mercoledì 21 ottobre 2015

Legittima difesa

la Stampa
massimo gramellini

Ci sono gesti che comprendo, anche se non riuscirei a compierli. Uno ha avuto per protagonista Francesco Sicignano, pensionato della provincia di Milano. I ladri gli sono entrati in casa quattro volte negli ultimi tre mesi. Lui, esasperato e spaventato, ha chiesto e ottenuto il porto d’armi. L’altra notte è stato svegliato dai rumori, ha visto una torcia danzargli davanti agli occhi, ha preso la pistola dal comodino e ha sparato, uccidendo uno dei ladri e inseguendone altri due fino al portone.

Se mi metto nei suoi panni, lo capisco. Io non l’avrei fatto, ma solo perché sono troppo emotivo e so che usare un’arma forse mi salverebbe la vita, però di sicuro me la rovinerebbe, ripresentandosi di continuo sotto forma di incubo. L’accusa di eccesso di legittima difesa si è trasformata in omicidio volontario, dal momento che il morto era disarmato. Evidentemente il magistrato pensa che un uomo svegliato di soprassalto in casa propria dovrebbe accendere la luce, sincerarsi della limitata pericolosità dei visitatori e solo a quel punto, magari con un paio di banditi già avvinghiati al collo, sparare in aria o alle gambe. 

Quello che è avvenuto dopo è altrettanto desolante. Il silenzio della sinistra, intrappolata nelle sue astrazioni buoniste. Lo starnazzio della destra, che adesso cavalca la paura ma quando era al governo non si è mai ricordata di cambiare la legge sulla legittima difesa. E infine la trasformazione del pensionato in eroe popolare. Ieri sera si è affacciato al balcone per salutare la folla che lo acclamava. E questo, a differenza del colpo di pistola, è un gesto che faccio fatica a comprendere. 

Netanyahu: Hitler voleva l’espulsione, non lo sterminio degli ebrei

Corriere della sera

Il premier parlando al Congresso Sionista scarica le colpe dell’Olocausto sui palestinesi: «Fu il gran Muftì di Gerusalemme a chiedere di bruciarli». L’Olp: «Frasi moralmente indifendibili ed infiammatorie»

Benjamin Netanyahu (Reuters/Cohen)

Stanno suscitando scalpore le affermazioni del premier Benjamin Netanyahu secondo cui Hitler all’epoca non voleva «sterminare» gli ebrei, ma «espellerli»: fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini, il leader palestinese all’epoca della II Guerra Mondiale. «Hitler - ha detto mercoledì al Congresso Sionista - all’epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse “se li espelli, verranno in Palestina”. “Cosa dovrei fare?” chiese e il Muftì rispose “Bruciali”».
Herzog: «Il figlio di uno storico non sa la storia»
Gli esperti della Shoah hanno reagito accusando Netanyahu di totale inaccuratezza storica. Il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha replicato che la sua è «una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah... E la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo. Il figlio di uno storico dovrebbe essere preciso riguardo alla storia». Herzog ha poi precisato: «Il Gran Mufti diede l’ordine di uccidere mio nonno, il rabbino Herzog, e supportava attivamente Hitler. Ma c’era un solo Hitler, quello che ha scritto il malato “Mein Kampf”. E che nel 1939, quasi tre anni prima dell’incontro con al-Husseini, parlò al Reichstag presentando la Soluzione Finale».
«Al servizio dei negazionisisti, si scusi»
Un altro deputato, il laburista Itzik Shmuli, ha chiesto che il premier si scusi con i sopravvissuti all’Olocausto. «Il capo del governo israeliano al servizio dei negazionisti! Questo non si era mai visto finora. Non è la prima volta che Netanyahu deforma la storia però una frottola di questa caratura è veramente nuova».
Centro Wiesenthal: «Affermazioni Netanyahu senza basi»
Sulla stessa lunghezza d’onda il Centro Wiesenthal di Gerusalemme: «L’affermazione di Netanyahu è totalmente senza basi», ha spiegato all’agenzia Ansa il direttore Efraim Zuroff: «Che il Muftì spingesse sui nazisti e volesse l’invasione della Palestina è fuori discussione, ma Hitler non doveva essere convinto da nessuno».
L’Olp: «Frasi moralmente indifendibili ed infiammatorie»
Non ci è voluto molto perché arrivasse anche una reazione ufficiale palestinese. il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat ha sottolineato: «Lo Stato di Palestina denuncia le affermazioni (di Benyamin Netanyahu, sulla Shoah, ndr) in quanto moralmente indifendibili ed infiammatorie. Gli sforzi palestinesi contro il regime nazista sono profondamente radicati nella nostra storia».

