martedì 6 ottobre 2015

Il convento dove la Chiesa manda a curarsi i preti gay

Libero

Mai il tema dei gay tra i preti era stato di attualità come oggi, dopo l'outing del teologo padre Charamsa che ha dichiarato al mondo di avere un  compagno e che "il Vaticano" è pieno di omosessuali. E così il quotidiano "La Repubblica" pubblica oggi la storia del convento Venturini, a Trento, dove vengono mandati a riflettere "i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone". A dirlo è don Mario Bonfante, l' ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato "licenziato" perché gay. "Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci" dice al quotidiano di Ezio Mauro.

"Io posso dire soltanto - dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini - che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi". Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. "Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. 'Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato'. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere 'marchiati'".

Nella presentazione del sito, scrive ancora Repubblica, c' è scritto che "i larghi spazi di accoglienza - una casa grande e tanta campagna intorno - uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà". Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri.

Buon compleanno Citroën Ds Sessant’anni fa nasceva la «Dea»

Corriere della sera

di Flavio Vanetti


Che cosa c’è in questi primi 60 anni della Citroën DS, la “Dea” che sopravvive alla storia? Innanzitutto il senso del Mito. Si manifestò chiaramente fin dal 6 ottobre 1955 quando al Salone di Parigi apparve non una vettura ma un mix tra un’opera d’arte e un’astronave. Fu un fatto epocale. Nonostante i giornali del tempo, in particolare l’Auto-Journal già querelato nel 1952 dalla Citroën per furto e divulgazione di progetti industriali, avessero anticipato foto e caratteristiche tecniche, la contemplazione dal vivo della macchina fu una rivelazione, uno shock, un affronto. Del resto le sue forme – inedite per l’epoca – davano l’idea di un domani “anticipato”, come se un varco spazio-temporale avesse recapitato dal futuro quel modello dalle sagome sinuose e affascinanti.

Il tempo è, in effetti, una caratteristica centrale della DS. Innanzitutto perché nella mente di Pierre-Jules Boulanger, presidente e direttore generale del Double Chevron dopo la scomparsa di André Citroën, la Dea nacque ben prima: era il 1938 quando PJB pensò a un’erede della Traction Avant; purtroppo per lui, morto nel 1950 in un incidente, non la vide mai su strada.

Ma la DS non è solo un’auto di ieri: lo è di oggi e lo sarà pure di domani, perché la forza del Mito è di essersi dimostrato atemporale e in grado di abbracciare varie generazioni e categorie di persone: da auto della classe agiata, pian piano ha contaminato ceti differenti fino a contagiare i giovani e perfino gli “alternativi”. Nata borghese, la DS nel corso degli anni, e soprattutto ora che è oggetto degli appassionati del restauro, è stata capace di diventare popolare e di sedurre chi guardava più che altro alla rustica Due Cavalli.

L’opera d’arte, poi. Flaminio Bertoni, grande stilista varesino trapiantato in Francia, già “papà” delle linee della Traction Avant e della 2CV, le diede corpo attingendo alle sue basi da scultore, anche se questo avrebbe rappresentato un guaio per l’ingegner André Lefebvre, un altro genio, costretto a far entrare in un contenitore speciale l’insieme motore-sospensioni. Bertoni guardò il profilo di un pesce – ma non pensò allo squalo, soprannome orrendo dato di recente alla DS – e la Dea fu: il suo avvento condizionò l’industria automobilistica e il gusto del pubblico, impreparato a tanta audacia.
Soprattutto, la DS lanciò un altolà a consumatori che si stavano adeguando all’american-style, pesante, carico di cromature e di orpelli in forme senza tecnologia né ricerca funzionale.

La DS, al contrario, era un concentrato di novità: innanzitutto, la parte anteriore era più larga di quella posteriore dal momento che doveva sostenere il peso degli organi meccanici e contenerli, mentre le ruote posteriori erano carenate, per migliorare la penetrazione aerodinamica; poi disponeva di un telaio leggero, sul quale si fissavano i 12 pannelli della carrozzeria. Infine, c’erano i 13 brevetti dei quali aveva l’esclusiva. Il principale è quello delle sospensioni idropneumatiche, proposte da Paul Magès secondo uno schema che coinvolgeva sterzo e impianto frenante e che assegnava il controllo a una pompa d’alta pressione in un circuito nel quale un olio (non comprimibile) coesisteva con l’azoto (comprimibile).

