lunedì 26 ottobre 2015

Apple ha trovato un modo per rendere lo schermo dell’iPhone indistruttibile

La Stampa
francesco zaffarano

Ecco come funziona il nuovo sistema anti scheggiatura ideato dall’azienda di Cupertino



Ogni volta che lo smartphone ti sfugge dalle mani la tua schiena è percorsa da un brivido di terrore: se lo schermo si è rotto è la fine. Soprattutto se l’ultimo modello che esibisci orgogliosamente è stato acquistato con un abbonamento: se lo smartphone si sfascia continuerai a pagarlo lo stesso, fino alla fine del contratto. Le crepe sullo schermo, però, potrebbero essere presto un lontano ricordo perché Apple sta lavorando a un sistema per impedire che il touch screen si possa rompere a causa di una semplice caduta.


Lo scorso 22 ottobre l’azienda di Cupertino ha registrato un brevetto presso lo United States Patent and Trademark Office, nel quale si illustra il funzionamento di un nuovo meccanismo di assorbimento degli urti da caduta. Apple immagina una serie di piccole protuberanze attorno allo schermo, in grado di spuntare quando il telefono sta cadendo verso terra: «I sistemi protettivi potrebbero attivarsi durante la caduta, evitando un contatto diretto dello schermo con il suolo e ritirarsi subito dopo» si legge nel testo del brevetto, che ipotizza anche l’uso delle due fotocamere dell’iPhone come sensori in grado di percepire il momento della caduta attivando così il sistema anti-rottura dello schermo.

MotoGp, Valentino Rossi contro Marquez: un gesto che contiene tutto

Corriere della sera

di Giorgio Terruzzi

La lotta fra i due piloti a Sepang è l’epilogo di una situazione estrema, figlia di questioni private e di uno scontro generazionale (non solo fra i due) in atto da tempo

Marquez, Lorenzo e Rossi (Afp/Vatsyayana)

Un gesto minimo, un attimo impercettibile che tutto contiene. Nel contatto prodotto da Valentino a Sepang c’è una ferocia formidabile e preservata; c’è la rabbia di un bimbo al quale viene strappato un giocattolo caro; c’è una insofferenza assoluta nel confrontarsi con una sorta di impotenza. Non solo. Nel desiderio altrettanto palese da parte di Marquez, di fare a botte, c’è qualcosa che Rossi ha intuito da tempo e perfettamente: la necessità di togliere finalmente di mezzo una presenza talmente ingombrante da risultare esasperante.

A noi, che guardiamo a questa sfida con l’affetto e la gratitudine che ci lega a Valentino, resta e resterà un dispiacere complesso. Perché significa avere a che fare con un epilogo dopato da rancori e amarezze, da una quantità di elementi che cambiano il senso e i pesi di una bellissima sfida sportiva. Non è più, non sarà più così. Nel cercare di analizzare le ragioni di Rossi abbiamo qualcosa di rilevante su cui riflettere. Abbiamo un pilota, Marquez, che ha scelto deliberatamente di rinunciare a fare la sua corsa per ingaggiare una questione privata con Valentino. Il che deve aver dato a Valentino, oltre alla conferma dei suoi sospetti, una sensazione di solitudine profonda, da sommare alle difficoltà, comunque enormi, che comporta resistere al ritorno di Lorenzo.

Tutto ciò non giustifica nulla. Più semplicemente carica entrambi i protagonisti di responsabilità. Se decidi di litigare, significa che ne accetti ogni conseguenza. Il fatto è che Valentino abbia forse colpito sotto la cintura non lo assolve affatto. Ma ci aiuta ad analizzare una condizione estrema che Marquez ha generato con intenzione manifesta. Adesso avremo un atto finale sul quale peseranno tensioni eccessive. E avremo un esito comunque imbevuto nelle polemiche. Il tutto dentro un contesto carico di rischi estremi.

Ci consola, ci ha consolato sempre, avere a che fare con un pilota, Valentino, ancora capace di stare al centro della scena, di scatenare ogni genere di emozione, di combattere persino oltre il limite. Ma adesso tutto ciò pare una consolazione pericolante. Marquez in qualche modo, ha preteso di entrare in una scena che l’aveva escluso. E, con una manifesta scelta di parte, possiamo dire che c’è riuscito benissimo. Costringendo proprio Rossi a tirar fuori la rabbia che cova nell’ombra del talento, il fiele che cova nel fondo di un desiderio forsennato.

