venerdì 23 ottobre 2015

Elogio della Gif, una (quasi) trentenne del web che fa innamorare tutti

Corriere della sera
di Marta Serafini | @martaserafini 

La storia della GIF (acronimo per Graphics Interchange Format) inizia nel lontano giugno del 1987. Fu allora che l’informatico Steve Wilhite inventò questo formato di immagini animate. Il prototipo era costituto da un aeroplano. O da immagini molto semplici come quella che potete vedere qua sotto.

Con il passare degli anni e con il diffondersi di internet la Gif si è evoluta sempre di più e oggi è uno degli elementi base della cultura digitale, amata anche da pubblicitari e da artisti, oltre che da nerd e smanettoni. La Gif (che si pronuncia Jif e non Gif, come di recente ha chiarito il suo inventore) ha avuto nel corso di questi 30 anni alti e bassi. Ma è sopravvissuta a tutto: a Vine, YouTube, Facebook, Twitter e Periscope. Anzi, negli ultimi mesi sembra essere entrata in una nuova fase. Quella commerciale.



E complice di questo rilancio sembra essere stato, manco a dirlo, Mark Zuckerberg. Quando in marzo, il fondatore di Facebook ha annunciato l’apertura di Messenger a nuove applicazioni, tra gli ultimi prodotti presentati c’erano proprio i tools per creare Gif animate da scambiarsi in chat. In testa a tutti Giphy, archivio per la creazione di immagini animate da mandare ai propri contatti. Il meccanismo è molto semplice: basta inserire il link del video dal quale si intende trarre l’immagine animata, e poi selezionare il punto del video che interessa. E stessa procedura si può seguire con le immagini. Tools predisegnati con occhi, occhiali e altri effetti grafici permettono di rendere il tutto
 più divertente




















A Menlo Park però non si sono inventati niente di nuovo. Altra applicazione molto utilizzata è Imgur. Creata da Alan Schaaf, 27enne inserito da Forbes tra i giovani under 30 di talento della Silicon Valley, offre immagini gratuite a milioni di utenti ogni giorno, paradiso degli amanti dei meme e, manco a dirlo delle Gif. La cosa più facile da fare infatti – se si amano le Gif – è mettersi a cercare. Basta poco impegno e se trovano di meravigliose.



Altro paradiso dell’immagine animata è Tumblr, piattaforma di microblogging, dove si trovano account dedicati solo a questo formato. I film d’epoca, le clip tratte da Harry Potter e da South Park. Ma anche i profili di artisti e graphic designer che postano i loro lavori. Ce n’è per tutti i gusti. Compresi i profili che propinano ancora gattini. Manco, a dirlo, i pubblicitari stanno utilizzando questo formato per proporre brevi spot su Twitter, Facebook e Instagram, spesso privilegiando la Gif, a fronte di altri formati preconfezionati dai colossi tech come Vine, il cui concetto di base è lo stesso (brevi filmati da diffondere in rete) ma che fanno più fatica a decollare.

Il segreto della Gif è infatti solo uno: l’ironia. Che sia artistica, cinematografica, pubblicitaria, disegnata o realizzata con filmati preconfezionati ha un unico obiettivo: far riflettere strappandoci un sorriso, come questa realizzata da Stefano Guerrera di “Se i quadri potessero parlare”.



Attenzione però a pensare che anche questo formato non sia stato contaminato. Il mercato del porno ha sfruttato le Gif rivolgendosi soprattutto al pubblico femminile: riproporre in loop una stessa breve scena, secondo gli “esperti”, permette a chi la guarda di sentirsi coinvolto senza distrarsi lasciando spazio alla fantasia. Morale il “microporno soft” spopola tanto quanto le Gif sportive (rivolte chiaramente a un pubblico più maschile). In questo caso sono le azioni di basket, calcio, hockey (o di qualunque altro sport) a fare da padrone. Entrambi i filoni però soffrono di censure: il primo perché le piattaforme social bloccano i contenuti porno e il secondo perché viola molto spesso le severissime regole dei diritti sportivi.



Insomma, tra alti e bassi la Gif dopo quasi trent’anni (un’eternità per internet) resiste ancora. E anzi sembra essere più in forma che mai.  Tanto che alcuni network televisivi e molti giornali le usano per diffondere i propri contenuti giornalistici. Segno che non si può proprio fare a meno di lei.

Orlandi, la vedova De Pedis esulta per l’archiviazione: «É un bel giorno» Il fotografo: «Pessimi magistrati»

Corriere della sera

Fabrizio Peronaci

L’ex amante di «Renatino» lo aveva accusato (da morto) dell’omicidio di Emanuela. Ora Carla, moglie del boss ucciso, attacca la rivale e accusa anche il procuratore aggiunto Capaldo. Intanto Marco Accetti, il reo confesso non creduto, continua ad autoaccusarsi



«É una bella giornata», esulta la vedova del boss De Pedis, che poi copre di insulti l’antica rivale e attacca chi ha indagato sulla banda della Magliana. «Non ci arrendiamo, vogliamo verità. Andremo in Cassazione», rilancia Pietro, il fratello della ragazza scomparsa. «Pessimi magistrati», accusa il fotografo appena prosciolto, che al contrario voleva essere processato. «Gli indizi erano insufficienti.

Il materiale investigativo accumulato non ha mai acquistato un sufficiente grado di coerenza, precisione e concordanza», chiosa il giudice Giovanni Giorgianni, che si è assunto la responsabilità del verdetto. Dopo oltre 32 anni, è dunque calato il sipario. L’inchiesta su uno dei gialli più famosi del Novecento - il rapimento della figlia del messo pontificio di Karol Wojtyla, finita in un torbido intrigo che mobilitò le cancellerie di mezzo mondo, chiamò in causa il terrorista turco Agca e fu inquadrato nei bagliori della Guerra Fredda poi vinta, da protagonista, anche dal pontefice polacco - si è conclusa con un nulla di fatto.
Dopo Pasolini e Majorana, è il terzo fallimento
Il gip Giovanni Giorgianni ha deciso l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983, e di quella (collegata) di Mirella Gregori, il 7 maggio dello stesso anno, e il contestuale proscioglimento dei sei indagati: da Sabrina Minardi, l’ex amante di «Renatino» De Pedis che ha alzato il velo sulla presunta partecipazione della banda della Magliana, a Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autoaccusato del sequestro, sostenendo di aver agito per conto di una fazione ecclesiastica contraria alla politica anticomunista di papa Wojtyla; da monsignor

Pietro Vergari, a lungo rettore della basilica di Sant’Apollinare (dalla quale nel 2012 fu rimossa la salma dello stesso De Pedis) a tre elementi minori della «mala», tra i quali Sergio Virtù, l’autista di «Renatino». L’archiviazione consegna dunque ai libri di storia (che in taluni casi già ne parlano) il più famoso dei cold case italiani. L’inafferrabile enigma della «ragazza con la fascetta» va ad aggiungersi agli altri sui quali la magistratura romana ha di recente alzato bandiera bianca: dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini (1975) alla scomparsa del fisico Ettore Majorana (1938).

Il boss della Magliana «Renatino» De Pedis, ucciso nel 1990
Il boss della Magliana «Renatino» De Pedis, ucciso nel 1990
Capovolgimento di ruoli
Il giorno dopo, commenti e valutazioni degli interessati aiutano a capire i possibili sviluppi della vicenda. La reazione più gridata, per molti versi sorprendente considerato il basso profilo di solito tenuto dai congiunti della gente di malavita, proviene da Carla De Pedis, la vedova di «Renatino», che cadde a Roma nel 1990 sotto una pioggia di pallottole, in un regolamento di conti interno alla banda della Magliana.