La DS che si alza e si abbassa prende le mosse da qui e la visualizzazione del principio è nella famosa foto del mock up della vettura piazzato sopra quattro palloni gonfiabili che galleggiano su uno specchio d’acqua. Quella è una delle infinite curiosità della DS. Alcune hanno fatto parte del cinema (alla DS di Fantomas spuntarono le ali), alla pubblicità (un filmato dimostra come la vettura viaggia perfino su tre ruote), alle clip di culto (cercate su Youtube quella in cui la DS semina le Alfa Romeo della polizia italiana: voluminosa sì, ma agilissima), alla storia (nel 1962 il generale De Gaulle scampò a un attentato grazie alla solidità della DS 19 presidenziale) e infine all’arte.

Esposta al Moma di New York e alla Triennale di Milano, eletta icona del XX secolo davanti al Concorde, la DS fu definita da Lucio Fontana “un bellissimo mostro”. Ne furono costruite 1.330.775, incluse le rare versioni cabrio di Henri Chapron. Tante girano ancora sulle strade del terzo millennio. In attesa del quarto.

6 ottobre 2015 (modifica il 6 ottobre 2015 | 16:40)

Buon compleanno Instagram

La Stampa
chiara severgnini

Il social delle fotografie compie cinque anni e continua a crescere, anche in Italia



Non avrebbe neanche l’età per iniziare le scuole elementari, ma è già un gigante da record. Instagram ha da poco tagliato il traguardo dei 400 milioni di utenti, superando Twitter. In soli cinque anni di vita, il social network fotografico ha già permesso di condividere più di 40 miliardi di fotografie: oggi, in media, sono 80 milioni al giorno, opportunamente corredate di hashtag e modificate con gli appositi filtri - i più popolari sono i nuovi Ludwig e Crema. E poi la community degli Instagramers è davvero globale: il 75% degli iscritti vive al di fuori degli Stati Uniti, dove la app è stata lanciata nel 2010. Brasile, Giappone e Indonesia sono i Paesi in cui il numero di utenti è aumentato di più. Ma anche da noi l’Instagram mania continua a crescere: in Italia, tra il maggio del 2014 e il maggio 2015, gli iscritti sono aumentati del 14%. 

La storia
Instagram è stato creato nel 2010 da Kevin Systrom e Mike Krieger, due appassionati di polaroid. Complice la diffusione degli smartphone, la formula un po’ retrò delle foto quadrate conquista anche chi di fotografia non ha mai capito granché, anche grazie ai popolarissimi filtri. La selfie-mania e le celebrità hanno fatto il resto, e nel giro di due anni ad acquistare Instagram è niente meno che Mark Zuckerberg , il fondatore di Facebook. La app gli è costata cara: si parla di una cifra intorno al miliardo di dollari. Ma l’investimento - a giudicare dai numeri - è stato valido. 

orango

Non solo selfie
Gli utenti di Instagram fotografano se stessi, il proprio pranzo e i propri animali. Ma il social non è solo una vetrina per gli egocentrici. Cantanti, celebrità e sportivi lo usano per comunicare con i fan, offrendo uno sguardo sulla loro quotidianità, e anche molti politici hanno deciso di fare lo stesso - l’ultima in ordine di tempo è Hillary Clinton. Sul social ci sono stilisti e marchi famosi, ma anche fotoreporter, attivisti e grandi testate giornalistiche. Del resto, ormai la notizia viaggia anche su Instagram: basta pensare a quanti fatti di cronaca - dall’uragano Sandy alle rivolte di Ferguson - sono stati testimoniati proprio attraverso il social. Il pop, però, continua a farla da padrone: la foto con più like, ad oggi, è uno scatto della celebrity televisiva e modella Kendal Jenner. Al secondo posto, il primo bacio tra la sua sorellastra Kim Kardashian e il rapper Kanye West dopo le nozze. 

Anche noi siamo su Instagram!
https://instagram.com/la_stampa/

Il capolavoro di Renzi in Siria: 11 milioni regalati ai terroristi

Gian Micalessin - Mar, 06/10/2015 - 08:03

Il governo ha sempre smentito, ma ora un gruppo di jihadisti racconta: per le due cooperanti rapite pagato un mega-riscatto. Che ora finanzia i tagliagole



«Sul riscatto illazioni prive di fondamento». «Ho letto ricostruzioni (...) prive di reale fondamento e veicolate da gruppi terroristici. Siamo contrari ad ogni tipo di riscatto». Le due frasi vengono pronunciate alla Camera dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni il 16 gennaio scorso, all'indomani della liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sequestrate in Siria il 31 luglio 2014.

