domenica 11 ottobre 2015

Windows 10 in tasca, sul tavolo e al polso. Ecco i nuovi dispositivi Microsoft

La Repubblica
TIZIANO TONIUTTI

L'attacco al mercato mobile dell'azienda di Satya Nadella passa da un sistema operativo globale. E da una particolare cura dell'hardware. L'hands on dei prodotti presentati a NY

Windows 10 in tasca, sul tavolo e al polso. Ecco i nuovi dispositivi Microsoft

NEW YORK - Due nuovi Surface, due nuovi Lumia, la sorpresa dell'Hololens e una Band reinventata. Microsoft non ha fatto mancare i colpi di scena al suo evento a New York. Ecco le nostre prime impressioni a caldo su nuovi prodotti del colosso di Seattle.

Il Surface pro  4 è l'evoluzione naturale del 3. Il display visto da vicino impressiona per risoluzione e risposta al tocco della penna digitale, è più ampio e le nuove tastiere cover finalmente hanno un trackpad degno di questo nome è una corsa molto piacevole al tatto. Il Surface diventa insomma una macchina compiuta, migliora in prestazioni e usabilità. Naturalmente i parametri reali andranno misurati in un test più approfondito ma la prima impressione è più che positiva. Il Surface Book invece è una macchina molto "pensata", potente eppure non ingombrante  col suo chassis in metallo leggero, e dentro ha tutta la potenza che un utente pc evoluto può desiderare.

Anche qui grande dettaglio sulla tastiera, la corsa dei tasti è fissata a 1,6 millimetri, il punto ideale secondo gli ingegneri di Redmond e in effetti il tocco è molto rapido e l'ergonomia dei tasti si avverte. Il monitor-tablet che si può staccare funziona molto bene, basta premere un tasto e il sistema lo sgancia, basta poi sollevarlo. Da quel momento è un tablet, con la sua batteria, distribuita in tutto il corpo macchina. Si può riagganciare anche al contrario. Il Surface Book è una macchina progettata per i power user, tecnicamente è il laptop più potente del mercato. Vederlo pilotare due monitor 4K contemporaneamente è impressionante, e il prezzo di partenza è interessante.

Coi nuovi Lumia invece Microsoft ridefinisce la sua linea di smartphone. Sono oggetti diversi dai precedenti con lo stesso nome, puntano in alto con una potenza rilevante affidata a un sistema operativo relativamente nuovo e capace di estenderne l'esperienza d'uso fino a farli diventare dei piccoli Pc. Non c'è più nulla dei vecchi Nokia in questi Lumia 950 e 950 XL, Microsoft ha optato per un vero e proprio reboot della linea di prodotti. La sfida che lanciano al mercato è rilevante ma l'ecosistema Windows 10 stavolta potrebbe fare la differenza.

Hololens è ancora in realizzazione, il prodotto commerciale è lontano ma le possibilità sono già chiare. Non c'è dubbio sul fatto che il mercato della realtà aumentata sarà uno dei prossimi a decollare e Microsoft anche qui punta su Windows 10, questo il cuore di Hololens. Gli sviluppatori dovrebbero quindi avere già una parte del lavoro fatta, e i campi di applicazione per un dispositivo del genere sono innumerevoli, dai giochi alle professioni e alla medicina. Ne sapremo di più col tempo.

La Band di seconda generazione è un oggetto curioso e interessante. É cresciuta in tecnologia e ora non è più un semplice fitness tracker con qualche funzione smart, ma un vero smartwatch dal design molto particolare e attraverso l'assistente vocale Cortana, in grado di fare molte più cose di prima. Naturalmente il focus rimane la salute e l'attività fisica ma ci si può comunicare e rimanere connessi col mondo senza usare lo smartphone. La Band non è però waterproof ma sopporta pioggia e sudore. Al polso risulta leggera e l'ampio Display verticale è ben leggibile e risponde bene al tocco. Anche qui le applicazioni saranno fondamentali.

Quanto dura la batteria dell’iPhone 6s? Per Apple non c’è differenza tra chip TSMC e Samsung

La Stampa
bruno ruffilli

Secondo i dati di Geekbench, una popolare app per i test fai da te, il processore A9 dei coreani consumerebbe più energia di quello realizzato dall’azienda di Taiwan. Ma Cupertino smentisce: “Variazioni del 2-3 per cento al massimo”



Fin dal primo iPhone, Apple ha utilizzato processori prodotti da Samsung. Ha cominciato a disegnarli in proprio con l’acquisizione di P.A. Semi, nel 2008, ma l’azienda coreana ha continuato a fabbricarli materialmente, e anzi se nell’ultimo trimestre ha riportato fatturati in crescita, è stato più per i proventi della produzione dei processori (in gran parte per Apple) che per la vendita di smartphone. Da qualche anno, i chip di iPhone e iPad e iPod sono stati prodotti anche da altre aziende, soprattutto TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing), la più grande fabbrica indipendente di semiconduttori al mondo. 