Video

25 ottobre 2015 (modifica il 25 ottobre 2015 | 16:44)



Scontro al moto Gp: quattro indizi che "scagionano" Rossi
Franco Grilli - Dom, 25/10/2015 - 21:03

Chi accusa Rossi per di aver "tirato un calcio" a Marquez deve tener a mente diversi aspetti. Per farlo bisogna guardare attentamente le immagini della gara: ecco quattro indizi che "scagionano" il Dottore

Valentino Rossi è finito sul banco degli imputati. A torto. "Abbiamo ascoltato entrambi i piloti, siamo del parere che c'è stata colpa da entrambe le parti - tuona Mike Webb - ma secondo le regole Marquez non ha cercato alcun contatto, quindi non ha infranto alcuna regola, ma riteniamo che il suo comportamento stava infastidendo Rossi che pertanto ha reagito. 

Purtroppo ha reagito in un modo che va contro le regole". E, per questo, la sanzione ha colpito il pilota della Yamaha per lo scontro con Marc Marquez al Gran Premio di Malesia. "La direzione ha imposto - spiega il direttore di gara della MotoGp - tre punti penalità a Valentino Rossi per la guida irresponsabile che ha deliberatamente provocato contatto". Ma qualcosa non torna. Anzi, ci sono ben quattro indizi che "scagionano" completamente il Dottore.

L'accusa del direttore di gara della MotoGp è chiara: "È andato deliberatamente largo in curva, cercando di portare l'altro pilota fuori traiettoria". "Il risultato è stato l'incidente che abbiamo visto - aggiunge Webb - si tratta quindi di guida e per questo abbiamo imposto a Rossi tre punti penalità. Sembrava di star assistendo a una bella gara, purtroppo però l'epilogo ne è stata questa controversia". Ma la verità è un'altra. Perché la decisione del direttore di gara non tiene conto di molti punti ancora controversi che danno ragione al Dottore. "Con questa sanzione ha vinto Marquez.

Il suo piano di farmi perdere il campionato è andato a buon fine, non penso che sia una decisione giusta perché non lo volevo far cadere - accusa Rossi senza peli sulla lingua - è un epilogo brutto per tutti. Sarebbe stato bello giocarsela con Lorenzo, però Marquez si è messo in testa che doveva decidere lui chi vinceva il titolo. Nella storia di questo sport abbiamo viste poche volte cose del genere, Marquez ha fatto davvero una brutta figura".

Chi accusa Rossi per di aver "tirato un calcio" a Marquez deve tener a mente diversi aspetti. Per farlo bisogna guardare attentamente le immagini della gara (guarda qui). "Oggi Marquez ha dimostrato che tutto quello che avevo detto in conferenza stampa era tutto vero - accusa il 36enne pesarese - speravo che smascherandolo fosse un avvertimento abbastanza chiaro e speravo si comportasse in maniere diversa. Invece oggi ha fatto anche peggio che a Phillip Island". Come spiega anche il Sole 24Ore, ci sono almeno quattro indizi che danno ragione al Dottore:


  1. Nella sanzione comminata a Rossi il direttore di gara della MotoGp accusa Rossi di aver "deliberatamente portato l’avversario fuori traiettoria". Non parla, dunque, di calci. I toni sono a tal punto vaghi da non spiegare cosa sia successo esattamente in pista. "Nel contatto io non volevo farlo cadere, non era assolutamente quella la mia intenzione - ammette lo stesso Rossi - volevo solo cercare di portarlo fuori traiettoria facendogli perdere un pò di tempo. Volevo cercare di fuggire perché mi stava facendo un attacco scorretto e mi ha portato allo sfinimento"
  2. "Non è vero che gli ho dato un calcio, ci mancherebbe e dalle immagini dall’elicottero si vede benissimo - denuncia il Dottore - qui è caduto perché curvando mi ha toccato con il manubrio sulla coscia sinistra. Mi ha toccato la gamba e il piede mi è scivolato dalla pedana, se vedete le immagini quando mi scivola il piede dalla pedana lui è già caduto, non gli ho dato un calcio, volevo solo dirgli basta". Basta, infatti, guardare attentamente le immagini riprese dall'elicottero (guarda qui) per capire che Marquez è caduto per aver toccato la gamba di Rossi e non per un fantomatico calcio. Nella fotosequenza appare, infatti, chiaro che il pilota spagnolo cade prima che Rossi muova la gamba (guarda qui il video)
  3. Le parole di Rossi al termine della gara dimostrano la sua buona fede: "Marc mi colpisce alla coscia sinistra con il manubrio destro e comincia a scivolare, solo dopo io perdo il piede sinistro dalla pedana. Io volevo solo rallentarlo, non è stato un fallo di reazione. Non volevo farlo cadere. Se gli avessi voluto tirare un calcio l’avrei fatto 40 metri prima quando eravamo attaccati". Mentre le dichiarazioni di Marquez solo molto più velenose. E si limitano ad accusare il pesarese di averlo fatto cadere con "un calcio"
  4. C'è poi un dato importante da tener conto. Le MotoGp sono troppo pesanti per essere buttate giù con una semplice "pedata". "Per una questione di pesi - fanno notare gli addetti ai lavori - obiettivamente complicato far cadere una MotoGp con una pedata"

