giovedì 22 ottobre 2015

Stipendi stellari per Fazio & Co. Ecco dove finisce il canone Rai

Mary Tagliazucchi - Gio, 22/10/2015 - 10:45

Renzi intima: "Il canone Rai si deve pagare". Ma quei soldi vanno a finire nelle tasche dei soloni della sinistra



Matteo Renzi intima: "Il canone Rai si deve pagare".
E alla fine l’obolo verrà dato attraverso la bolletta. Ma chi beneficia di questi soldi dei "soliti contribuenti", ovvero noi?

Cominciamo da
Fabio Fazio. Che si becca dai 5 ai 6 milioni, nel giro di due o tre anni. E per l’ironica
Luciana Littizzetto, invece, parliamo di cifre che arrivano a 20mila euro a puntata. E ancora: Massimo Giannini si becca 500-600mila euro all'anno, mentre
Massimo Giletti si porta a casa 400-500mila euro.

A rivelarlo è stato il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta che, durante la seduta a Montecitorio sul disegno di legge sulla Rai, ha criticato in particolar modo l'emendamento dei relatori sulla trasparenza dei compensi. Naturalmente non ci sono solo i casi della Littizzetto, Fazio e Giannini. Non scordiamoci i colletti bianchi, i dirigenti.

L’attuale dg
Antonio Campo Dall’Orto, secondo le voci, percepisce uno stipendio «tre volte superiore al tetto di 240mila euro.

E anche la presidente
Monica Maggioni gode di un compenso che va "ben oltre" il tetto fissato.

"Vorrei che la trasparenza per i contratti oltre i 200mila euro fosse estesa anche ai conduttori che - aggiunge Brunetta - non è accettabile la demagogia a buon mercato che si fa in trasmissioni come L’Arena sui vitalizi dei parlamentari e poi non si sente l’esigenza di rendere pubblici i propri compensi. Mi piacerebbe che Giletti mi dicesse quanto guadagna: così scopriremmo che guadagna due o tre volte quello che prende un deputato e che Fazio guadagna 7-8, forse 10 volte di più, rispetto sempre ad un uomo che si occupa di politica".

Rai di tutto, di più. Soprattutto sui contri dei contribuenti. Noi.

Se avesse avuto un'arma mio marito sarebbe vivo"

Stefano Zurlo - Gio, 22/10/2015 - 08:00

Parla la vedova di Pietro Raccagni, il macellaio di Pontoglio ucciso l'anno scorso da una banda di albanesi. "Vaprio D'Adda? Troppo buonismo"

Era l'8 luglio dell'anno scorso. Federica e il marito erano a letto nell'abitazione di Pontoglio, in provincia di Brescia. All'improvviso i rumori, il cane che abbaia: i coniugi si alzano e scendono di corsa in taverna. Qui c'è l'incontro fatale con quattro rapinatori incappucciati che, si scoprirà poi, sono clandestini albanesi con una lunga scia di precedenti penali.

«Ho visto Pietro girare l'angolo, era davanti a me, l'ho perso di vista per un istante, poi ho sentito il colpo, è caduto all'indietro, ha battuto la testa, di fatto è morto in quel momento. A 53 anni. Ma vorrei chiarire che sono stati loro a colpirlo in modo selvaggio, sono stati loro ad assalirlo. Una persona deve potersi difendere se viene aggredita in casa sua».

La signora Raccagni interrompe per un attimo l'intervista, c'è da servire un cliente. Un minuto e la conversazione riprende: «Vede, in quei minuti terribili, anzi in quei secondi, non puoi calibrare più di tanto le tue reazioni: ti trovi faccia a faccia con uno che ti minaccia e, se hai la pistola, può essere che tu prema il grilletto. Non è per il gusto di uccidere, ci mancherebbe, anche a me spiace che il pensionato di Vaprio abbia ammazzato un ragazzo giovane, però quello non doveva entrare in casa sua. Le vittime devono essere tutelate e invece...».