Quelle due frasi suonano oggi come una doppia plateale menzogna. Per riportare a casa le due sprovvedute «cooperanti» non solo abbiamo consegnato 12 milioni di dollari (11 milioni di euro) ai rapitori, ma abbiamo contribuito a finanziare un gruppo che - oltre a non averne bisogno perché già sul libro paga di Cia e Arabia Saudita - è anche coinvolto nelle stragi dei cristiani di Aleppo.

A regalarci la verità sul riscatto ci pensa «Nour al-Din al-Zenki», la formazione coinvolta nel sequestro, divulgando il verbale del processo messo in piedi per punire un militante accusato di essersi intascato 5 dei dodici milioni e mezzo di dollari (11 milioni di euro) incassati in cambio della liberazione di Greta e Vanessa. Il verbale, recapitato via internet all'agenzia Ansa , spiega che un tale Hussam Atrab, capo di una formazione minore all'interno dei gruppuscoli riconducibili a «Nour Al-Din Al Zenki», è stato condannato perché colpevole di aver sottratto 5 dei dodici milioni e mezzo di dollari incassati grazie al sequestro.

Il concetto è chiaro. «Nour Al Din Al-Zenki», un gruppo considerato fondamentale per combattere Bashar Assad nella zona di Aleppo e per questo sul libro paga della Cia e dei Sauditi, non considera un reato o un illecito il rapimento delle due italiane. La sua unica preoccupazione è far sapere di aver impartito una punizione esemplare a chi - dopo aver incassato i milioni dell'Italia - non li ha spartiti equamente con i propri complici.

Il giudizio etico su un gruppo di tagliagole pronto a rapire due ingenue straniere è ovviamente superfluo. Meno superflue sono invece, le considerazioni politiche sull'operato del nostro governo. Un governo che per bocca del suo ministro degli Esteri rifila al Parlamento, per ben due volte di seguito nella stessa audizione, quella che ormai risulta un'acclarata menzogna. Una menzogna peraltro inutile visto che Gentiloni avrebbe potuto, come già avvenuto in passato, trincerarsi dietro il silenzio o un giustificatissimo «no comment».

Ma ancor più singolare risulta, alla luce di quanto si apprende oggi, l'inadeguatezza politica del nostro esecutivo. Un esecutivo evidentemente incapace, durante i 5 mesi e mezzo del rapimento, di coinvolgere l'alleato americano convincendolo a far pressioni sui militanti di «Nour Al Din Al-Zenki» - ai quali la Cia garantisce dal 2012 stipendi mensili da 150 dollari - per ottenere la liberazione di Greta e Vanessa. Un governo Renzi che, con i 7 milioni e mezzo di dollari rimasti nelle casse dell'organizzazione dopo l'indebita sottrazione del signor Hussam Atrab, ha finanziato un gruppo responsabile dell'assedio dei quartieri cristiani di Aleppo e della morte di centinaia di civili che vi abitano.

«Nour Al Din Al Zenk», famoso per esser stato uno dei primi gruppi a dar il via all'assedio di Aleppo nell'agosto 2012, resta a tutt'oggi una delle formazioni più attive all'interno della città. Sono gli uomini di «Nour Al Din Al-Zenki» a combattere tra le rovine dell'antica Cittadella nel cuore di Aleppo. E sono loro a bersagliare i quartieri cristiani di Aleppo impiegando dei mortai giganti capaci di utilizzare come proiettili le bombole del gas. Bombole del gas che - come constatato da chi scrive durante un reportage nel quartiere armeno cristiano di Aleppo - riescono a distruggere l'intero piano di un condominio uccidendo chiunque vi abiti.

Proprio grazie alle posizioni strategiche controllate nel cuore di Aleppo «Nour Al-Din Al-Zenki» ha continuato a ricevere il pagamento dei salari e i rifornimenti della Cia anche dopo la decisione di Washington, del dicembre 2014, di sospendere tutti gli appoggi e i finanziamenti agli altri gruppi della ribellione siriana. Un gruppo evidentemente così prezioso da rendere irrilevanti persino le richieste di aiuto avanzate a suo tempo degli alleati italiani governati da Matteo Renzi.

