domenica 18 ottobre 2015

Friuli Venezia Giulia contro Nutella Le polemiche per le «Dialettichette»

Corriere della sera

di Greta Sclaunich

Scontenti tutti, da Udine («il friulano è una lingua») a Trieste («nostra solo un’espressione su sei») a Gorizia («noi friulanofoni e non venetofoni»)



A Udine e Pordenone si lamentano perché il friulano è una lingua e non un dialetto. Poi, in pianura, perché una delle espressioni è tipica della parlata delle montagne. A Gorizia criticano la scelta di inserire la provincia nell’Area 8, quella dei dialetti veneti: gran parte dei comuni (15 su 25) sono friulanofoni e non venetofoni. Fosse stato scelto il friulano, e quindi l’Area 3, probabilmente si sarebbero lamentati i restanti dieci comuni. Finito?

No. Anche a Trieste, finita in Area 8, gli scontenti non mancano: la città conta una sola espressione delle sei messe a disposizione dalla Ferrero. Insomma, riassumendo: in Friuli Venezia Giulia la mossa di Nutella, che ha appena lanciato le «Dialettichette» personalizzando le etichette dei suoi barattoli con 135 espressioni dialettali, ha scatenato un vespaio di polemiche (la Nutella parla in dialetto: da Aosta a Cagliari vasetto personalizzato ).
Gli errori
Non è finita qui. Perché poi ci si mettono anche i «puristi» delle diverse parlate. A Trieste, per esempio, si sottolinea che l’unica espressione che può essere interpretata come tipica della città è «femo festa!»: «suona» come triestino, ma non è particolarmente utilizzata nella vita di tutti i giorni. Nell’area del friulano, invece, c’è chi punta il dito sugli errori, da «biel et bon» (dove la «et» dovrebbe essere una «e») a «figòt» (parola dove non va l’accento). E poi c’è quel «pulìt» che si usa solo in una piccola area. Ma non solo: la pagina Facebook della testata in friulano «La Patrie dal Friul» ha diffuso sul social un grafico in cui segnala, punto per punto, tutti gli errori della Ferrero.

17 ottobre 2015 (modifica il 18 ottobre 2015 | 10:36)

M-185: niente macchine dal 1898

La Stampa
valentina bonfanti

L’unica strada statale di tutti gli Stati Uniti ad aver bandito il traffico a motore. Ecco di cosa si tratta 

Pista ciclabile

La M-185 è la strada statale più sicura degli Stati Uniti: dal lontano 1898 non vede il passaggio di un veicolo a motore, eccezione fatta per rare occasioni particolati. Ad esempio, nel 1979 vennero fatti passare alcuni veicoli motorizzati per poter portare a termine le riprese di “Somewhere in Time”. Questa meraviglia dell’eco-turismo si trova nel Michigan ed è l’unica strada statale della nazione dove i veicoli a motore sono banditi da più di un secolo. Nonostante non si connetta con nessuna autostrada e non faccia parte dell’elenco delle strade strategiche degli Usa, questa strada statale ha comunque un grande valore per la popolazione locale: viene percorsa da più di mezzo milione di persone ogni anno.

La M-185 corre attorno al litorale di Mackinac Island, una popolare località turistica, ed è una strada asfaltata lunga circa 12,8 chilometri, più stretta delle altre statali del Paese. Inoltre, per convenzione il punto di partenza di questo itinerario cicloturistico circolare è stato fissato davanti al Mackinac Island State Park Visitor Center. Nonostante le modeste dimensioni, la M-185 è molto popolare tra i ciclisti che la possono percorrere in tutta tranquillità, ammirando un panorama davvero straordinario: è considerata da alcune pubblicazioni la migliore strada panoramica degli Stati Uniti.