Succede anche con i nuovi iPhone 6s s e 6s Plus: in entrambi i modelli, infatti, il processore A9 è realizzato sia da Samsung che da TSMC. Le differenze si notano anche all’esterno, con il chip taiwanese leggermente più grande di quello coreano (è realizzato con tecnica a 16 nanometri contro i 14 di Samsung, quindi le dimensioni dei singoli transistor sono di poco superiori).

Ma, secondo alcuni, i due processori avrebbero prestazioni diverse anche per quanto riguarda la velocità e il consumo di energia. Esisterebbero dunque iPhone 6s e 6s Plus di serie A (con processore TSMC) e di serie B (Samsung), almeno a sentire le lamentele su forum e siti specializzati. Tra questi c’è il solitamente attendibile Macrumors, che ha scatenato la discussione riportando un articolo di Endgadget . Non lo chiameremo “chipgate”, come già qualcuno fa, ripetendo il noioso cliché di scovare un difetto a ogni nuovo iPhone (l’antennagate, il bendgate, ecc). 

Anche perché, a sentire Apple, non esistono differenze apprezzabili tra un processore e l’altro. Con una mossa a sorpresa, la smentita arriva a Macrumors direttamente da Cupertino: “Con il chip A9 progettato da Apple, nell’iPhone 6s o 6s Plus, gli utenti hanno il più avanzato processore per smartphone al mondo”, scrive l’azienda. “Ogni processore soddisfa i più severi requisiti di Apple per quanto riguarda le prestazioni e la batteria, indipendentemente da colore, capacità o modello di iPhone 6s”. Apple non nega le differenze, dunque, ma sottolinea come nell’uso reale sia praticamente impossibile accorgersene.

D’altra parte, anche altri componenti di iPhone sono prodotti da fabbriche diverse: per lo schermo, ad esempio, a Cupertino hanno scelto LG e Japan Display. Per conoscere la provenienza dei vari elementi esiste un’app: si chiama Lirum Info Lite e si scarica gratis dallo Store della Mela: una volta avviata, è in grado di identificare il tipo e il produttore del processore. I chip Samsung sono quelli con le sigle N71AP (per iPhone 6S) e N66AP (per i Phone 6S Plus), quelli TSMC iportano le sigle N71mAP (su iPhone 6S) e N66mAP (su iPhone 6S Plus).



Non abbiamo potuto confrontare i due chip sullo stesso smartphone, perché dei due esemplari che abbiamo in prova, l’iPhone 6s Plus monta un processore TSMC, mentre l’iPhone 6s adotta un chip Samsung. A parte qualche minima differenza nei risultati di Geekbench (l’iPhone 6s Plus è più veloce, nonostante il clock del processore sia più lento, 1,79 GHz contro 1,85), la durata della batteria ci pare in linea con quanto dichiarato da Apple. E ovviamente il 6s Plus ha un’autonomia maggiore perché ha una batteria più potente. 

“Alcuni test di laboratorio che consistono nel far funzionare il processore con un carico di lavoro impegnativo e senza interruzioni - si legge ancora nel comunicato riportato da Macrumors - non rappresentano le reali condizioni di uso, perché forzano l’unità a lavorare al massimo per un periodo di tempo non realistico”. Secondo Apple, “la reale durata della batteria di iPhone 6s e iPhone 6s Plus varia al massimo entro il 2-3 per cento da un esemplare all’altro, anche considerando la differenza nei componenti utilizzati”. 

Potremmo crederci o no, ma intanto c’è una certa ironia nel fatto che, per difendere se stessa, Apple debba difendere Samsung, dopo anni di feroci battaglie in tribunale e fuori.

Le ricerche su Google da smartphone e tablet sorpassano quelle da pc

La Stampa
carlo lavalle

Google elabora complessivamente 100 miliardi di ricerche ogni mese e ormai la maggioranza avvengono su cellulare



Le ricerche da dispositivi mobili su Google a livello globale superano per la prima volta quelle da pc. Lo ha rivelato Amit Singhal, Vice Presidente nonché capo della divisione search di Big G, durante la recente Code/Mobile Conference, tenutasi ad Half Moon Bay in California. Il traguardo storico è stato raggiunto questa estate.

Ma già nel mese di maggio la società di Mountain View aveva fatto sapere di aver registrato la svolta negli Stati Uniti e in nove altri paesi, compreso il Giappone. Google elabora, complessivamente, 100 miliardi di ricerche ogni mese e ormai la maggioranza avvengono su cellulare. Ai dati dei telefonini si devono, peraltro, aggiungere quelli dei tablet, che vengono conteggiati a parte. Quindi la tendenza all’utilizzo del motore di ricerca dai dispositivi mobili è ancora più marcata e significativa.

