un brevetto che mostra l’interesse dell’azienda verso un nuovo wearable



Dopo il polso, ora Apple punta alle dita. Anzi, al dito, visto che stando a quanto rivelato da un brevetto appena pubblicato negli Stati Uniti, l’azienda californiana sarebbe al lavoro su un anello intelligente. Il brevetto era stato presentato lo scorso 1 aprile, data che potrebbe non essere casuale visto che proprio in quel giorno, nel 1976, veniva fondata Apple.

Il documento dell’Ufficio patenti e brevetti americano relativo all’anello intelligente


Dotato di microfoni, sensori biometrici, fotocamera e persino di un piccolo display, sulla carta l’iRing (così è stato battezzato dalla Rete, anche se questo nome è stato già registrato dall’italiana IK Multimedia), sembra un Apple Watch miniaturizzato, una sorta di telecomando universale per gestire tutti i dispositivi della famiglia Apple, compresi quelli compatibili con HomeKit e CarPlay. Indossato sull’indice, ad esempio, e sfiorato col pollice della stessa mano, l’iRing potrebbe sostituire la corona digitale del Watch, oppure permettere di sfogliare i film sull’interfaccia della nuova Apple TV.

Ma non finisce qui: oltre che di touchscreen e di motore a vibrazioni come quello dell’Apple Watch, l’ipotetico anello dovrebbe supportare anche Force Touch, i sensori di movimento per comandare i gadget attraverso i gesti. Avrebbe perfino un microfono per avere i comandi vocali di Siri a portata di dito: tra gli utilizzi più fantasiosi descritti nel documento di Apple c’è anche quello per scambiare denaro con una stretta di mano. Come? Basta indossare l’anello, porgere la mano all’altra persona e pronunciare la frase dedicata.


80 anni fa la guerra d’Etiopia Il breve impero di Mussolini

Corriere della sera

di ANTONIO CARIOTI
Il 3 ottobre 1935 l’Italia avvia una guerra coloniale che si conclude vittoriosamente nel maggio 1936. Ma il dominio sull’Etiopia è minato dalla resistenza indigena e crolla sotto i colpi dei britannici nel 1941

3 ottobre 1935, l’Italia attacca l’Etiopia

Da tempo Benito Mussolini ambiva a estendere i possedimenti coloniali del nostro Paese in Africa orientale, che allora comprendevano l’Eritrea e la maggior parte dell’attuale Somalia. Il suo scopo era anche riscattare la sconfitta di Adua del 1896. Nel dicembre 1934 gli incidenti tra forze italiane ed etiopi a Ual Ual, ai confini tra la Somalia e l’impero del Negus Hailè Selassiè, offrono al Duce il pretesto per avviare una decisa campagna propagandistica e diplomatica, accompagnata da un’intensa preparazione militare. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane invadono il territorio dell’Etiopia, all’epoca unico Paese africano indipendente (a parte la Liberia), non colonizzato dagli europei.


Soldati italiani inneggiano al Duce al momento della partenza per l’Africa orientale, il 16 settembre 1935, alla vigilia dell’invasione

La grande mobilitazione

Mussolini sa che sta giocando una partita decisiva per consolidare il suo potere. E mobilita una enorme quantità di truppe per essere sicuro della vittoria. All’inizio delle ostilità le forze italiane ammontano in Eritrea a 110 mila militari nazionali, tra esercito e camicie nere della milizia, più 50 mila ascari, cioè soldati reclutati tra le popolazioni indigene delle colonie. Nella Somalia italiana già nel luglio 1935 ci sono 25 mila soldati nazionali e 30 mila ascari. Cifre destinate a salire nel corso del conflitto, fino a un totale di 330 mila militari italiani e 85 mila ascari al termine della guerra.

L’ultimo saluto di un militare italiano prima dell’imbarco

Le forze di Hailè Selassiè

Al possente corpo di spedizione italiano l’imperatore d’Etiopia, il Negus Hailè Selassiè, contrappone una forza di circa 250 mila uomini, molto inferiori come equipaggiamento, organizzati in armate al comando di capi tradizionali, i cosiddetti ras. Invece di scegliere la tattica della guerriglia, che sarebbe stata più redditizia, gli etiopi cercano di affrontare l’invasione con una battaglia campale, nell’illusione di replicare la vittoria di Adua. Una scelta che si rivelerà fallimentare.