Il «Dandi» di «Romanzo criminale», nell’inchiesta Orlandi-Gregori, era stato chiamato in causa da morto, come responsabile dell’omicidio di Emanuela, dalla sua ex amante Sabrina Minardi, che sostenne di averlo visto buttare un sacco con il corpo della quindicenne in una betoniera. «Questa dovrebbe essere una bella giornata anche per gli Orlandi - scrive Carla De Pedis su una pagina Fb da lei frequentata da tempo, intitolata “Vogliamo la verità su Emanuela Orlandi!”, in un singolare capovolgimento dei ruoli -. Finalmente un Giudice (qualcuno lo cercava a Berlino... invece era vicino) cestina tutta l’immondizia. Non badando neanche alla differenziata. La cestina e basta».

Sabrina Minardi, ex amante di De Pedis, in una foto di molti anni fa
Sabrina Minardi, ex amante di De Pedis, in una foto di molti anni fa
«Vado direttamente da Pignatone»
Fin qui l’omaggio al gip Giorgianni, scettico sulla pista della gang capitolina. Poi parte la bordata a Giancarlo Capaldo, il procuratore aggiunto che, al contrario, aveva creduto nella responsabilità di ambienti della banda della Magliana, e alla fine è stato estromesso dall’indagine dal suo superiore, il procuratore Giuseppe Pignatone. «Ma come si faceva a credere ad una Minardi, tossicodipendente e prostituta, che è stata sempre interrogata dalla polizia e che, anche dopo indagata, Capaldo ha continuato ad interrogarla senza la presenza di un avvocato... Già questo - incalza la vedova De Pedis, oggi pensionata dell’Istituto case popolari di Roma - dovrebbe far pensare che qualcosa non quadra».

Felice per la «riabilitazione» postuma del marito boss, insomma, la signora si lascia andare e bacchetta il suo «grande nemico» a Palazzo di Giustizia, addebitandogli presunte condotte irregolari. In coda all’invettiva, poi, la De Pedis ne ha anche per l’altro superteste, il fotografo che ha parlato di una guerra all’ombra del Vaticano, ed esterna la sua stima per Pignatone. «Non mi pronuncio su Accetti perché a me i romanzi di fantasia non piacciono... Finalmente è finita. Stavolta, se si continua, nonostante tutto, vado direttamente dal Procuratore Capo... Visto che la nebbia si è diradata».
Il fratello: «Mi appello ancora al Papa per la verità»
Pietro Orlandi in una manifestazione per chiedere verità su sua sorella Emanuela
Pietro Orlandi in una manifestazione per chiedere verità su sua sorella Emanuela

Diametralmente opposta, segnata da delusione e rabbia, la reazione di Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela da sempre in prima linea nel chiedere «verità e giustizia» alle autorità vaticane, in quanto sua sorella è ancora a ogni effetto cittadina della Santa Sede (non è mai stata chiesta la dichiarazione di morte presunta). «Non ci arrendiamo, rinnovo l’appello a Papa Francesco perché ci possa aiutare ad arrivare alla verità.

Valuteremo con i nostri legali le azioni da intraprendere, anche il ricorso in Cassazione», ha commentato Orlandi. «Con questa archiviazione - ha aggiunto - non vogliono chiudere un’inchiesta, ma una vicenda. C’è la volontà di qualcuno di non far emergere la verità. Non hanno vergogna con questo atteggiamento. A molti fa comodo questa archiviazione. Come famiglia - ha concluso - cercheremo di tenere sempre alta l’attenzione. Comunque è imbarazzante l’atteggiamento del Vaticano, che considero la mia famiglia. È un vicenda che li riguarda e per primi dovrebbero pretendere verità».
L’avvocato: «Novità dal processo per calunnia e autocalunnia»
Marco Fassoni Accetti, 59 anni
Marco Fassoni Accetti, 59 anni

Anche Giovanni Luigi Guazzotti, avvocato difensore di Marco Fassoni Accetti, ritiene che il giallo non possa essere considerato chiuso: «La decisione del gip non ci ha sorpreso, in quanto ricalca in pieno l’impostazione già letta nella richiesta di archiviazione della Procura - ha detto -. La giustizia, tuttavia, non si può arrendere davanti al dovere di ricercare la verità, anche dopo molti anni, specie di fronte a una vicenda delicata e ricca di implicazioni storico-politiche come questa. Sono persuaso che nel prossimo procedimento per calunnia e autocalunnia a carico del mio assistito - ha aggiunto Guazzotti - possano emergere elementi di grande rilievo, capaci persino di portare alla riapertura del caso Orlandi».
«Non hanno neanche verificato la tomba della Skerl»
Katy Skerl, uccisa il 21 gennaio 1984 a Grottaferrata:  un altro giallo irrisolto
Katy Skerl, uccisa il 21 gennaio 1984 a Grottaferrata: un altro giallo irrisolto

Attraverso il suo blog, è infine intervenuto lo stesso Fassoni Accetti, che ha criticato le motivazioni del gip su 4 aspetti: l’intercettazione nel 1997 «della telefonata con la mia ex convivente, nella quale la stessa nominò la Orlandi», liquidata come «ininfluente in quanto la mia convivente interrogata dalla Procura dichiara di non ricordare affatto la sua frase»; la «patetica considerazione che nella mia famiglia vi sia chi mi consideri ossessionato dalla vicenda Orlandi, senza comprendere come questi hanno mentito»; la mancata verifica da parte della magistratura del «più che probabile trafugamento della bara della Skerl», la giovane uccisa nel gennaio 1984 (secondo il memoriale depositato in Procura) dalla fazione opposta alla sua, per ritorsione contro il sequestro di Emanuela a Mirella.

«Verosimilmente non si vuole controllare tale fornetto - aggiunge Fassoni Accetti - in quanto confermerebbe il mio reale coinvolgimento, e verrebbe anche meno l’accusa di protagonismo, nel momento che periziando i materiali con cui è stato rinchiuso il loculo, si potrebbe accertare che tale operazione è stata effettuata dieci anni fa. Un periodo troppo lungo per l’attesa di una persona smaniosa di apparire». Ultimo punto, le chiamate in Vaticano e alla famiglia Orlandi: «E’ sufficiente ascoltare e confrontare “ad orecchio” la mia voce con quella delle registrazioni per comprendere come io sia il maggiore telefonista». Il teste non creduto sintetizza così:

«Leggendo la sentenza di archiviazione, si evince che tale giudice ha ripreso le argomentazioni di parte della Procura, senza aggiungere del suo. Non è affatto riportato poi il pensiero del Dott. Capaldo, in netta contrapposizione a tale assunto». Conclusione: «Pessimi magistrati per un popolo distratto».

La mamma del parà caduto in Afghanistan: “Non incontrerò Mattarella”

Annarita Lo Mastro - Gio, 22/10/2015 - 20:42

Annarita Lo Mastro, mamma di David Tobini, il paracadutista della Folgore mortò in Afghanistan, ha deciso di non partecipare all'inaugurazione del monumento dedicato a tutti i caduti organizzata da Mattarella: "Le mancanze istituzionali hanno offeso la memoria di mio figlio"

Pur ringraziando il Presidente Mattarella di questo pensiero verso i caduti, ho deciso di non partecipare, il prossimo 4 novembre, all’inaugurazione del monumento a tutti i caduti.

Molti mi hanno chiesto il perché ed è giusto dare risposte a chi, fino ad oggi mi ha affiancata, con affetto solidarietà e partecipazione pratica. Ho deciso (ma questo, ripeto, è un mio pensiero che non esclude né giudica quello di altri), di non partecipare a queste manifestazioni di "ricordo". Ho udito ed assistito a mancanze istituzionali che, per quel che mi riguarda, hanno offeso la memoria di MIO FIGLIO.

