domenica 25 ottobre 2015

Ius soli, Chaouki contro il centrodestra: "Attaccato perché contamino la razza"

Sergio Rame - Dom, 25/10/2015 - 13:20

Il deputato Pd contro i partiti che criticano lo ius soli: "Accuse razziste, di ispirazione fasciste". E se la prende con la Lega: "Non confonda il razzismo con il legittimo dibattito politico"

"Mi indicano come esempio di contaminazione rispetto alla purezza del sangue italiano".



Intervistato da Repubblica Khalid Chaouki va all'attacco. Non ammette che Forza Nuova si opponga allo ius soli che la sinistra ha recentemente approvato alla Camera. "Ho ricevuto anche alcuni insulti su Facebook - si lamenta il deputato piddì - è un salto di qualità. Non è la prima volta che ricevo offese razziste, ma stavolta viene esposta la mia persona. Dimostra la crescita dell’estrema destra".



Chaouki sposta lo scontro sul piano verbale, e non più politico. Lo fa per traghettare lo ius soli al Senato dove i numeri sono più ballerini. "Sono uno dei cosiddetti immigrati di seconda generazione - spiega il deputato piddì - dimostriamo il cambiamento del nostro Paese. E agli occhi di tanti sono un simbolo di integrazione e cittadinanza, che interpreto in Parlamento". Poi passa alle accuse: "Per qualcuno, invece, rappresento una minaccia alla pseudo razza italiana".

Il deputato piddino dice di essere disposto ad accettare il dibattito sulla cittadinanza, ma chiede di porre limiti "di fronte ad accuse razziste, di ispirazione fasciste". "Quindi anche i partiti di centrodestra devono mostrare unità trasversale - conclude Chaouki - questa dovrebbe essere la sfida di alcune forze, come la Lega: trasformarsi in un partito che non confonde il razzismo con il legittimo dibattito politico".

La passione maniacale di Filippoper fare di Aurora il pennino perfetto

La Stampa
federico taddia

Nella fabbrica torinese di stilografiche il segreto per essere i migliori è la cura dei dettagli



«Scrivi seguendo l’istinto: voglio vedere come impugni la penna e qual è il tuo segno. A seconda della leggerezza e dell’inclinazione della mano individuo il pennino ideale per la tua grafia, quello che trasforma il gesto in un puro piacere». Un vecchio banco in legno. Un kit di stilografiche da provare. La sensazione di essere a scuola, sotto gli occhi attenti ed esperti del signor Filippo.

«Lui è il nostro sarto, l’artista che ti cuce addosso il pennino che esprime la tua identità», afferma, mentre se lo coccola con gli occhi, Cesare Verona, vulcanico e visionario amministratore di «Aurora», azienda simbolo da 130 anni nel campo della scrittura. Fondata a Torino nel 1919, dopo il bombardamento del 1943 nella sede storica di via Basilica, lo stabilimento si sposta in una ex filanda a ridosso dell’Abbazia di Stura, luogo di culto ora diroccato ma un tempo meta di pellegrini in cammino sulla via Francigena.

Una storia legata a Torino
Diecimila metri quadrati che nel dopoguerra hanno fatto la storia della manifattura italiana, con centinaia di dipendenti e un indotto che coinvolgeva oltre duecento aziende del territorio e dava da mangiare a quattromila famiglie. E dove nasceva la mitica «Auretta», la prima stilografica con il serbatoio d’inchiostro finita negli astucci di milioni di scolari. «Oggi i tempi sono cambiati - spiega Cesare, quarta generazione dei Verona alla guida dell’azienda.

Per sopravvivere bisognava cambiare: abbiamo ricevuto proposte di delocalizzazione da Cina, Polonia, Slovenia, Svizzera e Argentina. Ma la nostra scelta è stata un’altra: restare. Ho fatto issare una bandiera con il tricolore all’ingresso della fabbrica e siamo diventati ambasciatori del bello e dello stile italiano nel mondo. Puntando su prodotti di alta gamma e sul mercato straniero, che ieri rappresenta il 3% del nostro fatturato, attualmente ha raggiunto il 52% ma l’obiettivo è fissato all’88%».

