mercoledì 28 ottobre 2015

Profughi, la beffa delle quote Dall’Italia all’estero solo 90 migranti in un mese

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

Dovevano essere trasferiti 40 mila rifugiati: finora accolte 525 richieste. Roma ha speso oltre 1 miliardo e ricevuto 310 milioni



Il piano era chiaro: 40 mila migranti da trasferire in due anni. Eritrei e siriani via dall’Italia per essere ospitati negli Stati dell’Unione Europea che avevano accettato l’agenda messa a punto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker. Un mese dopo la sigla dell’accordo siglato per «alleggerire» la situazione anche in Grecia e Ungheria dopo le migliaia di arrivi dei mesi scorsi, il progetto si rivela quello che in molti temevano: un flop. Per raggiungere il risultato bisognava infatti far partire 80 stranieri al giorno. E invece in un mese soltanto 90 hanno lasciato il nostro Paese: 40 sono andati in Svezia, 50 in Finlandia.
I «nulla osta» sono solo 525
Gli altri rimangono in attesa e a scorrere la lista delle disponibilità rischiano di dover aspettare per mesi, forse per sempre. Perché sono appena 525 le richieste accolte, ma nessuna con effetto immediato. Si materializzano dunque i timori del ministro dell’Interno Angelino Alfano che aveva più volte ribadito la linea del governo: «Apriremo i cinque “hotspot” imposti dalla Ue per effettuare l’identificazione e il fotosegnalamento dei migranti soltanto quando andrà a regime la redistribuzione». E infatti al momento funziona in via sperimentale soltanto Lampedusa, sul resto la partita è aperta. E certamente - soprattutto dopo il chiarimento proveniente proprio da Juncker - il governo farà pesare il proprio impegno nell’accoglienza per ottenere da Bruxelles la maggiore flessibilità possibile nella tenuta dei conti pubblici. Anche tenendo conto che solo per quest’anno i costi hanno superato il miliardo di euro.
Dieci in Germania venti in Francia
Il sistema «Dublinet» è una sorta di cervellone dove vengono inserite le schede di tutti gli stranieri «registrati» e le indicazioni sulle possibili destinazioni. Tutti gli Stati membri sono collegati e gli uffici competenti accedono in tempo reale. In Italia è gestito dal Dipartimento Immigrazione del Viminale diretto dal prefetto Mario Morcone. I richiedenti asilo non possono esprimere preferenza sul Paese dove andare, ma durante il vertice a Bruxelles si era stabilito di tenere conto di eventuali motivi per privilegiare una meta piuttosto che un’altra: presenza di familiari, conoscenza della lingua.

Evidentemente anche questo non è stato però sufficiente per convincere i vari governi a concedere il via libera. La Germania - nonostante la cancelliera Angela Merkel avesse addirittura dichiarato pubblicamente di voler accogliere tutti - ha dato disponibilità per dieci posti. Va un po’ meglio con la Spagna: 50 persone. Appena 20 per la Francia. La Svezia ne può prendere 100, la Finlandia ne accetterà 200. Sul resto, buio totale. Tra i Paesi che avevano mostrato apertura, sia pur timida, c’erano Olanda e Portogallo. E invece nulla, al momento hanno comunicato che non possono prendere nessuno.
Tutto fermo sugli «hotspot»
A questo punto bisogna attrezzarsi. Secondo i dati aggiornati al 25 ottobre sono giunti nel nostro Paese 139.770 persone, tra loro 37.495 eritrei e 7.194 siriani. In tutto sono dunque 44.689 gli stranieri tra i quali si sarebbe dovuto scegliere chi far andare altrove. Rispetto allo scorso anno c’è stata una sensibile diminuzione degli sbarchi, pari al 9 per cento, visto che nel 2014 furono 170.100. Molti di loro sono tuttora presenti e distribuiti nelle strutture governative e in quelle temporanee reperite dalle prefetture nelle Regioni utilizzando anche alberghi, residence, campeggi. L’Italia finora ha speso un miliardo e 100 milioni di euro, dall’Europa è previsto che arrivino appena 310 milioni di euro. Una cifra irrisoria, soprattutto tenendo conto che altri soldi dovranno essere stanziati per l’apertura degli altri «hotspot» a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani.