Ho udito sermoni. Ho udito i "mi dispiace"... ma di questi ne sono pieni i cimiteri! Ho udito silenzi dove un nome aveva il diritto di essere nominato. Ho "sentito" rumori di porte chiudersi sulla mia faccia. Mio figlio non "ha" ricevuto ciò Gli spettava. Ho visto paragonare un morto ai vivi. Ho stretto mani e mi sono sforzata di dare fiducia pur sapendo che non ne avrei tratto alcun segno.... Mi sono sentita rimbalzare come una pallina da ping pong.... Ho aspettato risposte da mail mai ricevute così come da quelle AR.

Ho letto falsi cordogli dimenticati un attimo dopo. Ho visto costruire una tomba dove solo i miei occhi assistevano a questo orrore. Ho visto porre onori che non chiamerei onori. Ho sentito rumori di telefoni che chiudevano comunicazione...mi sono tanto sentita umiliata! Non ho visto purtroppo morire mio figlio. Non ho potuto salutarlo. Non ho potuto baciarlo..... ma questo pensiero che tutti i giorni minuti mi accompagna non sfiora altre "menti".

Dopo 4 anni mi sono chiesta perché ancora la mia presenza dopo queste risposte o meglio non risposte. Forse mio figlio non approverebbe più...Lo sento "suggerire" altre vie per poter combattere un sistema che mi ha offesa o, meglio, lo ha offeso. Ho capito di aver perso la cosa più importante. L’unica cosa vitale della vita: UN FIGLIO e le "parole" e la mancanza di fatti hanno confermato quello che nessuno capirà e non può nemmeno cercare di capire. Detto ciò un caro saluto a chi comprenderà e mi affiancherà con quei soliti graditi gesti d’affetto. Io rompo le "righe". Mi ritiro nei miei "alloggi" e non dirò SISIGNORE!!!!!

Ho visto indifferenza dove la verità non può parlare. Spero che questo mio messaggio apra le porte di un accoglienza più sana a molti altri.

Anna Rita, la madre di quel David espostosi più volte incurante della sua incolumità pur di coprire fianco amico. Classificato secondo "criteri" con Medaglia Argento al Valor Militare.

Io, profugo, cacciato via dai preti"

La Repubblica
di Fabrizio Gatti - foto di Massimo Sestini per l'Espresso

Io, profugo, cacciato via dai preti 
L'inchiesta shock di Fabrizio Gatti

Fabrizio Gatti in piazza San Pietro - foto di Massimo Sestini Ventidue porte sbattute in faccia da parte di parroci, religiosi e monasteri. È l'esperienza vissuta in tre settimane da un profugo curdo, sopravvissuto allo Stato islamico, che chiedeva un letto per qualche notte, non per sempre, dove poter far dormire la moglie e i due bambini piccoli.

Ma il profugo era un giornalista de “l'Espresso”: Fabrizio Gatti racconta così, nell'inchiesta di copertina di questa settimana, come sacerdoti e religiosi abbiano completamente ignorato l'appello di papa Francesco. A inizio settembre «in preparazione all’Anno santo della misericordia» il pontefice ha chiesto un gesto concreto affinché parrocchie, monasteri, comunità religiose e santuari d'Europa ospitino una famiglia di profughi

Gatti, con il nome di Ibrahim Bilal, già usato dieci anni fa nell'inchiesta da infiltrato “Io, clandestino a Lampedusa" , ha percorso 5.372 chilometri attraverso Italia, Francia, Svizzera e Germania. In Italia il viaggio-inchiesta, oltre a Roma, ha toccato Piemonte, Valle d'Aosta, Friuli, Alto Adige e il santuario di Loreto nelle Marche. L'inviato de “l'Espresso” ha chiesto aiuto per sé, sua moglie e due bambini piccoli ventitré volte. E per ventidue volte gli hanno risposto di no. Oppure gli hanno detto che serve l'autorizzazione della polizia: come se per praticare la parola di Cristo fosse oggi necessario il nullaosta della questura. Altri hanno alzato semplicemente le spalle e l'hanno cacciato. È tutto documentato nelle immagini che il giornalista ha girato con una telecamera nascosta.

Porta chiusa perfino al Centro Astalli, l’istituzione romana per i rifugiati gestita vicino all’Altare della Patria dai gesuiti, l’ordine da cui proviene papa Bergoglio. Bilal non aveva documenti italiani. «Noi siamo un’associazione che collabora con il Comune di Roma», ha risposto l'operatore, «non possiamo accettare clandestini. Non troverà mai un posto per dormire. È un fantasma». Dimostrando così, come negli altri casi, che quanti non sono ancora in regola con i documenti o sono in transito verso il Nord Europa vengono lasciati sulla strada.

Soltanto un sacerdote, don Rodolfo, parroco a Pré Saint Didier in Valle d'Aosta, ha aperto la sua casa a Bilal e ha trovato un luogo dove ospitare la sua famiglia.

I crimini dei richiedenti asilo? Censurati "per la pace sociale"

Nadia Muratore - Ven, 23/10/2015 - 08:00

Forze dell'ordine invitate a non diffondere le generalità dei rei Si vuole garantirne la riservatezza, ma così si discriminano gli italiani

Il politicamente corretto imbavaglia le forze dell'ordine e crea disparità tra i cittadini. Almeno per quanto riguarda la divulgazione di certe informazioni di reato.



Se infatti la prassi vuole che siano le stesse forze dell'ordine a fornire agli organi di stampa la notizia di un'indagine che ha portato alla denuncia o all'arresto di una persona, questo non accade quando il responsabile del reato è un richiedente asilo. Se il fatto di cronaca non è eclatante e può «passare in sordina», allora la notizia viene taciuta. Censurata. Così, se a rubare o a spacciare stupefacenti è un cittadino italiano, l'indagine diventa di dominio pubblico, con tanto di riferimento alle generalità del reo.

Diverso invece è il trattamento se chi delinque ha in tasca una richiesta di status di rifugiato. Il perché è presto detto: interpretando alla lettera la legge sulle disposizioni in materia della richiesta di asilo - che rientra nel Testo Unico dell'Immigrazione - una persona che si trova nello «status» di richiedente dev'essere tutelata. Basandosi sul presupposto che chi chiede protezione in uno Stato diverso dal suo ritiene di essere in pericolo di vita, renderne pubbliche le generalità e il luogo di residenza, potrebbe mettere a rischio la sua incolumità in Italia e anche creare dei problemi di sicurezza alla famiglia, che magari è rimasta nel Paese di origine. Un riserbo che viene mantenuto anche se il richiedente è coinvolto in una operazione di polizia.

Ci troviamo quindi di fronte a un garantismo all'ennesima potenza che può anche essere comprensibile, ma che di fatto porta ad una disparità di trattamento tra italiani e rifugiati, accolti in Italia e in attesa di essere regolarizzati. Una disparità di trattamento che viene giustificata osservando che, in uno Stato di diritto come è quello italiano, nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio.
Per questo le forze dell'ordine sono invitate a non divulgare notizie di operazioni di polizia in cui vi siano coinvolti dei richiedenti asilo. Cosa che però non avviene quando a essere arrestato è un cittadino italiano. Considerando che la maggior parte dei profughi, una volta sbarcati sulle coste italiane, inoltrano la richiesta di asilo, è facile immaginare quanto è alto il numero di persone che possono godere di questo «scudo» che altri invece non posseggono.

«Non esiste una norma scritta che imponga di non divulgare la notizia - precisa Giovanni Pepè, questore di Cuneo -, si tratta semplicemente di una direttiva politica basata sul buon senso. Vengono cioè usate delle precauzioni in più nel caso in cui ad essere arrestato sia un rifugiato, solo perché rivelare il suo luogo di residenza, potrebbe mettere a repentaglio la sua incolumità e quella della sua famiglia. Sarà poi la Commissione territoriale che valuta le richieste a stabilire se il fatto di essere stato arrestato e magari un'eventuale condanna, possa determinare la non accettazione della richiesta».