La signora si concentra e riprende: «Siamo al paradosso che i quattro albanesi penetrati nella mia abitazione sono in carcere per omicidio preterintenzionale e vengono processati con il rito abbreviato che garantisce lo sconto di un terzo su un capo d'imputazione già morbido. Invece il pensionato di Vaprio d'Adda è indagato per omicidio volontario. Io capisco che si indaghi e si facciano tutti gli accertamenti, ma non è che uno, quando si trova davanti un tizio al buio, sta lì a fare ragionamenti come fosse a un convegno. No, agisce d'istinto, può sparare, se ha la pistola, può scappare, può reagire in altro modo, fare di tutto. Io mi sono messa a urlare davanti a loro, avrebbero potuto uccidere pure me».

È inarrestabile, Federica Raccagni: «Avesse avuto una pistola, chissà, forse mio marito si sarebbe difeso e sarebbe ancora qui. Meglio un cattivo processo che un buon funerale. E invece l'hanno ammazzato e adesso il loro avvocato sostiene che è stato un incidente e io non mi fido di questo Stato e temo di vederli presto liberi. No, io non voglio la vendetta, ma la certezza della pena. E sto con quei poveracci che hanno reagito, hanno risposto e magari hanno ferito o ucciso i ladri. Lo Stato capovolge i ruoli; sembra difendere più i ladri che le vittime, questo è inconcepibile, siamo arrivati all'incredibile: Ermes Mattielli è stato condannato a risarcire due nomadi che avevano tentato di derubarlo».

La macelleria di Erbusco era stata rinnovata da poco quando Pietro è andato incontro al destino. «È stata una mazzata - conclude la signora Raccagni - la nostra vita è stata sconvolta. Pietro era da trent'anni la colonna portante di questo negozio, adesso andiamo avanti noi: io, i miei due figli, due persone che ci aiutano. Ma è dura». La vedova si commuove, la voce s'incrina, questa volta parla a fatica, in bilico fra sentimenti diversi e contrastanti: «Dopo quello che è successo, avevo pensato di prendere il porto d'armi. Poi ho cambiato idea: che altro può capitarmi ancora? E comunque, se dovessi sparare, poi mi troverei in mezzo ai guai».


«Hanno ucciso mio marito Non meritano sconti di pena»

Luca Fazzo - Mar, 15/09/2015 - 08:27

Appello ai giudici della moglie del macellaio massacrato a Brescia. Oggi decide il gip

«Voglio smuovere le coscienze, voglio che la morte di mio marito non sia coperta dall'oblio.



Era un uomo felice e aveva tutto il diritto di vivere. Non voglio che i suoi assassini siano fuori in quattro o cinque anni». Sono passati quattordici mesi dalla notte che ha cambiato la sua vita. E stamattina Federica Pagani Raccagni sarà in tribunale a Brescia per presenziare all'udienza preliminare contro uno dei rapinatori che l'8 luglio 2014 fecero irruzione nella sua villetta di Pontoglio.

Pietro Raccagni venne colpito brutalmente con una bottigliata in testa: morì in ospedale dopo undici giorni di agonia. «Non so perché l'hanno picchiato, forse hanno avuto paura di una reazione. Ma lui non aveva fatto in tempo neanche ad alzare una mano. Lo hanno colpito, ma poi non si sono fermati. Con lui per terra che agonizzava e io che urlavo come una matta, hanno continuato a preoccuparsi solo di rubare la nostra automobile».

Oggi in aula davanti al giudice preliminare comparirà uno della banda, Ergren Cullhaj, che nei giorni scorsi in un interrogatorio davanti al pubblico ministero Claudia Marengola ha ammesso in parte le sue colpe; altri due della banda , i cugini Pjeter e Vito Lleshi, verranno processati con rito abbreviato il 30 ottobre; un quarto uomo, Erijon Luli, è ancora latitante. Dalla morte di Raccagni, insomma, è scaturito un percorso processuale complicato, al termine del quale Federica Raccagni teme che il gioco degli scaricabarile, ma soprattutto ilmeccanismo dei riti alternativi e degli sconti di pena porti gli assassini di suo marito a cavarsela con pene troppo blande rispetto all'enormità del loro delitto.