Per ora si è deciso però di fermare tutto. Visti i primi risultati, il governo ha deciso di bloccare l’apertura dei centri di smistamento. Del resto tutti i tentativi, anche recenti, di varare un piano comunque con gli altri Stati sono falliti miseramente e i numeri contenuti nel cervellone «Dublinet» ne sono la prova più evidente. «Forse perderemo consenso e voti, ma salvando quelle vite salviamo l’idea di Italia», dichiara Matteo Renzi. Il governo dunque conterà sulle proprie forze, ma con la pretesa di ottenere da Bruxelles un margine più ampio sui conti.

fsarzanini@corriere.it 

28 ottobre 2015 (modifica il 28 ottobre 2015 | 07:35)

Gli indirizzi Internet sono esauriti, è l'ora dell’IPv6: in Italia le prime connessioni sono già pronte

La Stampa

di Vincenzo Scagliarini

Dopo il superamento di quattro miliardi di combinazioni è il momento del nuovo protocollo. Ecco dove è già disponibile nel nostro Paese



Nelle ultime settimane in Italia è tornato al centro del dibattito il tema della banda ultralarga e della digitalizzazione. Ma l’infrastruttura Internet sta vivendo un’altra fase cruciale, anche se meno visibile agli utenti. E riguarda tutto il mondo. Gli indirizzi Ip sono ormai esauriti. Nello specifico, la quarta versione del protocollo, IPv4, che permette il collegamento tra i computer alla rete, consente quattro miliardi di combinazioni. È il suo limite storico, che è stato superato nel settembre scorso.
Tra 5 anni 25 miliardi di dispositivi connessi
Gartner ha previsto che quest’anno i dispositivi connessi sfioreranno i 4,9 miliardi. L’istituto di ricerca stima che entro il 2020 cresceranno di altre cinque volte, arrivando a toccare i 25 miliardi. Troppi per l’IPv4, un protocollo vecchio di più di dieci anni. Il maggior responsabile dell'esaurirsi degli indirizzi è l’Internet delle cose: sistemi di sorveglianza, tv e termostati intelligenti. E tutta la nuova generazione di elettrodomestici connessi, come forni, serrature smart e frigoriferi. Ma non è una situazione senza via d’uscita: dal 1998 è pronto il rimpiazzo del protocollo: l’IPv6, che permette di gestire reti da 340 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di indirizzi e coprire qualunque fabbisogno di connettività.
L’IPv6 in 14 città
Nel Regno Unito British Telecom ha annunciato che il passaggio definitivo al nuovo protocollo è previsto per la fine del 2016 e, in Italia, Fastweb è il primo operatore ad aver attivato il nuovo tipo di connessioni per i clienti domestici. Dal 7 settembre tutti i nuovi utenti delle città di Ancona, Bari, Bergamo, Brescia, Busto Arsizio, Legnano, Livorno, Monza, Padova, Pescara, Pisa, Reggio Emilia, Varese e Verona sono attivati direttamente con indirizzi IPv6. Servizio che verrà esteso entro la fine dell’anno a Milano e per l’inizio del 2016 a Roma. Non si tratta del solo provider italiano impegnato nella diffusione del nuovo protocollo, ma nessun altro è in fase così avanzata.
Un passaggio indolore
«Le sperimentazioni di Fastweb sono iniziate nel 2011, quando l’azienda – primo operatore italiano – ha partecipato al primo IPv6 World Day. Da allora è iniziato un percorso che ha portato a lanci graduali» fa sapere al Corriere della Sera Andrea Lasagna, responsabile ingegneria della rete Fastweb, che precisa «È un passaggio ancora lungo, perché tutti i servizi Internet dovranno sostituire il vecchio protocollo». Le grandi infrastrutture, come quelle di Google, YouTube, Facebook e Yahoo! sono pronte da tempo, ma la Rete è fatta di mille altri servizi, e non tutti pronti. In quest’ultimo caso il network Fastweb si occuperà di “tradurre” gli indirizzi al vecchio formato.