Anche National Geographic si dà al lunacomplottismo per attirare click

Il Disinformatico


Adesso anche National Geographic, specificamente National Geographic TV Italia, sta imboccando la strada delle cretinate attiraclick. Ha pubblicato su Facebook (Donotlink; Donotlink) una foto scattata sulla Luna nel cui cielo nero s'intravede una macchiolina chiara, e si chiede: “È una stella, un alieno o una persona sul set?”.

Nessuno dei tre: è semplicemente uno dei tanti segni che si possono notare nelle foto scattate sulla Luna dalle missioni Apollo. Solitamente si tratta di granelli di polvere o altro materiale finiti sulla pellicola o sull'obiettivo e quindi sfocati, di frammenti del rivestimento in Mylar del veicolo, oppure di riflessi interni dell'obiettivo stesso. Roba arcinota a chiunque s’interessi seriamente di storia dell’astronautica, come nelle foto AS10-28-3990 (Apollo 10), AS14-68-9742 (Apollo 14), AS15-M-1545 (Apollo 15) o AS16-112-18218 (Apollo 16).

Se National Geographic TV Italia avesse avuto intenzioni serie avrebbe indicato l'origine della foto: numero della missione, numero progressivo del caricatore, numero del singolo scatto. Invece non l’ha fatto, col risultato che chi volesse approfondire dovrebbe lanciarsi in un’estenuante caccia all'originale nell'enorme archivio di foto lunari della NASA (ammesso che la foto originale esista e che NGTI non se la sia photoshoppata). Un classico esempio di Teoria della montagna di m*rda: bastano tre secondi per creare una bufala, ma per sbugiardarla ci vuole un’infinità di tempo.

Mi manca il tempo, appunto, di sfogliare le migliaia di foto delle missioni lunari per trovare quella usata da National Geographic TV Italia, e Tineye e Google Immagini non trovano corrispondenze. Posso soltanto suggerire qualche criterio di ricerca per chi si volesse cimentare a cercare in ApolloArchive o nel bellissimo archivio recentemente attivato su Flickr.

– La foto mostra cinque le crocette di riferimento (reseau mark) uguali: il fatto che siano uguali e siano nella posizione standard suggerisce che l'immagine non sia stata ritagliata o ruotata rispetto all'originale (nelle foto lunari delle missioni Apollo la crocetta centrale è più grande delle altre proprio per indicare il centro dell'immagine e rivelare tagli e rotazioni). Questo significa che la foto è piuttosto insolita, con un'inquadratura che include molto cielo e poco terreno: un elemento utile per riconoscerla a colpo d'occhio mentre si sfoglia l'archivio. A meno che NGTI abbia barato alla grande e messo in basso l’orizzonte di una foto che mostrava molto più terreno.

– La macchia al centro è un ingrandimento della macchia circolettata; inoltre la porzione di cielo che contiene la macchia circolettata è vistosamente alterata rispetto al resto del cielo, con bande nettissime che suggeriscono un brutale copiaincolla, come si nota regolando il contrasto.



– L’immagine sembra essere stata scattata al suolo, non dall'orbita, visto che ci sono dettagli di rocce in primo piano.
– L’area è piuttosto collinosa, per cui sono probabilmente da escludere le missioni che atterrarono in zone molto pianeggianti (Apollo 11, 12, 14) e da prendere maggiormente in considerazione le missioni che scesero in zone più scoscese (Apollo 15, 16, 17).
Buona caccia.
Intanto i commenti al post di National Geographic TV Italia sono in gran parte di protesta per lo scadimento della qualità e la bassezza dell’approccio attiraclic. Chissà se servirà da lezione. Ridiamoci sopra, che è meglio, con una spiegazione alternativa alla quale NGTI forse non ha pensato.