Azienda al femminile
E tra i 50 dipendenti, di cui il 75% donne, che oggi lavorano in «Aurora», gestendo in un affascinante mix di sapiente manualità e utilizzo di sofisticate apparecchiature le oltre 200 operazioni che servono per fabbricare una penna stilografica, c’è Filippo Loghero, 50 anni, responsabile dei pennini, del montaggio e della scrittura. È lui che trasforma lamine d’oro a 14 o 18 carati, o di acciaio per le linee più economiche, in punte adatte ad ogni pugno.

È lui, inoltre, che cura la manutenzione e la riparazione dei pezzi da collezione. Ed è sempre lui che fa l’ultima prova di scrittura prima della spedizione, per assicurarsi che il risultato finale sia impeccabile. «Sono entrato in Aurora nel 1989. Subito dopo le scuole medie ho iniziato a lavorare, prima in un’azienda artigiana che produceva attrezzature biomediche e poi in un’industria che lavorava nel settore automobilistico.

Sentivo però il desiderio di un cambiamento, avevo anche iniziato le scuole serali per prendere un diploma. Durante un passaggio in auto un collega mi ha parlato di questa fabbrica alle porte di Torino, mi sono proposto e mi hanno assunto. Il primo impatto è stato straniante: non ero abituato a convivere con così tante donne. Ho sempre avuto un fortissimo rispetto nei loro confronti, e per anni si sono arrabbiate con me perché riuscivo a rivolgermi a loro solo dando del “lei”. Mi hanno insegnato tantissimo: la sensibilità, la caparbietà e l’apertura».

Senso di appartenenza
Curiosità e senso di appartenenza al marchio, l’attitudine a smontare qualsiasi macchina e a rimontarla più performante di prima, la voglia di sperimentare sempre e comunque e la ricerca di una soluzione per ogni tipo di problema. E poi quel pennino, cuore e anima della stilografica. «Ho toccato tutti i reparti e quindi conosco ogni segreto di questo oggetto. Sono pignolo e testardo, e prima di insegnare una cosa ai miei colleghi voglio saperla fare io. Ed è quello che succede con il pennino: seguo ogni passaggio, per raggiungere il miglior risultato possibile». Sono 18 le fasi principali per realizzare il pennino, attraverso una decina di macchine. Ma quello che fa la differenza, come sempre, sono i dettagli.

«Il momento fondamentale è la saldatura dell’iridio, un metallo duro che determina il grado di scrittura. Nelle penne standard è una piccola biglia, che a seconda della posizione determina il tipo di linea, grossa o sottile, che si vuole ottenere. Nelle penne personalizzare invece, quelle “disegnate” sul singolo cliente, si usa una barra di iridio, che viene calibrata esattamente sul tratto orizzontale e verticale che si vuole tracciare». Una lente per scrutare impercettibili imperfezioni, infiniti «otto» disegnati su carta per verificare il flusso continuo dell’inchiostro nelle varie direzioni, l’attenzione maniacale ad ogni sfumatura, perché per Filippo c’è solo un modo per fare le penne: farle bene.

«Aspiro al meglio, sempre. La stilografica deve funzionare benissimo, sia che venga regalata a Papa Francesco e sia che venga spedita ad uno sconosciuto acquirente in Corea. Questo è la mia professione e anche la mia passione: mi viene naturale, fa parte del mio carattere. Ci metto così tanto trasporto in quello che faccio, che i miei figli da piccoli pensavano fossi il proprietario dell’azienda. Invece sono solo un onesto lavoratore. Però con una calligrafia che in tutti questi anni, e dopo tutti questi pennini, è diventata sicuramente più leggibile e armoniosa».