Per gli utenti sarà tutto indolore. I nuovi clienti delle città già coperte navigano già con l’IPv6, tutti gli altri non dovranno cambiare le loro abitudini di navigazione né i loro apparati di connessione. «Nella stragrande maggioranza dei casi, gli hag Fastweb sono già compatibili, servirà solo un aggiornamento software». In più ci sarà un vantaggio: ogni dispositivo compatibile connesso alla rete IPv6 avrà un suo indirizzo univoco. E ciò semplifica la vita a chi ha un contratto Fastweb: finora per far funzionare, ad esempio, un sistema di sorvaglianza IP era necessario configurare nat e porte virtuali. Un’operazione complicata per gli utenti meno esperti e non più necessaria, a patto che il dispositivo sia compatibile con la sesta versione del protocollo.
Allarmismi ingiustificati
L’esaurimento degli indirizzi IPv4 ha generato qualche allarmismo, spesso ingiustificato. Sono stati previsti, a torto, scenari come il degrado delle prestazioni e l’impossibilità di connettersi a parti della Rete. I provider hanno strumenti per gestire questa scarsità attraverso nat e tunnel. Ma ciò «ha comportato investimenti notevoli e ha aumentato la complessità dell’infrastruttura», spiega Lasagna. Le preoccupazioni però non sono infondate: «Almeno per qualche altro anno non ci saranno problemi per chi usa le tecnologie tradizionali.

Ma ciò non vale per l’Internet of Things: per questo tipo di dispositivi la flessibilità dell’IPv6 è fondamentale». Finora il passaggio è stato lento, ma dalla fine del 2014 c’è stata un’accelerazione. Il traffico Fastweb che viaggia con il nuovo protocollo è passato rapidamente da 100 megabit al secondo agli attuali 1,6 gibabit, su un traffico totale di 500 gigabit. Si tratta quindi di numeri ancora piccoli, ma questa tecnologia sta crescendo rapidamente e, nel corso del 2016, ci sarà un aumento notevole della sua diffusione.

@vinscagliarini
27 ottobre 2015 (modifica il 27 ottobre 2015 | 14:46)

Mangio carne rossa e fumo. E non smetto

Francesco Maria Del Vigo



Mangio carne rossa, la accompagno con un bicchiere di vino. E, alla fine, dopo il caffè, mi fumo anche una sigaretta. Una delle tante. E continuerò a farlo. Alla faccia dell’Organizzazione mondiale della Sanitá. E probabilmente anche alla faccia della mia salute. Ma trovo inutile vivere una vita da malato per paura di ammalarsi. Il salutismo preventivo è a sua volta un morbo. Una ossessione. La malattia è una roulette russa, una lotteria al rovescio che non colpisce sempre secondo le regole della statistica.

Ovvio che sia salutare osservare dei comportamenti virtuosi, ma di questo passo converrà ammazzarsi al primo raffreddore per evitare che arrivino altri devastanti virus. Così come solo il pavimento frena la caduta dei capelli, allo stesso modo la bara è l’unico vaccino – definitivo! – a sofferenze e malanni. Dobbiamo rassegnarci: a vivere. Senza ammazzarci di piaceri, ma anche senza ammazzare i piaceri. Senza barattare la vita osservata con quella vissuta, in base alla prescrizione di chissà quale menagramo in camice bianco.

Come diceva in un aforisma fulminante Woody Allen: “Ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più. E in quella settimana pioverà a dirotto”. Volete vivere mangiando semolino in brodo e bevendo acqua naturale rigorosamente a temperatura ambiente? Giustissimo, ma non fate terrorismo sugli altri.Secondo le statistiche le principali cause di tumore sono quattro: tabacco, alcol, smog e cibo. Vivo nelle polveri sottili di Milano, fumo sigarette, mi piace mangiare e non rinuncio a qualche bicchiere di vino.