Una maggior precauzione che però non viene applicata in altri casi. «Si, è vero - conclude il questore - quando non siamo di fronte a un richiedente asilo, la notizia viene divulgata, spesso subito dopo la convalida dell'arresto, con tanto di iniziali ed età». Eppure ogni cittadino dovrebbe essere uguale davanti alla legge e per tutti dovrebbe valere la regola dell'essere innocenti fino al terzo grado di giudizio. «Non esiste una circolare interna in cui viene richiesto di non rendere note le indagini se l'arrestato è un richiedente asilo - spiega un sindacalista torinese - ma ci viene caldamente suggerito, per non aumentare la tensione e allarmare maggiormente l'opinione pubblica, già esasperata dai disagi e dalla diffidenza dei profughi che hanno invaso le nostre città».

La polizza assicurativa che Marino voleva stipulare prima di dimettersi

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Il 7 ottobre il sindaco voleva proteggersi dai danni legati all’incarico con la compagnia del Comune. La doppia versione del Campidoglio e la spiegazione dell’Adir



Le sorprese, col sindaco (dimissionario) Ignazio Marino, davvero non finiscono mai. A dieci giorni dal termine per ritirare le dimissioni, infatti, emergono altre due vicende: da una parte la boutade di un rilancio di Marino con una giunta «giubilare». Dall’altra la polizza assicurativa chiesta dal sindaco il giorno prima di annunciare le sue dimissioni.

La prima questione è politica: Marino ha fatto arrivare a Luca Lotti e Matteo Orfini il messaggio che sarebbe pronto a varare una «giunta di salute pubblica», fatta di tecnici, che gestisca l’Anno Santo. Nomi? Alcuni personaggi della politica romana, tipo Amedeo Piva, uomo pd, una vita nel sociale, che anche il sindaco di destra Gianni Alemanno voleva come consulente. L’ipotesi della «giunta giubilare» viene accolta al Nazareno con un’alzata di spalle: «Nessuna giunta Marino bis, ipotesi non in campo. Per noi è una vicenda chiusa».
Nel modulo ha risposto «no» a possibili richieste di risarcimento
La seconda sorpresa, invece, attiene tutta al sindaco che il 7 ottobre, 24 ore prima di annunciare le dimissioni (protocollate poi il 12), invia una richiesta di polizza assicurativa alla società «Assicurazioni di Roma», partecipata dal Comune. Quel giorno, definito non a caso «il più lungo» per il sindaco, Marino alle nove e mezza di sera «posta» su Facebook il messaggio sulle sue note spese: «Ho deciso di regalare alla città i ventimila euro spesi in rappresentanza». Il giorno dopo, 8 ottobre, Marino capitola. Giorni tremendi, di grande tensione emotiva, quelli per i quali — ha detto ieri il cardinal Agostino Vallini — «il Signore ci chiederà conto».

Eppure, proprio in quelle ore, il chirurgo dem — che si vanta spesso di poter stare «venti ore in sala operatoria» — ritrova la sua lucidità, prende la penna col famoso inchiostro verde e firma una polizza da 1.700 euro che lo copra fino a 5 milioni di eventuali danni erariali provocati all’amministrazione. Nel modulo c’è anche una domanda: «Le persone assicurande o il proponente sono a conoscenza di circostanze che potrebbero dare luogo a richieste di risarcimento?». Marino, sicuro, barra la casella «No», anche se da giorni impazza lo «scontrini-gate».
Marino aveva rifiutato per tre volte di firmare quella polizza
Non è l’unico elemento singolare della vicenda, però. Perché Marino cerca una scialuppa di salvataggio proprio in quella società che avrebbe voluto liquidare perché i costi, secondo lui, non erano in linea col mercato. Liquidazione prevista entro dicembre 2015, ma rinviata a luglio, tanto che a settembre parte l’iter per il rinnovo delle «coperture assicurative» di Roma Capitale. Il sindaco, tra questi rinnovi, non c’è per una scelta precisa: volendo liquidare la mutua assicuratrice, Marino per ben tre volte si rifiuta di sottoscrivere la polizza che gli viene proposta. Fino, appunto, al 7 ottobre. Il problema, però, è che la pratica del sindaco si incaglia. La direzione tecnica rinvia tutto al cda e il board, riunitosi l’altro ieri, mette all’ordine del giorno (è il sesto punto) la «Copertura assicurativa Rc patrimoniale prof. Ignazio Roberto Marino: delibere conseguenti». Ma anche qui, arriva lo stop.
Il rifiuto del cda dell’Adir, la questione è «congelata»
La questione viene «congelata», in attesa di capire se Marino rimarrà sindaco. La versione del primo cittadino è un’altra: «Il sindaco — il virgolettato spedito dal suo ufficio stampa — non ha alcuna assicurazione contro eventuali richieste di danni per atti compiuti nel suo ruolo. Il modulo è stato compilato, ma poi il sindaco ha deciso di non dare seguito alla richiesta e non ha predisposto alcuna procedura di pagamento». Il Corriere fa presente al portavoce di Marino che le cose non stanno proprio così e dopo 40 minuti, sempre dal Campidoglio, arriva via mail la dichiarazione del presidente di Adir Vincenzo Sanasi D’Arpe: «Per una interrotta catena delle informazioni, il cda non era a conoscenza della rinuncia espressa. La polizza è stata discussa solo nel quadro di una più ampia informativa».

23 ottobre 2015 | 07:27

Scandalo gay, il gigolò collaborava con la onlus fondata da un cardinale

Corriere della sera

Fabrizio Peronaci

Sebastiano F., superteste secondo il dossier consegnato alla S. Sede, appare sulla sua pagina Facebook con alti prelati e personaggi dello spettacolo. «Mi avevano dato la delega per le operazioni in banca. Mi occupavo di prelievi, versamenti e bonifici»



É arrabbiatissimo, specie con un canale tv che in cambio di un’intervista, sostiene, gli aveva promesso «un aiuto umanitario». É partito da Roma e tornerà al momento giusto, «se il cardinale Vallini mi chiamerà e dovrò testimoniare ancora». Sebastiano F., il gigolò di 55 anni citato nel dossier che ha fatto esplodere lo scandalo nell’ordine dei carmelitani scalzi, non smette di sorprendere. Dopo aver messo a verbale gli incontri avuti a Villa Borghese con un alto prelato della Curia generalizia dei padri devoti a Santa Teresa d’Avila, va oltre e rivela di intrattenere, da oltre quattro anni, contatti frequenti con ambienti del Vaticano, non per ragioni scabrose, ma in quanto collaboratore di un ente benefico.

«Io conosco un sacco di gente importante, ma proprio tanta...», giura, con aria a metà tra l’allusivo e il minaccioso. Le sue dichiarazioni (assieme a quelle di un altro gay di 54 anniche nel frattempo si è allontanato anche lui dalla capitale), sono al vaglio delle autorità della Santa Sede: il fascicolo sui rapporti intrattenuti da padri carmelitani con «adulti vulnerabili» (come li hanno definiti 110 parrocchiani nella lettera inviata il 13 luglio anche a papa Francesco) è nelle mani del cardinale vicario Agostino Vallini, che ha appoggiato il trasferimento in altre città dei religiosi coinvolti (almeno due), ma adesso, a scandalo deflagrato, potrebbe patrocinare provvedimenti più drastici, come la radiazione e la riduzione allo stato laicale.
La prova sul social network
«Io, fino a che non è esploso lo scandalo, collaboravo con una onlus importante, gestita da sacerdoti, che si occupa di solidarietà e opere meritevoli. Di me si fidavano al punto che mi hanno dato il potere di firma. Sono delegato di cassa: mi sono occupato di fare versamenti, prelievi, bonifici. Non ci credi? Controlla, sto parlando del Credito Artigiano. La banca si trova in via della Conciliazione, all’angolo di un palazzo».

