mercoledì 7 ottobre 2015

Star Trek: 18 cose che non sapete sulla saga

La Stampa
Marco Triolo (Nexta)



Sono passati circa cinquant'anni dalla serie originale di Star Trek, 49 per la precisione. Un nuovo film è in arrivo, Star Trek Beyond, terzo capitolo della serie reboot lanciata da J.J. Abrams e previsto per il 2016, anno del cinquantennale della saga creata da Gene Roddenberry. Che noi abbiamo voluto omaggiare andando a scovare i trivia più divertenti e bizzarri legati al mondo di Kirk, Spock e soci.

Come ad esempio il fatto che Leonard Nimoy, leggendario interprete di Spock, abbia "rubato" il saluto vulcaniano a una cerimonia vista (di nascosto, perché avrebbe dovuto avere gli occhi chiusi!) in sinagoga quando aveva otto anni. La posizione delle dita rimanda in realtà a una lettera ebraica che è l'iniziale di "Shaddai", nome di Dio.


 

Il papà barbiere di Spock

Quando la serie divenne popolare, il padre di Leonard Nimoy lavorava ancora come barbiere. I ragazzini spesso entravano nella sua bottega chiedendo un "taglio alla Spock" - nel senso della famosa scodella sfoggiata da Nimoy nella serie - senza rendersi conto che a tagliare loro i capelli fosse proprio... il papà di Spock!


 

Il primo bacio interraziale della TV

Il personaggio di Uhura, interpretato da Nichelle Nichols, fu il primo di colore ad apparire regolarmente in una serie TV, per giunta senza alcun tratto "cliché" solitamente affibbiato ai neri. Insieme a William Shatner, interprete di Kirk, la Nichols fu protagonista del primo bacio interraziale della storia della TV americana.


 

Le bizzarrie di William Shatner

Stando a George Takei, interprete di Sulu e storicamente poco in sintonia con William Shatner, quest'ultimo aveva un ego intollerabile sul set. Shatner non solo pretese che il suo nome fosse più grande degli altri nei titoli di testa, ma fece anche tagliare alcune battute degli altri personaggi perché, da contratto, a lui spettava una percentuale maggiore di dialoghi. Inoltre, inizialmente indossava rialzi nelle scarpe per risultare più alto delle sue co-star, Nimoy e DeForest Kelley (interprete di McCoy).


 

La maschera di Kirk in Halloween

Forse non tutti sanno che... la maschera indossata dal serial killer Michael Myers nel primo Halloween di John Carpenter era in realtà una maschera ufficiale di Kirk, modellata sul volto di Shatner e poi dipinta di bianco.


 

Le porte scorrevoli dell'Enterprise

Le porte scorrevole erano un bel problema sul set della serie classica. Erano operate manualmente dalla troupe e spesso gli attori ci sbattevano contro dolorosamente. Non potevano infatti dare a vedere l'esitazione nell'avvicinarsi alle porte, che nella finzione erano automatiche, ma purtroppo capitava che gli operatori sbagliassero i tempi di apertura...


 

Le "maglie rosse"

In gergo filmico, le "maglie rosse" indicano i personaggi secondari facilmente sacrificabili. Il termine viene proprio da Star Trek, dove le comparse, spesso destinate a morire nel corso dell'episodio, indossavano sempre l'uniforme di quel colore.


 

La lingua Klingon

Come è noto, la lingua Klingon esiste davvero, ed è stata creata dal linguista Marc Okrand a partire dalle pochissime battute pronunciate dai Klingon nel primissimo film di Star Trek. In realtà, quelle parole senza senso erano state inventate dall'attore James Doohan (interprete di Scotty), ma Okrand le prese come base in modo che, in retrospettiva, avessero senso.


 

I bagagli di Patrick Stewart

Patrick Stewart, grande attore britannico scelto per interpretare il Capitano Picard in Star Trek: The Next Generation, era talmente certo che la serie sarebbe fallitta che per le prime sei settimane di riprese si rifiutò di disfare i bagagli.


 

Whoopi Goldberg, trekkie

Whoopi Goldberg appare in The Next Generation nel ruolo ricorrente della barista Guinan. Fu lei stessa a domandare a gran voce di apparire nella serie, essendo una vera trekkie (cioè una fan della saga). i produttori inizialmente non presero la richiesta sul serio: all'epoca la Goldberg era una diva del cinema e non pareva possibile che volesse recitare in una serie TV...


 

La mancata reunion di Star Trek: Generazioni

Nella scena iniziale di Star Trek: Generazioni, Kirk, Scotty e Chekov vengono invitati a pilotare la nuova Enterprise in un viaggio inaugurale che finisce male (con Kirk risucchiato in una dimensione parallela dove poi incontrerà Picard). Ma nelle intenzioni originarie, i tre personaggi della serie classica dovevano essere Kirk, Spock e McCoy. Nimoy, a cui era anche stata offerta la regia del film, rifiutò, mentre DeForest Kelley era molto malato e non riuscì a ottenere l'assicurazione necessaria per le riprese.


 

Da papà di Kirk a Thor

Chris Hemsworth appare nel prologo del reboot Star Trek, nel ruolo di George Kirk, padre di James T. Kirk, che si sacrifica per salvare la sua nave spaziale attaccata dai romulani. Per lui fu il primo ruolo al cinema: da lì sarebbe passato a interpretare Thor, diventando una star.


 

Il nuovo Spock si allena per il saluto vulcaniano

Zachary Quinto, chiamato a interpretare Spock nel reboot di Star Trek, faticava a separare le dita nel modo giusto per fare il saluto vulcaniano. Pur di riuscirci, si allenò legandosi le dita con del nastro adesivo.


 

La maledizione dei numeri dispari

Secondo l'opinione comune dei fan, i film di Star Trek con i numeri dispari sono maledetti e non sono mai stati all'altezza dei molto migliori episodi "pari" (L'ira di Khan, Rotta verso la Terra...). La maledizione sembra essere stata spezzata da Star Trek di J.J. Abrams. Attendiamo al varco Star Trek Beyond per la conferma definitiva.


 

Il nome di Uhura

Star Trek (2009) è il primo film della saga in cui il nome proprio di Uhura, Nyota, viene ufficializzato. In passato era sempre stata solamente una ipotesi, anche se favorita dalla Nichols. Secondo un libro del 1968, The Making of Star Trek di Stephen J. Whitfield e Gene Roddenberry, il nome sarebbe stato Penda.


 

Mickey Rourke poteva essere Khan

Tutti sanno ormai che Benedict Cumberbatch ha ereditato il personaggio del malvagio Khan Noonien Singh da Ricardo Montalban, interpretandolo in Into Darkness - Star Trek. Ma Abrams aveva anche preso in considerazione di darlo a Mickey Rourke.