A rigore di logica ho le ore contate. Mi conviene salire su un taxi e farmi portare a Lugano in una di quelle cliniche dove ti mandano all’aldilà con una dolce punturina. Ma lì ci si va per cose serie, non per queste belinate. Cose che in questo Stato vaticanofilo impediscono di fare. Il problema è proprio lo Stato che, con la scusa della spesa sanitaria, si è rammollito da Patria a Matria e si diverte a metterci la maglia della salute e non pago ce la infila anche dentro le mutande. Ci mancavano solo questi dell’Oms, che è un’agenzia dell’Onu. Praticamente sono i caschi blu delle salamelle.

La fatwa contro la carne rossa dell’Organizzazione mondiale della Sanitá è un proclama terroristico, come ha ottimamente scritto Camillo Langone. Un allarme contro il buonsenso, la buona tavola e l’economia. E ora, se avessimo un po’ di sale in zucca (anche se il sale fa ritenzione idrica) dovremmo fare quello che molti – giustamente – hanno già fatto con il Pastificio Rummo. Cioè pubblicare sui social foto di mortadelle, salami, filetti, controfiletti, lombate e girelli, farci dei selfie mentre roteiamo, contro i fondamentalisti del veganesimo, nunchaku di salsicce annodati e fette di bacon.

D’altronde Boccaccio, nel Decameron, descriveva il Bengodi come un posto dove è normale “legare le vigne con le salsicce”. Ricordiamoci sempre che dietro le bistecche e gli insaccati ci sono aziende, imprese, famiglie e uomini. E io mi preoccuperei più della loro carne, che di quella del manzo. Togliamoci le fette di prosciutto dagli occhi. E mangiamocele.

Il PD ‘occupa’ l’università di Udine: si fa ‘festa’…

Emanuele Ricucci




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Tra prosecchi e proseliti, prosegue il rapporto d’amore tra gli atenei e le sinistre, e non per un feeling culturale innato. Dopo la pletora di ex terroristi rossi improvvisatisi docenti, maestri e ospiti d’onore, riappare quella sottile linea rossa che collega la sinistra, le università e gli anni ’70, oggi però con stile e cravatta, più borghese e mondana: la cara e buona occupazione diventa festa dell’uni(versi)tà istituzionale.

Tutto comincia qualche giorno fa. Il rettore dell’Università di Udine, Alberto De Toni, invita studenti e docenti alla festa del Pd dedicata all’università, organizzata per la giornata di oggi e per quella di domani, 23 e 24 ottobre, proprio nei locali dell’ateneo. De Toni, invia questa mail agli studenti: “Carissime/i, desidero informarvi che venerdì 23 e sabato 24 ottobre 2015 presso Palazzo Garzolini di Toppo Wassermann il Partito Democratico organizza un evento nazionale sul tema in oggetto”.

La mail del rettore prosegue snocciolando i numerosi partecipanti, tra cui figura niente popò di meno che il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, e il Presidente della Regione FVG, Debora Serracchiani. Saranno presenti, inoltre “molti Rettori, professori, deputati, senatori ecc.” – testuale -, un’effige di Palmiro Togliatti, il cuoco della Nazionale di Calcio, ricchi premi e cotillons.

Tutto è pronto. Come si evince dalle foto, scattate oggi pomeriggio, lo stand ed i badges firmati PD

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non mancano, le copie de “L’Unità” sono sul tavolo, tutto perfetto. C’è persino la Polizia di Stato in tenuta antisommossa all’esterno della manifestazione. Tutto dal gusto molto retrò; ma c’è solo un problema. Il regolamento interno dell’Università di Udine vieta tutto questo. “Il disciplinare per la concessione di spazi dell’Ateneo è severissimo! – come riporta il blog udinese leonarduzzi.eu – non concede deroghe. Tuttavia, paisà, le cose nel caso del partito della presidente della regione si possono sempre accomodare. Il regolamento parla chiaro, ecco la parte che interessa. Come si legge in fondo, “gli spazi non vengono concessi per iniziative di carattere politiche o simili” – e prosegue in un’altra nota.