2015/10/265 20:30

Trovata! Ho avuto un colpo di fortuna quasi in contemporanea con Vittorio (nei commenti), khedron11 (via mail) e @Acrivellin (via Twitter): ho provato a cercare in Google varie frasi a tema e quando sono arrivato a “blurry object in apollo photos” ho ottenuto, fra i vari risultati, questa pagina (Donotlink), che mostra una porzione della foto usata da National Geographic TV Italia. Cosa più importante, la pagina cita una frase specifica (“UFO with dangling arms looking towards the Apollo lander”) e il nome dello “scopritore” dell’oggetto misterioso.

Immettendo questi dati in Google sono arrivato al post del fufologo (Donotlink) in questione, che sarà pure uno che vede alieni in qualunque caccola informe ma almeno ha la correttezza di indicare la fonte specifica delle foto che usa.
La foto è la AS16-106-17244 (Apollo 16), che vedete in versione originale integrale qui sotto via Flickr.



Come notate, National Geographic TV Italia ha presentato una fotografia falsa. È tagliata drasticamente, prendendone soltanto la fetta contenente l'orizzonte, ed è stata aggiunta una vasta fetta di cielo assente nell'originale. Usare una foto falsificata, inesistente negli archivi NASA, per parlare dell’accusa di false foto degli sbarchi sulla Luna è un esempio di coerenza giornalistica davvero straordinario.
Magari vi state chiedendo dov’è l'alieno/Edi: è acquattato, piccolissimo, nell’angolo in alto a destra. La versione mostrata da National Geographic lo ingrandisce enormemente rispetto al suolo, creando un ulteriore falso.



Considerate che la pellicola originale è in formato 70 mm, per cui la macchia controversa è davvero piccolissima.
Questo è un dettaglio della zona contenente l'oggetto misterioso:



Notate i puntini neri che costellano l'area che inquadra il suolo lunare: sono granelli di polvere. La pellicola è indubbiamente sporca, per cui è presumibile che anche il presunto “alieno” o “persona sul set” sia in realtà semplicemente un altro granello di polvere, forse illuminato dalla luce dello scanner.
Mistero risolto, insomma, con pessima figura per National Geographic TV Italia, beccata a usare un falso per insinuare che le foto della NASA siano false e così attirare clic. Da che pulpito.

Etichette: clickbait, lunacomplottismo, National Geographic

Pier Paolo Pasolini, una vita da corsaro

La Stampa
marco belpoliti

A 40 anni dalla morte. Più che per l’omosessualità dava scandalo per le battaglie contro l’ipocrisia e il conformismo dilagante dell’Italia “orribile”



Nel 1972, consegnando alle stampe il volume di saggi Empirismo eretico, Pasolini scrive che è la morte a compiere un fulmineo montaggio della vita di ciascuno; è lei che sceglie i momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del presente, incerto, indeciso, luogo dei possibili, qualcosa di stabile, di chiaro, e dunque di descrivibile: «Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci».

Frase icastica e lapidaria che solo tre anni dopo suonerà come una premonizione, per quello che oggi ci appare il più importante intellettuale italiano della seconda metà del Novecento, lo scrittore più noto, forse il meno letto, tuttavia il più citato e il più discusso. Perché?

Per capirlo bisogna riavvolgere il nastro della sua esistenza, compiere quel montaggio partendo dal luogo originario, Casarsa delle Delizie, paese da cui viene la famiglia materna. Nel Friuli delle origini ci sono la madre, il mondo arcaico dei campi, la giovinezza, la lingua che precede ogni lingua, l’esistenza prenatale cui agogna. È il Paradiso terreste. Da lì verrà cacciato. 

Espulso dal Pci
Il 22 ottobre 1949 Pasolini è denunciato per atti osceni in luogo pubblico. Durante una festa campestre si è appartato con alcuni ragazzi. Subito espulso dal Partito comunista a cui si era iscritto dopo la guerra, abbandona il paese. Nel gennaio del 1950 con la madre si trasferisce a Roma. Ha già scritto i versi che danno forma alla prima delle sue incarnazioni: Narciso e il Cristo sanguinante, la vittima. 