YiSpecter, ecco perché il nuovo malware per iPhone e iPad non vi farà nessun danno

La Stampa
andrea nepori

Dopo XcodeGhost, un altro software cinese mette a rischio iPhone e iPad. Ma Apple tranquillizza gli utenti e precisa che le versioni 8.4.1 e superiori di iOS sono già al sicuro



Nel corso del fine settimana l’agenzia di sicurezza informatica Palo Alto Networks ha rivelato la scoperta di un nuovo malware per iOS chiamato YiSpecter. Come XcodeGhost , la cui esistenza è stata divulgata dai medesimi ricercatori, YiSpecter può attaccare tutti i dispositivi iOS, compresi quelli che non sono stati sottoposti al jailbreak, la procedura che sblocca l’iPhone e permette di installare applicazioni non sottoposte al vaglio dell’App Store. La particolarità di YiSpecter è la capacità del malware di sfruttare per i propri fini alcune API private di iOS, ovvero funzioni software non documentate ufficialmente e precluse agli sviluppatori di terze parti. 

“Sui dispositivi infetti,” scrivono i ricercatori, “YiSpecter può scaricare, installare e lanciare applicazioni arbitrarie, rimpiazzare app esistenti con quelle che il malware può scaricare e dirottare l’esecuzione di altre app per mostrare pubblicità, modificare il motore di ricerca predefinito, i segnalibri e le pagine aperte su Safari, e caricare dati dal dispositivo al server di controllo”.I casi riscontrati da Palo Alto Networks sono limitati alla Cina e a Taiwan. I metodi di infezione, particolarmente subdoli, passano attraverso l’hacking del traffico fra il dispositivo e i provider, l’installazione di certificati aziendali modificati sul dispositivo o sono correlati all’installazione diretta di applicazioni offline.

Per quanto il rischio posto dal malware non sia da sottovalutare, Apple ha subito chiarito con un commento ufficiale che il problema è circoscritto e, in buona parte, già risolto: “Questo problema riguarda solamente gli utenti che utilizzano versioni più vecchie di iOS e che hanno scaricato il malware da fonti non fidate. Abbiamo risolto questa specifica vulnerabilità con l’aggiornamento 8.4 di iOS e abbiamo anche bloccato le applicazioni che trasmettono questo malware.”In altre parole chi sta usando iOS 9, l’ultima versione del sistema operativo già diffusa su più della metà dei dispositivi della Mela, non ha nulla da temere. 

I suggerimenti di Apple per mantenere il proprio iPhone al sicuro sono sempre i soliti: aggiornare quanto prima il sistema all’ultima versione disponibile per il dispositivo in uso e soprattutto non installare mai applicazioni che non provengano da fonti verificate, come l’App Store o un server sicuro per la distribuzione aziendale delle app. 

Steve Jobs, il profeta che non guardava mai indietro

La Stampa
bruno ruffilli

A quattro anni dalla scomparsa del fondatore di Apple, la sua eredità non è nei gadget o nei prodotti, ma nelle idee. Una, su tutte: che nella tecnologia come nella vita, la sola costante è il cambiamento, come insegna la dottrina zen



Era uno dei libri preferiti di Steve Jobs, A Zen’s mind, a Beginner’s Mind di Shunryu Suzuki. È stato uno dei primi monaci zazen sbarcati negli Usa, tra i fondatori del San Francisco Zen Center, e il libro – scritto da una seguace che ha raccolto i suoi insegnamenti - è uno dei capisaldi della dottrina. Nel volume si parla spesso di “grande io” e “piccolo io”, in inglese “big I e “small I”. Il grande io è quello che crea, che dona, che è uno col resto del mondo, il piccolo io è attaccato alle cose, agli oggetti, alle circostanze. Il piccolo io è l’iPod, l’iPad, l’iPhone, l’iMac. Un concetto zen rovesciato, forse perfino con una certa perfidia intellettuale.

Cioè: è vero che l’iPhone è il mio telefono, l’iMac il mio Mac, che insomma quella “i” denota qualcosa di personale, unico, irripetibile. E quella "i" lo rende unico e personale perché fa leva sui sentimenti, sul fatto ad esempio che una scatoletta di plastica e acciaio contenga migliaia di canzoni, che si legano a momenti e pensieri. Emozioni, insomma. Emotivo è anche l’approccio all’iMac: colorato, amichevole, divertente. L’iPhone e l’iPad replicano la stessa strategia (e non a caso, Jobs, presentando il tablet, puntò sull’aggettivo “magico”).