Le immagini mostrano lo spiegamento di forze antisommossa in via Gemona angolo via T. Deciani, l’atrio del palazzo di Toppo Wassermann, l’aula magna dove si svolgeranno i convegni. Dalle ore 14 e fino alle ore 19 di stasera, venerdì, via Gemona a Udine resta chiusa al traffico locale, il questore, senza preavviso, fa chiudere la via. Anche gli autobus sono costretti a deviare il percorso. Il PD della terzomondista Serracchiani ha fatto arrivare anche il nucleo antisommossa da Padova. Cose mai viste. Ai cittadini e ai residenti è stato impedito l’accesso. Chi doveva andare al lavoro è stato costretto a fare un giro ciclopico
Tana!

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Una manifestazione regolare, autorizzata e senza nessun elemento che possa connotarla come politica, di sinistra, che so, del PD, come no…!

Vista la situazione, il deputato Walter Rizzetto, del gruppo ‘Alternativa Libera’, ha presentato un’interrogazione parlamentare, mentre montano le proteste di Lega Nord, Fratelli d’Italia e Forza Italia che hanno accompagnato quella fisica dei friulanisti presenti all’esterno del palazzo con le loro bandiere.

Diritto alle armi!

Giampaolo Rossi



UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO
Per alcuni, il pensionato che ha sparato ad un ladro è già un assassino; prima ancora che le indagini si concludano, prima ancora che sia stato giudicato da un tribunale, è stato giudicato da una parte dell’opinione pubblica: quella solitamente moralista e ipocrita.

Eppure la questione travalica la tragedia di ciò che è accaduto, compreso il dramma della morte di un uomo; la questione arriva a toccare il fondamentale principio della legittima difesa e del diritto di ogni cittadino a tutelare la propria sicurezza e quella di chi ama quando essa è minacciata.

IL SECONDO EMENDAMENTO USA In America, nella più grande democrazia del mondo, il dibattito sul diritto all’autodifesa e sulla libertà di detenere armi, è acceso da sempre, divide l’opinione pubblica, caratterizza le campagne elettorali ed esplode quando la cronaca porta alla ribalta episodi di stragi e abusi d’uso. Non solo, ma in America la questione rappresenta la vera differenza tra destra e sinistra, molto più che le tasse o i matrimoni gay.

Il diritto per ogni cittadino a possedere armi è sancito dalla Costituzione americana; quella del “We the People”, la più straordinaria carta delle libertà fondamentali. Il famoso Secondo Emendamento, voluto da James Madison e dagli altri Padri fondatori della nazione americana, recita: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”.

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LA RIVOLUZIONE DEL CITTADINO-ARMATO La Rivoluzione Americana fu una rivoluzione della gente comune in possesso di armi. Le milizie cittadine, con la loro guerriglia e le tattiche da irregolari, furono la vera spina nel fianco dell’esercito di Sua Maestà, molto più dei soldati in divisa di George Washington o del supporto navale francese.

Furono queste “milizie locali” fatte di coloni e borghesi con il loro lunghi Kentucky a canna rigata capaci di colpire un uomo fino a 400 metri, ad infliggere perdite micidiali soprattutto tra gli ufficiali inglesi senza i quali i reparti della Corona diventavano vulnerabili. I Padri fondatori lo sapevano bene quando redassero la Carta nel 1789; per essi, come ha scritto Gary North, “era il cittadino-guerriero armato di fucile a possedere la piena sovranità politica”; sia esso inquadrato nelle milizie dei singoli stati federali, sia come semplice individuo.

L’emendamento fu da subito al centro di interpretazioni tra chi riteneva che il diritto alle armi andasse limitato ai contesti di guerra e chi invece lo vedeva un diritto civile individuale.