La nuova rivelazione è questa: uno dei due testimoni del torbido affaire, protagonista di notti mercenarie e clandestine nei viali a luci rosse, alla luce del giorno, a quanto pare, era riuscito ad accreditarsi al punto da operare come un fedelissimo impiegato, dentro e fuori le Mura leonine. «É attraverso questa associazione - aggiunge Sebastiano F. - che ho conosciuto non solo alti prelati, ma tanti personaggi del mondo dello spettacolo. Basta vedere su Facebook, ma in fretta, non vorrei che mi facessero un boicottaggio. In questi giorni qualcuno molto in alto si è preoccupato e mi ha telefonato, chiedendomi di cancellare le fotografie».
In posa dentro le Mura Leonine
La verifica risulta piuttosto facile. Individuata sul social network la pagina gestita da Sebastiano F., immediatamente balza agli occhi la fotografia orizzontale in alto: lui, in vesti di benefattore, è al fianco di un noto attore, protagonista di serie tv di successo, e di un prelato con il pizzetto bianco. L’immagine più piccola, in basso a sinistra, fornisce anche una precisa collocazione spaziale: l’uomo, con un giubbotto e una maglia scuri, è immortalato all’interno dello Stato pontificio.

Appare in primo piano di fronte alla targa con su scritto «Farmacia vaticana», sotto alla quale è affisso un cartello giallo con un avvertimento che, alla luce dell’accaduto, suona beffardo: «Attenzione. Area sottoposta a videosorveglianza». Sebastiano F., il gigolò di Villa Borghese protagonista del caso che, giorni fa, ha indotto papa Francesco a un pubblico e accorato intervento («Chiedo perdono per gli scandali di Roma e in Vaticano»), evidentemente nel perimetro delle sacre mura si sentiva a suo agio, tranquillo. Non temeva di essere ripreso da telecamere o di essere controllato dalle guardie svizzere.
Al fianco di sacerdoti e showgirl
E’ scorrendo le altre immagini della pagina Facebook che il giallo della onlus risulta più chiaro. Oltre alle fotografie che lo ritraggono con un cardinale, un monsignore e altri ecclesiastici, sempre in situazioni pubbliche, ci sono scatti di Sebastiano F. assieme a una showgirl bionda che gli cinge la vita, a una mora altrettanto famosa e procace, all’interno di un negozio di souvenir, a un ex parlamentare esperto in materia criminale e a un noto imitatore televisivo.

Proprio quest’ultima immagine svela l’arcano: il manifesto ben distinguibile alle spalle, con il nome dell’associazione benefica nata su ispirazione di un cardinale, chiarisce infatti che Sebastiano F. si trovava a una serata di beneficenza, o a una cerimonia analoga, in un clima festoso e cordiale. Nessuno tra i convenuti, in tonaca e non, poteva immaginare che quel signore magro con gli occhiali e il viso scavato, scherzoso e benvoluto, fosse depositario di segreti tanti esplosivi.

23 ottobre 2015 | 08:09

Lo Stato sta con i ladri

Alessandro Sallusti - Mer, 21/10/2015 - 07:00

Un 65enne spara e uccide un criminale che si è intrufolato in casa sua durante la notte. E la Procura lo accusa di omicidio volontario, alla faccia della legittima difesa

Più che perdere tempo a riformare il Senato, i nostri legislatori dovrebbero mettere mano velocemente al codice penale.

Che oggi, se applicato senza buon senso da magistrati burocrati, manda in galera chi difende se stesso e i suoi cari dall'assalto di ladri e rapinatori. L'ultimo episodio è di ieri. Vaprio d'Adda, periferia milanese. Un pensionato di 65 anni dorme nella sua villetta a tre piani. Con lui c'è la moglie, al primo piano figlio, nuora e nipotino.

Sente dei rumori, impugna la pistola regolarmente detenuta. Fa per uscire e nel buio del corridoio si trova davanti un uomo. Spara e colpisce l'intruso, un romeno di poco più di vent'anni. Due complici fuggono dopo che lui spara in aria altri due colpi. Un solerte pm lo incrimina prima di eccesso di legittima difesa, poi di omicidio volontario. Pena prevista: da 21 anni all'ergastolo, salvo attenuanti.
Non so voi, ma io penso che quell'uomo aveva il diritto di sparare e ha fatto bene a farlo. Ha percepito un pericolo di vita imminente per sé e per i suoi cari, non poteva accertarsi in sicurezza se gli aggressori fossero armati o no. La cosa, per altro, è irrilevante.

Decine, se non centinaia di volte, queste bande di criminali hanno massacrato di botte, ferito o ucciso con coltelli magari recuperati in casa chi ha provato a opporsi all'intrusione. Non c'è nessun nesso tra il grado di pericolo reale ricostruito a tavolino dalla polizia scientifica e quello percepito durante una aggressione. In una frazione di secondo quel pensionato doveva decidere se mettere al sicuro la vita di sua moglie, suo figlio e suo nipotino. Lo ha fatto e oggi ha tutta la nostra solidarietà. Meglio un brutto processo di tre bei funerali, con tanto di autorità in prima fila a piangere lacrime di coccodrillo.

Non provo alcuna pietà per chi di notte entra nelle nostre case. Anche a ladri e rapinatori possono capitare incidenti sul lavoro. Quello che non deve capitare è che lo Stato stia dalla loro parte e si accanisca contro chi è costretto, proprio per le lacune e l'incapacità dello Stato stesso, a difendersi da solo.

Perché Sanremo è Sanremo

La Stampa
massimo gramellini

Se un dipendente pubblico dichiara di essere in ufficio senza esserci commette un reato. Ma se a dichiarare il falso sono in duecento, quasi la metà della forza lavoro del Comune di Sanremo, la strisciata collettiva di cartellini taroccati che cosa diventa? Una prassi. La costituzione non scritta di questa repubblica fondata sul livore per le ruberie altrui, ma dove si ruba pacificamente ovunque, mica solo all’Anas. La repubblica delle BanAnas. Per farne parte occorre avere la faccia come il badge. Come il vigile che timbra il cartellino in mutande e scompare nella nuvola dei fatti suoi. Come lo stakanovista della canoa che si segna lo straordinario e poi va a pagaiare, e magari si lamenta dei politici senza nemmeno essere attraversato dal sospetto di appartenere a una casta anche lui.

Come il funzionario animato da nobili intenti educativi che manda la figlia a timbrare al posto suo e la povera fanciulla, volenterosa ma inesperta, striscia quattro volte il cartellino prima di imparare a truffare lo Stato. Come l’impiegata che passa nella macchinetta il proprio badge e quello di un paio di amiche con la naturalezza di chi oblitera il biglietto della metropolitana, mentre i colleghi in coda dietro di lei fingono di non vedere o si accingono a fare lo stesso.

La malattia è talmente diffusa che i malati non sanno più di esserlo e i medici stanno peggio di loro. Forse qualche licenziamento in tronco potrebbe rinfrescare la memoria a tutti quanti. Perché Sanremo è Sanremo, cuore pop dell’Italia intera, ma se le telecamere nascoste venissero piazzate su qualsiasi altro palco del Belpaese lo spettacolo non sarebbe più allegro. 

Se il bruto viene da lontano la stampa «dimentica» di dirlo

Magdi Cristiano Allam - Dom, 02/08/2015 - 23:05

Sui media una pesantissima cappa di "politicamente corretto" nella trattazione della realtà degli immigrati. Così agli italiani è preclusa la conoscenza della verità

Leggiamo insieme i titoli di due fatti di cronaca di queste ultime ore. «Torpignattara. Aggredita sul pianerottolo mette in fuga lo stupratore. 