Il Negus Hailè Selassiè (1892-1975), imperatore d’Etiopia

De Bono esita, il Duce è impaziente

L’offensiva italiana si sviluppa su due fronti. Il più importante è quello eritreo a nord, dove il comandante è Emilio De Bono. Secondario, ma non irrilevante, è quello somalo a sud, che vede le forze italiane al comando di Rodolfo Graziani. Dopo un’avanzata iniziale, De Bono procede con grande prudenza, tanto che nel novembre 1935 Mussolini, indispettito, lo sostituisce con Pietro Badoglio.



Una mappa delle operazioni militari nella guerra d’Abissinia (1935-1936). La linea verde è il confine dell’Etiopia nel 1935. La linea rossa è quella del fronte nel febbraio 1936, prima dell’avanzata decisiva. Le frecce rosse rappresentano le offensive italiane (se tratteggiate, sono quelle determinanti del 1936), le frecce verdi contrassegnano le offensive etiopi. Le date accanto alle località indicano il momento dell’occupazione italiana. Le parti di territorio striate rappresentano le zone annesse dopo il 1936 alle precedenti colonie italiane.

Le sanzioni internazionali e l’oro alla patria
Il 18 novembre 1935 entrano in vigore le sanzioni economiche decretate contro l’Italia dalla Lega delle Nazioni (antenata dell’Onu), di cui l’Etiopia fa parte. Ma il boicottaggio, applicato in modo assai blando, si rivela di scarsa efficacia. La Gran Bretagna condanna l’invasione, ma non impedisce alle navi italiane di attraversare il canale di Suez, che è sotto il suo controllo. Il regime fascista lancia una grande e riuscita campagna propagandistica contro le potenze che dispongono di sterminati possedimenti coloniali e vogliono impedire all’Italia di estendere i suoi. Il 18 dicembre, un mese dopo l’inizio delle sanzioni, viene organizzata una «giornata della fede», in cui agli italiani viene chiesto di donare alla patria il loro oro, a cominciare da quello delle fedi nuziali.


La raccolta dell’oro per la patria a Milano, durante la guerra d’Etiopia

La controffensiva etiope

Nel dicembre 1935 Badoglio si trova ad affrontare una serie di attacchi del nemico, che lo costringono ad arretrare le sue posizioni. Nel complesso le forze italiane reggono il campo, ma lo smacco d’immagine è notevole. Mussolini manda tre divisioni di rinforzo per stroncare la resistenza etiope.

Un gruppo di capi etiopi fedeli al Negus

Mussolini ricorre ai gas

Il 28 dicembre 1935 il Duce autorizza e anzi incita Badoglio all’uso dei gas tossici contro le forze del Negus, nonostante l’Italia avesse firmato nel 1928 la convenzione internazionale di Ginevra, che ne vietava l’impiego bellico. Nel complesso però il ricorso alle armi chimiche, lungamente negato, ma confermato da un’ampia documentazione, non si può considerare decisivo per la vittoria italiana, dovuta soprattutto alla netta superiorità di mezzi in tutti i campi, a cominciare dall’artiglieria e dall’aviazione.


Una significativa vignetta italiana

Badoglio alla riscossa, il Negus alle corde

A partire dal gennaio 1936, le forze italiane riprendono l’iniziativa, prima sul fronte somalo e poi su quello eritreo. Le due battaglie del Tembien, quella dell’Endertà e quella dello Sciré sanciscono una serie di successi delle truppe di Badoglio, che si aprono la strada verso l’interno del territorio etiope. Hailè Selassiè gioca le sue ultime carte con il grande scontro campale di Mai Ceu (29-31 marzo 1936) che vede le sue truppe massacrate dalla superiore potenza di fuoco italiana.