E quando nel 1903 Elihu Root, forse il più grande Ministro della Guerra americano, colui che diede forma al moderne Forze Armate Usa, “statalizzò” le milizie locali trasformandole in Guardia Nazionale alle dipendendenze dello Stato centrale, il Secondo emendamento diventò garanzia individuale per concedere ai singoli cittadini, in regola con la legge, il diritto all’autodifesa.

Per la sinistra questo è sempre stato inaccettabile; eppure i sondaggi anche fatti sull’onda emozionale di avvenimenti tragici come la recente strage in un campus dell’Oregon, dimostrano che la maggioranza degli americani non vuole leggi restrittive sulla detenzione delle armi.

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UNA VISIONE DELL’UOMO E DELLO STATO
Alla base c’è una visione differente su due aspetti: l’uomo e lo Stato.


Per la cultura di sinistra la responsabilità individuale è secondaria rispetto ad un presunto contesto sociale che determina un comportamento; se uno ruba lo fa perché è povero o per disagio sociale. Per la destra, invece, la tue scelte determinano il tuo destino; e di queste scelte devi rispondere di fronte alla legge e agli altri uomini.

Inoltre la sinistra immagina una società in cui il ruolo dello Stato sia maggiore in tutti i campi, dall’economia all’istruzione, alla sanità; in questa visione è naturale dare allo Stato il monopolio nell’uso della forza e la delega alla difesa e alla protezione dei cittadini, anche quando è evidente che non può farlo. Per la destra (sia quella conservatrice che libertaria) lo Stato è solo un elemento ordinatore ma deve limitare la sua ingerenza nella società.

Queste due concezioni si scontrano da sempre alimentando sopratutto il dibattito sul diritto alle armi, arrivando persino, per giustificare leggi più restrittive, a produrre surreali statistiche come questa, in cui si dimostra che dal 1970 sono morti più cittadini americani per le armi (compresi suicidi o incidenti) che in tutte le guerre combattute dagli Usa. Una statistica ridicola che potrebbe essere allargata a tutti gli ambiti; per esempio agli incidenti automobilistici, senza per questo comporti il divieto all’uso delle auto e alla libera circolazione.

IL CITTADINO ARMATO CONTRO LA CRIMINALITÀ
Sarebbe ora che anche in Italia, una destra coraggiosa, rivendicasse il diritto all’autodifesa in casa propria come diritto fondamentale e inalienabile di una libertà concreta. Non stiamo parlando di cittadini che si “fanno giustizia da soli” come le anime belle della sinistra dipingono il principio dell’autodifesa; stiamo parlando del diritto di un cittadino a difendere se stesso, i propri cari e ciò che è suo quando sono minacciati.

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Vietare l’uso delle armi significa disarmare le persone oneste che non potranno difendersi; e significa armare i malviventi che non avranno difficoltà a reperire una pistola o un fucile (pensate in un paese come l’Italia con intere regioni in mano alla criminalità organizzata).

E allora, la destra proponga pure pene più severe per chi usa le armi in mezzo ad una strada, per chi va in giro come un cowboy, per chi possiede armi non avendone il diritto, ma si faccia carico di una battaglia di civiltà: quella della libertà e del diritto per ogni cittadino onesto di difendersi in casa propria, ben sapendo che in molte circostanze, lo Stato non può farlo.

E lo Stato si preoccupi di garantire l’addestramento alle armi per i cittadini che si vogliono autodifendere.

Il cittadino onesto armato scoraggia un criminale molto più che una telefonata di richiesta di aiuto al 113.

Io una pistola la comprerei…

Nino Spirlì


No, qui di pistole non ce n’è bisogno. Non ci sono furti in casa. Qualcuno, è vero, ne ha tentati, in passato; pochi sono andati a buon fine. Spesso la refurtiva è stata restituita in tutta fretta ai legittimi proprietari. Da queste parti, se sai a chi rivolgerti, magari la ndrangheta (sic!),  i colpevoli ti chiedono anche scusa. Coperti di lividi. O di vergogna. Che siano italiani o stranieri poco conta. Anche se gli italiani non si sporcano mani e coscienza per due collanine e cento euro della pensione. Preferiscono entrare in giri alti. O, comunque, altri.