Genocidio armeno, il nipote degli aguzzini confessa

La Stampa
luigi grassia

In Turchia il giornalista Hasan Cemal, discendente del pianificatore della strage Cemal Pasha, pubblica un libro con memorie e documenti di famiglia sulla prima atrocità di massa del XX secolo. Papa Francesco contro “il silenzio complice di Caino”



Il genocidio armeno è stato riconosciuto nella sua realtà storica dal Papa e dal Parlamento europeo, ma la Turchia ancora lo nega, e chi ne parla e ne scrive in quel Paese rischia il processo e la galera. Hasan Cemal, uno dei più autorevoli giornalisti politici del suo Paese, sfida il codice penale con il suo libro «1915: genocidio armeno», tradotto e pubblicato in italiano da Guerini. 

I tribunali turchi puniscono chi offende (genericamente) l’identità di quella nazione, e lo fanno sulla base di un articolo 301 che è un esempio di come una legge non va scritta: è vaghissimo nel definire il presunto reato, e lascia ai giudici la decisione (più o meno arbitraria) di punire o non punire chi vogliono loro, per quello che pare a loro. Anni fa un turco illustre, cioè il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, che aveva osato denunciare il genocidio armeno, è stato processato sulla base di questo articolo 301 ma poi assolto perché il suo processo aveva creato un gravissimo imbarazzo alla Turchia a livello internazionale.

Quanto a Hasan Cemal, per ora non è stato neanche incriminato, e questo potrebbe essere visto in positivo, come indicazione che le maglie della censura si stiano allentando; ma purtroppo una tale interpretazione sembra un po’ troppo ottimistica, dato che in Turchia succede proprio il contrario, cioè la libertà di espressione è sempre più compressa, si oscurano reti tv e siti internet, e la Freedom House ha declassato il Paese da «parzialmente libero» a «non libero» dal punto di vista della libertà di stampa. La Turchia ha il record mondiale di giornalisti in galera per reati d’opinione. 

Non si può sapere perché mai Hasan Cemal l’abbia fatta franca, finora, con questo suo libro sul genocidio armeno, ma potrebbe dipendere dal fatto che è un autore ancora più imbarazzante di Pamuk. Hasan Cemal ha infatti una peculiarità nella sua biografia: è nipote di quel Cemal Pasha che del genocidio del 1915 è stato uno dei pianificatori.Il libro si basa anche su confessioni raccolte in famiglia e documenti inoppugnabili trovati in casa. Hasan è cresciuto credendo dapprima alla verità ufficiale del suo Paese, cioè alla tesi negazionista del genocidio, ma poi ha dovuto ricredersi.

Questo suo volume libro testimonia un lungo e faticoso percorso di riconoscimento di una verità troppo a lungo celata, e può anche essere interpretato come l’autobiografia di un Paese alla ricerca della sua vera storia.Scrive Hasan Cemal: «Negare il genocidio armeno significherebbe rendersi complici di questo crimine contro l’umanità». Aggiunge: «Quel che è successo nel 1915 non è una questione del passato, ma del presente. Possiamo trovare pace solo facendo pace con la storia, ma la storia vera, non una storia inventata o alterata come la nostra». 

Questa storia «inventata o alterata» trova sponda anche in qualche libro di autore straniero, che è interessante leggere: in questi libri negazionisti si dice che non c’è stato un genocidio armeno, ma solo un numero limitato di scontri, che hanno fatto un numero limitato di morti, e ne hanno fatti sia fra gli armeni sia fra i turchi; però questa visione alternativa non spiega come mai gli armeni siano scomparsi, se i morti sono stati pochi. Un intero popolo completamente scomparso all’improvviso da una terra che aveva abitato per migliaia di anni. Come mai? Silenzio.

C’è anche chi respinge la parola «genocidio» e sostiene che sarebbe da preferire il termine «massacro». Giudichi il lettore se questo ha senso. Scrive Hasan Cemal: «Si può aver paura della storia? Noi in Turchia ne abbiamo paura, ed è una paura molto profonda... Forse per questo solo il nostro inno nazionale turco inizia con la parola “paura”».