 

La morte di Spock e la "morte" di Kirk

Into Darkness - Star Trek per molti versi fa riferimento al miglior film della saga cinematografica classica, Star Trek II - L'ira di Khan. Non solo il cattivo è il medesimo, ma il finale è speculare: in L'ira di Khan, Spock si sacrifica entrando nel motore a curvatura per far ripartire la nave, e muore per le radiazioni in una scena toccante, dando l'ultimo saluto all'amico Kirk attraverso un vetro. In Into Darkness succede l'opposto, ed è Kirk a sacrificarsi. Kirk resuscita subito dopo, a Spock sarebbe occorso un altro film e le grida indignate dei fan.


 

I super-segreti di J.J. Abrams

J.J. Abrams è noto per l'alone di segretezza con cui ama lavorare. Pochissimo trapela dai suoi set, come avvenuto anche nel caso di Star Wars - Il risveglio della Forza. Ma con Into Darkness esagerò: la vera idendità del personaggio di Benedict Cumberbatch era così segreta che neanche l'attore sapeva di essere Khan fin dopo una settimana dal suo ingaggio. Un impiegato dello Studio viaggiò in aereo da Los Angeles a Londra con la copia della sceneggiatura da consegnare all'attore... ammanettata al polso.

Non mollare mai»: gli auguri dei dipendenti Esselunga a Caprotti

Corriere della sera

Il patron della catena di supermercati compie 90 anni

 



«Never give up». Non mollare mai. Questo l’augurio dei 22.218 collaboratori di Esselunga a Bernardo Caprotti, che mercoledì 7 ottobre compie 90 anni. Per dare eco al messaggio i (più di) 22 mila hanno acquistato una pagina sul Corriere della Sera.
Gli auguri al “Dottore”
Il nome del patron della catena di supermercati non viene direttamente menzionato: sotto la frase «never, never, never give up» i collaboratori fanno riferimento a «un’azienda straordinaria» e «all’omaggio al loro “Dottore” nel giorno del suo 90° compleanno».

7 ottobre 2015 (modifica il 7 ottobre 2015 | 08:33)

Il difficile rapporto con l’Islam

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia



Due grandi fenomeni storici stanno svolgendosi sotto i nostri occhi nel Medio Oriente, alle nostre porte di casa (di noi europei e italiani in particolare). Da un lato la disintegrazione di fatto dell’intero sistema di Stati nato dopo la Prima guerra mondiale sulle rovine dell’Impero ottomano, dunque la ridefinizione di interessi, alleanze, rivalità, con la conseguente caduta di gran parte delle élite e dei movimenti alla loro guida da decenni, spesso legate in un modo o nell’altro ai Paesi europei (anche l’Unione Sovietica da questo punto di vista lo era). Dall’altro lato assistiamo all’affermarsi di una versione ultraradicale e quanto mai aggressiva della «umma» musulmana, della «comunità dei fedeli» che pretende di non conoscere confini e regole che non siano quelli della religione.

Da entrambi questi fenomeni siamo presi come tra due fuochi: in una condizione d’incertezza non solo politica, resa più inquietante dal fatto che ormai milioni di immigrati musulmani sono tra noi, popolano l’Italia e l’Europa. Fuori e dentro i nostri confini, insomma, ci troviamo di fronte al gigantesco problema di un nuovo rapporto con l’Islam. Come risolvere i suoi mille aspetti non lo sappiamo. Preliminarmente però a ogni possibile ricerca di soluzione dovremmo almeno fissare dei punti-chiave, una sorta di paletti concettuali, entro i quali non solo la discussione pubblica in questo campo, ma anche gli atteggiamenti concreti che ne derivano dovrebbero cercare di restare.

Mi sembrano fondamentali almeno i cinque seguenti.
1) Va innanzitutto limitato al massimo l’uso del termine polemico «islamofobia». Criticare la religione islamica, i suoi testi, le sue prescrizioni, mostrarne le contraddizioni e i risultati negativi nei suoi insediamenti storici (per esempio verso le donne), deve essere sempre lecito. Dovrebbe essere stigmatizzato come «islamofobia» solo l’atteggiamento aggressivo, discriminatorio o violento, verso le persone di religione musulmana a causa della loro fede.

2) Va poi recisamente confutata l’affermazione di uso corrente secondo la quale «tutte le religioni monoteiste sono fondamentalmente eguali». Non è vero. L’eguaglianza davanti a Dio di tutti gli essere umani indipendentemente dal proprio sesso, la titolarità da parte di ognuno di loro di certi diritti «naturali», il rapporto riguardo alla propria specifica tradizione dottrinale e all’interpretazione dei testi sacri, l’atteggiamento nei confronti della violenza e della guerra, la presenza o no di un clero organizzato stabilmente in un organismo gerarchico, sono solo alcuni dei principali ambiti di radicali differenze tra le varie religioni monoteiste. Che a loro volta producono, com’è ovvio, una fortissima diversità tra di esse nella costruzione della soggettività, del legame sociale, nonché del modo di stare con gli altri e nel mondo.

3) Ancora: i reciproci torti storici (ammesso che una simile espressione abbia un senso) tra mondo islamico e mondo cristiano come minimo si equivalgono. L’Islam attuale, infatti, si stende su un territorio in grandissima parte originariamente non suo né arabo, conquistato grazie a un paio di secoli di guerre che tra l’altro portarono, oltre che alla lunga occupazione della Sicilia e di due terzi della penisola iberica, all’occupazione militare da parte musulmana dei cosiddetti Luoghi Santi (le Crociate furono un fallimentare tentativo di risposta precisamente a tale occupazione), nonché alla virtuale cancellazione della presenza cristiana fino allora maggioritaria specialmente nel Nord Africa. Anche la cancellazione dall’Anatolia e dintorni dell’impero cristiano di Bisanzio, da parte degli ottomani, non avvenne proprio con mezzi pacifici.

D’altro canto la conquista coloniale di parti dell’Islam compiuta da alcune potenze europee a partire dal ‘700 e durata fino alla metà del ‘900 appare più o meno «equivalente» - se proprio dobbiamo ragionare in questi termini alquanto ridicoli - all’occupazione per secoli dell’Europa balcanica da parte dell’Islam. In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che storicamente gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico.

4) Per convalidare l’effettiva «moderazione» dell’Islam che si dice tale non dovrebbe bastare la sua astensione dalla violenza. Dovrebbe anche essere considerata necessaria l’aperta condanna da parte sua dei propri correligionari quando questi, invece, ne fanno uso.