21 ottobre 2015 (modifica il 21 ottobre 2015 | 11:54)

Troppi ordini, niente regali a Natale” Lego si scusa con i clienti

Corriere della sera

Nonostante le fabbriche dell’azienda danese stiano viaggiando a regime non riescono a coprire la domanda di ordinativi proveniente da ogni parte del mondo



Le fabbriche funzionano a regime eppure c’è il rischio che molti bambini potranno non ricevere i mattoncini Lego per Natale. L’azienda danese è diventata la prima produttrice al mondo di giocattoli superando l’americana Mattel. Ma non ha calcolato per tempo l’andamento della domanda. Anzi ha sottovalutato completamente l’ammontare degli ordinativi per Natale. «Non saremo in grado di evadere tutti gli ordini provenienti da parte dei clienti», ha spiegato il portavoce Roar Trangbaek alla «Reuters». Ha rifiutato di specificare quali linee di giocattoli o quali paesi europei sarebbero interessati.

Le vendite sono cresciute del 18 per cento nel primo semestre di quest’anno raggiungendo i 14 miliardi di corone danesi (2,1 miliardi di dollari), superando quelle della Mattel e della Hasbro. La società è non quotata ed è di proprietà della famiglia del fondatore Ole Kirk Kristiansen. Ha investito più di 3 miliardi di corone in impianti e le attrezzature dello scorso anno per rendere più giocattoli. Lego sta costruendo una fabbrica in Jiaxing in Cina, 100 chilometri da Shanghai, che dovrebbe essere funzionante nel 2017 e dovrebbe produrre la maggior parte dei giocattoli Lego per l’Asia nel futuro. Lego ha già fabbriche in Danimarca, Ungheria, Repubblica Ceca e Messico.

20 ottobre 2015 (modifica il 21 ottobre 2015 | 10:17)

Una polizza anti hacker: le assicurazioni aprono ai “rischi informatici”

La Stampa
stefano rizzato

Di fronte al moltiplicarsi delle insidie via Internet e dei casi di intrusione, le compagnie si stanno lentamente adeguando con clausole ad hoc per aziende e famiglie



Assicurati contro i furti d’identità e quelli (virtuali) della carta di credito. Protetti dalle insidie dei social network, e pure contro i rischi per la reputazione e la privacy. Così il settore delle assicurazioni sta iniziando ad adeguarsi ai tempi che galoppano. E ora sempre più spesso include nei propri orizzonti quelli che vengono definiti “rischi informatici”. Un insieme molto ampio e diversificato di minacce, che spaziano dal piano puramente economico ad uno più esistenziale. E che finalmente sono entrati nel radar anche delle compagnie. Per la verità non tutte, non ancora. In molti casi il capitolo digitale delle polizze è riservato alle aziende, quelle più esposte ai danni da intrusione informatica. Ma la svolta è in corso. E sta crescendo il numero di polizze personali o per famiglie che si focalizzano anche su questo tipo di nuovi pericoli.

Un mercato che vale 2 miliardi (contro 445 di danni)
Tra le compagnie più attive sul nuovo fronte c’è Allianz AGCS, che dal 2014 offre - anche in Italia - Cyber Protect: una polizza per aziende che si attiva davanti a un attacco informatico, e copre praticamente ogni genere di danno che può nascerne, fino a un massimale di 100 milioni di euro. Ma da poco Allianz ha soprattutto quantificato i costi che il cybercrimine comporta ogni anno: 445 miliardi di dollari a livello globale. Ed è qui che si capisce quanto il mercato assicurativo dei rischi informatici sia in crescita ma ancora acerbo: ad oggi vale infatti 2 miliardi di dollari in tutto il mondo, per il 90 per cento negli Stati Uniti. Le cifre sono destinate a salire fino a 20 miliardi di dollari entro il 2025, ma per ora aziende e singoli in gran parte sottovalutano i rischi su questo fronte.