Il Papa ha riconosciuto il genocidio armeno dopo 100 anni perché ha verificato che il silenzio non aveva prodotto riconciliazione, come qualcuno sperava, ma solo negazione. Papa Francesco ha anche dovuto constatare che l’eliminazione dei cristiani in quella parte del mondo è ricominciata, in Siria, in Iraq e altrove. «Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio» ha detto «causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino». Ecco, il libro di Hasan Cemal dice no al silenzio complice di Caino.

Uccidereste Hitler bambino?

La Stampa

Un sondaggio del New York Times chiede ai lettori se avrebbero ucciso Hitler bambino. La maggioranza ha detto si, ma come la mettiamo con il pericolo del "paradosso temporale" di cui Doc avvertiva  Marty McFly nei suoi ritorni al futuro?



Se per assurdo vi fosse permesso d’incontrare Hitler bambino lo uccidereste? Sembra la trama di un fanta triller sui viaggi nel tempo, invece è la domanda del sondaggio che il New York Times ha sottoposto ai suoi lettori. Ieri è stato comunicato via Twitter il risultato: il 42% se la sentirebbe di uccidere quel bambinone dagli occhi sognanti che sarebbe diventato il Fuhrer nazista. Il 30% è contrario, il 28% non ha saputo prendere una decisione.

Nulla è meno indicativo di qualsivoglia realtà quanto un sondaggio fatto su Internet. E’ invece più interessante scavare tra le possibili ipotesi chi possono aver portato a proporre una simile domanda. In questi giorni si è parlato molto del 21 ottobre 2015 come data d’arrivo del viaggio trentennale nel tempo di Marty McFly a bordo DeLorean dello scienziato pazzo "Doc" Brown. Tutta la saga di “ritorno al futuro” è basata infatti sul rischio del “paradosso temporale”, vale a dire la catastrofe possibile nel presente se qualcuno alterasse il corso di qualche evento in un ipotetico viaggio a ritroso nel tempo passato. 

Marty nel primo film infatti opera per trasformare il padre sfigato in un vincente, tornando indietro ai tempi in cui già al liceo era vittima dei bulli. L’ esperimento social del New York Times è basato sull’assuefazione che oramai abbiamo all’idea che il paradosso temporale sia possibile. 

Siamo abituati all’ idea che sia possibile viaggiare nel tempo dopo decenni di letteratura fantastica, film e telefilm su dimensioni temporali percorribili in varia maniera, via stargate con sostanze psicotrope, con marchingegni d’ ogni tipo, che arrivano, alle nostre latitudini, al fanta-misticheggiante “cronovisore” di cui gli appassionati di gialli gotico religiosi favoleggiano esista un prototipo nascosto in vaticano da quando, nei primi anni settanta, fu sequestrato al suo costruttore il monaco benedettino Pellegrino Ernetti, che affermava di averlo usato per visitare il Golgota nell’ anno 33 dc. Proprio mentre avveniva la Crocifissione. 

Esiste anche un altro elemento che può aver fatto nascere la tentazione che sia possibile una postuma catarsi storica, solamente sopprimendo nella culla colui che è considerato l’ essere umano chiave di tutte le peggiori abiezioni di cui l’ umanità è stata capace nel 900. Qualcosa di simile accade in un altro filone fanta letterario, più virato verso la possibile reincarnazione di demoni terribili, anticristi di vario genere, serial killer per l’ umanità e presenze oscure in genere che hanno scelto l’ involucro di un innocente per ripresentarsi nel loro orrore devastatore. 