È una preoccupazione troppo precoce, visto che le udienze non sono ancora entrate nel vivo? «Purtroppo leggo i giornali e ascolto la televisione, so come vanno a finire altre tragedie simili e so come sta andando a finire la giustizia in Italia», dice la signora Raccagni. Per questo la vedova di Pontoglio e gli aderenti a gruppo che si è raccolto intorno a lei, e che oggi saranno in tribunale con la t-shirt «Io sto con Federica Raccagni», chiedono un intervento legislativo «per dare la certezza della pena»: «La nostra vita quella notte è cambiata per sempre, perché Pietro è stato ucciso davanti agli occhi miei e dei nostri figli. Ma gli unici a scontare l'ergastolo per adesso siamo noi».

«Vogliamo che il legislatore pensi alle vittime», dice la donna. Il tema è quello, più volte sollevato, dello sconto di un terzo della pena che la legge prevede per gli imputati che scelgono il rito alternativo: una misura introdotta per velocizzare la giustizia, ma che di fatto ha portato quasi all'abolizione dell'ergastolo.

Per limitare il ricorso a questa possibilità si è creato in Parlamento uno schieramento bipartisan: ma nella legge che esclude i delitti più gravi dagli sconti di pena, approvata in luglio dalla Camera e in attesa di passare al Senato, non è incluso l'omicidio a scopo di rapina. Se la legge venisse approvata nel testo attuale, Ergren Cullhaj e gli altri assassini di Raccagni continuerebbero a poter chiedere lo sconto: anche se la sera dopo avere compiuto l'impresa erano nel paese accanto ad assaltare un'altra villa.

Aiuta i ladri a ripulirgli casa per non essere arrestato

Emanuele Ricucci

Casi di illegittima inversione.
La notizia è stata riportata, proprio in queste ore, dall’agenzia ANSIA.

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La storia di eroismo civile arriva da Cazzate sul Meno, un serioso paesino in provincia di Italietta. La scorsa notte, come riportato dai Carabinieri, Martino Poveracci, 65 anni, originario di Mannaja, nell’entroterra siculo, avrebbe compiuto un gesto di rara civiltà. Intorno alle 3.42 di notte, Martino e sua moglie Franca Amarezza, 48 anni, si sarebbero accorti che sul balcone, al primo piano, due malviventi stavano per forzare la serratura della graziosa portafinestra che da accesso proprio alla loro camera da letto.

L’uomo, senza desistere e coraggiosamente, ha estratto da un cassetto la sua calibro 38 regolarmente detenuta e si è recato alla finestra aprendola, permettendo il comodo ingresso dei tre ladri nella sua abitazione. Successivamente, secondo la ricostruzione dei fatti, Poveracci si sarebbe recato al pian terreno della sua villetta a schiera ed avrebbe aperto la modesta cassaforte di famiglia contenente il suo diploma, la foto della sua Comunione, una pizza, un mandolino e un paio di baffi neri, oltre a una discreta quantità di preziosi.

Sarebbe stato a quel punto che Franca Amarezza, insospettita dall’accaduto, avrebbe tentato di chiamare i Carabinieri. Mentre i due extracomunitari, con alle spalle una lunga sequela di furti e rapine ed un ordine di allontanamento coatto dal territorio di Cazzate, si apprestavano ad andare in cucina per gustare ‘u pane ca’ salama precedentemente affettato per loro da Poveracci, l’uomo avrebbe fatto fuoco contro la moglie colpendola alla spalla destra ed impedendole di avvisare per tempo le forze dell’ordine.

Comunque giunte sul posto, dopo aver chiamato i soccorsi, hanno tratto in arresto la moglie di Martino Poveracci per illegittima difesa, nel tentativo estremo di aver fatto desistere il marito nel coadiuvare i malviventi durante la loro azione. Per lei, il magistrato, avvisato entro le ventiquattro ore dell’accaduto, parla di 6 anni di reclusione.