Papa Francesco proclama santi i genitori di Santa Teresa di Lisieux

Corriere della sera

Per la prima volta canonizzata una coppia di coniugi, insieme a don Vincenzo Grossi e a suor Maria dell’Immacolata Concezione

I due coniugi in una elaborazione fotografica

C’è anche una coppia, per la prima volta, fra i nuovi santi canonizzati domenica 18 ottobre da Papa Francesco: si tratta dei francesi Ludovico Martin (1823-1894) e Maria Azelia Guerin (1831-1877), genitori di Santa Teresa di Lisieux (morta di tubercolosi a 24 anni nel 1897 e già canonizzata nel 1925). I due coniugi, scelti per la «straordinaria testimonianza di spiritualità familiare», ebbero nove figli, di cui 4 morti durante l’infanzia, mentre le altre cinque divennero monache. La canonizzazione peraltro arriva durante i lavori del Sinodo che sta discutendo il ruolo della famiglia e assume dunque un valore particolare.
La celebrazione
Gli altri nuovi santi sono il sacerdote cremonese Vincenzo Grossi (1845-1917), sacerdote diocesano, fondatore dell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio, e la suora spagnola Maria dell’Immacolata Concezione (1926-1998). Alla celebrazione hanno assistito anche i cardinali, vescovi e gli alti religiosi a Roma in questi giorni per il Sinodo. Alla messa ha assistito fra gli altri Maria Elena Boschi, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti col Parlamento.

18 ottobre 2015 | 10:52

Lotta all’Isis, l’Italia deve decidere

La Stampa
stefano stefanini

Non sappiamo se l’Italia prolungherà la missione in Afghanistan; non sappiamo se i quattro Tornado in Iraq passeranno dalla ricognizione pre-bombardamenti ai bombardamenti (la sottile differenza è invisibile alla rudimentale contraerea del Califfato); non sappiamo cosa ci attenda in Libia. Sappiamo però che una decisione su cosa fare non è più rinviabile. In situazioni dove burro e cannoni sono tornati a contare più dei negoziati (che dialogo è possibile con i decapitatori dell’Isis?), all’Italia non basterà la diplomazia.

Occorre anche lo strumento militare.

Nessuno lo sa meglio del Presidente americano. Per sette anni Barack Obama ha tenacemente perseguito una strategia di uscita degli Stati Uniti dal ginepraio dei conflitti nel Medio Oriente allargato. Eppure lascerà la Casa Bianca essendovi riuscito solo a metà. A numeri drasticamente ridotti, gli americani rimangono in Afghanistan fra addestramento e controterrorismo; il forzato ritorno in Iraq contro lo Stato islamico è un impegno non breve, anche senza seguire Putin sulla via dell’escalation pro-Assad in Siria.

Premio Nobel per la pace 2009, il Presidente americano sembra aver fatta propria la battuta attribuita a John Maynard Keynes: «Quando i fatti cambiano, cambio anch’io idea; Lei cosa farebbe?». I fatti cambiati sono gli attentati terroristici, gli eccidi, le decapitazioni e il crescente controllo di territorio da parte della galassia Isis-Taleban-Al Qaeda. I cambiamenti lambiscono l’Italia e l’Europa molto più da vicino che non l’America.

Per l’Italia l’Afghanistan è il teatro più lontano, ma anche quello dove la nostra presenza si è radicata in 15 anni di sacrifici, col sangue di 53 caduti, e di lavoro nel tessuto civile e sociale del Paese. Siamo soprattutto a Herat, capitale della regione occidentale, la più prospera del Paese, ai confini di un Iran dove le nostre imprese si apprestano a tornare. Abbiamo un’importane attività di cooperazione, governativa e non; senza una componente di sicurezza militare internazionale non avrebbe molto futuro.

Andarcene quando altri (vedi Germania) restano significa buttare alle ortiche tutti questi sforzi. Modulare la permanenza militare - puramente addestrativa - su quella Nato, né più a lungo né meno, è la soluzione più consona ai nostri interessi, oltre che conferma di solidarietà verso alleati e con afghani. Dei primi potremmo presto aver bisogno altrove (leggi Libia). Sul piano strategico, l’ultima cosa che si possa desiderare è un Afghanistan talebano o oggetto di guerra per procura fra vicini.

In Iraq, la partecipazione ai bombardamenti dei nostri Tornado farebbe poca differenza operativa. Ci farebbe però uscire dall’equivoco della guerra pacifica cui indulgiamo spesso (come i «bombardamenti difensivi» in Kosovo) e dimostrerebbe anche in quel teatro la nostra solidarietà. Sulla legittimità internazionale non esiste l’ombra di dubbio, ancora meno sulla barbarie senza se e senza ma dell’Isis. O la si combatte con le armi o non si combatte.