Ma questa “i” è il “piccolo io”, il desiderio di possesso, il rapporto con le cose materiali. Proprio quello che per Suzuki bisogna lasciarsi indietro. A quattro anni dalla morte di Jobs, il 5 ottobre 2011, molto è cambiato a Cupertino. Apple parla oggi un linguaggio diverso, rinuncia allo scheumorfismo nelle icone di iOs e Os X, introduce il pennino sull’iPad, prende posizione su temi politici con Tim Cook (appena premiato per il suo impegno da Human Rights Campaign), è più diretta nelle comunicazioni con la stampa. E anche gli ultimi prodotti e servizi fanno a meno della “i”: dall’Apple Watch (anche se qui forse per motivi di copyright) ad Apple Pay, dalla rinnovata Apple Tv ad Apple Music.

Lo smartwatch è l’oggetto più personale mai prodotto da Cupertino, e di nuovo ripropone il diabolico mix tra sentimenti e tecnologia tipico di Apple (ad esempio quando permette di scambiare il battito del cuore con una persona, un gesto hi tech ma anche molto romantico). Però l’Apple Watch, gli ultimi MacBook, o l’iMac più recente non hanno niente di amichevole, sono gelidamente perfetti nel loro involucro di alluminio. 

Eppure  nel campus Apple le fotografie di Jobs accolgono ancora i visitatori e gli impiegati, ogni giorno. Mega poster di tre metri per quattro, pareti intere con il volto del fondatore da giovane e dopo. Sui muri si leggono le sue frasi, il suo ufficio è ancora lì, come lo aveva lasciato quattro anni fa. « I valori di Steve Jobs continuano a guidarci», ha detto più volte Cook.

L’immagine del fondatore è un patrimonio da difendere: così l’intero team dei dirigenti di Apple si è schierato contro quelle ricostruzioni della personalità di Jobs da cui viene fuori solo il genio spietato, il guru visionario, il venditore capace di ammaliare le folle. Sia Cook che Jonathan Ive si sono espressi in giudizi durissimi anche sulla biografia ufficiale, che pure era stata autorizzata da Jobs, il quale aveva scelto in prima persona di raccontare a Walter Isaacson la sua vita e il suo pensiero. 

Ora da quel volume è stato tratto il film di Danny Boyle con Fassbender: e in una rara apparizione in tv, Cook lo ha bollato come un tentativo opportunistico di arricchirsi sulle spalle di Jobs, accomunandolo alla pellicola con Ashton Kutcher uscita qualche anno fa e al recente documentario di Alex Gibney, The Man in the Machine. Sorkin, lo sceneggiatore del film di Boyle, pur non chiamato in causa, ha replicato duramente: «Ci vuole coraggio a chiamare opportunista qualcuno, quando fai assemblare telefoni in una fabbrica cinese piena di bambini pagati 17 centesimi l’ora». All’attacco è seguito un rapido dietrofront con scuse. 

Per Apple la vita e la personalità di Jobs sono ricostruite più fedelmente in un’altra biografia, non ufficiale, uscita qualche mese fa: in Becoming Steve Jobs di Brent Schlender e Rick Tetzeli il guru di Cupertino è anche un padre affettuoso, un amico fedele, un uomo attento e generoso. «Il volume – ha dichiarato l’azienda al momento della pubblicazione - riflette la natura di Steve meglio di ogni altra cosa che abbiamo visto e siamo felici di avervi partecipato». La verità, come sempre, è da qualche parte nel mezzo: Steve Jobs era visionario e dispotico, ma sapeva essere anche altruista e disponibile. 

E non sarà ricordato per il pc, che non è una sua idea, e nemmeno per l’iPod; prima dell’iPhone esistevano già gli smartphone, i tablet erano stati lanciati da Microsoft al volgere del Terzo millennio, nella generale indifferenza. Perfino la sua frase più famosa,«Stay hungry, stay foolish» che tutti ripetono senza capire, non è sua, ma tratta da un libro simbolo della controcultura californiana, il Whole Earth Catalog, pubblicato da Stewart Brand. 

Steve Jobs è la persona che ha inventato il computer, ma è anche colui che lo ha ucciso. Quando, nel 1984, presentò il primo Mac, definì lo standard che tutti i pc avrebbero seguito per i decenni a venire, mentre col lancio dell’iPhone aprì la strada all’era post-pc: smartphone, tablet, televisori, orologi, gadget di ogni tipo, con processori potenti e sempre connessi a internet.