Per Poveracci, come ovvio, un bagno di solidarietà dalle istituzioni, che già propongono un encomio al loro coraggioso concittadino. “Ho soltanto cercato di fare il mio dovere. Non potevo rischiare di essere arrestato per il reato di legittima difesa, avrei gettato la vergogna sulla mia famiglia, non avrei mai potuto permettermi di passare per razzista”. Un plauso anche dal Premier Gianmatteo Senzi, che, saputo dell’accaduto, avrebbe detto: “Dopo numerosi casi di cittadini che hanno tentato di difendere, addirittura con armi regolarmente detenute, la loro famiglia, la loro casa, la loro dignità da malviventi notturni, ecco un esempio di alto senso civico, pacifico”

Curarsi in Gran Bretagna: ecco le falle del loro sistema sanitario

La Stampa
daniele banfi

Al congresso ESMO di Vienna il Paese è risultato il peggiore tra quelli dell’area Ovest. Assistenza sotto gli standard, risparmi, e carenza di personale alla base della situazione



I toni sono fin troppo allarmistici. Negli scorsi giorni l’NHS britannico, l’equivalente del nostro Sistema Sanitario Nazionale, è stato messo alla berlina dalla Care Quality Commission inglese. I risultati lasciano poco spazio alle interpretazioni: quasi tre quarti degli ospedali del Paese (il 74%) non offrono garanzie ai pazienti. L’assistenza è giudicata sotto gli standard, la politica dei risparmi sembra colpire anche servizi essenziali e il personale è spesso numericamente carente a dispetto del massiccio ricorso negli ultimi anni a medici e infermieri arrivati dell’estero. Ma è davvero così pericoloso farsi curare in Inghilterra? La realtà forse non è così tragica come viene dipinta.

INDICE DI SOPRAVVIVENZA AL CANCRO: TRA I PIÚ BASSI D’EUROPA
Al di là di alcune eccellenze di livello mondiale, in particolare sul fronte della ricerca, la crisi della medicina britannica sembra scritta nei numeri. Nelle scorse settimane al congresso ESMO di Vienna è stato presentato lo studio Eurocare 5, una ricerca che aveva come obbiettivo l’analisi nazione per nazione della sopravvivenza a lungo termine per vari tipi di tumore. Dalle analisi è emerso un quadro poco confortante per il Regno Unito: dei Paesi del blocco ovest, quelli tecnologicamente più avanzati, risulta essere il peggiore. Come si spiega questa situazione?

FORTI CONSUMI DI ALCOL E SIGARETTE, COME IN EUROPA DELL’EST
Come spiega il dottor Gian Marco Contino, scienziato italiano dell’MRC Cancer Unit presso la University of Cambridge, «già studi precedenti hanno dimostrato che nel Regno Unito la sopravvivenza a lungo termine risulta sotto la media in particolare per il carcinoma del rene, dello stomaco, per il tumore all’ovaio, del colon e del polmone. Sulla base di questi dati è lecito pensare che una parte del problema sia dovuto a fattori di rischio molto più simili all’Europa dell’Est -come ad esempio il forte consumo di alcol e il facile ricorso al fumo di sigaretta- rispetto all’Europa centrale».

IL MEDICO DI BASE É IL “FILTRO” PER L’ACCESSO ALLO SPECIALISTA
Attenzione però a non liquidare tutto con una questione di stili di vita. L’allarme lanciato dalla Care Quality Commision è reale e riflette un’oggettiva carenza dell’organizzazione del sistema sanitario. A salire sul banco degli imputati è il medico di base. Per come è organizzata la sanità inglese questa figura funge da importante filtro e unico controllore dell’accesso alla medicina specialistica. Una caratteristica che rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato il medico di base evita l’accesso a prestazioni inutili, dall’altro una sua “mancanza” può segnare il destino di una persona.

«Il sospetto è che con un sistema del genere -a differenza ad esempio di Italia e Stati Uniti dove è possibile rivolgersi direttamente allo specialista- la qualità possa risentirne. Alcuni analisti hanno infatti notato che la Danimarca (altro Stato sotto la media Europea dell’Ovest per la sopravvivenza al cancro -n.d.r-), che ha un sistema simile al Regno Unito, ha performance relativamente peggiori» spiega Contino.