Magari roba forte. Droga, armi, immigrati… Altro che braccialetti e anellini, fucili da caccia e spiccioli di contanti! Quella, al limite, ma proprio al limite, è roba da slavi. O magrebini. E anche loro, in ogni caso, seguono – e DEVONO farlo – le regole del luogo. Rispetto e Devozione. Se entrano nella casa sbagliata, non ne escono interi.

Ciononostante, io una pistola la comprerei. Il porto d’armi lo chiederei. La difesa di mia Madre me lo impone. E, visto come si stanno mettendo le cose, non è tanto da fessi imparare a sparare.

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Certo, se ci penso, rabbrividisco! Sparare? Io? Dura da ingoiare, questa amara verità. Ma non posso pensare di vedere mia Madre coperta da lividi, o, Dio non voglia, assisterla, lei abusata da un figlio di troia, aspettando che il bastardo venga condannato a una manciata di giorni di galera, magari assistito da una qualche compagnia di teatro che glieli renda meno pesanti. No, in quel caso sparerei. Temo proprio che lo farei.

Alle gambe, alle ginocchia, forse. Un po’ più su, forse. Non so. Non sto qui a pensarci. E spero di non doverlo fare. Ma ho paura che non gliela farei passare liscia. (Da ufficiale di cavalleria, al poligono ero il migliore…)

Capisco, sì, lo capisco, chi, in questi giorni, comincia a ribellarsi all’audacia di sciacalli che non entrano più nelle case in assenza dei proprietari, che non si accontentano di spaventare chi difende la propria vita, le proprie cose, che non mettono in conto, al limite, ma proprio al limite, di legarlo ad una sedia; no, niente sedie, e niente corde: oggi,  violentano, torturano. Ammazzano.

Comprendo, distrutto da questo mio cancro dello spirito, quel silenzio della ragione che partorisce reazioni senza decisione. Mi immedesimo e mi abbandono al buio della casualità. Perdo la grazia della misericordia e tocco lo stipite della porta di un inferno che non intendo varcare.

Mamma checca

Ma per salvare mia Madre, sarei disposto a tutto. Proprio a tutto. Anche a premere quel maledetto grilletto. La Sua vita vale ben più della mia libertà. Della mia salvezza.

Fra me e me. Perché l’ho promesso a mio Padre

Serve una password sicura? C’è una 11enne che può creartela per 2 euro

La Stampa
enrico forzinetti

Per farlo la ragazza sfrutta Diceware, un sistema che permette di scegliere parole casuali partendo da numeri ottenuti con il lancio di dadi



Una ragazza di 11 anni può aiutarti se hai problemi a scegliere una password sufficientemente sicura. Mira Modi, tramite il suo sito, offre di crearne una a chiunque glielo chieda, al modico prezzo di due dollari (poco meno di 2 euro). 

La giovanissima ragazza sfrutta Diceware, un sistema sviluppato da Arnold Reinhold che permette di generare password piuttosto lunghe lanciando dei dadi. Mira tira il dado per cinque volte, creando un numero di cinque cifre che corrisponde a una parola presente sulla lista di Diceware. Poi ripete la stessa azione per sei volte. In questo modo viene creata una password di sei termini che poi invia alla persona che gliel’ha commissionata.

La ragazza sottolinea che il procedimento garantisce di ottenere una password difficile da hackerare, ma allo stesso tempo facile da ricordare. Tra i suggerimenti che dà c’è anche quello di modificare leggermente la stessa password con delle lettere maiuscole o aggiungendo dei simboli.

Mira si è inventata questa piccolo business aiutata dalla madre Julia Angwin, una giornalista di ProPublica che ha sfruttato l’attività della figlia come parte di una ricerca per il suo libro Dragnet Nation.