Il cambiamento fu segnato non da un’aggiunta ma da una sottrazione: il 9 gennaio 2007, subito dopo la nascita dell’iPhone, Apple cancellò la parola “computer” dalla ragione sociale. Oggi milioni di persone in tutto il mondo navigano nel web, fanno acquisti, studiano, scambiano immagini e informazioni con un telefonino o una tavoletta, e non posseggono un pc.  

Rimarrà, di Jobs, la lezione più importante: i gadget passano, le funzioni si evolvono, la tecnologia progredisce; quello che rimane costante è il cambiamento, proprio come si legge nel libro di Suzuki. 

L'allarme di Snowden: "Così possono controllare ​i vostri smartphone"

Angelo Scarano - Lun, 05/10/2015 - 20:14

"L'agenzia di sorveglianza elettronica britannica coinvolta nello scandalo Datagate, la Gchq, può ottenere il completo controllo degli smartphone senza che gli utenti possano fare qualcosa"

Dopo il trionfale esordio su Twitter, Edward Snowden torna a far parlare di sé.

Qualche giorno fa, dalla Russia, dove vive da latitante ormai da oltre due anni, aveva aperto un proprio account sul popolare social network con l'intestazione più semplice possibile: snowden@. L'ex analista della Cia, le cui rivelazioni innescarono lo scandalo dell'Nsagate, aveva postato il suo primo cinguettio alle 18 ora italiana: "Can you hear me now?", 'Potete sentirmi adesso?', ha scherzato, servendosi di una frase stralciata da uno spot pubblicitario ma in realtà alludendo alla sua condizione di esule inseguito da un mandato internazionale di cattura.

La frase è stata ri-twettata ben 25.000 volte nel giro di appena un'ora, lo stesso lasso di tempo in cui si è guadagnato oltre 170.000 follower, aumentati poi in misura esponenziale nel prosieguo. Lui invece il proprio following si è limitato a concederlo a un unico utente, e non poteva che essere la National Security Agency, sua ex datrice di lavoro, che non ha dunque perso tempo a "stuzzicare" standole virtualmente con il fiato sul collo. La professione indicata da Snowden nel proprio profilo è quella di "direttore della fondazione 'Freedom of the Press'". L'estratto biografico prosegue con una precisazione: "Prima lavoravo per il governo. Adesso lavoro per l'opinione pubblica".

Adesso, Snowden fa parlare di sé per la dichiarazione che ha rilasciato alla Bbc: "L'agenzia di sorveglianza elettronica britannica coinvolta nello scandalo Datagate, la Gchq, può ottenere il completo controllo degli smartphone senza che gli utenti possano fare qualcosa, la Gchq può manipolare i telefonini ascoltando e scattando foto".

Possiamo davvero fidarci delle cose nella nostra vita sempre connessi?

La Stampa
paola liberace, felicia pelagalli

La sfida è sviluppare l’«Internet of Things» all’insegna della trasparenza e dell’open software. Se ne parla il 23 ottobre al convegno «InnovaFiducia: Solidarietà, Futuro, Europa, Economia partecipativa, Big data»



Possiamo davvero fidarci delle cose? La domanda sarebbe sembrata bizzarra fino a qualche tempo fa, ma con il dilagare della Rete nel mondo degli oggetti acquista un senso del tutto nuovo. Sono sempre di più, tra gli artefatti che ci circondano, quelli che possono essere connessi a Internet, e quindi possono scambiare informazioni tra di loro e con noi. Dagli elettrodomestici ai sistemi di vigilanza della casa, dai braccialetti per il fitness ai contatori dell’energia elettrica e del gas, dai dispositivi contachilometri per l’assicurazione dell’auto agli strumenti elettromedicali per il monitoraggio degli indicatori vitali: l’elenco si allunga sempre più. 

O meglio, include sempre più funzionalità in grado di trasformare case, automobili e oggetti di uso personale e quotidiano in smart objects, veri e propri agenti di intelligenza artificiale. Perché ciò accada, tuttavia, è necessario poterli considerare affidabili: vale a dire, che le informazioni scambiate siano attendibili, e che vengano trasferite con puntualità, completezza, chiarezza, precisione, riservatezza.

