giovedì 8 ottobre 2015

Marino si dimette, ecco il testo della lettera ai romani

Il Messaggero



“Care romane e cari romani, ho molto riflettuto prima di assumere la mia decisione". Questo l'incipit della lettera con cui Ignazio Marino annuncia le sue dimissioni.

«L’ho fatto avendo come unica stella polare l’interesse della Capitale d’Italia, della mia città. Quando, poco più di due anni e mezzo fa mi sono candidato a sindaco di Roma l’ho fatto per cambiare Roma, strappando il Campidoglio alla destra che lo aveva preso e per cinque anni maltrattato, infangato sino a consentire l’ingresso di attività criminali anche di tipo mafioso. Quella sfida l’abbiamo vinta insieme. In questi due anni ho impostato cambiamenti epocali, ho cambiato un sistema di governo basato sull’acquiescenza alle lobbies, ai poteri anche criminali. Non sapevo – nessuno sapeva – quanto fosse grave la situazione, quanto a fondo fosse arrivata la commistione politico-mafiosa.

Questa è la sfida vinta: il sistema corruttivo è stato scoperchiato, i tentacoli oggi sono tagliati, le grandi riforme avviate, i bilanci non sono più in rosso, la città ha ripreso ad attrarre investimenti e a investire. I risultati, quindi, cominciano a vedersi. Il 5 novembre su mia iniziativa il Comune di Roma sarà parte civile in un processo storico: siamo davanti al giudizio su una vicenda drammatica che ha coinvolto trasversalmente la politica. La città è stata ferita ma, grazie alla stragrande maggioranza dei romani onesti e al lavoro della mia giunta, ha resistito, ha reagito. Tutto il mio impegno ha suscitato una furiosa reazione. Sin dall’inizio c’è stato un lavorio rumoroso nel tentativo di sovvertire il voto democratico dei romani.

Questo ha avuto spettatori poco attenti anche tra chi questa esperienza avrebbe dovuto sostenerla. Oggi quest’aggressione arriva al suo culmine. Ho tutta l’intenzione di battere questo attacco e sono convinto che Roma debba andare avanti nel suo cambiamento. Ma esiste un problema di condizioni politiche per compiere questo percorso. Queste condizioni oggi mi appaiono assottigliate se non assenti. Per questo ho compiuto la mia scelta: presento le mie dimissioni. Sapendo che queste possono per legge essere ritirate entro venti giorni. Non è un’astuzia la mia: è la ricerca di una verifica seria, se è ancora possibile ricostruire queste condizioni politiche.

Questi i motivi e il quadro in cui si inseriscono le mie dimissioni. Nessuno pensi o dica che lo faccio come segnale di debolezza o addirittura di ammissione di colpa per questa squallida e manipolata polemica sulle spese di rappresentanza e i relativi scontrini successivamente alla mia decisione di pubblicarli sul sito del Comune. Chi volesse leggerle in questo modo è in cattiva fede. Ma con loro non vale la pena di discutere. Mi importa che i cittadini – tutti, chi mi ha votato come chi no, perché il sindaco è eletto da una parte ma è il sindaco di tutti – comprendano e capiscano che – al di là della mia figura – è dal lavoro che ho impostato che passa il futuro della città.

Spero e prego che questo lavoro – in un modo o nell’altro – venga portato avanti, perché non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato, quelle della speculazione, degli illeciti interessi privati, del consociativismo e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd e che senza di me avrebbe travolto non solo l’intero Partito democratico ma tutto il Campidoglio». Così, in una nota, il sindaco di Roma, Ignazio Marino.

Giovedì 8 Ottobre 2015, 19:39 - Ultimo aggiornamento: 19:41

Marino e la “maledizione” dei rimborsi spese

La Stampa
maria corbi

Dai tempi dell’Università di Pittsburgh, l’attuale sindaco della Capitale ha sempre pasticciato con le note spese. Ma adesso i romani hanno smesso di essere comprensivi nei suoi confronti



Una commedia all’italiana, solo che c’è poco da ridere, con il sindaco Ignazio Marino che nega e resiste anche se colto sul fatto. Come un classico marito italico e traditore che non cede neanche davanti all’evidenza. E spesso la resistenza paga, facendo cedere mogli che non chiedono altro di essere convinte. Una dinamica che il sindaco cerca di sfruttare per cancellare le “corna” che ha messo ai romani. Ma la strada è in salita. In molti, dopo i primi mesi di governo instabile della capitale, si consolavano con l’aglietto (come si dice a Roma) raccontandosi che «Marino come sindaco non vale molto, ma almeno è onesto». 