A Roma scopre l’altra faccia dell’arcaico. Nelle periferie urbane vive una umanità barbara, degradata, composta di giovani dai volti ridenti e allegri, innocenti e perversi, scaltri e timidi, che diventa il soggetto della sua poesia e dei suoi romanzi. A Roma, nel centro della cristianità, PPP scopre una preistoria oscura. Ama quell’energia vitale, ne coglie il profondo istinto di morte, insieme alla bestialità non redenta da alcuna religione, né del cristianesimo né del progresso. L’odio profondo e il disprezzo che il corsaro Pasolini nutrirà per la piccola borghesia, da cui pure proviene, almeno socialmente, trova nei campetti, nelle baracche, nei bar, nelle strade bianche delle periferie romane la sua inattesa giustificazione. 

Consacrato dal cinema
Lo scandalo lo raggiunge qui. Non sarà quello sessuale, patito in Friuli, ma l’oscenità dello scrivere che trova subito i suoi volenterosi carnefici nella magistratura italiana. Paradossalmente, ma non troppo, sarà proprio questo scandalo a donargli la popolarità. Ragazzi di vita esce nel 1955 ed è processato. Si tratta dell’inizio di una persecuzione che continuerà a lungo, fino alla morte, e anche dopo. Non gli si rimprovera l’omosessualità, la pedofilia - parola che come ha notato Arbasino neppure esisteva all’epoca -, non le scorrazzate notturne alla ricerca dei ragazzi di vita. Nella pudibonda e ossessiva Italietta degli Anni Cinquanta fa scandalo il libro, non il comportamento privato, che viene stigmatizzato, ma raramente perseguito. 

La sua omosessualità, che il poeta definirà nel decennio seguente, rifiutando quella che poi sarà l’etichetta gay, l’amore tra coetanei, è infinito amore e desiderio per i ragazzi, per quel sé ragazzo che è sempre stato e sempre sarà; questo non è lo scandalo di PPP. Sarà invece la repulsa dell’ipocrisia borghese, del «politicamente corretto», delle idee assegnate e del conformismo dilagante il vero punto. Prima di diventare il corsaro che tutti ricordano, l’autore di provocatori e fondati articoli sulle pagine del Corriere della Sera, Pasolini è già un personaggio; l’ha aiutato il rapporto complesso e contraddittorio con il Pci. Tuttavia è il cinema a consacrarlo. 

Con Accattone (1961) e Il vangelo secondo Matteo (1964) Pasolini, che è prima di tutto un poeta, esce dal mondo chiuso della letteratura ed è riconosciuto dal pubblico. Ha superato indenne gli Anni Cinquanta ed è entrato a vele spiegate nell’epoca del Centrosinistra. Alla fine del quel decennio però qualcosa s’incrina. Prima di arrivare a quel punto celebra l’eros nella Trilogia della vita (1970-72); quindi piomba in una cupa visione del presente: il fascismo dei consumi. 

La scomparsa del popolo
Cos’è successo? L’arricchimento improvviso della piccola borghesia con il boom, il Sessantotto e la contestazione studentesca, la nevrosi sessuale dei ragazzi, come la definisce. I capelloni cancellano le belle nuche dei ragazzi che ama. Il popolo non c’è più. L’arcaico è scomparso. Le periferie deserte lande piccolo-borghesi. Comincia la sofferenza. Attacca le lotte per i diritti civili: divorzio, aborto. L’Italia è un Paese orribile, scrive, era meglio il fascismo. 

Le polemiche, gli strali, le critiche che lancia da giornali e dalle altre tribune pubbliche accrescono la sua fama. Si parla sempre più spesso di lui. Ma è sempre più solo. Sta scrivendo un romanzo sterminato, Petrolio. Uscirà postumo. Il corsaro va a morire sulla sabbia e la polvere del litorale romano, a Ostia la notte tra il 1° e il 2 novembre: «Solo grazie alla nostra morte, la vita ci serve ad esprimerci».

Perché Lego non vuole vendere i suoi mattoncini all’artista cinese Ai Weiwei

La Stampa
francesco zaffarano



Quanta pubblicità si è fatta la Campbell grazie a Andy Warhol e alle sue serigrafie con i barattoli di zuppa di pomodoro? E quanta se ne potrebbe fare la Lego se uno dei più grandi artisti contemporanei del mondo gli chiedesse una valanga di mattoncini per realizzare la sua prossima opera d’arte?