Un giovanissimo guerriero etiope che combatte per il Negus

La presa di Addis Abeba, nasce l’impero

Il 5 maggio 1936 le truppe italiane occupano la capitale etiope, dalla quale il Negus si è allontanato per andare in esilio pochi giorni prima. Mussolini annuncia al mondo che la guerra è terminata con la vittoria italiana e pochi giorni dopo, il 9 maggio, proclama il ritorno dell’impero «sui colli fatali di Roma». In realtà si tratta di una conquista che non tarda a rivelarsi precaria.


La prima pagina del «Corriere della Sera» il 6 maggio 1936

Graziani viceré, regime di apartheid

Nel maggio 1936 Badoglio viene nominato viceré in Etiopia, ma lascia quasi subito la carica per tornare in Italia. Gli subentra Graziani che, su precisa direttiva di Mussolini, instaura un rigido regime di dominio diretto, che non lascia alcuno spazio di autonomia ai ras, i capi locali, neppure quelli disposti a collaborare con la potenza coloniale. A partire dall’aprile 1937 viene inoltre instaurata una legislazione razzista, che prima vieta i rapporti sessuali tra italiani e indigeni, poi si evolve in un sistema di autentica segregazione, paragonabile all’apartheid del Sudafrica.


Rodolfo Graziani (1882-1955) viceré ad Addis Abeba

Guerriglia e repressione, senza pietà

Il 19 febbraio 1937 Graziani resta gravemente ferito in un attentato compiuto da elementi anti-italiani con il lancio di bombe a mano. La rappresaglia è violentissima, con migliaia di morti, e si prolunga per mesi. Tra le vittime, diverse centinaia di monaci (ma alcune stime parlano di 1.500-2.000 persone uccise) del convento cristiano copto di Debra Libanos, centro religioso di grande importanza, assalito nel maggio 1937. Il risultato è che la guerriglia si estende progressivamente, nonostante la durezza della repressione. Nel novembre 1937 Graziani viene sostituito come viceré dal duca Amedeo d’Aosta, che con il tempo adotta una politica meno brutale e più disposta al compromesso con gli indigeni.


Un’immagine della repressione italiana in Etiopia

Arrivano i britannici, cade l’impero

Con l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, l’impero fascista in Africa orientale precipita in una condizione critica, lontano dalla madrepatria e circondato da territori controllati dalla Gran Bretagna. Dopo qualche successo iniziale, nel gennaio 1941 le truppe del duca d’Aosta sono investite dalla duplice offensiva nemica, dal Kenya e dal Sudan. L’evento militare più importante è la resistenza di Cheren, in Eritrea, che si arrende ai britannici il 27 marzo 1941, dopo due mesi di strenui combattimenti. Il 6 aprile cade Addis Abeba, dove il Negus fa ritorno il 5 maggio. Il 19 maggio si arrende sull’Amba Alagi il duca d’Aosta e il 27 novembre 1941 cessa la resistenza di Gondar, ultima roccaforte italiana in Etiopia. L’impero di Mussolini non esiste più.


I militari britannici rendono l’onore delle armi al duca d’Aosta che si arrende nel maggio 1941


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La scrittrice si sposa «per tutelare» il figlio E la Curia attacca: «Matrimonio nullo»

Corriere della sera

Simona Vinci ha reso pubblica la sua scelta di sposarsi civilmente. L’attacco della chiesa bolognese: «Non si sceglie solo per ottenere benefici»

orango

BOLOGNA - La Diocesi di Bologna contro la scrittrice che ha celebrato un matrimonio civile con il suo storico compagno per tutelare loro stessi e il loro figlio. Il settimanale diocesano «Bologna Sette» in edicola domani (nel giorno dell’inizio del Sinodo sulla famiglia nel quale il cardinale bolognese Carlo Caffarra si candida ad avere un ruolo da protagonista) ha attaccato, con un articolo firmato dal giudice del tribunale ecclesiastico Paola Cipolla, la scelta, resa pubblica, della scrittrice Simona Vinci. La Vinci, nei giorni scorsi, aveva reso pubblica la sua scelta di sposarsi civilmente nel Comune di Budrio, nel Bolognese, con un post sui social network.