5) Infine, il dialogo interreligioso, se non vuole essere inutile apparenza, se per l’appunto vuole essere un dialogo e non un monologo, non può fare a meno di prevedere che ad ogni sua manifestazione pubblica «da noi» ne corrisponda una analoga pubblica (sottolineo pubblica) «da loro». Solo una simile pratica può contribuire a instaurare un costume di autentica, reciproca tolleranza. Continuerà altrimenti a sussistere sempre la situazione attuale che nel complesso vede il tasso di tolleranza delle società islamiche nei confronti dei cristiani e della loro cultura enormemente inferiore a quello delle società cristiane verso i musulmani.

Mentre i punti chiave appena indicati, se non mi sbaglio, sono largamente condivisi dall’opinione pubblica, temo che invece essi siano disattesi, e anzi guardati con sospetto, dalle élite politiche e intellettuali che guidano le nostre società: affezionate ancora oggi, specie nei rapporti internazionali, a un’ideologia buonista, a una voglia di illudersi e di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, che finora non hanno mai portato a nulla di buono. E destinate, è certo, a portarne ancora meno in futuro.

7 ottobre 2015 (modifica il 7 ottobre 2015 | 07:35)

Caso Marino, ristoratore accusa: "E' venuto con la moglie, altro che cena di lavoro"

La Repubblica
LORENZO D'ALBERGO

Intervista al titolare del locale in cui il sindaco di Roma cenò. "Ordinò un buon vino bianco da 55 euro e pensai: si tratta bene". La ricevuta è poi stata pubblicata online dallo staff del primo cittadino e inclusa tra le spese di rappresentanza

Caso Marino, ristoratore accusa: "E' venuto con la moglie, altro che cena di lavoro"

"Il 27 luglio 2013? Con la moglie. Era con la moglie, come no... Marino è venuto qui una sola volta". Maurizio è uno dei titolari della Taverna degli amici, ristorante in piazza Margana e a poco più di cento metri dalla scalinata del Campidoglio. Nel salotto tutto sampietrini tra piazza Venezia e il ghetto ebraico, dopo aver finito la sua cena, l'oste risponde secco alle domande. Prima ancora di vedere la ricevuta pubblicata online dallo staff dell'inquilino di palazzo Senatorio (quindi pagata con la carta di credito per le spese di rappresentanza del sindaco, in questo caso 120 euro), il proprietario del locale recita a memoria l'etichetta del bianco che ha servito al primo cittadino in quel sabato sera di luglio, a sei settimane dall'elezione a primo cittadino: "Mi ricordo pure quello che ha preso. Il vino mi ricordo. Una bottiglia da 55 euro. Era uno Jermann vintage tunina".

Ma è sicuro che il sindaco fosse qui con la moglie? La nota allegata alla ricevuta spiega che il sindaco ha cenato alla Taverna degli amici con un rappresentante della World health organization.
"Se c'è una spesa intestata al Comune, ci dovrebbe essere anche una fattura. Dovrei vedere la ricevuta. Fammela vedere. Ecco il vino: 55 euro. Coperto per due, è scritto sulla prima riga della fattura. E l'unica volta che ho visto Marino in questo ristorante era con la moglie, era seduto a quel tavolo là (il proprietario del ristorante indica un tavolino all'aperto, protetto da un dehors e una siepe verde, ndr)".

Ma come fa a esserne sicuro? Guardi le foto, è questa la moglie del sindaco? "No, non è questa", risponde Maurizio vedendo una foto che ritrae il sindaco di Roma accanto a Marisela Federici, la regina dei salotti romani. Poi gli viene sottoposto un altro scatto di una foto pubblica.

E' quest'altra la moglie di Marino?
"Eccola, è lei". A confermare l'identità dell'ospite del sindaco viene chiamato anche il cuoco, Nazario. "Sì, sì. È lei".

Per caso ricordate anche cos'ha mangiato il sindaco?
"No, non mi ricordo perché quella sera ero in cucina. Non ho servito io Marino", spiega Nazario prima di ritirarsi di nuovo tra i fornelli. Poi riprende Maurizio: "Se mi fossi ricordato pure quello, sarei sulla Luna. Io di solito non sono al ristorante, ma quel giorno, due anni fa, ero qui. Mi ricordo anche che a prenotare nel pomeriggio è venuta proprio la moglie del sindaco. Non ha chiamato al telefono, è venuta di persona. Quando ha detto "Marino per due", ho pensato subito "sarà la moglie del sindaco". Infatti era lei, passava di qua e si è fermata per prenotare. È la signora della fotografia. Comunque quella è l'unica volta che è venuto. Non l'ho più visto".

Come ha fatto a ricordarsi dell'etichetta del vino prima ancora di vedere la fattura pubblicata in rete da Marino?
"Perché quella non è una bottiglia da tutti. Non si bevono tutti un vino da più di 50 euro. Infatti l'ho detto prima della ricevuta".

Perché? Di che tipo di vino si tratta?
"È un bianco, un vino importante. Non è tra i più costosi in assoluto, certo, ma vintage tunina è un vino buono. La Jermann poi fa tutte ottime bottiglie. È il penultimo in ordine di costo. C'è una bottiglia da 25, poi da 55 euro. E poi i prezzi salgono. Quando mi hanno detto che qualcuno lo aveva ordinato, ho chiesto subito "per chi è 'sto vino?". Poi ho pensato "hai capito come si tratta il sindaco?". Me lo ricordo come se fosse oggi".


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Da dove vengono i pick up usati dai terroristi? Gli Usa tracciano i veicoli

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Secondo la tv Abc, gli Usa vogliono tracciare il flusso dei veicoli e hanno chiesto aiuto alla Toyota, la principale produttrice dei camioncini apprezzati anche dal mercato civile

La Toyota Hilux molto venduta sul mercato mediorientale.