E anche se il metro e il limite che si usano qui, nella città eterna, per definire l’onestà sono molto elastici, oggi quelle parole suonano stonate. Una commedia all’italiana che si potrebbe chiamare «Tutti i guai di Marino». A partire dal Pandagate, con l’auto rossa del sindaco parcheggiata nei posti riservati del Senato. Il giallo delle multe prese per il mancato rinnovo del permesso Ztl e alla fine pagate dal sindaco in modo da dare un taglio alla polemica. Un po’ come adesso. Pagare le spese pazze fatte con la carta di credito aziendale per andare avanti.

Marino in un video dice «voglio mettere un punto e perciò regalo quei 20mila euro alla città». «Adesso basta non voglio più sentire parlare di queste vicende assurde e surreali voglio che ci concentriamo sulle sfide vere per la città». Peccato che per molti, anche quelli che fino a ieri lo difendevano, oggi la sfida vera sia quella di avere un nuovo sindaco e una nuova amministrazione. Troppe volte è stato perdonato. E la moglie, «Roma», non vuole più essere convinta. Troppi tradimenti. A iniziare dalla vicenda di Mafia Capitale. E’ vero, Marino non è stato sfiorato personalmente, ma non si è neanche accorto di nulla di quello che accadeva sotto il suo naso.

E poi c’è il passato, la sua storia, quando ancora era solo un chirurgo. E anche allora la maledizione dei rimborsi spese lo aveva raggiunto. L’imbarazzante corrispondenza, fatta venire al luce dal “Foglio” è lì, indelebile, nel mondo virtuale, a ricordarci che spesso vizi e storia si ripetono. Il 6 settembre del 2002 il numero uno del centro medico dell’Università di Pittsburgh (Jeffrey A. Romoff) ha scritto a Ignazio Marino i termini del suo allontanamento dalla direzione dell’istituto Mediterraneo per i Trapianti e le Terapie ad Alta Specializzazione, l’Ismett. Contestandogli rimborsi spese non dovuti: «Alla data di oggi, riteniamo di aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e intenzionalmente doppia all’UPMC e alla filiale italiana.

Fra le altre irregolarità, abbiamo scoperto dozzine di originali duplicati di ricevute con note scritte da Lei a mano. Sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi degli ospiti scritti a mano sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all’UPMC Italia. Avendo sinora completato soltanto una revisione parziale dell’ultimo anno fiscale, l’UPMC ha scoperto circa 8 mila dollari in richieste doppie di rimborsi spese. Tutte le richieste di rimborso spese doppie, a parte le più recenti, sono state pagate sia dall’UPMC sia dalla filiale».

Marino si difende e dice che non è vero, anzi è lui che ha segnalato all’amministrazione quella «confusione», quelle «imprecisioni» nei rimborsi. Ma l’Università di Pittsburgh chiarisce senza pietà: «Le irregolarità nella gestione finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC e non dal Dr. Marino». E oggi i ristoratori dove è andato a cena per motivi «istituzionali» (dice lui) lo smentiscono. E anche i suoi ospiti, dalla Comunità di Sant’Egidio, all’ambasciatore del Vietnam. Lo ha smentito anche il Papa: mai invitato a Philadelphia. Sembra Calimero. Peccato che Roma abbia bisogno di un sindaco, e non di un pulcino piccolo e nero.

Foto: gli scontrini delle cene

L’ascesa e la caduta del sindaco-chirurgo, impolitico sino all’ultimo

La Stampa
fabio martini

In due anni e mezzo al Campidoglio una sequenza seriale di gaffes memorabili



L’ultimo (dei tanti) autogol che lui stesso si è inferto, ha finito per rivelarsi imparabile. Ignazio Marino, il chirurgo che due anni e mezzo fa era diventato sindaco di Roma, sta cadendo in queste ore sulla scia di tante polemiche, ma soprattutto al termine di una sequenza seriale di gaffes, vero tratto distintivo di questo personaggio che ha rivelato una impoliticità a tutto tondo.