I FATTI - La Diocesi bolognese, nel giorno in cui festeggia il suo patrono, San Petronio, ha attaccato la scrittrice, sostenendo che il suo matrimonio è nullo. «Ci siamo sposati per tutelare nostro figlio - ha spiegato la Vinci - e perché le leggi dello Stato Italiano non garantiscono l’assistenza e la facoltà decisionale della compagna e del compagno di vita in caso di gravi malattie che purtroppo possono capitare. Non ho mai avuto il mito del matrimonio romantico e trovo una pagliacciata tutto ciò che ruota attorno ad un contratto. Bisognerebbe svincolare questo contratto dall’aspetto `sessuale´. Una famiglia può benissimo essere un patto tra persone (amici, amiche) che condividono oneri, diritti e doveri per scelta e per affetto. La spesa, alla faccia del business dei matrimoni sfarzosi, è stata di 16 euro in marca da bollo».

LA DIOCESI - La replica della diocesi, attraverso il giudice del tribunale ecclesiastico e avvocato Paola Cipolla, è molto dura ed ha l’intenzione di sollevare un dibattito. «Non si può - è scritto nell’articolo in edicola domani, del quale è stata diffusa un’anticipazione - decidere di sposarsi solo perché così si ottengono diritti e benefici che diversamente, non si avrebbero secondo la legislazione vigente.

Così tutto perde il suo senso, diventa un pro-forma, una farsa, una simulazione: per l’ordinamento italiano quel matrimonio è nullo, così come è nullo il matrimonio celebrato al solo fine di acquistare la cittadinanza. Il matrimonio è di più, molto di più. Il senso di celebrare il matrimonio non può stare nella ricerca di una tutela istituzionale». Giulio Pierini, sindaco di Budrio, è intervenuto per difendere la regolarità del matrimonio: «non esiste alcun elemento per mettere in discussione la regolarità del matrimonio. Non possono essere messi in discussione i sentimenti e l’affetto. Chi siamo noi per giudicare i progetti di vita di quella che era già una famiglia molto prima di martedì scorso?».

03 ottobre 2015

Marino spende i soldi dei romani. E gli agenti invece fanno la colletta

Mary Tagliazucchi - Sab, 03/10/2015 - 20:21

I poliziotti della Polfer della stazione di Roma Tiburtina si tassano da soli per poter svolgere il loro lavoro

E mentre continua la polemica sulle spese e sugli sprechi del sindaco Ignazio Marino, a Roma i poliziotti della Polfer della stazione di Roma Tiburtina si tassano da soli per mandare avanti le cose.



Una vera e propria colletta per far fronte alle spese che variano dal comprare lampadine per le auto di servizio o i toner per le stampanti presenti in ufficio. Lasciati completamente a se stessi e nonostante le quotidiane criticità i poliziotti garantiscono con professionalità la sorveglianza e i servizi di controlli all’interno della stazione.

Una vera e propria vergogna per chi ogni giorno rischia a volte anche la vita. Questo data l’alta criminalità che impera nella stazione dove si trovano rom, nomadi e piccoli criminali a piede libero. E nonostante la Polfer controlli un vasto territorio ha a sua disposizione solo 60 uomini, quando ne servirebbero almeno il doppio per sopperire a molte lacune di organico, soprattutto in vista del Giubileo.

“È impensabile che i poliziotti possano fronteggiare chissà per quanto tempo ancora le problematiche della seconda stazione della Capitale con un personale così insufficiente - ha denunciato il segretario provinciale di Roma del Sap, Fabio Conestà, - Si tratta di un’area vastissima. Cosa accadrà con l’arrivo del Giubileo? Come intendono il premier Renzi, il ministro Alfano e i vertici della Polizia risolvere tali criticità? Il loro silenzio sta mortificando la professionalità di migliaia di donne e uomini servitori di Stato”.

Facebook a pagamento e altre bufale

La Stampa
luca castelli

Dalle autocertificazioni per proteggere la privacy ai copia-e-incolla per non pagare il servizio, tornano alla ribalta le più strampalate catene di Sant’Antonio in versione social. Ecco perché hanno successo (e non scompariranno mai)



Ci risiamo. Puntuale come la stagione dei monsoni, è tornata quella delle auto-certificazioni su Facebook. I messaggi in cui “oggi, 3 ottobre 2015, io dichiaro solennemente che in base allo Statuto di Roma, alla legge UCC 1-308 1-308 1-103 e all’Editto Imperiale del Grande Puffo, tutti gli status, i selfie e i gattini che pubblico su Facebook sono miei, solo miei, nient’altro che miei”.