BISOGNA CREARE STRUTTURE CHE CENTRALIZZINO LE CURE
Una situazione poco confortante che l’NHS ha ben presente. Non è un caso che in Inghilterra negli ultimi anni, proprio partendo da questi scarsi risultati, il sistema sanitario abbia cominciato sia una massiccia campagna di sensibilizzazione verso i medici sia l’estensione dei programmi di screening. 
Non solo, gli investimenti riguardano anche il campo della divulgazione del concetto di prevenzione in quanto, a differenza di quello che comunemente si pensa, l’Inghilterra è un Paese fortemente rurale. «Altro punto su cui ci si sta concentrando è la riorganizzazione delle strutture volta a centralizzare le cure. Meno centri ma più specializzati. Ciò permetterà di migliorare le performance chirurgiche e ottimizzare i costi.

Da risolvere invece rimangono alcuni problemi oggettivi relativi all’aggiornamento del parco macchine radioterapia, all’accesso a farmaci biologici e all’accesso alle cure specialistiche in presenza di centri di medicina di base sempre più carenti e sovraccarichi di incombenze burocratiche» spiega Contino. Problematiche che ben sono state descritte dal rapporto della Care Quality Commission.

IN GRAN BRETAGNA I DATI SONO REGISTRATI CON GRANDE MINUZIA
Di lavoro da fare dunque ce n’è molto. La Sanità inglese da quel poco che è stato raccontato sembra uscirne malconcia. C’è un però: il rigore inglese per i dati potrebbe essere la carta vincente per risollevare la situazione, almeno nella lotta al cancro. «Nel Regno Unito la qualità dei dati è eccellente. La sensazione è che in alcuni dei Paesi dove le performance relative alla sopravvivenza del cancro sono migliori ma i registri di bassa qualità, ci possa essere una sovrastima della sopravvivenza e delle qualità di cura» conclude Contino.

LE CURE PALLIATIVE SONO LE MIGLIORI AL MONDO
Meglio dunque essere consapevoli della strada da intraprendere che adagiarsi su dati che forse non rendono totalmente ragione della salute del sistema sanitario. Su un punto però la sanità inglese vince su tutto: nel Regno Unito la qualità e la diffusione delle cure palliative è stata valutata tra le migliori del mondo.

Twitter @danielebanfi83

Le prime fantasie di sterminio vennero a Hitler già nel 1919”

La Stampa
tonia mastrobuoni

Lo storico del nazismo Kellerhoff: «Antisemitismo ossessivo». Il “Mein Kampf” sarà ristampato a gennaio: «Ecco le sue bugie»



All’inizio degli anni Venti, Adolf Hitler era ospite fisso dei salotti di Monaco, dove i ricchi borghesi si divertivano ad ascoltare l’eccentrico austriaco abbaiare i suoi proclami antisemiti. Quando l’attenzione scemava, il tribuno di Braunau schioccava il suo frustino sugli stivali da cavallerizzo, per costringere famiglie come i Bechstein - quelli dei pianoforti - a non perdersi neanche una sillaba delle sue tirate contro gli ebrei «parassiti». I monacensi facoltosi adoravano quello strano politicante che indossava lisi completi blu e che da lì a poco avrebbe organizzato l’inquietante putsch nella capitale bavarese. E il suo odio viscerale, ossessivo per gli ebrei non li disturbava: «l’antisemitismo era molto diffuso, nella borghesia tedesca, ma anche in quella francese o austriaca, in quegli anni» ricorda Sven Felix Kellerhoff.

UN ODIO ANTICO
Nel 1919, sottolinea lo storico e giornalista tedesco, Hitler aveva già espresso in una lettera ad un soldato, Adolf Gemlich, il suo odio malato contro gli ebrei, evocando pogrom, discriminazioni per legge, allontanamenti. «Le fantasie da sterminio - argomenta Kellerhoff - sono già evidenti in quella lettera, ma anche in “Mein Kampf”», il delirante manifesto scritto in carcere nel 1924 e venduto 12 milioni di copie prima della fine della Seconda guerra mondiale. Kellerhoff ritiene «totalmente prive di ogni fondamento storico» le argomentazioni del premier israeliano Netanyahu: Hitler «sognava già di sterminare gli ebrei quando il Muftì di Gerusalemme non era neanche lì». L’antisemitismo ossessivo e la teoria dello spazio vitale per i tedeschi sono i due cardini del libro del Fuehrer, argomenta l’esperto di storia del nazismo.