L'aggressore arrestato grazie all'identikit fornito dalla vittima». Solo leggendo l'articolo scopriamo che la vittima è una ragazza italiana di 29 anni, mentre lo stupratore è un clandestino afghano di 24 anni. «Fiuggi. Violenza di gruppo in casa famiglia. Arrestati un 16enne e due 17enni. Vittima un'operatrice della struttura». Solo leggendo l'articolo scopriamo che la donna stuprata è un'italiana di 48 anni, mentre gli stupratori sono tre clandestini egiziani.

L'indicazione di non segnalare la nazionalità o la religione di chi delinque rientra nell'impegno sottoscritto dai giornalisti italiani (Federazione Nazionale della Stampa Italiana e Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti) nella «Carta di Roma», firmata nel 2011, con una madrina d'eccezione, Laura Boldrini, all'epoca portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. È nella «Carta di Roma» che si accredita la mistificazione della realtà, vietando ad esempio di usare il termine «clandestino», che giuridicamente connota lo specifico reato di chi si introduce illegalmente all'interno delle frontiere nazionali, e di sostituirlo con il termine neutro di «migrante» o «richiedente asilo».

Ebbene questa pesantissima cappa di «politicamente corretto» nella trattazione della realtà degli immigrati, fa sì che agli italiani sia preclusa la conoscenza della verità, così come si impongono loro delle scelte in contrasto con i propri interessi. Quanti italiani sanno che rispetto ad una presenza complessiva di 5.364.000 immigrati in Italia, pari al 7,1% della popolazione residente, la presenza degli stranieri nelle nostre carceri è invece di circa 22mila detenuti, pari a circa il 35% della popolazione carceraria?

Quanti italiani sanno che l'80% dei crimini commessi dagli stranieri è perpetrato da clandestini o irregolari? Quanti italiani sanno che, considerando che per l'Osapp (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), un carcerato costa quanto un deputato, ovvero 12mila euro al mese, il costo complessivo dei detenuti stranieri ammonta a circa 264 milioni di euro al mese, ovvero 3 miliardi e 168 milioni di euro all'anno?

Quanti italiani sanno che, anche limitandoci a considerare gli 80mila clandestini ospitati nei centri di accoglienza a spese nostre, con un costo giornaliero pro-capite di circa 40 euro, significa che complessivamente noi spendiamo 3.200.000 euro al giorno, che al mese diventano 96 milioni di euro, che all'anno diventano 1 miliardo e 152 milioni di euro, solo per l'alloggio, il vitto, le sigarette e la ricarica telefonica?

Quanti italiani sanno che considerando che nel 2014 sono sbarcati circa 180mila clandestini e che nel 2015 ne sono già arrivati quasi 57mila, complessivamente 237mila, e calcolando che nei centri di accoglienza ce ne sono 80mila, anche tralasciando le decine di migliaia di clandestini che sono sbarcati negli anni scorsi, significa che almeno 157mila clandestini sono scomparsi nel nulla? Quanti italiani sanno che solo al 5% dei clandestini viene riconosciuto lo status di rifugiato, e ciò significa che il 95% dei clandestini che abbiamo generosamente accolto con i nostri soldi sarebbe dovuto essere bloccato alla frontiera?

Ebbene riscattiamo la verità prima che gli italiani insorgano legittimamente per questo crimine che stanno subendo. Chiamiamoli correttamente clandestini e diciamo basta ai clandestini!

Pensionati italiani, la grande fuga in Portogallo

La Repubblica
ETTORE LIVINI

Un paradiso esentasse, 800 euro sono una fortuna. Ecco perché in migliaia lasciano lo Stivale

Pensionati italiani, la grande fuga in Portogallo

LISBONA. Italia addio. La pensione vado a godermela - se possibile esentasse - all'estero. Lo Stivale non è più un paese per vecchi. La vita costa troppo, gli assegni previdenziali non sono quelli di una volta. E da un paio d'anni, silenzioso ma imponente, è scattato l'esodo oltre frontiera dei nonni tricolori. Nel 2014 hanno fatto la valigia in 5.345, il 64% in più dell'anno precedente. Molti sono partiti per Tunisia, Romania o Bulgaria, i Bengodi low-cost dove 800 euro al mese pagati dall'Inps sono una mezza fortuna. L'ultima moda è però un'altra: la caccia alle Cayman della terza età. Quei paesi - il più gettonato è il Portogallo - dove lo stipendio mensile, come in un paradiso offshore, si incassa al lordo. Senza pagare un euro all'Agenzia delle entrate.

Le Cayman della terza età. Remo Romandini, ex bancario di San Benedetto del Tronto, è uno di questi profughi fiscali. E i suoi conti li ha fatti per bene. "Sono separato, ho 67 anni, due figli che lavorano fuori dall'Italia e tanta voglia di ricominciare una nuova vita", racconta. Qualche mese fa ha preso il mappamondo, consultato centinaia di siti di consulenza all'espatrio, fatto 3 settimane di visita in loco. E alla fine ha deciso: "A inizio 2016 vado a vivere a Sesimbra, mezz'ora da Lisbona, su un promontorio che pare Portofino.

Pagherò 300 euro d'affitto per un bilocale fronte-mare, 10 euro per mangiare ottimo pesce al ristorante". Ma soprattutto vedrà la sua pensione crescere dalla sera alla mattina - del tutto legalmente - del 30%. "Quanto prendo non glielo dico - sussurra con pudore - ma confesso che solo di Irpef risparmierò 15mila euro l'anno". Come dire che ogni mese, grazie alle generose agevolazioni del fisco portoghese, si troverà in tasca 1.250 euro in più.

Il trucco c'è e si vede. L'Europa delle tasse è tutt'altro che unita. Google & C. pagano aliquote da prefisso telefonico in Irlanda e Olanda. Cipro, Malta e Lussemburgo difendono con i denti il loro status di paradisi fiscali. E in questa battaglia erariale tutti contro tutti, il Portogallo è diventato l'Eldorado degli ultrasessantenni. Le regole sono semplici: basta vivere 183 giorni l'anno nel paese, assumere lo status di "residente non abituale" et voilà, il gioco è fatto: per dieci anni la pensione è esentasse. L'Inps l'accredita lorda, come previsto dagli accordi bilaterali. E l'erario locale non effettua alcun prelievo.

L’officina dove i treni del passato tornano a splendere. E a viaggiare

Corriere della sera

di Laura Guardini

Il turismo dolce, la riscoperta di scorsi nascosti e sapori tradizionali funziona anche in treno. E si fa su carrozze d’epoca trainate da locomotive altrettanto storiche



Ci sono il «Treno del sale e del pesce» (da Cagliari a Carbonia) e la «Trasiberiana d’Italia» (da Sulmona a Isernia): sono i «Binari senza tempo» che la Fondazione Fs, nata nel marzo 2013, sta rilanciando: il turismo dolce, la riscoperta di scorsi nascosti e sapori tradizionali funziona anche in treno. E si fa su carrozze d’epoca trainate da locomotive altrettanto storiche: «È la nostra scommessa per offrire giornate di cultura, gusto e relax raggiungendo località che in macchina sarebbero troppo lontane e scomode», dice l’ingegner Luigi Cantamessa, direttore della Fondazione. E se al museo di Pietrarsa (Na) c’è il cimelio più prezioso – la locomotiva Bayard del 1839 – , Milano Centrale ha accolto nel capannone della storica Squadra Rialzo (aperto nel 1931 insieme alla stazione) «non un museo ma una vera officina, dove locomotive e carrozze vengono restaurate».
Viaggio nel tempo
Luigi Cantamessa
Luigi Cantamessa

Ecco, quindi, lungo un viaggio a ritroso nel tempo, la locomotiva a vapore che ha appena compiuto cent’anni e domenica 25 mattina partirà da Milano per Cremona (il programma di tutti i viaggi proposti dalla Fondazione si trova sul sito www.fondazionefs.it), i Centoporte che accompagnarono i gli italiani fin dagli anni Trenta, i treni dell’emigrazione dal Sud verso le industrie del Nord, i vagoni di lusso degli Anni Venti, il primo Pendolino, i treni destinati al trasporti pendolare del primo dopoguerra. È la storia del Paese e dei suoi viaggi, che hanno cucito Nord e Sud.