WASHINGTON - Non c’è video dell’Isis che non compaiano i pick up armati fabbricati in Giappone. Inevitabile, in quanto costituiscono il mezzo principale usato dall’Isis ma anche da altre fazioni. Dalla Libia alla Siria, dall’Algeria al Sahel. E senza dimenticare l’Afghanistan e il Pakistan. Ora gli USA - secondo la tv Abc - vogliono tracciare il flusso dei veicoli e per questo hanno chiesto aiuto alla Toyota, la principale produttrice dei camioncini apprezzati anche dal mercato civile. La prima risposta data all’antiterrorismo è stata semplice: non sappiamo come arrivino al Califfo ma sosteniamo l’inchiesta condotta dalla divisione del Dipartimento del Tesoro statunitense.
Da dove vengono i mezzi usati dai terroristi
Hilux, Tacoma e Land Cruiser sono la prima scelta dei combattenti in quanto le ritengono affidabili, agili e robuste. Ma anche perché è forse più facile averle grazie ad una rete di intermediari. La Toyota assicura che spesso si tratta di veicoli di seconda o terza mano, che raggiungono le zone di guerre con giri non sempre tracciabili. In realtà molti pick up visti nei filmati di propaganda paiono nuovi di zecca. L’ipotesi più probabile - condivisa anche da fonti ufficiali irachene - è che i mezzi siano acquistati nei paesi confinanti dove agiscono commercianti con buoni contatti. Ordinano alla casa madre, ricevono il carico e poi lo piazzano oltre confine. Secondo i dati ufficiali della Toyota nel 2011 sono state vendute in Iraq circa 6 mila tra Hilux e Land Cruiser, 18 mila nel 2013 e 13 mila l’anno dopo.
Le teorie
Nel 2014 una quarantina di mezzi forniti dal Dipartimento di Stato sono poi riapparsi nelle mani dell’Isis. Storia che ha dato voce a teorie cospirative mentre in realtà i veicoli sono stati catturati dagli islamisti. E, in effetti, parte del parco macchine è costituito dalle prede belliche. Ricostruzioni sui media - come ricorda la rete ABC - hanno ipotizzato che un gigantesco traffico di pick up rubati, quasi 800, possa essere stato organizzato da gruppi con legami mediorientali. Storia che ne ricorda altre. Vetture trafugate sul mercato nord americano sono state poi usate in attentati in Iraq (casi non recenti). E singolare la vicenda di un veicolo impiegato da una compagnia di idraulici del Texas, venduto all’asta e poi entrato nell’arsenale di una fazione siriana. Episodi che seguono una tradizione. In passato, le «tecniche» - come sono chiamate in gergo - hanno caratterizzato le operazioni in Ciad e in Somalia conquistandosi un ruolo insostituibile.

6 ottobre 2015 (modifica il 6 ottobre 2015 | 22:10)

Raid italiani in Iraq, Mini: “Lanceremo bombe su qualche sasso. E’ la strategia di Renzi per non tagliare fondi alla Difesa”

Il fatto quotidiano
di Gianni Rosini | 6 ottobre 2015

"L'Italia non interverrà nelle zone più problematiche - spiega l'ex comandante della missione Nato in Kosovo circa la possibile partecipazione dei Tornado alle operazioni della coalizione internazionale in Iraq - come il Kurdistan iracheno, vicino al confine con l’Iran, o le aree dove si trovano i pozzi petroliferi. Bombarderemo territori prettamente desertici"

Raid italiani in Iraq, Mini: “Lanceremo bombe su qualche sasso. E’ la strategia di Renzi per non tagliare fondi alla Difesa”

Gli aerei da guerra italiani potrebbero prendere parte ai bombardamenti della coalizione internazionale sui territori controllati dallo Stato Islamico in Iraq. La notizia, riportata dal Corriere della Sera, sancirebbe il primo vero intervento dell’Italia e, contemporaneamente, consentirebbe al governo di Matteo Renzi di evitare anche i possibili tagli al budget per la Difesa. “La seconda motivazione è quella che veramente spiega un possibile intervento militare italiano – spiega il generale Fabio Mini, generale in pensione, già comandante della missione Nato in Kosovo (Kfor) – in una coalizione si deve fare la propria parte, ma non ci metteremo a litigare con i grandi”.

Generale Mini, si è parlato della possibilità di raid italiani in Iraq. Potrebbe veramente accedere o si tratta di una manovra del governo per evitare i tagli alla Difesa?
“La seconda che ha detto, anche se non escluderei comunque un intervento italiano. Certo, la possibilità di evitare i tagli al budget è una motivazione importante, ma non credo sia l’unica. Quando si è parte di una coalizione militare internazionale, come l’Italia per la Siria e l’Iraq, non si può semplicemente farne parte e rimanere a guardare. Matteo Renzi questo lo sa, ma sa anche che chi interviene in una rissa tra elefanti rischia di rimanere schiacciato”.

Quindi?
“Quindi è possibile che l’Italia porti avanti dei raid aerei nei territori del Califfato, ma non lo farà in Siria, dove la situazione è più complessa, e nemmeno nelle zone dell’Iraq più problematiche, come il Kurdistan iracheno, vicino al confine con l’Iran, o le aree dove si trovano i pozzi petroliferi. Bombarderemo territori prettamente desertici, lanceremo bombe su qualche sasso”.

Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha dichiarato che la guerra in Siria “potrebbe evolvere in conflitto di portata globale”. E’ plausibile?
“No. Le parole di Tusk sono le cosiddette ‘fughe in avanti’ di chi non capisce o non ha esperienza di strategia politica e militare. I movimenti militari a cui stiamo assistendo non sono determinati da alcuna rottura politica tra le parti. Prima di arrivare alla guerra, i soggetti in gioco devono smettere di parlarsi e passare alle minacce. Qui nessuno ha smesso di parlare, lo abbiamo visto durante l’Assemblea Generale dell’Onu: nonostante le divergenze, i colloqui vanno avanti. C’è più collaborazione che antagonismo, non si sono ancora ‘sparati per sbaglio’”.

Dopo la violazione dello spazio aereo turco da parte degli aerei da guerra russi, però, il presidente Erdoğan ha dichiarato che “se la Russia perde un amico come la Turchia, con cui ha portato avanti molti affari, perderà molto”. Questa suona come una minaccia.
“Quella di Erdoğan non mi sembra una minaccia. Anzi, la vedo una dimostrazione di amicizia. Sta dicendo a Vladimir Putin ‘guarda che siamo amici, cerchiamo di rimanere in buoni rapporti’. Se avesse voluto minacciarlo avrebbe fatto partire ‘lo sparo per sbaglio’, visto che i russi gli hanno anche offerto l’occasione. Ma non lo ha fatto, non è stata presentata una nota di protesta diplomatica, l’ambasciata russa ad Ankara è ancora aperta e nessun diplomatico di Mosca è stato cacciato”.

Mosca però ha stravolto le carte in tavola: è intervenuta a sostegno di Assad, ha bombardato, oltre a Isis, le postazioni dei ribelli alleati degli occidentali e ha violato lo spazio aereo turco: sembra non essere consapevole di quale sia il limite?
“Questo, in effetti, è uno dei principali problemi. Nessuno, tantomeno gli Stati Uniti, ha detto alla Russia quali sono i limiti che non deve superare, quindi può agire in maniera relativamente indipendente. Mettere dei paletti vuol dire circoscrivere il raggio d’azione ma, allo stesso tempo, legittimare ogni azione rientri entro questo raggio. E questo Obama non può concederselo: legittimare un certo tipo di azione militare russa in Siria gli causerebbe grossi problemi interni, con l’opposizione, e non solo, che lo distruggerebbe, portandolo all’impeachment. Non mettendo paletti, la Casa Bianca di fatto permette ai russi di agire come meglio credono”.