Un’infinità. Eppure proprio l’azienda danese di costruzioni per bambini ha rifiutato ad Ai Weiwei la fornitura richiesta dall’artista cinese per completare l’installazione che dovrebbe esporre alla National Gallery of Victoria, in Australia. La ragione? Lego non vuole che i mattoncini più famosi del mondo vengano utilizzati per realizzare «un’opera politica».

A denunciare il gran rifiuto dell’azienda è stato lo stesso artista su Instagram qualche giorno fa, ricevendo di tutta risposta numerose offerte di mattoncini da parte di privati, anche grazie all’hashtag #legosforweiwei.

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Polemica a parte, però, non convince del tutto la risposta fornita dall’azienda danese. Stando a quanto dichiarato dal portavoce della Lego, infatti, «il gruppo si astiene dal prendere parte attivamente o appoggiare l’uso del marchio Lego in progetti o contesti legati all’agenda politica». Posto che Lego può scegliere liberamente di sostenere o meno Ai Weiwei (tanto più che nessuno vieta all’artista di comprare quello che gli serve in un qualsiasi negozio), quello che l’azienda non dice è che affiancare il proprio marchio al nome dell’artista più odiato dal regime di Pechino sarebbe una mossa azzardata, visti gli interessi del gruppo in Cina.

Ai Weiwei ha collegato il no dell’azienda alla sua richiesta al fatto che il presidente Xi Jinping ha annunciato durante il suo viaggio in Gran Bretagna che Lego aprirà presto un parco di divertimenti Legoland a Shanghai. Ma basta questo per decidere di fare una figuraccia a livello mondiale? Forse. 
Più probabile, invece, è che sia sufficiente il fatto che Lego abbia scelto proprio la Cina per costruire una mega-fabbrica dove spostare parte della produzione in Asia.

Lo stabilimento, in cui dovrebbero lavorare circa duemila operai, è in costruzione dal 2014 e dovrebbe essere operativo dal 2017. Stando a quanto dichiarato dall’azienda sul suo sito ufficiale, la fabbrica di Jiaxing rappresenterebbe un punto fondamentale «per portare la produzione vicino a uno dei nostri mercati principali». Insomma, la Lego ha tutto l’interesse a non far infuriare il vecchio Dragone cinese.

Tamponamento stradale? Se la controversia è semplice, le spese di lite sono dimezzate

La Stampa

La controversia di risarcimento dei danni causati da un tamponamento stradale, che causa solo danni a cose, rientra fra le “cause di particolare semplicità”, perciò il giudice di merito ha facoltà di liquidare le spese di lite in misura ridotta fino alla metà dei minimi tariffari. Il principio è stato affermato dalla Cassazione (ordinanza 19945/15).
 


Il giudice di pace respinge la domanda proposta da un uomo nei confronti di due donne e di una compagnia assicuratrice per il risarcimento dei danni da lui patiti a seguito di un sinistro stradale. La questione arriva fino in Cassazione.

L’uomo afferma che il tribunale ha sottostimato la questione, non riconoscendo né il danno da fermo tecnico del veicolo, né il danno da mora. Secondo la sua ricostruzione, il tribunale avrebbe sbagliato sulla liquidazione delle spese di lite, liquidando compensi professionali dovuti per il primo ed il secondo grado di giudizio in misura inferiore a quella risultante dall’applicazione dei minimi tariffari vigenti.

Per la Cassazione le richieste sollevate dal ricorrente non sono ammissibili. Il tribunale ha dimezzato le spese di lite per la facilità della trattazione della controversia, sia per l’oggetto della controversia, cioè il risarcimento di danni a cose causati da un tamponamento, sia per la modestia degli interessi economici in gioco, sia dal contenuto della sentenza d’appello – contenuta in meno di una facciata –.