La Libia è prioritaria per l’Italia. Sarebbe anche l’impegno più serio, complesso e rischioso. L’Italia ha giustamente anticipato la propria disponibilità. Al dunque è indispensabile che vada con i piedi di piombo nel discuterne caratteristiche, impegni e regole d’ingaggio, specie ove l’operazione prevedesse una dimensione terrestre e non solo d’interdizione marittima. La legittimità internazionale del Consiglio di Sicurezza Onu non garantisce né successo né tanto meno incolumità. Non illudiamoci che possa essere una «missione di pace».

I fatti sono cambiati intorno a noi. Chiedetelo agli abitanti di Kos o di Lampedusa. Nelle preoccupazioni del presidente del Consiglio il burro viene prima dei cannoni. Ma, come per Obama, per Matteo Renzi è tempo di pensare anche ai cannoni. L’Italia è un Paese amante della pace. Ciò nonostante la nostra politica estera non può essere disgiunta dalle esigenze di sicurezza e di risorse militari, di controterrorismo e d’intelligence adeguate.

Lauree più facili: l’impero Cepu si sgretola

Corriere della sera
di Aldo Grasso

La Procura valuta la bancarotta, il fondatore Polidori (albergatore aretino molto amico di Berlusconi) chiede il fallimento

Cepu, la procura valuta la bancarotta

L’epopea del Cepu, la mistica del Cepu, l’accademia del Cepu! Tutto finito: addio laurea facile, addio didattica cepuizzata. Il più noto istituto di preparazione agli esami universitari ha chiesto il fallimento, mentre la Procura di Roma valuta la bancarotta per distrazione. Così la creatura fondata da Francesco Polidori viene bocciata in economia e soprattutto in commercio. «Con noi ce la puoi fare» era lo slogan magico che ha permesso al Cepu di primeggiare nella nebulosa galassia degli istituti privati che «accompagnano» alla laurea. I testimonial si chiamavano Antonio Di Pietro, Enrico Papi, Alex Del Piero, Valentino Rossi, Bobo Vieri... Il sottotesto era molto chiaro: se Bobo riesce a prendere una laurea ce la puoi fare anche tu.
Il «pezzo di carta»
Il segreto di questo impero del «pezzo di carta», fondato da Polidori, un albergatore aretino molto amico di Berlusconi, era la figura del tutor. Di solito un giovane laureato che allenava lo studente a superare l’esame. Senza frequentare lezioni, né studi matti e disperatissimi. Il tutor aveva il compito di suggerire le scorciatoie per prendere almeno un 18. Grande successo. A quel punto, Mr. Cepu trova più conveniente fondare una sua università, la eCampus , con lo stesso valore legale delle altre. Ma arriva lo schianto di Cepu, sotto il peso di un grave passivo. Forse il dramma vero è che le troppe sedi universitarie sotto casa sono parse più abbordabili ed economiche del Cepu.

18 ottobre 2015 (modifica il 18 ottobre 2015 | 11:08)

Sicurezza, dal parabrezza sparisce il tagliando dell’assicurazione

Corriere della sera

di Alessio Ribaudo

Dal 18 ottobre non sarà più obbligatorio esporlo. I controlli avverranno telematicamente per combattere le contraffazioni e i «pirati della strada»



«Favorisca patente, libretto e mi faccia vedere il tagliando dell’assicurazione». È stata per decenni la richiesta che le forze di polizia italiane hanno intimato agli automobilisti dopo averli fermati. Infatti non bastava pagare il premio assicurativo ma bisognava anche dimostrarlo. Dal 18 ottobre, invece, non occorrerà più esporlo sul parabrezza. Il controllo della copertura, infatti, avverrà per via telematica. Inserendo il numero della targa, gli agenti sapranno in pochi secondi non solo se i mezzi sono rubati o hanno la revisione scaduta, come accade oggi, ma conosceranno anche la situazione assicurativa. In linea teorica potrebbe segnare anche una svolta perché in Italia la compravendita di contrassegni falsi o scaduti ha raggiunto numeri impressionanti.
Gli evasori
Secondo le stime dell’Associazione nazionale fra le Imprese assicuratrici (Ania), nel 2014, circa 3,9 milioni di veicoli (l’8,7 per cento del totale) viaggiava senza assicurazione. Per contrastare questa piaga, dal 18 ottobre, i sistemi che leggono le targhe come autovelox, tutor, telepass e varchi Ztl potranno controllare anche la regolarità della copertura assicurativa e segnalare anomalie. È questo l’effetto finale di un lungo procedimento che è iniziato con un decreto ministeriale (9 agosto 2013, n. 110) che ha stabilito la progressiva «dematerializzazione dei contrassegni di assicurazione dei veicoli a motore su strada, attraverso la sostituzione degli stessi con sistemi elettronici o telematici».
I controlli
Facile a dirsi e un po’ meno a realizzarsi visto che si è dovuto studiare un sistema in grado di far dialogare e aggiornare in tempo reale diverse banche dati in modo tempestivo e sicuro. Dopo una lunga (e rassicurante) fase di sperimentazione adesso è arrivato il via libera. In pratica, ora, ogni volta che verrà stipulata una nuova polizza o verrà effettuato un rinnovo, la compagnia di assicurazione dovrà inviare le informazioni alla banca dati delle coperture assicurative creata dall’Ania, chiamata Sita. Dal sistema Sita, le informazioni confluiranno nel database della Motorizzazione civile che contiene i dati sui veicoli immatricolati.