La “connected family”
A spingersi parecchio in avanti in questo campo è Generali. Che sotto l’etichetta “Connected Family” propone un pacchetto di speciali garanzie legate all’uso di e-commerce, social network e in generale Internet. Una polizza domestica, per casa e persona, e non aziendale. Si può proteggere tutto il nucleo familiare dalle spese causate dal furto dello smartphone, dai danni d’immagine e legati al furto di identità, e persino dai guai causati dall’uso improprio dei social network da parte dei figli minori. “La sensibilità alla sicurezza e alla protezione varia molto in base all’età dell’utilizzatore - spiega Michele Corbo, esperto di Generali Italia - ma la famiglia nel suo complesso esprime bisogni crescenti sui temi della connettività, della protezione dei dati e delle informazioni che vengono scambiate ogni giorno sui diversi dispositivi. E sono ormai oltre 16 milioni gli italiani che fanno acquisti tramite e-commerce”.

Supporto legale e “flooding”
Un’altra soluzione interessante è quella proposta da Axa Mps, la compagnia nata nel 2007 dai due noti gruppi assicurativo e bancario. In questo caso la garanzia “Cyber Risk” fa parte del pacchetto onnicomprensivo “Mia protezione”. E include tante opzioni utili nel malaugurato caso di un furto d’identità digitale: l’assistenza e il rimborso fino a 15 mila euro delle spese legali, la rimozione dei contenuti lesivi dai social network, il ripristino dell’affidabilità creditizia in caso di furto d’identità. Non solo. Nel pacchetto è prevista anche l’attività di “flooding”: quando ad essere colpita è la reputazione online, gli esperti dell’assicurazione sono pronti a inondare la rete con un fiume di contenuti per ristabilire l’equilibrio e la verità. Facendo scivolare la robaccia lontano dalle prime pagine dei motori di ricerca.

Tv, Internet, chiavette e sim card: ecco chi deve pagare il canone Rai

La Stampa
niccolò gaetani



Il canone Rai, la tassa più evasa dagli italiani, con picchi che in alcuni comuni raggiungono il 90%, dal 2016 si pagherà con la bolletta della luce. Tante le novità che verranno introdotte, immediate le polemiche: ecco quello che c’è da sapere.

A quanto ammonterà il canone Rai?
Il conto del canone Rai per il 2016 sarà di 100 euro (contro i 113 attuali). Sarà spalmato in sei rate da 16,66 euro l’una. Ecco, invece, a quanto ammonta il canone negli altri Paesi europei.

Chi è esentato?
Sarà possibile non pagare il canone attraverso una semplice autocertificazione inviata all’Agenzia delle Entrate nella quale si dichiara di non possedere né un televisore né una connessione Internet. In questo caso basterà pagare la bolletta elettrica in qualsiasi modo tranne che con addebito bancario automatico, in modo da poter eliminare quei 16,66 euro (che saranno indicati con una voce a parte) e pagare così solo l’elettricità. 

Quindi se mi connetto a Internet devo pagare il canone?
Non è detto. Nell’ultima bozza della legge di stabilità è considerato un utente della Rai chiunque abbia una connessione fissa a Internet nella propria abitazione. Non sono da ritenersi tali le sim-card o le chiavette. 

Se non voglio pagare perché non ho né tv né Internet?
Toccherà al singolo utente dimostrare l’esenzione, autocertificando all’Agenzia delle Entrate di non essere in possesso di connessione fissa. 

E se ho due case?
Il canone si paga solo nella prima abitazione (sia essa di proprietà o di residenza).

Sono previste sanzioni nei confronti di chi non paga?
Sì. Il conto per i “furbetti” sarà alquanto salato. Per chi diventa moroso arriverà una multa di 500 euro, cioè cinque volte l’importo del canone. Ancora da definire invece le incombenze a carico dei gestori energetici, che di fatto svolgeranno anche il compito di esattori del canone. In base alle ultime indiscrezioni, tali società - che in Italia sono 461 – saranno costrette a versare una penale di 30 euro per ogni segnalazione mancata. Così dice l’ultima bozza della Legge di Stabilità. Ma c’è di più: se scoperto, l’evasore avrà violato la legge 445 del 2000 sull’autocertificazione e sarà quindi perseguibile anche in sede penale.