Impolitico nell’incapacità di mettersi in sintonia con i partiti, ma anche nell’incapacità di comprendere il “contesto” che ogni volta gli si parava davanti. Come confermato in queste ore: messo sotto accusa per le spese di rappresentanza per le quali non tornavano i conti, il sindaco ha provato a scartare con un rilancio: le spese le pago di tasca mia. Un rilancio da migliaia di euro, che è stato letto come una implicita ammissione di colpa da parte di una opinione pubblica oramai incline ad interpretare con diffidenza e con un forte carico dietrologico ogni gesto che viene dal mondo politico. 

Le dimissioni di Marino sono state incoraggiate dai suoi più acerrimi avversari politici: il presidente del Consiglio Matteo Renzi, la destra ex missina, tutte le correnti del “vecchio” Pd (gli amici di Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti, Francesco Rutelli e i suoi ex amici, i tanti sottogruppi di potere), il movimento Cinque Stelle. Sollievo ma senza clamore per la quasi certa capitolazione anche da chi, in questi anni, ha subito l’azione amministrativa della giunta Marino, nei suoi momenti di gloria: imprenditori del mattone non più privilegiati come sotto la giunta Alemanno; l’ex monopolista dei rifiuti; gli ex professionisti dei Cda municipali; associazioni religiose benemerite come la Comunità di Sant’Egidio, ma anche queste messe alla pari con le altre nella gestione di affari concreti.

Ma la forza del variegato fronte dei nemici (con i loro interessi) è solo una parte delle ragioni che hanno portato alla crisi del sindaco-chirurgo. Oltre alla “sabbia” nel motore comunale lasciata dalla amministrazione precedente e alla difficoltà di rianimarla da parte della giunta Marino, il sindaco paga una cifra psicologico-politica che non ha eguali nella recente storia politica nazionale. Marino è andato all’attacco dei “poteri forti” della città, privo di “armature”, ma soprattutto rivelando una personalità totalmente priva di empatia (la capacità di comprendere al volo lo stato d’animo degli altri, dai romani fino al Papa); ha mostrato una aspirazione quasi ossessiva di apparire più puro dei puri, cacciandosi in tanti guai altrimenti evitabili; ha dispiegato un quotidiano narcisismo, che lo ha accompagnato fino all’ultima riunione di giunta, quando ha resistito a dispetto di un contesto che non sembrava lasciargli scampo.

Chiesa, scandalo gay nei carmelitani I parrocchiani al Papa: «Vergogna»

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Il caso è esploso per il trasferimento di tre sacerdoti di S. Teresa, zona Villa Borghese. I fedeli: «Loro non c’entrano, è coinvolto un alto esponente della Curia generalizia». La replica: «Normali avvicendamenti». Consegnato un dossier al cardinale Vallini



La voce - poco più che un sussurro spesso accompagnato da frettolosi segni della croce ed esclamazioni di sconforto - animava da tempo i capannelli dei parrocchiani. La chiesa è quella di corso d’Italia dedicata a Teresa d’Avila, fondatrice dei carmelitani scalzi. La solenne facciata in stile neoromanico, con la statua della santa vicino al portale, si trova a fianco alla Curia generalizia. Un complesso imponente, con l’oratorio, il campo sportivo, gli spazi per la catechesi. È qui che adesso, dentro e fuori la basilica-madre di uno degli ordini più importanti di Santa Romana Chiesa, in un anno cruciale, il 2015, cinquecentenario della nascita della fervente monaca spagnola, va in scena uno scontro senza precedenti.
Il contatto a Villa Borghese
Rapporti omosessuali con «adulti vulnerabili»: il nodo della vicenda, stando alla lettera-denuncia inviata da un «folto gruppo della comunità parrocchiale» ai vertici della Santa Sede, è questo. La criptica espressione, mutuata dal codice canonico, viene tradotta dai bene informati in qualcosa di concreto e scabroso, che rischia di provocare un terremoto nell’ordine carmelitano: almeno un padre della Curia generalizia, protetto dal silenzio dei superiori, frequenterebbe da molto tempo ambienti della prostituzione maschile, in seguito a contatti stabiliti nella vicina Villa Borghese. E non basta: l’ingresso laterale della Curia, in via Aniene, grazie alla complicità di qualche addetto alla portineria verrebbe nottetempo lasciato aperto o incustodito, per consentire di entrare e uscire liberamente. Ce n’è abbastanza, insomma, da far tremare le sacre pareti della chiesa e degli annessi edifici consacrati alla suora di Avila, talmente compenetrata nelle sue visioni da essere ribattezzata da certa aneddotica «la santa degli orgasmi mistici».
Il primo appello
Il cardinale vicario di Sua Santità, Agostino Vallini
Il cardinale vicario di Sua Santità, Agostino Vallini