In una più addolcita variante del tema, possiamo trovare un paradosso temporale, sempre legato a Hitler, in “La storia con i se. Dieci casi che potevano cambiare i corso del Novecento” (I libri di Reset-Marsilio 2013) di Alberto ed Elisa Benzoni. Nel capitolo “se Hitler fosse stato ammesso all’accademia delle belle arti?” si ipotizza, in maniera meno cruenta, che per evitare il nazismo e le sue nefaste conseguenze sarebbe bastato che il giovane Hitler nel 1913 non fosse stato bocciato per due volte consecutive da parte dell’Accademia di Belle Arti di Vienna,  a cui aveva fatto domanda di ammissione. Rifiuto che avrebbe provocato in lui quel trauma che lo avrebbe trasformato nel simbolo assoluto della follia distruttiva. 

E’ però possibile che nei lettori del New York Times, che hanno preso molto seriamente il sondaggio, già si stia sviluppando una nuova percezione dell’umana possibilità di maneggiare le fatali equazioni dello spazio e del tempo, a cui siamo da sempre sottoposti per ribadirci la consapevolezza dei nostri limiti di esseri mortali. 

L’icona che galleggia in rete di Hitler bambino è stata donata a Wikimedia Commons dall'Archivio Federale Tedesco (Deutsches Bundesarchiv), come parte di un progetto di cooperazione. Il Deutsches Bundesarchiv garantisce una riproduzione autentica solo usando gli originali (negativi e/o positivi). La figura tenerissima di quel bambinello paffuto, con scarpini di lana e messo in posa su un austera poltrona di cuoio borchiato è nel file originale 524x800 pixel. 

Priva della sua didascalia originale e proposta con la frase: "uccideresti questo bambino?" farebbe scattare le manette ai polsi di chi  la condividesse sui social. Invece sapendo che era Hitler la cosa cambia. Chiunque prima di decidere l'ipotesi di soppressione può andarsela a vedere, cercare tracce del mostro negli occhi dell'innocente, riflettere su quanto se la sentirebbe di rischiare la catastrofe del paradosso temporale e sopprimere quel bambino per evitare il nazismo all’umanità. 

Mentre fa questo pensiero può scorrere altre immagini del passato, riportare in superficie pezzi di storia, orrori documentati, scritti immagini filmati. Può rendersi conto che la nostra memoria è sempre più velocemente digitalizzata e solo l'algoritmo misteriosissimo, e in continua evoluzione di Google, ormai svolge il ruolo di demiurgo e padrone assoluto di ogni realtà umanamente percorribile. 

Per questo si può anche rispondere si, sparerei in testa a quel bambino perché così Hitler non sarebbe mai nato, proprio perché quegli occhi mi ricordano quelli del Rosemary’s baby, o del criminale che anima Chucky la bambola assassina o di qualsiasi altro personaggio che possiamo immediatamente richiamare in superficie e accostare al piccolo Adolf. 

E’ proprio così: abbiamo elaborato l’illusione di poter leggere in ogni umano digitalizzato il segno premonitore, sia del genio che dell’abiezione. Oggi lo chiamiamo "metadato", e ancora non sappiamo fino a quale profondità di lettura Google sia già arrivato a classificarci e archiviarci nella sua memoria più profonda e inaccessibile. Quando il metadato indica il male potrebbe essere considerato l'equivalente di ciò che una volta chiamavano il segno del demonio, magari era solo un neo, ma era sufficiente per mandare una strega al rogo convinti di risparmiare così grandi pene all’umanità. Esattamente come ha proposto il gioco di anacronismo eugenetico del New York Times.

Senti chi Casta

La Stampa
massimo gramellini

Una rapida scorsa ai profili Facebook dei dipendenti del Comune di Sanremo arrestati per assenteismo reiterato e molesto introduce il lettore in un universo meraviglioso. «Mi vergogno di essere rappresentato da politici corrotti che saccheggiano ogni santo giorno uno dei Paesi più belli del mondo», scrive un saccheggiatore quotidiano delle casse pubbliche di uno dei Paesi più belli del mondo.