Bufale d’annata, che circolano da tempo immemore ma che periodicamente tornano a galla, sospinte da qualche nuova corrente social. Il fenomeno è globale, come testimonia il video diffuso mercoledì (proprio su Facebook) da John Oliver, in cui il comico televisivo – britannico trapiantato negli USA – spiega al pubblico che scrivere e condividere messaggi del genere non serve assolutamente a proteggere la privacy e il copyright dei propri dati. L’unica soluzione efficace è condividere il suo video, come chiaramente indicato dal “Social Media Act Profile del 1934”.

Condividere per salvarsi
Le cosiddette “Facebook Hoaxes” (“le bufale di Facebook”) sono una realtà del social network. Concreta e multiforme, come dimostra l’altro messaggio farlocco in heavy rotation nelle ultime settimane, quello in cui si annuncia la peggior catastrofe che l’utente social potrebbe mai immaginare: Facebook a pagamento. Come evitarla? Semplice, condividendo il messaggio.

Anzi, no, in questo caso è richiesto uno sforzo maggiore: copiare e incollare il testo sulla propria bacheca. Non proprio il passaggio più agevole e immediato, soprattutto via smartphone, ma si sa: la salvezza richiede bene un sacrificio. E pazienza se, rivela il segugio anti-bufale Snopes , questa storia di Facebook a pagamento circola ormai dal 2009, seguendo un percorso evolutivo a suo modo affascinante: il prezzo si è gradualmente adattato all’inflazione e la sostituzione di “condividi” con “copia-e-incolla” è probabilmente il tentativo di aggirare i meccanismi anti-bufale che il social network ha iniziato a sviluppare negli ultimi anni.

In buona fede
Ma come è possibile che messaggi del genere continuino a circolare, nonostante siano stati sbugiardati pubblicamente più e più volte? Il picco epidemico di questi giorni ha spinto molti giornali a rivolgersi a psicologi, sociologi, professori universitari, esperti di tecnologie e tecnofobie per ottenere qualche risposta. I fattori sono molti e mescolati tra loro spiegano perché il fenomeno sia così difficile da arginare.

In parte, c’entra un fisiologico periodo di noviziato: il numero di utenti di Facebook continua ad aumentare e i nuovi arrivati non padroneggiano ancora tutti i segreti e le malizie del servizio. Non hanno mai visto la bufala e quando capita sui loro schermi, ci cascano esattamente come magari ci siamo cascati noi qualche mese o anno fa. “Non trattateli male”, è l’invito di James Grimmelmann, professore di legge alla University of Maryland sul Washington Post , “in fondo pensano solo di essere d’aiuto”.

Catene di Sant’Antonio (digitali)
Non è però tutta colpa delle ingenue matricole samaritane. Ci sono altri meccanismi che facilitano la diffusione delle hoaxes. Per esempio, quel misto di sensibilità, scetticismo e paranoia di fronte ai temi della privacy che si sta diffondendo – non senza risvolti paradossali – tra gli utenti dei social media: il timore che Facebook possa fare qualcosa di scorretto con i nostri dati sta attecchendo molto rapidamente, basta una goccia di carburante per ravvivare la fiamma. C’è poi un po’ di immancabile calcolo opportunistico.

I messaggi non si limitano a stuzzicare le nostre inquietudini social, ma offrono anche una soluzione a basso costo: “Infondono paura, ma indicano una via di fuga”, spiega la psicologa Shannon Rauch a Fortune . Il ragionamento è semplice: magari sono tutte frottole, ma in fondo basta una condivisione (o un copia-e-incolla) per scacciar via il pensiero. È lo stesso filo logico seguito quindici anni fa, quando abbiamo ricevuto la madre di tutte le catene di Sant’Antonio 2.0: l’email in cui Bill Gates prometteva di darci qualche dollaro se avessimo inoltrato il suo messaggio. Non accade, ma se accade...