Il vecchio deposito treni, dove le carrozze facevano il tagliando 
Il vecchio deposito treni, dove le carrozze facevano il tagliando 
Il vecchio deposito treni, dove le carrozze facevano il tagliando 
Il vecchio deposito treni, dove le carrozze facevano il tagliando 
I ferrovieri in pensione
«Non è raro – racconta Cantamessa – che sia necessario richiamare in servizio anche ferrovieri pensionati per rifare pezzi su misura, recuperare certe tappezzerie, certi velluti. Questo turismo ferroviario è cultura, gusto della nostra storia che offriamo dal Lazio alla Sicilia, in Puglia, Emilia, Toscana e altre regioni ancora: e il grande successo che stiamo registrando è la conferma di quanto incontri il favore degli italiani». E quando non sono usati per escursioni lungo itinerari più o meno storici, i treni sono spesso richiesti sul set di film e video pubblicitari: ultimi in ordine di tempo, la vaporiera del 1915 e il Frecciarsossa 1000 protagonisti (nella milanese Stazione Centrale) della pubblicità delle patatine San Carlo 1936.

23 ottobre 2015 | 09:00

Staccare i caricatori dal muro fa risparmiare?

Corriere della sera

di Alessio Lana

Un piccolo test risponde definitivamente all'annosa questione: il consumo c’è, ma è irrisorio



È ormai un'abitudine consolidata lasciare il caricabatterie di smartphone, tablet e computer attaccato alla presa. In molti pensano che non succeda nulla, se è staccato dal dispositivo, questa la loro tesi, allora non consuma energia. Altrettanti sono dell'opinione opposta. Chi ha ragione? La risposta arriva da un test condotto dal sito How To Geek: alla base c'è Kill-A-Watt, un dispositivo da una ventina di euro che si collega alla presa e controlla quanta energia stiamo usando. Lo scopo è rendersi conto dei propri consumi per limitarli.
Le prove
Una volta montato il dispositivo, la risposta arriva subito: dopo aver attaccato i caricatori di iPhone, iPad e MacBook, di tablet e smartphone Android e infine di un Pc Windows, un Chromebook e perfino quello del Nintendo 3DS, il Kill-A-Watt è perentorio. Sul suo display il consumo è zero. Non arriva neanche un cenno e i cristali liquidi rimangono bloccati sul numero «0,0». Di Watt sprecati neanche l'ombra. Insomma, i caricatori non consumano niente?

In realtà no, perché il test è proseguito. Anziché attaccarli uno a uno, gli autori del pezzo hanno pensato di connettere al dispositivo una ciabatta e collegarvi più caricatori contemporaneamente. Nello specifico quelli di un iPhone 6, un iPad Air un MacBook Air, un Surface Pro 2, un Chromebook e un Nexus 7. E qui sì che arriva la risposta. Il Kill-A-Watt in questo caso registra un lieve cambiamento, mostrando la cifra di 0,3 Watt. Ed ecco la dimostrazione che volevamo: i caricatori anche se sconnessi dai dispositivi consumano energia anzi, la sprecano, visto che va tutta dispersa.
Il verdetto
A questo punto, però, quanta costa? Rifacendoci all'esperimento, sappiamo che sette caricatori consumano 0,3 Watt. Vale a dire che lasciandoli attaccati per ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, 365 giorni l'anno, assorbono in totale 2,628 kilowattora di energia. Calcolando che in Italia il prezzo dell'energia varia tra i 0,20 e i 0,40 euro per kilowattora, quei sette caricatori ci costano tra i 52 centesimi a un euro l'anno. Insomma, possiamo dormire tutti sonni tranquilli: i fautori dei caricatori che consumano hanno ragione mentre chi pensa che non cambia nulla potrà sostenere che la spesa è davvero minima.

@AlessioLana
22 ottobre 2015 (modifica il 22 ottobre 2015 | 19:22)

Il diesel pulito non è mai esistito, ci hanno preso in giro. Parola d’esperto

Marcello Foa



Lo scandalo Volkswagen è verosimilmente solo la punta dell’iceberg e riassume in sè diversi paradossi. Ne ho già parlato su questo blog. Nel frattempo emergono altri particolari. A essere al corrente della truffa delle emissioni sarebbero stati addirittura almeno 30 manager, secondo Der Spiegel, dal che si deduce che si trattava di un’operazione di cui il vertice era pienamente consapevole.

images VW

Niente male per un gruppo chiudeva i suoi spot con lo slogan Das Auto. Qualche burlone l’ha subito ribattezzato Gas Auto. E in fondo è la fine che tocca a chi si lascia inebriare dal successo: quando inizi a credere di essere superiore a tutto e a tutti, la superbia ti tradisce. E l’inimmaginabile accade. Poco più di un anno fa Volkswagen annunciava risultati record a 11,7 miliardi e Repubblica titolava: Non c’è crisi per Volkswagen

Oggi viene sommersa dalle cause, al punto che c’è da chiedersi se la sua sopravvivenza non sia in discussione. Il nuovo Ceo ha ammesso che gli accantonamenti per 6,5 miliardi saranno sufficienti solo per il richiamo e la messa a punto dei veicoli, mentre azionisti e consumatori annunciano cause miliardarie: per 4o miliardi dai primi, per una cifra che supererà i 50 miliardi i secondi attraverso class action nei diversi Paesi.

Il rischio è che si tratti di stime per difetto. Può un’azienda, per quanto grande, sostenere passività di questo tipo, considerando che sia la cifra d’affari che gli utili correnti sono destinati a crollare? Chi pagherà alla fine? Qualcosa mi dice che il conto lo salderanno, almeno in parte, i contribuenti tedeschi, che sono azionisti, attraverso uno o più aumenti di capitale oppure, se la situazione dovesse precipitare, con salvataggi diretti, come quelli a favore delle banche, pochi anni fa. Perché è indubbio che VW sia too big to fail.

Ma non è di questo che volevo parlarvi, la bellezza di questo blog è rappresentata dalla reattività e dalla competenza di molti dei suoi lettori. L’altro giorno uno specialista del settore, di cui non citerò nè il nome nè la nazionalità per ovvi motivi di confidenzialità, mi ha mandato una mail. E’ una persona che si occupa di gas di scarico e di motori diesel per aziende del settore. Riporto alcuni brani della sua lunga e molto interessante lettera:

Nel 2000 gli standard euro 3 richiedevano 500 mg/km e questi venivano raggiunti con piccole correzioni sulle mappature motore, ovvero le mappature delle centraline motore avevano punti di minima emissione in corrispondenza del range di funzionamento del protocollo di omologazione (NEDC). Il ciclo di guida su banco a rulli previsto dal protocollo di omologazione europeo prevedeva condizioni di funzionamento motore (velocità’, carico) molto favorevoli (bassa velocità’ motore, basso carico o accelerazione veicolo), ed era ispirato alle prove motore stazionarie, da cui derivava.