Il passaggio a smartphone e tablet di sempre più persone rappresenta una sfida che costringe le aziende ad adattarsi al nuovo contesto. Il futuro è mobile, sottolinea Amit Singhal, intervistato da Kara Swisher fondatrice della testata Re/Code, ma bisogna anche pensare e progettare modi di interagire diversi per l’attività di ricerca degli utenti sui dispositivi mobili. La modalità testuale, scrivendo parole chiave nella tradizionale casella, è più appropriata per il desktop ma meno adatta per i telefonini e per la ricerca in situazioni di mobilità.

È questa la ragione per cui Google sta aumentando i suoi sforzi per migliorare l’assistente vocale “Google Now” e sviluppare alternative come “Now on Tap”, presente nell’ultima versione del sistema operativo Android Marshmallow, che consente di ottenere schede informative premendo un solo tasto.

Prigioniero a Guantanamo risarcito con un milione di sterline: torna e fugge in Siria per unirsi all'Isis

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Da Guantanamo alla Gran Bretagna fino in Siria con un milione di sterline in tasca: fa tremare le autorità del Regno Unito il caso di Jamal al-Harith, terrorista di nazionalità britannica che, dopo essere stato nel carcere di Cuba, è stato rimpatriato nel Regno Unito, ha avuto un risarcimento danni dallo Stato di un milione di sterline e 18 mesi fa è fuggito in Siria per unirsi alle fila dell'Isis.

La storia di Ronald Fiddler, 49 anni, è iniziata nel 1990 quando, dopo essersi convertito all'Islam, ha cambiato il suo nome in Jamal al-Harith Udeen. Nell'ottobre 2001 si è recato a Quetta, in Pakistan, per quello che ha sempre sostenuto essere un viaggio religioso. Quando nel 2002 le forze speciali degli Usa lo hanno trovato in un carcere dei talebani la sua versione dei fatti è stata sempre la stessa: era stato incarcerato perché considerato una spia britannica. Ma per le autorità americane la storia era diversa: accusato di essere presumibilmente coinvolto in un attacco terroristico negli Usa,al-Harith è stato considerato un combattente di Al Qaeda, una minaccia per gli Stati Uniti, ed è stato trasferito in marzo a Guantanamo.

Nel carcere di Cuba è rimasto due anni, prima che una campagna condotta dal governo di Tony Blair riuscisse a far liberare quel cittadino britannico che continuava a professarsi innocente. E così, nel 2004, le autorità statunitensi hanno consegnato il prigioniero alla Gran Bretagna: dopo il rimpatrio, l'uomo è stato rilasciato senza accuse e ha intentato un'azione legale contro il governo degli States e quello britannico, ricevendo da quest'ultimo «un risarcimento danni – scrive il Daily Mail - di un milione di sterline, denaro dei contribuenti, per rimanere in silenzio visto che al-Harith accusava i servizi segreti britannici di essere complici dei maltrattamenti subiti».

Al momento del rilascio da Guantanamo, l'allora ministro degli Interni David Blunkett aveva commentato: «Nessuno che ritorni nel nostro Paese... sarà effettivamente una minaccia per la sicurezza del popolo britannico». Ma adesso, a 10 anni di distanza, la verità più agghiacciante getta molte ombre sul controllo dei terroristi nel Regno Unito: infatti, nonostante le autorità britanniche fossero a conoscenza dei precedenti, 18 mesi fa al-Harith ha lasciato liberamente il Paese per andare in Siria e unirsi ai terroristi dello Stato Islamico. A rivelarlo, giovedì sera su Channel 4 News, Shunkee Begum, 33 anni, cinque figli, moglie del terrorista fuggito: la donna ha raccontato di essere andata in Siria per convincere il marito a tornare a casa.

Tuttavia, i suoi tentativi sono falliti e lei ha trascorso dieci mesi come ostaggio in mano a gruppi ribelli prima di trovare una via di fuga il mese scorso. Ovviamente la storia di al-Harith ha scosso la Gran Bretagna e i suoi cittadini che iniziano a porsi delle domande sulla sicurezza nel Paese e sulla capacità del governo di controllare adeguatamente persone sospettate di terrorismo: in particolare, ciò che fa riflettere, è come sia stato possibile che al-Harith abbia potuto espatriare, seguito qualche mese dopo dalla moglie.

Nuovi interrogativi sono stati sollevati in merito a un altro caso di detenuto britannico a Guantanamo: Shaker Aamer, 48 anni, padre di quattro figli, dovrebbe essere liberato entro la fine del mese dopo che il suo rilascio è stato ritardato per almeno otto anni in seguito alle accuse degli Stati Uniti, preoccupati per la capacità della Gran Bretagna di monitorare sospetti terroristi. Aamer, detenuto senza processo per quasi 14 anni nel carcere di Cuba, è stato catturato in Afghanistan nel 2001: ancora oggi nega le accuse che lo dipingono come un assistente chiave di Osama Bin Laden.

Sabato 10 Ottobre 2015, 13:36 - Ultimo aggiornamento: 17:07