Perché l’Occidente si è svegliato solo dopo l’intervento russo in Siria?
“Perché nessuno credeva che un intervento diretto di Mosca fosse possibile. Credo che la decisione di Putin di mandare l’esercito nel Paese sia il risultato di una grossa incomprensione tra lui e Obama. Questo perché non si parlano apertamente, ma cercano sempre di interpretare le intenzioni dell’altro attraverso i comportamenti. Credo, ad esempio, che un processo di transizione con Assad (presidente siriano, ndr) fosse una soluzione che poteva andare bene a tutte le parti in gioco. La Russia avrebbe svolto un ruolo da mediatore, come tra l’altro ha già fatto per gli accordi sul nucleare iraniano, per arrivare alla formazione di un nuovo governo senza il leader alauita. Obama questo non lo ha capito, come credo che Putin non abbia compreso che gli Usa potevano essere disposti a una transizione di questo tipo. Così si è arrivati a un’incomprensione che ha portato alla situazione attuale”.

Adesso che Usa e Russia si sono scontrate sul ruolo di Assad, crede che il presidente siriano abbia acquisito forza rispetto a qualche mese fa?
“No, questo non credo. Se pensiamo a Bashar Al Assad nei primi anni di conflitto vediamo un leader garante della sovranità nazionale. Oggi non è più così: il Paese è diviso e lui non è più in grado di offrire stabilità. Riguardo al ruolo futuro di Assad ho un’idea che non credo sia così peregrina. Penso che gli abbiano chiesto, e lui ci sta pensando, di proporsi come l’anti-Assad. Uno dei problemi degli Stati Uniti, ma anche della Russia, sarà quello di dialogare con le minoranze, soprattutto la comunità alauita di cui Assad è leader. Questa comunità, negli ultimi tempi, è stata colpita da diversi scandali, tanto da costringere lo stesso Assad a farne arrestare alcuni membri, compresi dei suoi familiari. Ecco, se il presidente siriano portasse avanti questa opera di pulizia e consegnasse nelle mani dell’Occidente una comunità unita, pulita e con la quale poter dialogare, allora avrebbe trovato il proprio ruolo nel processo di transizione”.

Quali sono allora le colpe dell’America e dell’Occidente in generale? “L’errore più grande sulla Siria è stata la corsa al riconoscimento del Consiglio di Istanbul (il Consiglio Nazionale Siriano nato nel 2011, dopo le sommosse contro il regime di Assad, ndr) come il vero organo rappresentativo siriano. Il Cns ha ricevuto importanti finanziamenti e molti di quei soldi finivano nelle tasche di generali del Free Syrian Army che, abbiamo visto successivamente, era composto da diverse fazioni interne che si sono poi staccate. Molti di questi personaggi sono gli stessi appartenenti ai movimenti indipendentisti che, prima dello scoppio del conflitto, lo stesso Assad finanziava per cercare di mantenere dalla sua parte. Quando poi si è accorto di non poter competere con la valanga di denaro che arrivava dall’estero, ha cercato di mettere tutti in guardia dal pericolo che questi gruppi potevano rappresentare”.

Quindi si può fare un parallelo tra l’evolversi della situazione siriana e quella libica?
“Il parallelo è possibile. Tenendo conto che la comunità internazionale non riconosce più la legittimità del governo di Assad, in entrambi i casi siamo di fronte a una frammentazione interna del Paese, con numerose realtà che si fanno la guerra tra loro. In Libia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, si è assistito al fallito tentativo di normalizzazione attraverso la costituzione di un governo legittimo. Anche in questo caso si è portata avanti una ‘politica da bottegai’, nel senso che è emersa una mancanza di conoscenza della situazione che ha portato la comunità internazionale a dialogare solo con un numero ristretto di interlocutori, mentre non si è tenuto conto delle decine di fazioni pronte a farsi la guerra. Credo che i primi ad accorgersi dell’errore commesso siano stati proprio gli americani, dopo l’uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens a Bengasi”.

Twitter: @GianniRosini

Vincono gli albergatori, potranno fare prezzi più bassi rispetto ai siti di viaggi

La Stampa
francesco olivo

La tariffa più conveniente non sarà più esclusiva dei grandi portali online



Chi trova una stanza su Booking, il colosso mondiale delle prenotazioni, aveva una certezza: la tariffa indicata dal sito era la più bassa del mercato. Questo avviene grazie a un principio, la cosiddetta parity rate, ovvero: l’hotel affiliato alle piattaforme online (l’altro colosso è Expedia) non può offrire sul proprio sito web un prezzo più basso. Una clausola da sempre criticata dalle associazioni di categoria, soprattutto dalla Federalberghi, che la giudica una norma capestro a favore delle multinazionali della prenotazione, le Ota (online travel agency).

Una tesi che è stata fatta propria dalla Camera dei deputati, che ieri, con un emendamento al ddl concorrenza, ha abolito la parity rate.Il governo inizialmente si era opposto in commissione, ma poi il deputato del Pd Tiziano Arlotti ha portato il provvedimento in aula raccogliendo ampi consensi. A Montecitorio ieri sera è stato un plebiscito, praticamente tutti i gruppi, da destra a sinistra, si sono spesi per cancellare questa clausola (solo 4 contrari). «Lasciamo che sia il mercato e non piattaforme con base all’estero a decidere», spiega in aula Giovanni Paglia di Sel. «Poniamo fine a una lotta impari», aggiunge Gianluca Benamati del Pd. La Francia ha approvato due mesi fa un provvedimento simile, sotto il forte impulso delle grandi catene che controllano buona parte del mercato. 

Cosa succede da domani? Per ora non ci saranno grandi novità, per aspettare di vedere offerte migliori sui singoli siti degli alberghi bisognerà aspettare l’approvazione del Senato. A quel punto la norma sulla parità tariffaria, contenuta nei contratti tra Booking e gli hotel, sarà nulla. I numeri spiegano l’importanza della partita: il mercato delle prenotazioni online (non solo alberghiere) vale circa quattro miliardi l’anno. Soltanto attraverso Booking.com in Italia si effettuano sette milioni di prenotazione all’anno. 