La motivazione della sentenza impugnata, tuttavia, secondo il Supremo Collegio, necessità di essere corretta mediante l’integrazione del seguente principio di diritto: «la controversia avente ad oggetto il risarcimento dei danni causati da un “tamponamento” stradale, causativo di soli danni a cose, deve ritenersi rientrante tra le “cause di particolare semplicità” (articolo 4, comma 2, legge 794/1942, la cui permanenza in vigore è stata sancita dall’art. 1, comma 1, d.lgs. n. 179/2009), con la conseguenza che il giudice di merito, all’esito di tale controversia, ha facoltà di liquidare le spese di lite in misura ridotta fino alla metà dei minimi tariffari». Quindi, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Cent’anni fa moriva Filippo Corridoni, il sindacalista rivoluzionario

Francesco Giubilei



Il 23 ottobre 1915 moriva a San Martino del Carso Filippo Corridoni, sindacalista rivoluzionario, pubblichiamo la prefazione di Enrico Nistri alla nuova edizione di “Sindacalismo e Repubbblica”, il libro più rappresentativo del pensiero di Corridoni riproposto da Idrovolante edizioni.

Ripubblicare un testo fondamentale di Filippo Corridoni, insieme ad alcuni saggi di indubbio interesse per la comprensione del suo breve ma intenso itinerario politico e umano, costituisce, oltre a un’operazione culturale di indubbio spessore, un generoso tentativo di celebrare, al di fuori dell’ambiguità che ha contraddistinto molte commemorazioni ufficiali, il centenario dell’ingresso dell’Italia nella grande guerra.

corridoni
 
L’interventismo, infatti, è una data che da tempo non gode di buona stampa. Grava su di essa il peso di due speculari mistificazioni, l’una antica, fascista, l’altra antifascista, più recente. La prima si può riassumere nella frase “Maestà, io vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”, attribuita a Mussolini quando si presentò al re dopo la marcia su Roma. In realtà a volere la grande guerra non erano stati solo i fascisti: l’interventismo era stato un fenomeno di vasta portata che aveva coinvolto destra e sinistra, nazionalisti e socialisti moderati o rivoluzionari, monarchici e repubblicani. Certo, tutti o quasi i gerarchi si erano distinti in combattimento, ma nessuno di loro poteva rivendicare il monopolio del patriottismo.

L’altra mistificazione, quella antifascista, è figlia della ventata antimilitarista che già nel ’68 increspò le celebrazioni del cinquantenario della Vittoria, quando pure era presidente della Repubblica un uomo come Saragat, volontario nella grande guerra. In base a essa l’intervento sarebbe stato imposto alle pacifiche masse socialiste e cattoliche da una congiura di palazzo con la complicità di qualche retore prezzolato, di un socialista rinnegato, di un pazzo che esaltava la guerra “sola igiene del mondo”. Di qui la simpatia per i “vinti di Caporetto”: i renitenti, i disertori, i fucilati, vittime magari di sommarie decimazioni.

La realtà è più complessa: l’interventismo non fu un’esclusiva di pochi. L’insofferenza per la Triplice Alleanza, l’irredentismo, la convinzione che l’Italia, fattasi troppo facilmente Stato unitario, avesse bisogno di una guerra come grande “esame di maturità” per divenire davvero una nazione avvicinavano destra e sinistra, repubblicani e socialriformisti, laici e cattolici, anarchici e conservatori. Accomunavano Togliatti, volontario nella Sanità e poi negli Alpini, e Mussolini, Nenni e Bissolati, don Sturzo e Ferruccio Parri. La Toscana e Firenze, la città della “Voce” e di “Lacerba”, che col suo istituto di studi superiori esercitò una straordinaria attrattiva su generazioni di irredenti, sono state il cuore di questo movimento. Interventisti

furono Gaetano Salvemini e Giuseppe Prezzolini, che pure da ragazzo si era fatto riformare alla visita di leva, Pietro Jahier e Ardengo Soffici, il livornese Giosuè Borsi e il viareggino Lorenzo Viani, il “teppista” Ottone Rosai e il quindicenne Curzio Suckert, non ancora Malaparte, nonché, fra i cattolici, il futuro presidente della Repubblica Gronchi e il futuro “sindaco dell’Alluvione” a Firenze Piero Bargellini, decorato al valor militare come don Giulio Facibeni, fondatore della Madonnina del Grappa, e il padre domenicano Maccanti, cappellano della brigata garibaldina Alpi caduto a Bligny nel 1918. Sotto un certo punto di vista proprio sui campi di battaglia del ’15-18 ebbe luogo una “pre-conciliazione” morale fra i cattolici e la nazione che anticipò la Conciliazione giuridica del ‘29.