A far precipitare gli eventi è stato, prima dell’estate, il trasferimento deciso dal Superiore generale dei carmelitani, padre Saverio Cannistrà, non solo di 4 padri della Curia, tra i quali quello sott’accusa, ma anche di tutti e 3 i sacerdoti della basilica: parroco (padre Angelo, in partenza per Trieste), viceparroco (padre Alessandro, molto apprezzato nel quartiere, destinato a Bruxelles) e ausiliario (padre Ferdinando). Il«repulisti» generale, avendo posto tutti sullo stesso piano, si è rivelato però improvvido: invece che mettere a tacere lo scandalo, lo ha amplificato.

La prima reazione dei parrocchiani, a giugno, si è concretizzata in un accorato appello a padre Cannistrà, nel quale i 110 firmatari, dopo aver manifestato «smarrimento e stupore» per l’«inusitata sostituzione dell’intero presbiterio», chiedevano un incontro alla presenza del vescovo del settore nord della diocesi, Guerino Di Tora. Non avendo ricevuto risposta, però, i 110 cittadini orfani delle loro guide spirituali, guidati dal portavoce Giuseppe Del Ninno, sono tornati all’attacco con una lettera più formale, indirizzata ai vertici dell’ordine religioso nonché al cardinale vicario, Agostino Vallini, al prefetto della congregazione per gli istituti di vita consacrata, Braz De Aviz, e, per conoscenza, a «Sua Santità» papa Francesco e al Segretario di Stato vaticano, Paolo Parolin.
Il disonore e la colpa
Il testo, datato 13 luglio, dopo aver ribadito l’amarezza per i trasferimenti e dubitato della versione ufficiosa («normale avvicendamento»), entra nel merito: «Siamo venuti a conoscenza di fatti di grave rilevanza morale, imputabili ad un alto esponente della Curia generalizia, che ci sono stati raccontati con abbondanza di dettagli da laici coinvolti che potrebbero rientrare nella categoria “adulti vulnerabili”, contemplata nelle recenti disposizioni canoniche, innovatrici rispetto agli atti di omissione...». Eccolo, il passaggio-chiave. Laddove il teologo polacco, con il coming out di qualche giorno fa, ha vissuto la gioia di raccontare al mondo la sua relazione gay, qui si profila il disonore e la colpa di rapporti clandestini, il demone della carne e di incontri fugaci, rapaci. «Come sapete, reverendi padri - incalzano i parrocchiani di Santa Teresa - un corposo dossier, comprendente cronistoria degli accadimenti vergognosi e dichiarazioni di laici coinvolti nei rapporti con l’alto prelato, è stato consegnato a Sua Eminenza cardinale Vallini...»
«Lo scandalo uscirà dalle sacre mura»
Monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliario del settore nord della diocesi di Roma
 Monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliario del settore nord della diocesi di Roma