Quanto ci guadagna lo Stato?
Dal momento che l’erogazione avverrà considerando lo stato di famiglia, saranno circa 22 milioni i contribuenti chiamati al pagamento, per un gettito complessivo per lo Stato di 2,2 miliardi di euro, circa 500 milioni in più rispetto a quanto raccolto nel 2015.

Il canone resterà sempre di 100 euro?
Non è detto. Se la misura dovesse funzionare e portare più contribuenti, ha fatto notare Renzi, nel 2017 il suo importo potrebbe ulteriormente scendere fino a 95 euro. «Se non lo pagavi, non ti va bene. Ma se lo pagavi, pagherai meno», ha dichiarato il premier in sede di presentazione del provvedimento.

Da quando entrerà in vigore il provvedimento?
Il premier Matteo Renzi vorrebbe che le novità fossero introdotte al più presto possibile, ma vanno messi in conto i tempi tecnici per la realizzazione del progetto. Al momento si prevede che il primo canone in bolletta si pagherà dal mese di marzo 2016.

I dieci comuni d’Italia che ospitano più migranti

La Stampa
simon bouvier

Roma in testa della classifica assoluta, ma Caltanissetta in Sicilia ha il numero maggiore di migranti pro capite, con un profugo per ogni 78 abitanti

Ogni giorno, mentre i dirigenti dell’Europa cercano le soluzioni alla crisi migratoria più grande della storia dell’Unione, arrivano migliaia di migranti: profughi disperati che rischiano tutto con la speranza di salvare la loro vita e quella delle loro famiglie dalle bombe, dalla fame e da un infinità di altri orrori che da sempre accompagnano la guerra.

Fin dall’inizio, l’Italia è stata fra i paesi dell’UE che bene o male hanno dovuto affrontare direttamente le conseguenze di un flusso migratorio senza precedenti. Sono stati ormai centinaia di migliaia coloro che hanno tentato il pericolosissimo attraversamento del Mediterraneo in gommoni strapieni. Molti non ce l’hanno fatta, ma dove sono andati a finire quelli che, contro tutte le probabilità, hanno raggiunto le spiagge dell’Italia?

Secondo uno studio della fondazione Ismu, che ha condotto un’inchiesta in base a dati raccolti dal Ministero dell’Interno, sono circa 90 mila i migranti che vivono nel paese, e mentre le grandi città ne hanno accolti un numero importante, i dati pubblicati dalla fondazione rivelano che ci sono sproporzioni enormi nella ripartizione dei profughi. Ecco tre infografiche per capire chi in Italia fa di più per ospitare i rifugiati.

orang

Senza sorpresa, Le grandi città come Roma e Milano accolgono un numero relativamente alto di migranti, ma ci sono anche piccole città siciliane come Caltanissetta nella top ten dei comuni che ne accolgono di più. 

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Ci sono anche grosse disparità fra i contributi di piccoli comuni come Caltanissetta, che accoglie un migrante per ogni 78 abitanti, e grandi comuni come Palermo, che ne accoglie solo uno per ogni 4163 abitanti anche se è 10 volte più grande.

orang

Caso Orlandi, il gip archivia l’inchiesta

La Stampa
GIACOMO GALEAZZI

«Indizi inconsistenti; inutili nuove indagini» sulla scomparsa della cittadina vaticana e di Milena Gregori

Il mistero di Emanuela Orlandi

Uno dei misteri più inestricabili della storia d’Italia è destinato a rimanere tale. L'inchiesta sulla scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori deve essere archiviata perché «gli accertamenti probatori acquisiti nel corso delle indagini preliminari sono, allo stato, non provvisti della consistenza, neppure indiziaria, necessaria a sostenere l'accusa in giudizio e a giustificare un vaglio dibattimentale, né paiono utilmente esperibili ulteriori indagini con la finalità di valorizzare quegli elementi dotati di una più significativa, ancorché incongruente, pregnanza investigativa», scrive nelle 63 pagine di motivazioni il gip Giovanni Giorgianni ponendo la parola fine a una indagine lunga 32 anni assecondando la richiesta avanzata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Ilaria Calò e Simona Maisto.