Kellerhoff ha appena dato alle stampe un documentatissimo libro sulla bibbia dei nazisti: «“Mein Kampf”. Die Karriere eines deutschen Buches» (Klett-Cotta), alla vigilia di un evento storico. A gennaio dell’anno prossimo sarà pubblicata in Germania la prima edizione commentata del manifesto di Hitler, dopo ben 70 anni. Il libro non è mai stato vietato, ricorda l’autore: ne è stata proibita la ristampa, dopo la guerra (i diritti appartengono al Land Baviera).

«Un errore clamoroso - per Kellerhoff - perché ha alimentato miti e leggende false». In quasi 800 pagine il Fuehrer ha condensato un’opera «intellettualmente misera, piena di errori grammaticali, stilisticamente obbrobriosa, che pullula di insulti, falsi autobiografici - su cui sono inciampati persino biografi del calibro di Joachim Fest - e assurdità storiche». Kellerhoff ha le idee chiare sull’origine dell’antisemitismo di Hitler, ma smaschera il teorico del Terzo Reich anche su aspetti biografici assolutamente grotteschi.

MANIE DI GRANDEZZA
La frenesia agiografica dei nazisti ha distorto molti aspetti della vita di Hitler, cercando di confermare i deliri di «Mein Kampf». Kellerhoff ne elenca molti. Il primo è quello della giovinezza povera e disagiata a Vienna e Monaco. È vero che nella capitale asburgica Hitler visse momenti terribili, alla vigilia della Grande guerra, di fame e pernottamenti negli alberghi dei poveri. Anni in cui fu aiutato economicamente, peraltro, da alcuni amici ebrei. Ma la verità è che riusciva ogni mese a spendersi la pensione da orfano e i soldi della famiglia in un battibaleno. Un bamboccione, più che un bohèmien.

NESSUN EROISMO
Anche i racconti epici delle battaglie combattute nell’esercito tedesco durante la Grande guerra sono da ridimensionare. Il «battesimo di fuoco» di Hitler avvenne effettivamente nelle Fiandre. «Mein Kampf» non lascia spazio alla fantasia: pallottole che fischiano intorno alle orecchie del giovane Fuehrer, botti assordanti, un corpo a corpo micidiale e la battaglia che culmina in un coro che si leva dalle prime file, intona «Deutschland, Deutschland ueber alles», contagiando tutto il battaglione. Fantasie, secondo la ricostruzione storica: di fronte all’avanzata micidiale dei francesi, molti commilitoni si buttarono a terra fingendosi morti, il comandante gridò tre volte invano «all’attacco».

E Hitler? A giudicare dalle cronache, al suo solito posto: nelle retrovie. E fu la costanza - non l’eroismo - mostrata in quelle retrovie che gli valse poi la Croce di ferro. Medaglia di cui il Fuehrer parlò sempre con timidezza. Strano, si dirà. Ma il motivo è ovvio. Il luogotenente che aveva insistito per conferire una medaglia al merito al giovane Hitler, Hugo Gutmann, era ebreo.

Neganyahu

La Stampa
massimo gramellini

Ci sono giorni in cui mi domando perché gli ebrei d’Israele continuino a fidarsi di un incendiario come Netanyahu. Oggi è uno di quei giorni. L’uomo che occupa misteriosamente la poltrona che fu di giganti come Rabin e Golda Meir si è esibito in una specialità della politica nostrana: manipolare una disgrazia a fini di bottega per acquisire consensi attraverso l’odio. Solo che Netanyahu non è un Salvini qualunque. Avendo una sua cupa grandezza, ha scelto la Disgrazia con la maiuscola, l’Olocausto. Un materiale incandescente che ha maneggiato con stolida disinvoltura per sostenere che Hitler intendeva soltanto espellerli, gli ebrei, e fu indotto a bruciarli dal suggerimento del Gran Muftì palestinese che temeva il loro arrivo in Medio Oriente.

Lo sfondone storico è raccapricciante quasi come la tesi: il Führer e il Gran Muftì si conobbero alla fine del 1941, quando i campi di concentramento erano già operativi da un pezzo. Ma più raccapricciante ancora è il cinismo incosciente di chi utilizza la tragedia immane del proprio popolo per aumentare il carico di odio verso il nemico di oggi e, pur di riuscirci, è disposto ad alleggerire quello verso il nemico di ieri e di sempre, il nazismo che sterminò nonni e genitori dei suoi concittadini. Le precisazioni («non nego le responsabilità di Hitler») risultano patetiche. Il paradosso, ma anche l’unico raggio di luce in questa storia, è che a seppellire la boutade del primo ministro israeliano è stato il governo tedesco.