L’autocertificazione non serve
In effetti, sono tutte frottole. Per qualche tempo Facebook ha anche provato a smentirle, ma ormai si limita a rimandare gli utenti a guide online in cui si forniscono le informazioni base sulla privacy e sulla gestione dei dati personali all’interno del social network. Una cosa è certa: a fare testo nel nostro rapporto con l’azienda privata Facebook sono i termini di servizio che accettiamo volontariamente (di solito, senza leggerli) al momento dell’iscrizione. È vero che sono in corso tante discussioni, anche all’interno della Commissione Europea, su questioni legate alla privacy, al copyright e ad altri diritti personali nell’era dei social media, ma almeno per ora non esiste legge che dia alcun valore alle autocertificazioni e ai copia-e-incolla sulla propria bacheca. Nemmeno lo Statuto di Roma .

Quando i settimanali facevano opinione: in mostra 60 anni di “Espresso”

La Stampa
fabio martini



La mostra “60 anni in Italia e nel mondo attraverso le fotografie dell’Espresso”, in esposizione da oggi al Vittoriano di Roma, non è soltanto l’autocelebrazione del più importante magazine politico italiano in occasione del suo sessantesimo anno di vita, ma è anche una carrellata che racconta l’età d’oro dei settimanali e più in generale della carta stampata, una stagione iniziata negli anni Cinquanta e che si è protratta per un cinquantennio. Anni nei quali un’inchiesta, uno scoop e l’autorevolezza della carta stampata avevano un peso specifico che successivamente hanno in parte perduto e non soltanto per l’apparizione e il boom della tv, o per il protagonismo dei social network.

Le copertine, che richiamano inchieste e articoli che hanno fatto epoca, sono eloquenti: per esempio quella del 19 gennaio 1975, con una ragazza, incinta e nuda, messa in croce e col titolo: «Aborto, una tragedia italiana», scatenò un putiferio e in qualche modo contribuì ad alimentare quel movimento di opinione che qualche anno dopo portò alla legalizzazione dell’aborto. Per dire della cura che c’era dietro quelle copertine: la modella era una ragazza effettivamente incinta e il montaggio, voluto dal direttore Livio Zanetti e da Franco Lefèvre, era stata scelta dal fotografo Dante Vecchi, che aveva seguito la guerra d’Algeria.

La mostra, curata da Bruno Manfellotto, uno dei pochi (appena dieci) direttori del sessantennio, si snoda lungo alcune pareti, tutte ricche di foto che ripercorrono la storia del costume e della cronaca nazionale. Alcune, datate, sono bellissime: una pompa della benzina Agip al tramonto, un medico che visita un povero paziente, i poveri corpi di assassinati per mafia. Altre più recenti: la Costa Concordia da una visuale insolita e un variopinto, drammatico barcone di migranti (entrambe di Massimo Sestini).

E ovviamente la politica e la magistratura degli eroi: oltre ad alcune foto famose (quella indimenticabile, di Borsellino e Falcone affiancati e sorridenti), altre mai più viste dopo la loro pubblicazione: un Giulio Andreotti sorridente e trionfante, affiancato da Salvo Lima; Pietro Nenni nel suo austero e buio studio di lavoro; le facce di una politica al rallentatore, simboleggiata da Aldo Moro; le folle ordinate e fittissime, ipnotizzate da Kennedy e da Fidel Castro. 

Mostra dichiaratamente di immagini più che di scritti, è difficile cogliere il contributo dei direttori “storici” e carismatici del settimanale e delle grandi firme: per una lunga stagione quasi solo sull’Espresso si potevano leggere contributi di intellettuali che allora facevano opinione. E tra le tante copertine (quelle a formato lenzuolo e quelle tabloid) una parete intera è dedicata a Berlusconi. E dai titoli traspare la cifra caratteristica di questo settimanale (denuncia ma anche ironia), una cifra diversa da quella di certo giornalismo indignato, lapidario e senza sfumature di tempi più recenti. 