E siamo così alle presunte prove. Attorno al «dossier» è stato alzato un muro di riserbo, ma qualcosa trapela: al cardinale vicario sarebbero state consegnate la testimonianza scritta di un «marchettaro», frequentatore di Villa Borghese, con allegata la carta d’identità, e una seconda e ancor più circostanziata ammissione di incontri mercenari. L’amarezza è nel non aver ricevuto «un cenno di risposta», senza contare, precisano i 110, che «il padre responsabile degli atti vergognosi», bisognoso di «cure di specialisti», poteva essere «semplicemente trasferito ad altro incarico», mentre «viene riservato un trattamento equivalente ai religiosi innocenti e a quello colpevole». Morale: «Non tocca a noi ricordare quando prevede, in termini di sanzioni, il codice canonico... Laddove nessun segnale ci pervenisse, non potremmo impedire allo scandalo di uscire dalle mura della Chiesa». A luglio, dunque, era una sorta di ultimatum. E oggi quelle parole suonano profetiche: nelle more del Sinodo in corso sui temi della famiglia, dell’ostia ai divorziati e del «nuovo linguaggio» con cui parlare agli omosessuali, in Vaticano si dovrà affrontare anche il caso-carmelitani scalzi.
La replica: «Semplice riorganizzazione interna»
«Ho ricevuto anche io, per conoscenza, la lettera inviata al cardinale Vallini. Sugli avvicendamenti dei padri decide l’ordine carmelitano», si è limitato a dichiarare monsignor Di Tora. «I trasferimenti? Nessuno scandalo - ha invece replicato padre Raffaele, segretario di padre Cannistrà, autorizzato ad esprimere la posizione della Curia generalizia - ma piuttosto la conseguenza di una riorganizzazione della nostra struttura, in relazione alle mutate esigenze dell’ordine». E il religioso nel mirino? «Se è da noi da oltre vent’anni - è stata la risposta - vuol dire che s’è dimostrato una persona corretta».

La lettera ai vertici della chiesa firmata da 110 parrocchiani di Santa Teresa
8 ottobre 2015 | 07:54

Casa inagibile, prete sfratta anziana «Paghi i lavori o la do ai profughi»

Corriere della sera

La donna versa un affitto di 43 euro. La parrocchia: seguiamo l’invito del Papa

VENEZIA Papa Francesco lo ha detto solo poco tempo fa. Di fronte all’emergenza dei profughi che continuano ad arrivare ogni giorno in Italia e in Europa via acqua e via terra, il Pontefice ha invitato le parrocchie a mettere a disposizione case o spazi in un’ottica di accoglienza diffusa. Ora le parole potrebbero diventare realtà a Malamocco, antico borgo di pescatori al Lido di Venezia.

L’occasione potrebbe essere un appartamento di 155 metri quadrati inagibile perché ha l’impianto elettrico e quello del riscaldamento fuori norma, e la parrocchia, retta da don Cesare Zanusso, non ha i soldi per sistemarli. Da cinquant’anni ci abita una parrocchiana di 77 anni, rimasta vedova da tre mesi. Lo scorso gennaio l’anziana ha ricevuto la lettera di sfratto, che oggi per la seconda volta l’ufficiale giudiziario e le forze dell’ordine cercheranno di rendere esecutivo. L’appartamento, dice la parrocchia, potrebbe essere messo a disposizione per ospitare dei profughi a patto che la Prefettura sia disposta a restaurare l’immobile.

«La casa è inagibile, l’impianto di riscaldamento e quello elettrico sono fuori norma, se succede qualcosa la responsabilità è della parrocchia - spiega don Cesare - ora la casa verrà chiusa, noi non abbiamo soldi per restaurarla. Seguendo le parole di papa Francesco, che ha invitato le parrocchie ad accogliere i profughi, potremmo mettere a disposizione la casa se la Prefettura o la Regione sono disponibili a eseguire i lavori necessari ad avere l’agibilità». L’inquilina in quell’appartamento abita da mezzo secolo e da sempre paga un affitto di 43 euro. Oggi si vedrà arrivare per la seconda volta l’ufficiale giudiziario con la forza pubblica.

Di andarsene non ne vuole sapere perché pagare un affitto a prezzo di mercato con la pensione di reversibilità del marito per lei sarebbe impossibile. Ora la pratica è stata presa in mano dal Comune. Don Cesare spiega che l’affitto pagato dalla signora è fuori mercato, «con quella cifra non sono in grado neppure di pagare le tasse, è uno sfruttamento della parrocchia». Aggiunge il parroco: «Non la mando via, le avevo già chiesto di collaborare per rifare gli impianti e pagare un affitto congruo, ma non ha voluto. La parrocchia non può sobbarcarsi l’onere, qui nessuno dà un aiuto».