Il voto di ieri è accolto con grande soddisfazione da Federlaberghi: “Ringrazio la Camera - spiega, cinque minuti dopo il voto, il direttore generale di Federalberghi, Alessandro Nucara - abolendo l’obbligo di parity rate si avvantaggiano le imprese e i consumatori, ci sarà un mercato più libero ed efficiente”. Dopo mesi di polemiche Nucara manda messaggi distensivi a Booking: “Continueremo a lavorare insieme senza problemi. Non è detto che tutte le strutture usciranno dal meccanismo della parità, le piattaforme non si devono sentire insidiate. In questi giorni ci sono state minacce eccessive da parte loro, hanno parlato di sospendere gli investimenti e addirittura di lasciare l’Italia, non succederà nulla di tutto ciò. D’altronde - conclude Nucara - in Francia, dove è stato approvato un provvedimento simile, Booking continua a operare senza difficoltà”.

Il tema era stato già al centro di una sentenza dell’Autorità antitrust che, dopo aver sentito il parere della Commissione europea, aveva deciso che la parity rate restava in vigore per i siti, mentre l’albergatore poteva decidere di vendere le stanze a tariffe inferiori su altri canali online, al telefono, per mail o direttamente al cliente che si presenta alla reception, ovviamente senza pagare la commissione al venditore telematico. Una decisione che non era piaciuta a Federalberghi, che aveva fatto ricorso al Tar. Alcune strutture dei grandi gruppi avevano trovato un escamotage per aggirare la parity rate: far iscrivere i clienti a una sorta di programma fedeltà dal quale accedere a prezzi più bassi. Sotterfugi che da oggi, forse, non serviranno più.

No ai libri gender a scuola Scoppia il caos in Regione

Maria Sorbi - Mer, 07/10/2015 - 09:02

Tra risa e battute, passa la mozione leghista contro il volume sulla «principessa col pisello»

Zaff è un bambino che non vuole diventare né calciatore né re. Lui vuole fare la principessa.



Con la gonna, i tacchi e i capelli lunghi. Questa la storia raccontata dall'ultimo libro gender in circolazione in parecchie scuole materne lombarde. Dopo lo scandalo di «Piccolo uovo», ora tocca alla storia di Zaff, «la principessa col pisello», come tengono a ribadire con chiarezza le due autrici Manuela Salvi e Francesca Cavallaro. «Un libro colorato e divertente» rilanciano i sostenitori della teoria gender.

«Una follia - sostiene invece Massimiliano Romeo, Lega Nord - Innanzitutto perché devono essere i genitori i primi a educare i propri figli alla sessualità quando e come lo ritengono giusto. E poi perché le famiglie non sanno bene in cosa consistono i contenuti dei corsi gender nelle scuole. Danno il consenso in base a una sommaria descrizione o alla semplice enunciazione del titolo delle lezioni».Da qui nasce la mozione anti gender approvata ieri nell'aula del Consiglio regionale da tutta la maggioranza di centrodestra. Di fatto si chiede al ministero di vigilare di più sui testi in circolazione nelle classi.

E, non potendoli eliminare dalle librerie, si cerca di controllare la loro diffusione fra i banchi.

Soprattutto dopo le numerose segnalazioni arrivate dai genitori di varie scuole materne della regione.
La Lega lancia anche un appello ai sindaci di tutti i comuni lombardi perché vietino la divulgazione di teorie gender nelle scuole. Un po' come ha fatto il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro che ha voluto il ritiro dei testi che educano a famiglie con due mamme o con due papà a maschi che vogliono diventare femmine e viceversa. «Non deve essere la scuola a spiegare ai bambini queste cose - interviene il consigliere Fdi Riccardo De Corato.

È in corso un'operazione che svilisce la figura dell'uomo e della donna». Ncd chiede di rafforzare il ruolo della famiglia nell'educazione dei figli e suggerisce di mirare meglio la proposta dell'eliminazione dei testi: «La richiesta va inoltrata al ministero e all'Ufficio scolastico regionale, non può essere fatto direttamente» spiega il capogruppo Luca Del Gobbo. Il Pd, per voce di Sara Valmaggi, solleva un sospetto: «Sembra che il vero obbiettivo di questa polemica montata ad arte sia porre un limite a un percorso normativo in atto in Parlamento sull'approvazione delle coppie di fatto. È una polemica inutile e dannosa che si basa su premesse false».

E i Cinque Stelle si uniscono alla crociata anti mozione e mettono in chiaro un concetto: «Non c'è nessun progetto gender nelle scuole - precisa Iolanda Nanni - Si sta facendo confusione tra la teoria gender e l'educazione alla cultura della diversità». «State facendo terrorismo psicologico» accusa la grillina Paola Macchi. La dimostrazione della delicatezza del tema affrontato è la dichiarazione del presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo che ieri, all'inizio della discussione, ha richiamato i colleghi dell'aula a «non buttare in caciara il confronto» e ad evitare battute e risolini.

Tutti i privilegi di Martin Schulz: 35 persone di staff e un valletto privato

Ivan Francese - Mar, 06/10/2015 - 20:50

Il Telegraph punta il dito contro il leader socialista: secondo molti europarlamentari darebbe un "terribile esempio"

Trentacinque persone di staff, tra cui una persona che gli scrive i discorsi e quattro consulenti in politica estera.



Due auto private con chaffeur sempre a disposizione e un valletto privato in giacca a code che lo aiuta a ricevere gli ospiti e a fare gli onori di casa. A tanto ammontano i privilegi del presidente del Parlamento europeo, il socialista Martin Schulz. Che è finito nel mirino del quotidiano conservatore - mai troppo tenero con l'Europa - anglosassone The Telegraph, lesto a cavalcare le proteste di alcuni europarlamentari per il rapporto sulle spese del Parlamento di Bruxelles pubblicato settimana scorsa in gazzetta ufficiale.

Secondo il foglio londinese, diversi membri del Parlamento europeo giudicherebbero "altamente discutibile" e "di cattivo esempio" il corteo che accompagnerebbe Schulz.Dal rapporto emergerebbe inoltre che le spese di Bruxelles starebbero erodendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee. Le statistiche mostrerebbero tra l'altro che l'Europarlamento stanzierebbe all'anno quasi sette milioni di euro per gli spostamenti dei deputati, fra treni, macchine e persino biciclette.I viaggi all'estero dei deputati e delle delegazioni parlamentari sono costati fino a 5,7 milioni di euro, tra cui una visita che da sola è costata quasi mezzo milione.

Dall'ufficio di Schulz, però, respingono le accuse al mittente: uno stretto collaboratore del presidente rimarca come l'ufficio del leader socialista sia più piccolo di quello del predecessore e ha sottolineato come l'alternanza fra due autisti sia dovuta all'osservazione delle regole sulla sicurezza sul lavoro.