Sorvolando sulle citazioni di Falcone e Margherita Hack in materia di morale e legalità, dispensate a pioggia da quei pulpiti illuminati, ecco un altro frequentatore seriale di cartellini taroccati che posta la foto di un uomo spiaggiato in un bar all’aperto accanto al cartello «Oggi passo la giornata come un politico, cioè non faccio un czz.». Col senno di poi sembrerebbe un’autodenuncia, ma con quello di prima si rivela soltanto l’ennesima testimonianza di una dissociazione mentale: i politici che rubano incarnano il male assoluto, mentre chi li critica comportandosi in piccolo come loro presidia l’avamposto del bene.

Perché sta qui l’aspetto peculiare e forse inemendabile dell’illegalità spicciola all’italiana. L’impiegato assenteista che striscia il badge per sé e i suoi cari non si sente un delinquente che imbroglia, ma una vittima che si arrangia. Un meschino tartassato o un talento incompreso, in ogni caso una persona in debito con la vita, che nella piccola truffa allo Stato vede una sorta di parziale e sempre provvisoria compensazione. Disprezza i politici perché in fondo ne invidia il potere. Il potere di rubare molto di più.

In Perù rubano il carrellino a un cane disabile, scatta la solidarietà online

La Stampa
fulvio cerutti



Chiquita è una cagnolina randagia di Lima. Una condizione di vita difficile, ma per lei ancora più complicata vista la paralisi a entrambe le zampe posteriori con cui deve vivere. Qualcuno però non si è fatto intenerire da questa situazione, anzi, ha deciso di rubarle il carrellino che le permetteva di muoversi.

Un gruppo di animalisti locali ha deciso di aiutarla portandola da un veterinario e ha aperto una sottoscrizione online per raccogliere fondi. In un mese sono stati in molti a donare raggiungendo oltre mille dollari (circa 900 euro), spinti anche da un filmato che mostra la piccola Chiquita strisciare per strada, unico modo rimastole per muoversi.



Oltre a essere sottoposta ai raggi x per capire le ragioni della sua paralisi, alla cucciola è stato anche riscontrato un possibile tumore, la scabbia, la rogna e altre malattie. Grazie ai soldi raccolti il veterinario ha potuto effettuare le prime cure e, soprattutto, Chiquita è potuta volare negli Stati Uniti per una nuova vita: grazie all’associazione PetWing la cagnolina è volata a Boston presso un canile che ha già individuato una famiglia pronta ad aprire le porte della loro casa a Rhode Island.
I soldi “avanzati”, dicono gli animalisti peruviani, verranno utilizzati per prendersi cura di altri quattrozampe in difficoltà.

VIDEO: LE IMMAGINI CHE HANNO COMMOSSO IL WEB (clicca qui)

Il cane rimane per ore coricato sull’asfalto dove la sua proprietaria è stata investita

La Stampa
fulvio cerutti



Kelly Black stava passeggiando con il suo cane Paco in una strada di Jacksonville, in Florida, quando un camioncino l’ha investita e uccisa. La donna è stata trascinata sull’asfalto e lasciata lì a morire. Chi l’ha investita non si è fermata a soccorrerla, forse, dice la polizia locale, non si è neanche accorto dell’accaduto. C’è chi invece non l’ha mai abbandonata: Paco, ore dopo l’incidente, era ancora lì. Con lo sguardo triste, un fazzoletto rosso al collo, il quattrozampe non ha mai lasciato il luogo della tragedia.



Anche quando i soccorsi hanno portato via il corpo della donna, Paco è rimasto coricato sull’asfalto, senza volersi arrendere all’idea di tornare a casa senza la sua “mamma umana”. Si è convinto ad andarsene solo quanto sono arrivati alcuni parenti della signora Black, che ha accolto scodinzolando, felice perché qualcuno che lo conosceva stava per prendersi cura di lui.



I parenti della donna hanno detto che i due erano inseparabili, sempre insieme. Ora Paco dovrà trovare la forza di custodire i suoi ricordi e donare il suo immenso cuore a qualcuno d’altro che sia in grado di creare lo stesso rapporto speciale.

twitter@fulviocerutti