Certo, l’esame di maturità rivendicato dalla pedagogia della “Voce” ha presentato un conto troppo alto: economico, politico e soprattutto umano. Un conto che però, settant’anni fa, non era facile prevedere. Ma non è un buon motivo per disprezzare il sacrificio di quanti hanno dato il meglio di se stessi in quella che consideravano la quarta guerra d’indipendenza. La comprensione per i vinti di Caporetto non deve farci vergognare dei vincitori di Vittorio Veneto, né indurci a equiparare agli eroi di guerra coloro che furono vittime di decimazioni e processi sommari all’indomani di Caporetto.

Fra questi vincitori e questi eroi, anche se la morte precoce gli negò la gioia della vittoria, vi fu senz’altro Filippo Corridoni, di cui è doveroso esaminare i molteplici volti: il sindacalista, l’interventista, il volontario, lo scrittore, così come è senz’altro interessante, nel convegno tenutosi a Parma il settembre scorso, indagare sulla formazione del suo mito, sui monumenti che gli furono dedicati, sulla sua controversa eredità etico-politica.

La figura di Corridoni
È un’indagine doverosa, perché Corridoni non è una figura di facile interpretazione. Il suo itinerario politico e intellettuale è ricco di bruschi colpi di scena, sia pure all’interno di un’intima coerenza morale. Fu acceso antimilitarista e convinto interventista. Esordì nella politica e nel giornalismo con un foglio intitolato “Rompete le righe” e divenne sostenitore del “Popolo d’Italia”. Aderì all’Unione sindacale italiana con Giuseppe Di Vittorio e Alceste De Ambris, ma percorse un itinerario analogo a quello di Mussolini, da cui fu paragonato a un “nomade della vita”, con la bisaccia piena più di sogni che di pane. Poco più che autodidatta, col suo diploma di disegnatore tecnico, fu scrittore prolifico ed efficace, ma il libro della sua vita lo scrisse col sangue. Roso dalla tisi, volle essere arruolato ad ogni costo e abbandonò il suo reparto di retrovia per andare al fronte rischiando la corte marziale.

Sfidò la morte, da interventista intervenuto, con lo stesso coraggio prossimo all’incoscienza con cui, da tribuno antimilitarista, sfidava i questurini. Morì il 23 ottobre, nei pressi di Redipuglia, alla trincea delle Frasche, ottenendo una medaglia d’argento alla memoria che Mussolini da presidente del Consiglio avrebbe tramutato in una medaglia d’oro. Il fascismo gli intitolò piazze, strade e scuole, gli edificò monumenti, come quello di stampo futurista a Fogliano Redipuglia, ribattezzò Corridonia la sua città natale, l’antica Pausula. Insomma, costruì il suo mito, per opera soprattutto di Malaparte, che nelle pagine dell’Europa vivente fece di lui il profeta del sindacalismo nazionale. Per questo agli occhi di molti il suo ricordo è indissolubilmente legato al regime, anche se Di Vittorio ne rivendicò sempre la memoria, persino quando presso la sinistra era divenuta scomoda.

Alceste De Ambris, che dopo l’esperienza fiumana si spostò su posizioni antifasciste, accusò Mussolini di “usurpazione di cadaveri” e di “profanazione di sepolcri” per quest’opera di appropriazione della figura di Corridoni. Ma in realtà non è facile immaginare quali sarebbero state le scelte politiche dell’Arcangelo del sindacalismo se fosse sopravvissuto alla guerra. Sarebbe prevalso in lui il sentimento nazionale o il richiamo sociale, la repulsione per il fascismo agrario o lo sdegno per il massimalismo dei socialisti che strappavano le decorazioni ai decorati e offendevano i mutilati di guerra?

Senza dubbio, però, non manca un’intima coerenza nel trascolorare dell’originario antimilitarismo corridoniano nel mito mazziniano e garibaldino della nazione armata. Il suo “ritorno alla Patria” presenta molte analogie con quello del suo amico Lorenzo Viani, che lo difese con passione anche se purtroppo senza molto successo quando i socialisti impedirono un suo comizio interventista a Viareggio e morì nel 1936, anch’egli amico personale di Mussolini, dopo aver aderito al regime.

Se non sappiamo che cosa Corridoni avrebbe fatto, sappiamo in compenso quello che l’Arcangelo del sindacalismo ha fatto nel corso della sua vita breve quanto intensa. Non è certo poco: anche per questo è giusto rileggerlo a un secolo dal suo sacrificio.