Perché non esiste il premio Nobel per la matematica

La Stampa
chiara severgnini

Anche quello per l’economia non è un vero e proprio Nobel. Tre cose da sapere sul riconoscimento più prestigioso al mondo


Fisica, chimica, medicina, letteratura: chi vuole vincere un premio Nobel deve eccellere in una di queste discipline. Oppure, se ambisce al Nobel per la pace, fare qualcosa di straordinario per «la fratellanza dei popoli, l’abolizione o la riduzione degli armamenti o la promozione di congressi di pace». E l’economia? Per quella c’è un premio, ma non è veramente un Nobel. E perché la matematica è stata esclusa?

Chi ha inventato il premio Nobel e perché?
Il premio prende il nome da Alfred Nobel, l’industriale e chimico svedese che ha inventato la dinamite. È stato lui, con le sue ultime volontà, a istituire il prestigioso riconoscimento. Ma perché? La filantropia non sempre si può spiegare, ma nel caso di Nobel forse sì: pare che negli ultimi anni della sua vita fosse tormentato dai rimorsi. La dinamite, che tanto l’aveva reso ricco, aveva trovato molte applicazioni nell’industria bellica, trasformandosi in uno strumento di morte.

E le persone non mancavano di farglielo notare. Secondo l’Enciclopedia Britannica, alla morte di suo fratello Ludvig, nel 1888, un quotidiano francese aveva riportato erroneamente la notizia della morte dell’inventore e aveva titolato così: «Il mercante di morte è morto». Al senso di colpa si aggiungeva quindi anche il danno d’immagine. E cosa c’è di meglio di un generoso premio per chi apporta «considerevoli benefici all’umanità» per ovviare al problema?

Come mai non c’è il Nobel per la matematica?
Leggenda vuole che il signor Nobel abbia escluso la matematica dal novero delle discipline degne di un premio per gelosia: sua moglie avrebbe avuto una relazione extra-coniugale con un illustre matematico, lo svedese Gösta Mittag-Leffler. Peccato che Nobel non sia mai stato sposato. E se è vero che aveva un’amante - la viennese Sophie Hess - non ci sono prove che lei e Mittag-Leffler si siano mai neanche conosciuti. Alcuni hanno ipotizzato che tra Nobel e il matematico svedese ci fosse un’antipatia personale che nulla aveva a che fare con la rivalità in amore.

Ma Nobel e Mittag-Leffler avevano più di dieci anni di differenza. Entrambi erano di Stoccolma, ma non hanno avuto molte occasioni per conoscersi - e odiarsi - perché il primo ha lasciato la Svezia per Parigi quando il secondo era ancora uno studente. Ma allora perché la matematica è stata tagliata fuori? Non c’è una risposta certa. Quando il premio è stato creato, però, esisteva già un riconoscimento internazionale per la matematica istituito dal re di Svezia Oscar II: forse Nobel voleva evitare un doppione. O forse, più banalmente, non reputava la matematica capace di apportare «considerevoli benefici all’umanità».

E il Nobel per l’economia quando è stato introdotto?
Il cosiddetto Nobel per l’economia, in realtà, non ha nulla a che vedere con gli altri Nobel: l’inventore della dinamite non aveva neanche preso in considerazione l’idea di dare un premio all’economista dell’anno. Nel 1969, però, la Banca centrale svedese ha pensato bene di festeggiare i 300 anni dalla sua fondazione istituendo un nuovo riconoscimento: il «Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel». Il nome ha dato adito a una sovrapposizione quasi istintiva con i Nobel veri e propri, quanto meno nel linguaggio comune. Anche perché la gestione è in mano alla stessa fondazione che si occupa dei premi originari. Con buona pace di chi, come il pronipote di Nobel stesso, l’attivista Peter Nobel, ritiene che il premio non sia altro che «un colpo di pubbliche relazioni fra economisti per migliorare la loro reputazione». 

Passa col rosso, sta a lui provare il malfunzionamento dello strumento di rilevazione

La Stampa

In tema di rilevazione con apparecchiature elettroniche, della violazione del divieto di proseguire la guida col semaforo rosso, il codice della strada non prevede che il verbale di accertamento dell’infrazione debba contenere, a pena di nullità, l’attestazione del Comune circa la corretta funzionalità dello specifico apparecchio utilizzato. Inoltre, grava su chi si oppone alla sanzione, l’onere di provare nel caso concreto il malfunzionamento dell’apparecchio. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 18825/15.
 

Il Tribunale di Biella, riformando la sentenza del giudice di pace, accoglie l’opposizione di un uomo alla contravvenzione per non essersi fermato nonostante il segnale rosso del semaforo. Il Tribunale ritiene fondato il motivo di opposizione con cui si era contestata la sussistenza dei requisiti per l’omologazione, l’installazione e il corretto utilizzo dell’apposita apparecchiatura.

Il comune ricorre in Cassazione, affermando che l'apparecchio è stato omologato dal Ministero dei trasporti e utilizzato regolamente e che in ogni caso spetta alla controparte provare il cattivo funzionamento o l’errata installazione, aggiungendo che il verbale del collaudo effettuato da pubblici uffici ufficiali, non impugnato, fa piena prova della regolarità di installazione e del funzionamento.

La Cassazione ritiene che il ricorso sia fondato: in tema di rilevazione tramite apparecchiature elettroniche della violazione del divieto di proseguire la guida nonostante il segnale semaforico rosso, il codice della strada non prevede che il verbale di accertamento dell’infrazione debba indicare, a pena di nullità, che la funzionalità dello specifico apparecchio utilizzato sia stata sottoposta a controllo preventivo e costante durante l’utilizzo.

«L’efficacia probatoria di qualsiasi strumento di rilevazione elettronica» osservano i giudici, permane infatti «sino a quando non risultino accertate, nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, il difetto di costruzione, installazione o funzionalità dello strumento stesso, o situazioni comunque ostative al suo regolare funzionamento». Non si può contestare la funzionalità dello strumento sulla base di congetture.

Quanto all’onere della prova circa il non corretto funzionamento dell’apparecchio elettronico, grava sull’automobilista l’onere di indicare concretamente sotto quale aspetto l’apparecchiatura usata non sarebbe conforme ai requisiti di installazione o di funzionamento richiesti nel decreto di omologazione e come le eventuali mancanze possano aver alterato la rilevazione. La Cassazione, dunque, accoglie il ricorso del Comune e cancella la sentenza con rinvio ad altro magistrato del Tribunale.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Come funziona Facebook?