La signora, ricevuta la lettera di sfratto in gennaio, a giugno si è vista arrivare l’ufficiale giudiziario e si è rivolta alla Municipalità del Lido. Anche ieri il presidente Danny Carella, assieme a Matelda Bottoni della Consulta della Casa del Comune, l’ha incontrata. «Era molto spaventata dall’idea di essere buttata fuori casa e molto confusa - riporta Carella - mi auguro che si trovi un accordo con la parrocchia». La pratica è già stata inoltrata negli uffici comunali. Bottoni spiega che avendo una pensione, seppure bassa, la signora non rientra nei canoni previsti per l’Edilizia residenziale pubblica. «Purtroppo le proposte fatte dalla parrocchia sono avvenute tutte a voce - dice Bottoni - e il parroco non può pensare che la signora riesca a sobbarcarsi i lavori degli impianti e il rialzo dell’affitto a prezzo di mercato: si parla di un importo di 800 euro».

08 ottobre 2015

Pubblicità bloccata su iPhone? Agli inserzionisti basta pagare

La Stampa
dario marchetti

Uno degli ad-blocker più scaricati di iOS fa il doppio gioco: agli utenti costa 99 centesimi, ma gli inserzionisti possono pagare per sbloccare le pubblicità



Grazie alle novità introdotte da iOS 9, ora gli utenti hanno la possibilità di bloccare i contenuti non desiderati su web, primi fra tutti le pubblicità. E non a caso, dall’uscita ufficiale del nuovo sistema operativo di Apple, gli ad-blocker sono schizzati in cima alle classifiche delle app più scaricate e vendute. La prima a raggiungere la vetta era stata Peace, ritirata dopo appena due giorni dal suo creatore, Marco Arment, perché rischiava di danneggiare anche chi, grazie alle pubblicità, riesce a sopravvivere.

A prendere il posto di quest’ultima è stata Crystal, che per 99 centesimi garantisce una navigazione su iPhone e iPad più rapida e con meno ostacoli. Ma oltre ai guadagni provenienti dai download, sembra che gli sviluppatori dell’app abbiano stretto accordi con Eyeo, la società dietro Adblock Plus, per consentire ad alcuni inserzionisti di pagare per evitare il blocco di certe pubblicità. Un doppio gioco che è stato giustificato da Dean Murphy, creatore di Crystal, come “un modo per sostenere il giornalismo e l’industria dell’informazione”, che di fatto trae dalla pubblicità gran parte dei propri ricavi.

La nuova funzione, assicurano gli sviluppatori, sarà introdotta in maniera chiara all’interno dell’app, con la possibilità di disabilitarla in qualsiasi momento e di dare il via libera solo a certi siti, mentre le pubblicità eventualmente mostrate dovranno seguire una serie di criteri specifici, tra cui l’essere integrate nel contenuto, non rovinare l’esperienza dell’utente e risultare rilevanti. “Spero che in questo modo - spiega Murphy sul suo blog - gli utenti avranno finalmente la possibilità di scegliere chi e cosa supportare nel mobile web, senza bloccare tutto in maniera completamente acritica”.

Quel 7 ottobre del 1943, quando i nazisti mandarono nei lager i carabinieri

La Stampa
francesco grignetti

Nella rete nazista caddero duemila uomini, considerati inaffidabili e troppo fedeli ai Savoia: così furono disarmati, degradati e messi su treni che li avrebbero portati nei campi di concentramento.



Accadeva settantadue anni fa, il 7 ottobre 1943: i nazisti vollero chiudere la partita con i carabinieri, troppo fedeli a Casa Savoia, e quindi poco affidabili ai loro occhi e a quelli della Repubblica sociale italiana. Quel giorno all’alba, paracadutisti, reparti delle Ss e uomini della Gestapo circondarono caserme e stazioni dei carabinieri di Roma. Nella rete nazista quel giorno caddero duemila uomini, che furono disarmati, degradati e messi su treni che li avrebbero portati nei lager in Germania. 