Nel procedimento erano indagate per i reati di sequestro di persona e omicidio diverse persone (tra cui Sergio Virtù, autista di De Pedis, Angelo Cassani, soprannominato «Ciletto», Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto», stretti collaboratori del boss della Magliana, oltre a monsignor Vergari e alla supertestimone Sabrina Minardi, già amante di «Renatino»). Emanuela Orlandi scompare a Roma il 22 giugno 1983. È una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura pontificia e sparì in circostanze misteriose a 15 anni. Anche Mirella Gregori aveva 15 anni e scomparve il 7 maggio dello stesso anno della Orlandi. A tutt'oggi, nessuna delle due ragazze scomparse è mai stata ritrovata.

Nell'estate del 2008, Sabrina Minardi, che ebbe per un periodo una relazione con De Pedis, racconta agli inquirenti che Emanuela Orlandi era stata uccisa e il suo corpo, rinchiuso in un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. Secondo la testimone, la 15enne sarebbe stata tenuta prigioniera in un'abitazione vicino a piazza San Giovanni di Dio. Pur perplessi per diverse incongruenze temporali presenti nel suo racconto, i magistrati si attivano per cercare i dovuti riscontri. «Tutte le segnalazioni - premette il gip - anche quelle fondate su meri sospetti, sono state accuratamente verificate. E molte di esse si sono rivelate il tentativo da parte di chi ha cercato di trarre un vantaggio dall'interesse sulla vicenda».

Per il giudice «l'enorme sforzo investigativo degli organi inquirenti ha fatto confluire all'interno del procedimento un materiale imponente che si è stratificato nel tempo e che, tuttavia, pur incrementandosi, non ha mai acquistato un sufficiente grado di coerenza, di precisione e di concordanza». Dette lacune - sottolinea il magistrato nel suo provvedimento - «non paiono utilmente colmabili con ulteriori approfondimenti, poiché la nuova escussione delle stesse fonti non potrebbe eliminare le plurime incongruenze e i vari profili di inattendibilità evidenziati». Tra i soggetti indagati che hanno contribuito a rendere nebuloso il quadro probatorio, figura per il gip il fotografo Marco Fassoni Accetti:

«La sua personalità è correttamente tratteggiata come caratterizzata da smania di protagonismo e di pubblicizzazione della propria immagine, con una spasmodica ricerca di accesso ai media e della loro costante attenzione». Il fotografo, insomma, non può essere considerato soggetto «attendibile» perché «portato a inventarsi storie e situazioni». E analoghe perplessità suscita il ruolo rivestito dalla supertestimone Sabrina Minardi, specie in relazione «alla ricerca dei luoghi dalla stessa indicati come di disfacimento del cadavere»:

«Gli approfondimenti investigativi sul punto - evidenzia il gip Giorgianni - sono stati tempestivi, attenti e scrupolosi ma l'esito negativo, al di là delle ulteriori versioni offerte dalla teste circa le modalità con le quali i rapitori si erano disfatti del cadavere, è dipeso dall'incapacità della Minardi di fornire informazioni precise ai fini dell'individuazione del luogo in cui il riferito disfacimento del cadavere fosse avvenuto».

L'ultima speranza dei familiari di Emanuela Orlandi risale alla fine del dicembre 2014 quando Alì Agca, l'ex-«Lupo Grigio» che aveva sparato a papa Giovanni Paolo II nel 1981, si presenta a sorpresa a piazza San Pietro per portare dei fiori alla tomba del Pontefice. La famiglia si attiva immediatamente per presentare una istanza alla magistratura affinché l'ex terrorista turco venga interrogato.

La richiesta, però, non viene accolta: anche Agca è ritenuto «soggetto inattendibile» per aver reso più volte dichiarazioni sul caso Orlandi, sia pubbliche che in sede processuale, che si sono rivelate «infondate» e «scarsamente credibili». Prima dell'estate scorsa, la procura decide di chiedere l'archiviazione del procedimento sulla Orlandi che, pure in assenza di veri collegamenti, riguarda anche la scomparsa della quindicenne Mirella Gregori, sparita il 7 maggio del 1983. Il gip Giovanni Giorgianni recepisce le conclusioni dei pm e chiude definitivamente la vicenda con 63 pagine di motivazione.

E sull'archiviazione  arriva in serata il commento di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela: «Non ci arrendiamo, vogliamo la verità. Valuteremo con i nostri legali le azioni da intraprendere, anche il ricorso in Cassazione». «Rinnovo quindi l'appello a Papa Francesco perché ci possa aiutare ad arrivare alla verità».