La Stampa
bruno ruffilli

Un viaggio nella nuova sede del social network a Dublino, dove c’è chi decide i post che leggiamo, e chi li legge per salvare delle vite

La nuova sede di Facebook a Dublino riesce in un’impresa mai vista prima: mette insieme due archistar, Daniel Libeskind che ha disegnato l’esterno, e Frank Gehry, responsabile degli interni. Inaugurata appena due giorni fa, nella zona dei dock della capitale irlandese, ospita per ora 1100 dipendenti che potranno crescere fino a 2000 nei prossimi mesi. È la sede più grande dopo Menlo Park, in California ed è il centro di controllo del social network per l’Europa e l’Africa. All’ingresso alcuni cartelli riportano frasi di Mark Zuckerberg: “Muoviti veloce e rompi delle cose”, “Cosa faresti se non avessi paura?”, “Fatto è meglio che perfetto”. Dentro sono tutti giovani, emaciati nerd o ragazzi palestratissimi; molte le donne, di ogni nazionalità. Ci sono enormi open space, sale più piccole, angoli per il caffè e una mensa ricchissima; l’ultimo piano è per il relax: tavoli da ping pong e Calciobalilla, un bar e un bella terrazza che dà sul porto, dove prendere il sole quando c’è. 

SICUREZZA
Nella sede di Facebook a Dublino si trovano 53 dipartimenti e il più grande si occupa di sicurezza. “Privacy e sicurezza sono il cuore del nostro sviluppo”, spiega Julie de Baillencourt, responsabile europea safety e policy. E sicurezza significa diverse cose sul social network più grande del mondo, con quasi un miliardo e mezzo di iscritti. Ogni giorno vengono condivisi oltre 350 milioni di foto, più che su tutte le altre piattaforme internet messe insieme, ma ogni like, ogni post, ogni clic rivelano un tratto della nostra personalità. Così sicurezza - spiegano a Dublino - è proteggere i dati da intrusioni di hacker, nell’interesse sia dell’azienda che dei singoli utenti; di Safe harbour e della sentenza Ue però non si parla. In compenso viene ricordato qualche consiglio sempre sottovalutato: adottare la verifica a due passaggi, scegliere una password non banale, e che non sia la stessa di tutti gli altri servizi su internet.

CIVILE CONVIVENZA
Sicurezza vuol dire anche disporre una serie di norme interne per regolare la civile convivenza sul social network. I post, ad esempio: non vengono analizzati uno per uno, ma ogni membro della comunità può segnalare contenuti offensivi o non pertinenti. I motivi sono svariati: si può chiedere a un amico di eliminare il tag su una sua foto, o inviargli un messaggio per invitarlo a rimuovere un’immagine dove non appariamo come vorremmo (“Ma non ci sarà mai un tasto Non mi piace”, osserva de Baillencourt).

Poi ci sono i casi più gravi: “Vietiamo ogni forma di propaganda al terrorismo - spiega Siobhan Cummiskey, policy manager - e segnaliamo alle autorità i post sospetti. Siamo così attivi che oggi sono le stesse organizzazioni terroristiche a imporre ai loro membri di non iscriversi a Facebook”. Nel social network di Zuckerberg non sono ammessi post che discriminano per sesso, caratteristiche fisiche, religione (hate speech). Ma talvolta è ammesso il counter speech, cioè pagine, video, foto, testi che attaccano, magari con l’ironia, obiettivi comunemente riconosciuti come negativi: un esempio è il sostegno dato a Charlie Hebdo dopo la strage di gennaio, dove certo i commenti non erano dei più moderati.

TRE GRADI DI SEPARAZIONE
Come nella vita reale, anche in Facebook le persone litigano, le amicizie nascono e si spezzano. Perché Facebook è vita reale, solo che qui le relazioni umane si declinano in nomi diversi: non seguire, non essere più amico, bloccare. Non seguire vuol dire che i post di una persona non appariranno più tra quelli che vediamo scorrere sul nostro feed. Ottimo quando amici e parenti postano foto di gattini, se non amiamo il genere, ma utile pure per silenziare commenti di politica o sport che non ci interessano, e insieme salvare le apparenze.

Si rimane amici, ed è possibile scambiarsi messaggi diretti. Non essere più amici è il passo successivo, è come quando si prende la rubrica del telefono e si fa pulizia, cancellando i contatti che non sentiamo da tanto tempo e che forse non sentiremo mai. Poi c’è il blocco, la soluzione definitiva in caso di divorzio, ad esempio: si torna estranei, non si sa nulla di cosa fa l’altro, perfino il tag dalle immagini scompare, come se dalle foto si strappasse via la parte dove siamo.

CONTROLLO
Le regole di Facebook cambiano velocemente, e ciò che un giorno è vietato può essere permesso il giorno dopo, o in un contesto differente. È il caso della foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, diventata in pochi giorni l’icona di una tragedia. Facebook vieta le immagini dove i minori sono oggetto di abusi o maltrattamenti, ma per questa ha fatto un’eccezione: “Fino a pochi mesi fa sarebbe stata rimossa, ma oggi una foto come quella porta il cambiamento e scatena la discussione, sensibilizza tutti su un problema grave”, osserva de Baillencourt. Post, video e immagini sono analizzati a Dublino da gruppi dedicati, composti da persone di madrelingua con competenze specifiche: per capire se un commento è ironico o un atto di bullismo non basta il traduttore automatico.

Nei casi di bullismo su minori, poi, Facebook permette di inviare una richiesta d’aiuto a un adulto, un genitore, un fratello maggiore, un insegnante. E in Italia collabora anche col Telefono Azzurro, per segnalare e porre fine agli abusi sui più piccoli. Che sul social network possono iscriversi a partire dai 13 anni, però con una serie di limitazioni a loro tutela: i risultati delle ricerche sono filtrati, la possibilità di condividere contenuti ridotta, come pure quella di inviare e ricevere richieste di amicizia. Certo, molti mentono sull’età: “Ma noi – spiegano – arriviamo a contare le candeline sulle torte di compleanno per scoprire quanti anni hanno”.

EMERGENZA
Le segnalazioni trovano di solito risposta in pochi giorni, ma ci sono casi in cui l’intervento dei team di Dublino deve essere molto veloce. Per gli aspiranti suicidi, ad esempio, l’allarme è immediato. Se qualcuno segnala un post sospetto, a chi lo ha scritto arriva un messaggio che spiega perché il suo amico ha allertato Facebook, ma anche una serie di siti web da consultare e numeri telefonici da chiamare per cercare aiuto. E qui si capisce anche perché è importante che sul social network di Zuckerberg ognuno sia presente col suo nome vero: “Se la fonte è attendibile e il pericolo concreto, possiamo rivelare i dati personali alle autorità e chiedere di intervenire”, spiega de Baillencourt, sottolineando che è l’unico caso in cui questo può accadere. E quanto tempo passa dalla segnalazione all’intervento? “Pochi minuti, dobbiamo essere tempestivi quando in gioco c’è una vita”.