La Spagna concede la cittadinanza agli ebrei sefarditi

Daniele Bellocchio - Sab, 03/10/2015 - 15:30

Il governo spagnolo ha deciso di saldare i conti con le persequzioni commesse durante l'Inquisizione concedendo la cittadinanza agli ebrei sefarditi indipendentemente dal Paese in cui vivono oggi

È l'Europa, quella di oggi, che condanna, viene condannata e che si lascia condannare. La vecchia Europa che alza i muri e che frana su sé stessa.



E' sempre la nostrana Europa che naufraga nel mare dell' inconcludenza politica e lascia naufraghi nel mare che la circonda migliaia di uomini.

È il 3 ottobre, due anni fa oggi, al largo delle coste di Lampedusa morivano 368 uomini. Un dramma a indicare una nuova epoca e una nuova storia contemporanea. E' un anniversario di tragedia, e come ogni anniversario è celebrato come un compunto avvenimento di lacrime passate e presenti da rammentare con un senso di colpa consumato dal peccato d'uso. Servirebbe invece, una memoria pragmatica, un dogmatico “ così è stato ma così non sarà”. L'imperativo di condotta del cambiamento però lascia il posto al personalismo della commiserazione. Meno azione e più commozione. E nulla cambia.

Ma non è mai è troppo tardi per saldare i conti con i drammi. Non passano mai di moda le decisioni tangibili e forse, anche se passano più in sordina, hanno però un significato e una materialità che una raffica di “j'accuse” invece dissipa nel reboante incontro dello scontro d'opinione. E a insegnarcelo, in queste ore di minuti di silenzio, che diventano un eterno sordomutismo di fronte ai continui bollettini di tragedia, è la Spagna.

Il Paese Iberico è arrivato infatti a saldare parte dei suoi errori e dei crimini commessi durante il periodo dell'Inquisizione. Dopo il 1492 infatti i re di Spagna imposero agli ebrei quattro mesi di tempo per scegliere di andarsene oppure di convertirsi al cristianesimo. Secondo le stime dello storico inglese Lynch, degli 80mila ebrei presenti, tra i 40 e i 50 mila decisero di andarsene. Così iniziò la diaspora degli ebrei di Spagna.

Oggi, a distanza di settecento anni, il governo spagnolo ha infatti approvato una legge attraverso la quale concederà la cittadinanza ai discendenti degli ebrei sefarditi. L'approvazione di questa arriva un giorno esatto dopo che 4.302 discendenti di coloro che erano stati cacciati dalla Corona, hanno visto approvata la propria richiesta di cittadinanza spagnola. La Federazione della Comunità Ebraica di Spagna ha esultato per la notizia e ha fatto sapere che la maggior parte delle richieste provenivano da Marocco, Turchia e Venezuela.

Ora, tutti i discendenti delle vittime dei pogrom dei re di Castiglia e Aragona, in qualsiasi parte del mondo essi siano, avranno tre anni di tempo per sollecitare il proprio passaporto spagnolo e con esso la cittadinanza e il diritto a vivere e lavorare in Unione Europea. Ciò che è stato non si cancella, ma si può sempre correre ai ripari. La Spagna ci ha impiegato 7 secoli per saldare i debiti con gli incubi del passato, chissà quando l'Europa di oggi invece deciderà di affrontare quelli del proprio presente.

L'Italia ebbe le leggi razziali. Ma non fu mai antisemita

Marcello Veneziani - Lun, 27/01/2014 - 12:06

Hannah Arendt e Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro Eichmann, elogiarono il comportamento del nostro Paese. Che in pratica ignorò il diktat nazista



Oggi è il Giorno della Memoria anche se da dieci giorni se ne parla ampiamente sui giornali e in tv. Non ha torto Elena Loewenthal, studiosa di cultura ebraica, a scrivere un libretto Contro il giorno della memoria e a proporre un intenso silenzio più che una così retorica esibizione a settant'anni dalla Shoah. Per la ricorrenza sarà proiettato oggi e domani in alcune città il film di Margarethe von Trotta dedicato ad Hannah Arendt, la principale studiosa ebrea del nazismo e dei regimi totalitari, sfuggita alle persecuzioni naziste.