L’incrocio delle informazioni contenute nelle due banche dati consentirà alle Forze dell’ordine di sapere in pochi secondi chi è regolarmente assicurato e chi no. Gli automobilisti per qualche tempo ancora riceveranno il vecchio tagliandino cartaceo ma non dovranno più esporlo sul parabrezza. In pratica, avrà soltanto finalità informative in caso di incidente stradale o nei Paesi dell’Ue. Terminata questa fase «sperimentale», il cartaceo non verrà più consegnato. Ai «furbetti» ora resteranno davvero poche chance di evitare una multa salata che va da 841 a 3.366 euro senza considerare l’immediato sequestro del mezzo.

18 settembre 2015 (modifica il 17 ottobre 2015 | 20:13)

Dieci lavori in via di estinzione

Corriere della sera

di Francesco Tortora
Lo sviluppo delle nuove tecnologie ha permesso all'umanità di fare grandi progressi e ha migliorato la qualità della vita delle persone. Tuttavia, come insegna la storia, con l'avvento della tecnica la società si trasforma e molti lavori, considerati indispensabili per decenni, tendono a scomparire. Il sito CareerCast.com ha stilato la classifica dei 10 lavori che entro i prossimi anni rischiano l'estinzione

Il postino

Al primo posto tra i lavori in via d'estinzione vi è il postino. Secondo le statistiche presentate dal sito nel 2022 il personale che lavora in questo settore diminuirà negli Usa del 28%.


"Sempre più persone hanno già abbandonato la posta ordinaria sostituendola con le email o i messaggi telefonici - spiega Kyle Kensing, redattore di CareerCast.com - Inoltre programmi come PayPal permettono alle persone di trasferire denaro elettronicamente che invece in passato avrebbero inviato via posta.

Addetto alla lettura dei contatori

Il secondo lavoro che tende più a scomparire è quello di addetto alla lettura dei contatori domestici. Entro il 2022 il personale impiegato diminuirà del 19% negli Usa.


Contadino

La tecnologia, da decenni, ha completamente rivoluzionato il mondo dell'agricoltura e ha ridotto incredibilmente il numero delle persone che lavoro nei campi. CareerCast.com stima che questo trend non si arresterà. Entro sette anni i contadini diminuiranno del 19% negli Usa.

orang

Giornalista

Una delle professioni più a rischio per colpa delle nuove tecnologie è quella del giornalista. Da anni il settore vive una profonda crisi e secondo le statistiche presentate dal sito è destinata a perdurare. Negli Usa, entro il 2022, i reporter che lavorano nei quotidiani e nelle riviste diminuiranno del 13%.


 

Gioiellerie

Al quinto posto si piazzano i gioiellieri che entro sette anni vedranno il proprio personale crollare del 10%.

 

Boscaiolo

Seguono i boscaioli che entro il 2022 perderanno il 9% della forza lavoro.


 

Assistenti di volo

Al settimo posto troviamo gli assistenti di volo che, almeno negli Usa, diminuiranno del 7% nei prossimi anni.


 

Addetto alla lavorazione meccanica

La tecnologia non risparmierà neppure la manodopera operaia. Entro il 2022 scomparirà nelle fabbriche degli Usa il 6% degli addetti alla lavorazione meccanica.

Assicuratori

Al nono posto si piazza la professione degli assicuratori che registrerà un calo del 6%.

