mercoledì 14 ottobre 2015

Napolitano senza freni: ora vuole querelare il Cav

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 14/10/2015 - 13:03

L'ex capo dello Stato duro contro il leader di Forza Italia a margine delle votazioni sulla riforma del Senato. Ma Napolitano dimentica del "golpe" contro l'ultimo governo di centrodestra

Napolitano non è solo l'ex presidente della Repubblica. È anche il padre di quello che più di un indizio ha portato a definire un colpo di stato nei confronti del governo Berlusconi.



L'ultimo democraticamente eletto. Hanno confermato questa tesi i libri d'inchiesta di Alan Fridman, le dichiarazioni dell'ex sottosegretario al Tesoro americano Timothy Geithner e il primo ministro spagnolo Zapatero.

Ma invece di far mea culpa, Giorgio Napolitano continua ad attaccare il centrodestra. Lo fa oggi, dalle colonne di Repubblica, reagendo alle - legittime - parole di critica del leader di Forza Italia nei confronti della riforma del Senato. Quella riforma approvata ieri dalla seconda camera del Parlamento. "Deluso da qualche atteggiamento? - dice ai giornalisti Re Giorgio - Ma qui entriamo nel campo della psicologia.

E io non voglio fare commenti politici, figuriamoci quelli psicologici". Ma poi in una lettera immortalata dai fotografi e indirizzata a Romani, attacca Berlusconi violentemente: "Ho letto attribuite a Berlusconi - si legge - parole ignobili, che dovrebbero indurmi a querelarlo, se non volessi evitare di affidare alla magistratura giudizi storico-politici; se non mi trattenesse dal farlo un sentimento di pietà verso una persona vittima ormai delle proprie, patologiche, ossessioni".

Poi con Pier Ferdinando Casini affonda il colpo, affermando che Berlusconi "ricorda solo il 2011, ma dimentica il 2010 quando diedi 45 giorni al suop governo per affrontare il voto di fiducia". Peccato che dopo le dimissioni forzate di Berlusconi gli italiani non abbiano più conoscito la democrazia: ovvero la possibilità di andare al voto.

Napolitano, vattene in pensione

Francesco Maria Del Vigo



Basta. Non se ne può più di Napolitano. Dei suoi sotterfugi, dei suoi pizzini, delle sue manovre di palazzo, del suo spregio delle basilari norme democratiche e della sua allergia al suffragio. Gli auguriamo lunga vita, ma fuori dalla politica. Che se ne vada in pensione e la smetta di fare il presidente ombra, il gran burattinaio dei disastri del Paese. Nella sua vita ha fatto tutto – ci permetta – il peggio di quello che si può fare in politica: è stato comunista ortodosso, ha difeso i carriarmati sovietici, ha fatto e disfatto governi: ha cacciato Berlusconi, ci ha rifilato Monti, Letta e pure Renzi.

Tutto dietro lo scudo della Costituzione, certo. Ma fa schifo comunque. E ieri, a favor di telecamera, si è fatto pizzicare mentre scriveva una letterina di insulti a Berlusconi: “Ho letto attribuite a Berlusconi – si legge nella missiva scritta dall’ex presidente – parole ignobili, che dovrebbero indurmi a querelarlo, se non volessi evitare di affidare alla magistratura giudizi storico-politici; se non mi trattenesse dal farlo un sentimento di pietà verso una persona vittima ormai delle proprie, patologiche, ossessioni”. Lui vorrebbe querelare Berlusconi. Per aver detto la verità sul suo conto.

E, infatti non lo querela. Perché che quello del 2011 sia stato un golpe ormai è cristallino e lo dicono un po’ tutti, dentro e fuori i confini nazionali. Semmai dovrebbero essere gli italiani a querelare lui per quello che ha fatto al nostro Paese, a partire dalla sospensione della democrazia.

Case popolari, l'ente abbona 2 milioni di debiti ai migranti ma sfratta povero pensionato

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 14/10/2015 - 13:37

Aveva vinto un contenzioso con l'Inps. Per questo la società di edilizia popolare gli ha alzato il canone. Ma la Cassazione ha annullato il verdetto e ora il pensionato rischia di rimanere senza soldi e senza casa

Un signore italiano, 80 anni e pensionato, da 28 anni vive in una casa popolare a Bologna.