Come possiamo essere certi che lo siano? A prima vista, la garanzia di affidabilità degli oggetti intelligenti sta nel loro codice, il modo in cui sono stati programmati. Affermarlo significa spostare il problema sul piano della scrittura del software. Di recente, in campo automobilistico l’affare Volkswagen ha mostrato come il codice possa essere utilizzato non solo per insegnare alle auto a guidare senza un autista, ma anche per frodare i controlli. In un articolo su Wired US, Klint Finley ha affermato che lo scandalo tedesco rappresenta l’occasione giusta per chiedere con forza che l’Internet of Things si sviluppi all’insegna della trasparenza e dell’open software. 

La sfida consiste nel coniugare questa apertura con le esigenze di sicurezza, che rappresentano una parte fondamentale per la costruzione della fiducia. Se il software fosse disponibile a tutti, non solo la concorrenza potrebbe beneficiarne indebitamente – obiezione tradizionale dei produttori, non solo di automobili, contrari all’apertura -, ma soprattutto potrebbe essere manipolato dalle mani sbagliate, a fini di frode, sabotaggio o addirittura distruzione, fino a diventare un vero e proprio pericolo pubblico. 

Per controbattere all’obiezione dei produttori, basterebbe limitare l’accesso agli incaricati dei controlli e ai regolatori, analogamente a quanto avviene ad esempio per le slot-machine (questo il suggerimento del sociologo Tufekci sul New York Times); ma in questo caso sarebbe più difficile individuare un correttivo, che non sia un certo livello di “chiusura” del software, un limite non valicabile. Se è vero, come afferma Finley, che un maggiore controllo sui propri gadget da parte degli utenti potrebbe metterli in grado di ripararne le falle in caso di malfunzionamento – è altrettanto vero che i dispositivi connessi, che si tratti di automobili o di strumenti per la domotica, potrebbero essere riprogrammati in maniera perversa: in tempi di attentati terroristici a cielo aperto, questo tipo di rischio suscita comprensibilmente una preoccupata attenzione. 

L’indirizzo deviato impresso all’intelligenza delle cose non è che uno dei possibili pericoli che un mondo popolato da oggetti connessi deve prepararsi ad affrontare. Se consideriamo cruciale il modo in cui gli oggetti vengono programmati è perché assumiamo che le istruzioni impartite dal codice vengano poi seguite dalla macchina senza margine di errore. Questo però potrebbe a sua volta rappresentare un problema, in un contesto in cui sia richiesta una flessibilità ancora sconosciuta alle smart things – non a caso, all’origine delle difficoltà incontrate dalle Google Car c’è stata l’interazione con un sistema stradale in cui le altre auto, guidate da uomini, commettono costantemente errori. Ancora, i dati personali degli utenti, raccolti in quantità incomparabile rispetto al passato, potrebbero essere utilizzati in modo da eccedere i limiti della privacy: il trade off tra

servizi avanguardistici e invasione della vita privata potrebbe non essere così facile da individuare. 
Per paradossale che possa sembrare, il superamento di questi ostacoli lungo la via dell’innovazione richiede una dose ancora maggiore di fiducia: nelle smart things, certo, ma soprattutto negli uomini che le hanno messe in condizione di diventare tali. Questa riflessione sarà al centro del Convegno «InnovaFiducia: Solidarietà, Futuro, Europa, Economia partecipativa, Big data» che si terrà il 23 ottobre in Ex 2015 a Milano, e che tra gli altri temi toccherà anche quello dell’Internet of Things. 

Come in ogni impresa umana, anche in questo caso la chiave del successo, e quindi dello sviluppo, sta nella capacità degli interessati di negoziare condizioni accettabili per tutte le parti coinvolte – sviluppatori, produttori, utilizzatori, controllori -, e di rispettare poi tali condizioni. A questo scopo, è necessario confidare nell’utilità dei limiti, nella competenza e nelle intenzioni di chi li ha disegnati; e allo stesso tempo, avere fiducia nelle opportunità di crescita e di sviluppo offerte al di là di contingenze apparentemente insormontabili e che non possono rappresentare un veto. 

Malgrado tutte le incognite che si annidano tra le pieghe di un mondo complesso, è indispensabile essere fiduciosi che valga la pena di assumere rischi, di commettere errori, di cercare soluzioni, proprio per sciogliere quelle incognite: solo così si può sperare che il punto di arrivo sia più alto di quello di partenza.