Il computer più piccolo del mondo si chiama Solu

La Stampa
dario marchetti

Appena lanciato su Kickstarter, questo micro pc ridefinisce il concetto di personal computer, puntando tutto sul cloud e sul lavoro condiviso tra più utenti



Intel Compute Stick, Raspberry Pi, Chip: i computer così piccoli da stare in una tasca non sono certo una novità. Ma allora cosa rende unico Solu, un nuovo prodotto in arrivo dalla Finlandia, appena lanciato su Kickstarter?

Questo micropc di 10cm per lato e appena un centimetro di spessore, realizzato interamente in legno, nasconde al suo interno SoluOS, un sistema operativo pensato appositamente per l’era del cloud: tutti i contenuti memorizzati su Solu, che ha una memoria da appena 32GB, vengono automaticamente sincronizzati con i server dell’azienda produttrice, impostazioni e password comprese.

L’idea è quella di eliminare ogni preoccupazione riguardante i file e la loro condivisione, visto che il sistema fa tutto da sé, senza bisogno di creare account, o scaricare applicazioni: aggiornamenti e upgrade avvengono in automatico e i programmi si pagano in abbonamento, mese dopo mese. Un po’ come succede per Netflix e Spotify.


L’interfaccia grafica di SoluOS

Innovativa anche l’interfaccia: invece delle classiche cartelle e finestre, la schermata di SoluOS riprende la struttura delle reti neurali umane, con una serie di “bolle” collegate tra loro. Per scegliere un file basta zoomare verso il punto desiderato e aprirlo, senza dover navigare tra menu e cartelle ad albero. La parte superiore di Solu infatti è un touchscreen a tutti gli effetti, da utilizzare in autonomia quando si è in giro o come mouse quando si collega il pc a uno schermo e una tastiera, attraverso Bluetooth e porte USB di tipo C. Curiosi di provarlo? I primi dispositivi, riservati ai sostenitori su Kickstarter, saranno spediti a partire da maggio 2016.

L’asteroide di Halloween passerà proprio il 31 ottobre

La Stampa

Gli astrofisici assicurano che non ci sono pericoli di impatto con il nostro pianeta



Si avvicina l’asteroide di Halloween: del diametro di circa 500 metri si chiama 2015 TB145 e passerà il 31 ottobre alle ore 18,18 (italiane), a circa 500.000 chilometri dalla Terra, ossia 1,3 volte la distanza della Luna. Sarà visibile anche dall’Italia soprattutto la notte precedente all’avvicinamento. 
Naturalmente, «non ci sono pericoli di impatto con il nostro pianeta perché la distanza è di tutta sicurezza», osserva l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope. Ma, aggiunge, sarà un’ottima occasione per osservare da vicino questo asteroide.

Secondo la Nasa dovrebbe essere uno dei migliori bersagli radar dell’anno e per questo ha programmato osservazioni con i telescopi Green Bank e Arecibo. Per avere un altro passaggio ravvicinato di un oggetto noto, di queste dimensioni, sottolinea l’Agenzia spaziale americana, bisognerà aspettare fino al 2027, quando passerà l’asteroide 1999 AN10.

«Sarà un avvicinamento importante - rileva Masi - al momento della minima distanza dalla Terra l’asteroide sarà molto luminoso, avrà magnitudine 10, cioè alla portata di un binocolo e di un piccolo telescopio amatoriale». 

Tuttavia dall’Italia, aggiunge, il 31 ottobre l’osservazione non sarà facile, perché l’oggetto sarà molto basso sull’orizzonte e ci sarà la luce ingombrante della Luna che avrà da poco superato la fase piena (il 27 ottobre). Ci saranno condizioni migliori la notte precedente al massimo avvicinamento, ovvero tra il 30 e il 31 ottobre, «quando - spiega l’astrofisico - la luminosità dell’asteroide sarà di magnitudine 12 ma alla portata di un buon telescopio anche amatoriale del diametro compreso fra 15-20 centimetri».

Si potrà tentare l’osservazione dopo le 23,00, prosegue Masi, quando 2015 TB145 sarà tra le stelle della costellazione di Orione. L’unico problema, sottolinea, «potrebbe essere la Luna che sarà ancora molto luminosa ».