Ma ora verrà sfrattato: l'Acer, l'Azienda Casa Emilia-Romagna che gestisce gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, infatti, gli ha inviato stamattina una raccomandata minacciando di lasciarlo per strada. Il motivo? Aver provato a combattere contro la burocrazia italiana e contro l'Inps. Con lui lo Stato usa la mannaia, mentre migliaia di immigrati vivono in maniera illegale nelle case popolari senza pagare gli affitti da anni.

Alcuni anni fa il pensionato aveva fatto causa all'Inps per per ottenere l'adeguamento della pensione. Niente di trascendentale, si parla di qualche spicciolo. Ma pur sempre un aiuto quando le pensioni sono poco più che da fame. I giudici di primo e secondo grado gli danno ragione, condannando l'Inps a pagargli 28.000 euro. L'uomo vorrebbe festeggiare, ma non può. In terzo grado, infatti, il magistrato sposta la sentenza in favore dell'Istituto nazionale della previdenza sociale. Così la Cassazone obbliga l'uomo a ridare indietro i 28.000 euro tanto sperati.

Una sentenza non si discute, ci hanno insegnato. Ben venga. Così l'Inps ha pignorato un quinto dela pensione all'80enne, che non può far altro che accettare. Ma oltre il danno, ecco arrivare la ruspa infame della beffa burocratica.

L'Acer, infatti, ha inviato al pensionato una lettera in cui ordina il pagamento di 1.800 euro come adeguamento del canone di locazione in seguito alla ricezione dei 28.000 euro dall'Insp. Inutile spiegare ai burocrati dell'Acer che l'uomo quei soldi non li ha mai visti. E che ha un quinto della pensione sotto ricatto dell'Inps. Inutile anche far notare che a in provincia di Bologna ci sono 1.015 nuclei extra-comunitari che devono dare all'Acer 2.733.272 euro. Perché accanirsi solo contro gli italiani?

L'uomo, sicuro di essere nel giusto, ha continuato a pagare il canone ordinario. Così, puntuale come una tagliola, l'Acer gli ha fatto arrivare la raccomandata in cui minaccia lo sfratto esecutivo se non verserà l'obolo immediatamente. E senza sconti.

La storia è stata denunciata dal consigliere regionale di Forza Italia Galeazzo Bignami. Il candidato azzurro per la corsa a sindaco di Bologna ha scritto su Facebook: "Acer minaccia lo sfratto ad un cittadino stritolato da questa burocrazia del cavolo che ha subito pure un intervento al cuore in primavera e gli chiede addirittura di ridare i soldi della raccomandata con cui gli hanno intimato il pagamento, pena lo sfratto".

Poi accusa: "Il direttore di ACER, che fa l'Assessore nella Giunta PD a Pistoia e prende decine di migliaia di euro (quante decine non si sa, perchè si rifiuta di mettere on line il dato che invece è per legge pubblico), si preoccupi degli immigrati che ci devono milioni di euro invece di affliggere le persone per bene".

Poi una promessa: "Sono arrabbiato con una bestia. Questo fortino di privilegi deve crollare. A calci lo tiro giù". Nella speranza che prima o poi politica e burocrazia si preoccupino degli italiani, invece di tartassarli lasciando nell'impunità gli immigrati.

Immigrazione, la paura della gente non è una colpa

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo



La paura forse non è la più nobile delle attitudini; ma non è una colpa. Non va alimentata e usata, come fa la Lega. Ma non va neppure negata e rimossa, come fa la sinistra e anche una parte del mondo cattolico. La paura si vince rimuovendone le cause.

Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili alle persone dei migranti, ma perché vedono che l’emergenza è gestita male, e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il governo e gli enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; e soprattutto non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia.

Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini, e di selezionare all’origine i «migranti economici», distinguendo le figure professionali di cui l’Italia ha bisogno dalla massa che andrebbe fermata o rimandata indietro.

I migranti non arrivano in un Paese prospero, coeso, sereno. Si affacciano in un’Italia che vive un vero e proprio dopoguerra. La crisi ha lacerato in modo devastante il tessuto industriale e sociale, soprattutto al Nord, soprattutto in provincia.