Il film trae spunto dal celebre testo della Arendt, La banalità del male (edito da Feltrinelli), nato dai suoi reportage per il processo al nazista Adolf Eichmann, cinquant'anni fa in Israele. La banalità del male è importante anche per le pagine dedicate agli italiani in relazione alle deportazioni. Scrive la Arendt: «L'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare». Infatti, aggiunge, «l'assimilazione degli ebrei in Italia era una realtà». La condotta italiana «fu il prodotto della generale spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Un popolo che dai tempi dei Romani conviveva con gli ebrei, e continuò a conviverci, con alti e bassi, anche all'ombra della Chiesa cattolica e del Papa re pur nella considerazione degli ebrei come popolo deicida.

«La grande maggioranza degli ebrei italiani - scrive la Arendt - furono esentati dalle leggi razziali», concepite da Mussolini «cedendo alle pressioni tedesche». Perché gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei veramente antifascisti non erano più in Italia. Persino il più razzista dei gerarchi, Roberto Farinacci, «aveva un segretario ebreo». Si potrebbe ricordare il concordato del 1931 tra lo Stato fascista e la comunità israelitica italiana, accolto con soddisfazione dagli ebrei. A guerra intrapresa «gli italiani col pretesto di salvaguardare la propria sovranità si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese».

E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare gli ottomila ebrei presenti «non potevano fare affidamento sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire». Alcuni con l'aiuto del Vaticano. Le stesse tesi aveva espresso al processo Eichmann il procuratore generale Gideon Hausner, il quale definì l'Italia «la nazione più cara a Israele».

I nazisti, aggiunge la Arendt, «sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler». L'Italia fascista, secondo la studiosa ebrea, adottò nei confronti dei rastrellamenti un sistematico «boicottaggio». Nota la Arendt: «il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna. Finché l'Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto...

Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda». Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò cinquemila ebrei, non fu isolato. Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità, cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari ebraici, che arrestò 22mila ebrei, ma in gran parte consentì loro di salvarsi dai nazisti, come scrive la studiosa ebrea. Nota la Arendt, perfino eccedendo, che «un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell'Isère e della Savoia». Insomma «gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia».

Si può dire che morirono più italiani nelle foibe comuniste che ebrei italiani nei campi di sterminio? Odiosa contabilità, ma per amore di verità va detto. Certo, la Shoah nel suo complesso è una catastrofe imparagonabile. Anche per gli storici israeliti Leon Poliakov e George Mosse l'Italia boicottò le deportazioni naziste e protesse gli ebrei. Le origini culturali dell'antisemitismo per la Arendt sono riconducibili a leader, movimenti e ideologi di sinistra. Ne Le origini del totalitarismo ricorda che fino all'affaire Dreyfus in Francia, «le sinistre avevano mostrato chiaramente la loro antipatia per gli ebrei. Esse avevano seguito la tradizione dell'Illuminismo, considerando l'atteggiamento antiebraico come una parte integrante dell'anticlericalismo».

In Germania, ricorda, i primi partiti antisemiti furono i liberali di sinistra, guidati da Schönerer e i socialcristiani di Lueger. Non si tratta di assolvere regimi né di cancellare o relativizzare le leggi razziali del '38 che infami erano e infami restano. Né si tratta di salvare il fascismo dal nazismo e dal razzismo, ma di riconoscere la pietà e la dignità del popolo italiano, che in quella tragedia si comportò con più umanità. Magari in altri casi no, si pensi alla guerra civile, al triangolo rosso, alle stragi d'innocenti o di vaghi sospettati; ma nel Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamoci che gli italiani furono meno bestie di tanti altri.

Per una volta non denigriamoci. Quanto alla Arendt, fu dura per lei la sorte di apolide, straniera nella sua terra natia, la Germania, poi vista con diffidenza per la sua relazione giovanile con Heidegger, quindi detestata dalla sinistra per la sua critica al totalitarismo e al comunismo, e pure in aperto conflitto col mondo ebraico. Dopo aver letto La banalità del male lo studioso di mistica ebraica Gershom Scholem la accusò (il carteggio è riportato in fondo a Ebraismo e modernità, edito da Feltrinelli) di avversare il sionismo e di non amare gli ebrei. «Io non amo gli ebrei - rispose lei - sono semplicemente una di loro». Una lezione di verità per tutti.