Sin dal 25 luglio del 1943, all’indomani della seduta del Gran Consiglio del Fascismo, procedendo all’arresto di Mussolini, l’Arma si era connotata agli occhi dei tedeschi come ambigua e inaffidabile. Soprattutto a Roma. I combattimenti di Porta San Paolo, del 9 e 10 settembre 1943, e il sacrificio del vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, nell’agro romano, qualche settimana dopo, avevano fatto comprendere ai nazisti e agli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana che i carabinieri difficilmente sarebbero venuti meno al giuramento di fedeltà. «Ancor meno si sarebbero resi partecipi o soltanto spettatori inermi di atti di barbarie contro quella popolazione di cui, per mandato, dovevano essere i difensori», è il ricordo ufficiale dell’Arma. 



I tedeschi, che si apprestavano a rastrellare il ghetto ebraico di Roma per deportarne gli abitanti, avevano bisogno di avere mano libera per condurre in porto l’operazione senza particolari impedimenti. Per questo, il comandante della Gestapo romana, Herbert Kappler, si pose il problema di neutralizzarli. Dei carabinieri in servizio nella Capitale, tra i 2 e i 2.500 (il numero è incerto dal momento che i tedeschi bruciarono tutti gli archivi delle caserme dell’Arma occupate) furono catturati e rinchiusi per tutta la notte nelle caserme Pastrengo, Podgora, Acqua, Lamarmora e Vittorio Emanuele II (quella dove oggi è la Legione Allievi). 

Il giorno dopo, vennero avviati alle stazioni ferroviarie Ostiense e Trastevere e fatti salire su treni merci diretti a Nord, con la falsa notizia - fatta circolare ad arte per tranquillizzarli - che sarebbero scesi a Fidenza per essere impiegati nei territori del Nord Italia. In realtà, furono tutti deportati in campi di lavoro o di internamento in Austria, Germania e Polonia. Oltre 600 non tornarono più. Otto giorni dopo, messi fuori gioco i militari dell’Arma, centinaia di cittadini ebrei italiani furono catturati in tutta Roma e in particolare nel ghetto, in via Portico d’Ottavia: 1023 di loro furono avviati a Auschwitz, tornarono in 16. Ieri mattina, alla presenza di Autorità cittadine e della Comunità Ebraica, il Comandante Generale dell’Arma Tullio Del Sette ha deposto una corona d’alloro alla lapide dei Caduti in guerra. 

Il primo gol in serie A 86 anni fa fu della Pro

La Stampa
alessandro ballesio

Gli appassionati di calcio d’antan celebrano un altro record delle bianche casacche



Le bianche casacche detengono un altro primato. Ed è una perla per gli appassionati di calcio d’antan: il primo gol della serie A a girone unico. Lo segnò Luigi Bajardi I al Genova dello «sfonda reti» Felice Levratto, quella partita finì 3-3. E lo stadio era nuovo di zecca: quello che oggi conosciamo come il «Piola» e che negli anni ospitò concerti e perfino gare di equitazione, come in questo video dell’Istituto Luce. 

Ma torniamo al debutto del calcio che conta. Era il 6 ottobre 1929, esattamente 86 anni fa. Prima giornata di quel campionato che ancora oggi viene celebrato: c’erano 18 squadre e tra queste anche la Pro Vercelli. Che aveva appena lasciato il mitico «campo della fiera» per trasferirsi lì accanto, nel nuovo impianto di via Massaua intitolato qualche anno dopo all’aviatore Leonida Robbiano. Che stava per conoscere, da lì a poco, l’attaccante italiano più forte di tutti i tempi: Silvio Piola. Anche la società ricorda quella data storica con un post sul suo profilo Facebook. 

orango

Ma quello del gol non è l’unico primato della Pro nella prima giornata del nuovo torneo tricolore. Anche il primo espulso fu vercellese: Giuseppe Seccatore venne spedito negli spogliatoi al 79’ dall’arbitro Carraro di Padova. La Pro Vercelli allenata dall’ungherese Joszef Nagy terminò il campionato (vinto dall’Ambrosiana davanti allo stesso Genova) al nono posto in compagnia dell’Alessandria.