Le reazioni emotive di fronte a migranti che non si sono ancora neppure visti, come nel paese rosso di Badia Prataglia sull’Appennino toscano, e gli scontri tra i parroci che li accolgono e i sindaci che li respingono, come a Bondeno, in riva al Po, non sono conseguenze del razzismo, ma dell’insicurezza. Che cresce proprio perché nella discussione pubblica non viene considerata, bensì liquidata con un’alzata di spalle o uno sguardo di commiserazione.

Sui media tende a prevalere una visione irenica e spensierata dell’immigrazione, tipica di un’élite per cui gli stranieri sono colf a basso costo e chef di ristoranti etnici; tanto i figli vanno alla scuola internazionale, e i nonni nella clinica privata. L’immigrazione può rivelarsi un sollievo per il sistema produttivo, ma comporta un prezzo, tutto a carico delle classi popolari, chiamate a combattere ogni giorno una guerra tra poveri per il posto all’asilo, il letto in ospedale, la lista d’attesa al pronto soccorso, e pure la casa e il lavoro.

Certo, alle società esangui e anziane d’Europa servono le energie formidabili che salgono dalle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo. Ma non è forse cinica la logica di rimpiazzare con i nuovi venuti i bambini che gli italiani non fanno più, anziché sostenere la maternità o almeno mettere in condizione le donne di scegliere liberamente? Anche sull’apporto dei migranti all’economia è nata una retorica, ridimensionata sul Financial Times da Martin Wolf, editorialista britannico orgogliosamente figlio di profughi: per coprire i buchi del welfare e della previdenza l’Europa dovrebbe accogliere in pochi anni decine di milioni di stranieri.

Che non sbarcano nelle vaste praterie deserte d’America, ma in Paesi - come il nostro - montuosi e densamente antropizzati, cioè popolati da secoli non solo dall’uomo e dalle sue opere ma da memorie e culture, retti su equilibri precari da ricostruire ogni volta. Così diventano simboli anche l’altalena contesa nel giardino di Padova chiuso tra il campo profughi e l’asilo, o la rivolta di Gorizia in difesa del parco che custodisce i segni drammatici della sua storia, trasformato in bivacco.

C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Volontari laici e cattolici fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai venire meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle nostre frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna. Forse don Abbondio aveva torto: il coraggio uno se lo può dare. A patto di rispettare la paura ed eliminarne le ragioni.

14 ottobre 2015 (modifica il 14 ottobre 2015 | 07:32)

Enrico Lucci, i frontalieri del sesso e il fanatismo delle «Iene»

Corriere della sera
di Aldo Grasso



Se il mondo fosse governato dalle «Iene» sarebbe migliore? È credibile una trasmissione presentata da Teo Mammucari? Il controcanto del Trio Medusa è un’ubriachezza morale più nobile di quella dei Gialappi? «Le Iene» mascherano dietro al sorriso una violenza di fondo: la volontà di raddrizzare i legni storti, la sbornia e il fanatismo di appartenere ai devastanti guaritori dell’umanità (Italia 1, lunedì, 21.15).

Certo, alcuni servizi, come quello di Nina Palmieri, strappano anche momenti di commozione. Si racconta di Nelly, una simpatica nonnina di 88 anni ricoverata frettolosamente in una casa di riposo e sedata in modo pesante; solo la dedizione di un amico e l’intervento della tv riescono a restituirla alla sua casa, alla vita.

Oppure: l’idea di trapiantare la testa sana di un tetraplegico su un corpo sano ci ricorda molto le atmosfere di Mary Shelley nel tratteggiare il suo Frankenstein . E ancora: l’abbattimento della vecchia caserma della Guardia di Finanza di Santa Croce Camerina (per una volta è l’abbattimento a essere abusivo) meriterebbe forse un racconto di Andrea Camilleri. Ma per il resto, per parafrasare il sapiente, per rimettere in ordine la convivenza civile per prima cosa bisognerebbe eliminare i moralisti.