Lo sterminio degli ebrei e il suo concepimento sono opera esclusiva dei nazisti, ha ricordato a tutti. Si spera anche al signor Neganyahu.

Ora "spremono" anche i cani Tassa e biglietto sugli autobus

Gianpaolo Iacobini - Gio, 22/10/2015 - 08:18

In Alto Adige molti comuni pensano a un'imposta sul possesso. «Non è giusto che tutti paghino per loro»



Gli animali domestici pretendono diritti? Che paghino le tasse. Sarà l'esigenza di far cassa, sarà l'insana passione per la gabella, fatto sta che Comuni e società municipalizzate di tutta Italia si sono lanciati nella caccia al cucciolo, dando fiato alle trombe della tesi per cui ad ogni diritto corrisponde un dovere. Nel caso specifico, quello di pagare imposte e balzelli. Cani e gatti come fossero beni di lusso. E perciò padroni da spremere.

La proposta arriva da Bolzano e non è una novità, dato che proprio nella città altoatesina nel 2010 era stata partorita l'idea di introdurre una tassa di possesso di 50 euro ad esemplare, se di piccola taglia. Spingendosi fino a 150 se di medie o grandi dimensioni. All'epoca il tentativo naufragò sullo scoglio delle proteste dei cittadini e della Lav, uniti nel ricordare che - per dirne una - chi si prende cura di un cane strappandolo alla strada, o comunque accudendolo con amore, non grava sui bilanci di Comuni e Asl, contribuendo per contro a ridurre le spese di gestione sopportate dalla pubblica amministrazione nel settore del randagismo e della prevenzione veterinaria. Cinque anni dopo, il furore tassatorio riesplode e torna a riempire le cronache.

Il consorzio che riunisce i comuni della provincia bolzanina non ne fa mistero: «Non trovo giusto che la comunità paghi gli interessi di una fetta della popolazione finanziando le aree cani quando facciamo fatica ad istituire i servizi di trasporto scolastico», argomenta il vicepresidente dell'ente consortile, Alessandro Bertinazzo. Talmente fermo nelle sue convinzioni da non temere la provocazione: «Ultimamente avere un cane sembra una moda: bene, chi la sceglie può anche pagare qualche servizio per questa moda».

Di opposto parere, però, non solo le associazioni animaliste, ma anche Manuela Mescalchin, portavoce dell'Ufficio garante per i diritti degli animali: «Pensiamo a cosa possa voler dire chiedere 50 euro a cane per chi ne ha diversi. Ci sono altri modi per fare cassa, ad esempio iniziando davvero a punire i proprietari che non puliscono i bisogni dei loro cani». Quasi un suggerimento per gabellieri municipali in realtà per natura alquanto fantasiosi.

A Trieste, ad esempio, in questi giorni ferve il dibattito tra sindacati, azienda di trasporto ed enti locali sull'ipotesi di far pagare il biglietto dei mezzi pubblici pure a cani e gatti: la Provincia fa sapere di ritenere improponibile la cosa, ma la «Trieste Trasporti» conferma di aver avviato una riflessione sul punto. Un'altra amara trovata a spese degli amanti degli animali, però tutt'altro che originale. Men che meno inedita: a Milano sui mezzi Atm già pagano cani, gatti, uccelli.

E pesci e pulcini trovano posto (per gentile concessione gratuitamente) solo se di proporzioni tali da poter essere ospitati «in contenitori non più grandi di una scatola di scarpe», recita il regolamento. A Roma il ticket è obbligatorio, insieme alla museruola e, se si viaggia in metropolitana, purché si trovi posto nel primo o nell'ultimo vagone. A Napoli, invece, si sale a bordo soltanto biglietto alla zampa, ma fino a un massimo di due animali per vettura. Perché a volte non basta neppure pagare, per vedersi assicurare un diritto.