Sarti

Chiudono la classifica i sarti che nel 2022 diminuiranno del 4% negli Usa.

orang

Riaffiora il "metodo Tulliani". Il Cognato tra intrighi e bugie

Stefano Zurlo - Dom, 18/10/2015 - 08:42

Un processo rispolvera l'ascesa dorata di Giancarlo al seguito della sorella da Gaucci a Fini. E fa pure la vittima: "Linciato per colpire Gianfranco"



Rieccolo. C'è una foto che da sola segna un'epoca: Giancarlo Tulliani tiene in mano una canna dell'acqua e lava come fosse un giardiniere rustico la sua meravigliosa Ferrari blu notte.

Siamo a Montecarlo, nell'agosto 2010, e il Cognato veste una polo blu extralarge rigorosamente griffata. Tulliani, il profilo ruspante e insieme sfrontato, è il prezzemolo di quell'estate che sarà devastante per Gianfranco Fini e il suo clan. Ma quelli sono ancora i giorni del successo, i fotografi lo immortalano in compagnia di una fidanzata altrettanto fashion, i giornali lo mettono dentro una cornice dorata: «Il fratellino rampante».

Rieccolo, il Cognato dopo le curve con vista sul Principato e i tornanti sempre più stretti sulla casa di Montecarlo, quella che l'ha mandato fuori strada. Il Tempo pubblica le carte di un processo per diffamazione in cui il fratello di Elisabetta, la compagna del leader di Fli, combatte al tribunale di Roma contro il precedente partner di lei, Lucianone Gaucci, altra maschera italiana. Quel mondo che si è squagliato riaffiora con tutta la sua corte dei miracoli. E Tulliani è lì che si arrampica verso la vetta.

La bionda Elisabetta è legata sentimentalmente a Lucianone e può sciorinare un curriculum strepitoso: avvocato, ballerina, presidente della Sambenedettese, consigliere d' amministrazione del Perugia. Lui, nel suo piccolo, diventa dirigente della Viterbese. Gaucci è uno dei ras del football italiano e il cognato ha la sua provincia da amministrare. Ora, in aula, emergono squarci avvilenti di quel mondo o almeno così li ricostruiscono i legali di Gaucci: «È a conoscenza che in una circostanza è stata ascoltata una registrazione in cui lei proponeva al direttore sportivo della squadra Ernesto Talarico di vendere i calciatori ad un prezzo diverso da quello ufficiale?».

Insomma, la vita è meravigliosa e il giovanotto avrebbe cercato di fare la cresta sul calciomercato. Lui replica con una parola: «Falsità».

Menzogne per screditarlo. Così come avrebbe fatto l'entourage del Cavaliere nel secondo tempo della resistibile ascesa, quando Tulliani cambia in corsa cognato: da Gaucci a Fini, forse meno ingombrante ma certo ancor più noto e potente: «Mio cognato ha avuto l'ardire di dissentire dal signor Berlusconi». Da lì i guai e lo scandalo a puntate della casa di Montecarlo: «Hanno fatto di tutto, con mezzi leciti e illeciti, per distruggermi. Mi hanno dipinto come un mostro». Lucianone e Silvio gli hanno rovinato la piazza. Peccato, perché al meglio non c'è fine è la liason di Elisabetta con Gianfranco è l'occasione per un ulteriore upgrade.

Il Cognato, anzi il due volte cognato o bicognato, trova casa in rue Princesse Charlotte non a Torbellamonaca. Così, all'apice di quella stagione gloriosa, lui pattina sulla lama sottile sottile della spavalderia: fa l'immobiliarista ma ha il vezzo di voler sbancare da produttore televisivo. Del resto tutto si tiene: Elisabetta non è più una dama di provincia, ma una signora della capitale con pass per i sette colli e i Bocchino, i Briguglio, i Granata, a Mirabello, fra ravioli di zucca e Lambrusco, vagheggiano i nuovi confini, extralarge pure quelli, di una destra europea e illuminata.
E una partita affascinante ma è anche un'ubriacatura di gruppo.

Pazienza. Il bicognato vola fino alla caduta verticale. E alla collisione con il suo stesso mondo. Un atterrito Guido Paglia, potente ex dirigente Rai di matrice finiana, è costretto a sorbirsi le sue sparate velleitarie e le sue rimostranze per aver concesso «altre attenzioni a Barbareschi e alla moglie di Bocchino» e alla fine perde le staffe: «Gli dissi di ringraziare Iddio perché non eravamo a casa mia, altrimenti gli avrei messo le mani addosso».