Per fortuna c’è Enrico Lucci. Va in onda alle 23,40 (meglio vederselo in streaming il giorno dopo!) e racconta i «frontalieri del sesso». Andrea e Maurizio vivono a Varese e almeno cinque sere alla settimana vanno in Svizzera in quei numerosi hotel del sesso o in quei bar, i «contact bar», dove possono strofinarsi con qualche ragazza compiacente. È la loro vita, il loro scopo. Lucci ha la straordinaria capacità di raccontare un dramma sotto forma di commedia, di cogliere particolari stravaganti (il sito Gnoccatravels , per esempio) e trasformarli in apologhi.

Delle «Iene» è l’unico che finge di non capire, e questo è il più grande stratagemma retorico per penetrare a fondo le cose.

14 ottobre 2015 (modifica il 14 ottobre 2015 | 07:44)

Preghiera con i br sulla tomba di Moro. Quegli incontri tra vittime e terroristi

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

Un cammino iniziato quindici anni fa, favorito anche dal cardinal Martini

Uno degli incontri in una foto scattata da Gerald Bruneau

È accaduto più di tre anni fa, domenica 17 giugno 2012. Nel piccolo cimitero di Torrita Tiberina, 60 chilometri a nord di Roma, un gruppo di persone si ritrova davanti alla tomba di Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana assassinato dalle Brigate rosse nel 1978. Recitano un Padre nostro, poi ognuno si raccoglie nei propri pensieri. Tra loro c’è la figlia dello statista, Agnese Moro, e altri familiari di vittime del terrorismo, rosso e nero. E ci sono tre ex brigatisti: due killer della strage di via Fani, in cui cinque agenti di scorta furono sterminati per rapire il leader dc, e la «postina» dei comunicati br.

Sulla tomba del padre, Agnese Moro li abbraccia. Un miracolo per i credenti; una scena impensabile nei giorni dell’odio e del piombo, trentaquattro anni prima. Resa possibile da un cammino cominciato nel 2000, lungo il quale alcuni ex esponenti della lotta armata e parenti dei caduti sono arrivati a incontrarsi, dialogare e scambiarsi esperienze, ricordi e sensazioni. Che fondendosi hanno generato una «condivisione di memorie»; non più «congelate e fissate sul dolore subìto», bensì utili a rileggere il senso di fatti tremendi e incancellabili. Senza sconti per i colpevoli che hanno pagato il debito con la giustizia.

Prima di scrivere agli ex terroristi, Agnese Moro ha ripreso in mano le pagine crude e terribili dell’autopsia effettuata sul cadavere del papà, che dava conto dell’agonia prima della morte: «Dopo questa lettura sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi, come il vostro verso di noi, è stato fatto senza semplificare e senza mettere niente tra parentesi», ha chiarito. Parole che insieme a molte altre compongono ora un corposo volume, Il libro dell’incontro , nel quale si dà conto, tappa dopo tappa, del percorso compiuto.

Non solo le vittime e «gli ex», ma anche mediatori e testimoni, coordinati dal gesuita Guido Bertagna, e dai docenti di Criminologia Adolfo Ceretti e di Diritto penale Claudia Mazzuccato; tutti esperti di problemi della detenzione, reinserimento sociale, «giustizia riparativa». Accompagnati, finché è stato in vita, dal cardinale Carlo Maria Martini, che guardava al passato per affrontare il futuro: «Ora c’è molta paura, degli immigrati, degli islamici... paura del disordine, ma il disordine esprime anche qualcosa, va ascoltato. La vostra iniziativa dovrebbe poter smuovere la società».
Ci sono saggi che aiutano a comprendere il senso di un cammino compiuto in segreto, per proteggere i protagonisti da timori o condizionamenti. E soprattutto ci sono le voci delle vittime e dei carnefici, che più di ogni ragionamento danno conto del «miracolo».

«Questo non è un gruppo di autocoscienza, è la storia del nostro Paese», rivendica uno. Anche se la verità su troppi passaggi (dalle stragi al caso Moro) è ancora incompleta. In questi incontri, però, gli obiettivi erano altri: «Il nostro prodigio è che si siano incontrati gli esseri umani, al di là di una storia che piomba come un avvoltoio sulle vite di noi tutti». Un ex militante dei gruppi armati spiega che guardare in faccia le vittime cancella ogni residuo di «velleità giustificatoria» rispetto alle scelte del passato. Le persone assassinate, degradate dai terroristi a simboli, riacquistano la loro umanità attraverso il contatto degli assassini con i familiari; e così gli assassini che se n’erano spogliati per uccidere.