Gli standard Euro 5 richiedevano 180 mg/km e un ciclo NEDC modificato un po’ meno favorevole. Oggi sappiamo che queste venivano superati con un dispositivo software che cambia la mappatura durante il ciclo di prova (defeat devices). Inoltre i limiti da rispettare dopo la omologazione Euro 5 sono fissati a circa 500 mg/km e non sono previste modalità’ di misura e verifica.
Gli standard euro 6 richiedono 80 mg/km. Secondo test indipendenti (precedenti allo scandalo) su cicli guida reali siamo invece 7 volte sopra questi limiti, quindi ancora 500 mg/km. Anche sulle orme Euro 6 sono definiti limiti da rispettare dopo l’omologazione.
Qui la regolamentazione si fa complessa e frammentaria, e limiti di 180-140 mg/km non sono ancora in vigore. Per fare una sintesi diciamo che dal 2008 si discute in commissione dei limiti Euro 6 e quello che sappiamo e che non sono previsti limiti identici a quelli dell’omologazione.
Sappiamo inoltre che era prevista una correzione delle modalità’ di test, già prima dello scandalo. La correzione si chiama test RDE (Real Drive Emission) ed e’ stata approvata a luglio 2015 dalla commissione, ma anche questa non definisce i valori di riferimento.

In america, le norme Tier II/bin5 richiedono 50 mg/miglia, ovvero 30 mg/km, e cicli di prova più simili alle condizioni di guida reali. Se moltiplichiamo i limiti delle emissioni per quante volte i motori Volkswagen superno questi limiti, troviamo ancora il valore di 500 mg/km.
Insomma: tutti sapevano che i parametri fissati dalla Ue erano irrealistici e che le norme sugli euro 5 ed euro 6, che avrebbero dovuto salvare i nostri polmoni, in realtà non servivano a nulla. I diesel inquinano come negli anni duemila. Era propaganda.
Non finisce qui, leggete cosa scrive il mio competente lettore:
Ma ci sono altre evidenze per dimostrare che tutti sapevano.
I protocolli OBD americani sono stati introdotti per monitorare il corretto funzionamento dei catalizzatori benzina. Il costruttore deve garantire il corretto funzionamento del sistema motore/scarico e quindi, sostanzialmente, che le emissioni non peggiorino durante il ciclo vita veicolo. La polizia può’ connettersi alla presa OBD sotto il volante della vettura e leggere parametri ed errori.
La versione europea del protocollo OBD per i motori Diesel non ha introdotto nessun parametro specifico per il monitoraggio delle emissioni. Sullo stesso protocollo (e presa diagnosi) le officine dei costruttori possono monitorare i propri parametri (interni, non normati da regolamentazione europea). Per fare un esempio, se un filtro particolato e’ saturo, questo viene evidenziato sullo strumento di diagnosi di officina della Volkswagen, non sul protocollo OBD standard. Quindi, ad esempio, Volkswagen potrebbe riportare i parametri che vuole (sono parametri interni, non corrispondenti ad unita’ fisiche) e decidere di non attivare la spia per cambiare il filtro particolato.
Il punto è: siamo sicuri che si tratti solo di Volkswagen? Io da tempo sostengo di no… Dovremmo chiederci come mai è stata colpita solo Volkswagen. Domanda che per ora resta senza risposta. Il lettore, però, non si ferma qui e scrive:
Sintesi: i motori e gli impianti di iniezione non sono cambiati, sono tutti common-rail con le stesse caratteristiche, piccole variazioni tecnologiche principalmente orientate a tirare fuori più coppia e potenza dagli stessi motori. Le emissioni sono sempre dell’ordine di 500 mg/km per i gas NOx. Nessun costruttore può raggiungere i valori americani senza catalizzatori SCR su cicli reali senza pregiudicare la potenza o aumentare le emissioni di particolato (si’ questa ‘ una legge della combustione, se nella calibrazione motore diminuisco gli NOx che sono dannosi in america, aumento il particolato che e’ dannoso in europa!).
Il problema di questa vicenda e’ naturalmente politico. Le tecnologie automotive europee sono estremamente evolute ma anche mature. Abbiamo spinto i motori al limite delle possibilità’ di controllo, con tolleranze micrometriche sugli iniettori e stadi di potenza che controllano dischi piezoelettrici in decine di microsecondi. Nonostante questo, il motore diesel rimane uno dei principali inquinanti delle nostre citta’.
Le implicazioni politiche sono chiare. Ci siamo legati dal punto di vista industriale e politico al sistema tedesco che e’ capace di difendere i propri leader fino al paradosso, come più’ volte evidenziato dai suoi articoli su temi diversi. In questo scandalo abbiamo tutte le evidenze che l’Europa ha fatto le scelte sbagliate e noi le abbiamo passivamente condivise. .
Come dargli torto?

Gioco d'azzardo: niente reato se non c’è fine di lucro

La Stampa

La Corte d’Appello di Caltanissetta condanna per esercizio di giochi d’azzardo il titolare di un pubblico esercizio e il titolare della sua ditta fornitrice, rimproverando ai due imputati di aver modificato la scheda di funzionamento degli apparecchi, sostituendo i giochi per cui erano predisposti con altri giochi d’azzardo.

I condannati ricorrono in Cassazione, precisando che la somma trovata negli apparecchi predisposti al gioco non era il premio per le eventuali vincite, ma il prezzo delle singole partite. La Suprema Corte (sentenza 40512/15) ha ritenuto fondato il ricorso. Gli Ermellini hanno ribadito un orientamento costante secondo cui è necessaria la prova che ci sia stato effettivamente il gioco e che l’apparecchio automatico sia potenzialmente utilizzabile a fini di lucro.

Per la Cassazione, il fine di lucro c'è se il giocatore ottiene vantaggi economicamente rilevanti; esso dunque deve essere parametrato in relazione al giocatore e non al gestore dell’esercizio ove siano situati gli apparecchi automatici. Gli Ermellini hanno evidenziato come non si possa ritenere sussistente il fine di lucro soltanto perché l’apparecchio automatico riproduce un gioco vietato, dovendosi desumere tale fine da svariati elementi indiziari, quali l’entità della posta, la durata delle partite e la tipologia dei premi conseguibili.

La Suprema Corte ha inoltre rinvenuto un vizio di motivazione nella pronuncia della Corte d’Appello, la quale ha esclusivamente operato un richiamo al ritrovamento, nelle gettoniere, di una somma di denaro piuttosto modica e compatibile, in assenza di diversi riscontri, con il ricavato delle giocate degli utenti. Ha aggiunto che non sono stati approfonditi elementi quali la durata delle partite o la tipologia dei premi erogabili e come la manomissione della scheda degli apparecchi integri il reato di frode informatica, non contestato nel caso. La Cassazione, perciò, ha annullato con rinvio la sentenza impugnata.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

comunicato stampa

orang

Oggi, in molte città d'Italia, la Lega Nord si mobilita per esprimere la propria solidarietà al pensionato Francesco Sicignano, vittima di un "sistema Italia" che non tutela la proprietà privata e che anzi indaga un cittadino per "eccesso di legittima difesa", solo e soltanto per aver difeso la propria famiglia da un delinquente.

Di fronte ad una giustizia che non tutela i cittadini perbene, anzi, permette ad un delinquente, già condannato e in capo al quale vi è un atto di espulsione del 2013,di continuare a delinquere, la Lega Nord della provincia di Livorno chiede che l'Amministrazione comunale riconosca la cittadinanza onoraria al Sig.Francesco, come atto di solidarietà e a tutela della della libertà di ciascun cittadino a non veder violata la propria intimità, la propria casa e i propri affetti!

Non possiamo più permetterci di lasciare così indifesi i nostri concittadini!!

Lo Stato deve garantire la sicurezza degli abitanti, mentre sempre più assistiamo ad una giustizia che indaga sulle vittime e lascia liberi gli aggressori!!

Alessandro Scipioni