«Sinceramente vi ho odiato con tutto me stesso», racconta Giovanni Ricci, figlio dell’autista di Aldo Moro ammazzato in via Fani. «Poi sono cresciuto... convinto più che mai che dovevo confrontarmi con quel mostro. Ho scelto di doverlo combattere. Di doverlo affrontare. Di dover vivere di nuovo».

Giorgio Bazzega aveva due anni e mezzo quando suo padre, il maresciallo Sergio Bazzega, morì fulminato dai colpi del giovane brigatista Walter Alasia, poi ucciso nel conflitto a fuoco (1976). Oggi racconta i propositi di vendetta su Renato Curcio, «che aveva indottrinato Alasia». Quando il fondatore delle Br fu scarcerato, a quasi vent’anni dall’omicidio del papà, la voglia di ritorsione aumentò, finché Giorgio ha cominciato a nutrire sentimenti diversi. E alla fine Curcio l’ha incontrato, in un dibattito pubblico. S’è presentato: «Quando lui ha capito chi ero si è spaventato. Ma forte. In quel momento, con quella sua reazione mi sono sentito libero dal mio odio. Gli ho dato una pacca sulle spalle e ho detto: “Stai tranquillo... volevo solo che mi guardavi in faccia, fine”».

Uno come Manlio Milani, che vide esplodere la giovane moglie nella strage di piazza della Loggia a Brescia (1974), sostiene che è utile ascoltare i colpevoli non certo per condividerne le ragioni, bensì «per comprendere quelle atrocità, e non restare chiusi nella logica del rancore e della rivalsa». Lina Evangelista, moglie di un poliziotto assassinato dai neofascisti dei Nar nel 1980, rivela: «Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso»; e dopo aver incontrato gli assassini del marito confida: «I mostri si sono rivelati tutt’altro».

Il libro dell’incontro nasce dalla decisione di condividere con il mondo esterno un’esperienza ricca e straordinaria, non tanto di «riconciliazione» quanto di «ricomposizione» delle fratture e dei dissidi che hanno seguito il conflitto di quaranta o trent’anni fa. Per continuare a scrivere una storia che non riguarda solo le vittime e i colpevoli, ma l’intera società. Senza più alibi per nessuno. «Mettere insieme le memorie significa poter chiedere apertamente allo Stato di rendersi più trasparente»; anche per tentare di arrivare a quei frammenti verità che ancora non ci sono.

14 ottobre 2015 | 07:51

Contante scuse

La Stampa
massimo gramellini

Se si esclude una pattuglia di moralisti scandinavi della quale faccio parte solo a giorni alterni (altrimenti che italiano sarei), la maggioranza dei nostri connazionali si accinge a fare la ola per la decisione del governo di alzare la soglia dei contanti a tremila euro. Era stato quell’algido apolide di Monti a ridurla a mille, anzi a 999,99. Ma adesso sono tornati gli arcitaliani, cioè i democristiani. Renzi e Alfano, il quale si è intestato la paternità dell’opera al nero, sanno fin troppo bene che le banconote lasciano meno tracce di una carta di credito. Se hanno pensato di triplicare la possibilità di usarle è perché conoscono i loro polli da spennare.

L’Italia è un tessuto di piccole aziende strangolate dal fisco più ottuso e barocco del mondo. Per riformarlo bisognerebbe mettere a dieta la bestia onnivora della burocrazia. Un’impresa eroica che tutti i politici promettono, ma nessuno è mai riuscito neppure a concepire. Alle prese con quella casta di mandarini onnipotente ed esosa, che dilata le sue richieste per giustificare la propria esistenza e ingrassare sempre di più, il sistema economico va a pezzi. Da qui la necessità di concedere al condannato una dilazione.

Non riuscendo a togliergli il cappio dal collo, la politica glielo allenta nell’unico modo che conosce da settant’anni: consentendogli di fare un po’ di nero. Invece di cambiare le leggi cattive che moltiplicano strettoie e balzelli, si mette il cittadino vessato nelle condizioni di utilizzare una scappatoia illecita. Così alla fine ogni cosa si tiene, nell’Italia democristiana: burocrati, vampiri, tartassati, evasori. Tutti felici e contanti.